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Sidi Boud Said, i fossili del porticciolo e la mortale medusa dedicata all’artista romeno

Giuseppe Pace (Naturalista ed ex prof. in Romania). “Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco” così scrisse, sapientemente, Josef Koudella. Ogni ambiente, dico io, ha delle diversità biologiche e culturali come è il volto di ogni persona, mai uguale ad un altro. Della Tunisia, come di altri Paesi meno ricchi dell’Italia, si preferisce, in genere, la gita turistica rilassante, il decentramento delle imprese per pagare meno tasse, avere manodopera a più basso prezzo e vivere là perché meno costosa la vita come cominciano a fare tanti pensionati italiani (che hanno carichi fiscali eccessivi in Unione Europea). Difficilmente si tenta di promuovere anche la loro cultura ambientale e specialistica come può essere quella paleontologica e non solo la più richiesta archeologica come nel noto Museo del Bardo tunisino e dei numerosi siti tunisini punici e romani. A me è capitato di promuovere la cultura romena, con 4 libri e decine di articoli compreso il rinvenimento di nuovi fossili nella valle del fiume Nandru in Transilvania occidentale. In Tunisia si ammirano molto le vestigia puniche e romane, ma poco altro, purtroppo. A me preme far risaltare anche i fossili delle pietre che delimitano il porticciolo di Sidi Boud Said (SBS), che è una tranquilla cittadina ubicata sulla collina a nordovest del grande Golfo di Tunisi. Confina a ovest con la popolata città di La Marsa e ad est con Amilcare o Amilcar e l’antica Cartagine o Carthage, sede anche del palazzo presidenziale. Il bel comune tunisino dall’ampio panorama sul golfo e sulla città di Tunisi, ha poco più di 5mila residenti tra cui diversi molto abbienti oltre ai tanti turisti. SBS prende il nome da una figura religiosa musulmana che qua visse, Aboud Said ibn Khalef ibn Yahia Ettamini el Bejj (prima dell’arrivo di quest’ultimo era chiamata Jabal el-Menar). La città è un’interessante attrazione turistica, conosciuta per l’intenso utilizzo dei colori blu e bianco ovunque. La piccola città può essere raggiunta tramite la popolare ed economica linea ferroviaria Tunisi-Goulette-Cartaghe, Amilcar, SBS e La Marsa.. SBS ha ancora la reputazione di città di artisti, che vi hanno vissuto, o perlomeno che hanno visitato la caratteristica cittadina. Tra gli altri ricordiamo: Paul Klee, Gustave Henri, August Macke, Saro Lo Turco (siciliano con ricco curriculum di lavori) e Louis Moillet. Numerosi artisti tunisini di SB S sono membri della Ecole de Tunis (scuola di pittura di Tunisi), come per esempio Yahia Turki, Brahim Dhahak e Ammar Farhat. Abou Said ibn Khalef ibn Yahia Ettamini el Beji giunse nel villaggio di Jabal el-Menar e vi costruì un santuario. Dopo la sua morte nel 1231, fu sepolto lì. Nel XVIII sec. i governatori turchi di Tunisi e i cittadini benestanti vi costruirono numerosi residence. Durante gli anni venti del Novecento, Rodolphe d’Erlanger applicò il tema bianco-blu dappertutto in città, che mitigherebbe il clima: in estate infatti non fa molto caldo qua. La pittoresca cittadina tunisina, abbarbicata su di un colle ha un porticciolo con bei velieri e imbarcazioni moderne, alcune con nomi italiani. A nord del porticciolo vi sono dei murazzi-come quelli di Venezia ma di rocce diverse- di grosse pietre di cui alcune con fossili che lo scrivente sta classificando come un riccio di mare, una medusa, una belemnite, una salamandra, ecc. Abituato a vedere i fossili del Matese ed in particolare quelli più noti e prestigiosi di Pietraroja (BN) mi ha interessato osservare, tra gli altri fossili presenti, una salamandra più piccola di quella rinvenuta al parco geopaleontologico del piccolo comune montano del Matese orientale, sopra Cusano Mutri e Cerreto S.. Là, a Pietraroja, ci sono 400 specie di fossili del Cretacico oltre al più noto e piccolo Celurosauro, Scipionix samniticus, detto Ciro (e non Nicola), di non meno di 116 mln di anni. Anche la salamandra è presente a Pietraroja, dove non si riesce ancora a richiamare i turisti eppure merita più di tante altre parti frequentate (forse un esempio unici di museo privatizzato campano potrebbe rilanciarlo insieme al povero paesetto). Lo scorso anno lo studioso R. Di Lello mi ha consigliato di parlare ai turisti dei fossili di Pietraroja, ma un tentativo alla Pro Loco non è servito, ancora. La salamandra ha attirato l’attenzione dell’uomo dall’antichità e intorno a questo animale è fiorita una mitologia che ha contribuito a renderlo celebre nei secoli. Le leggende che la circondano sono diverse ed è persino presente in tradizioni culinarie di culture diverse dalla nostra. In ogni caso, in tempi recenti, questo anfibio con numerose sottospecie e spesso confuso per la sua forma con un rettile, è stato studiato più volte e le sorprese non sono mancate, anche se ancora dobbiamo percorrere molta strada prima di comprendere davvero i suoi segreti. In Tunisia la ricerca paleontologica per incrementare la storia naturale, basilare, spesso, di quella sociale, è in fase iniziale anche se importanti fossili di dinosauri e di coccodrilli sono stati rinvenuti. Ad esempio il più grande coccodrillo marino noto alla scienza è stato scoperto in Tunisia nella regione di Tataouine: lunga quasi dieci metri per poco meno di tre tonnellate, la nuova specie Machimosaurux rex ha portato nuova linfa alla discussione sull’estinzione di massa avvenuta alla fine del Giurassico secondo l’ipotesi più accreditata da prove. È stata descritta sulla rivista Cretaceous Research. A scoprire il coccodrillo è stato un gruppo guidato dal paleontologo Federico Fanti dell’Università di Bologna, che era al lavoro in loco dal 2009, insieme ai colleghi del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali e del Museo Geologico “Giovanni Capellini” e dell’Office National des Mines di Tunisi. La spedizione, che ha seguito anni di ricerche che hanno fatto luce su un ecosistema antico quanto peculiare, è stata finanziata dalla National Geographic Society. Machimosaurux rex non raggiunge le dimensioni dei coccodrilli d’acqua dolce. Il più grande che conosciamo risale al Cretaceo anche lui ed è Sarcosuchus imperator, 12 metri e fino a 8 tonnellate di peso, scoperto nel Sahara negli anni Sessanta. Si trattava di un predatore apicale nutrendosi di pesci, tartarughe e altri animali incauti arrivati troppo vicino alla riva. Fanti e i colleghi hanno rinvenuto parziali resti di ossa e il cranio del coccodrillo. I resti, risalenti a 130 mln di anni fa, hanno permesso di stimarne le dimensioni e di scoprire che questo enorme rettile vantava una sorprendente forza nel morso. Vicino al luogo del ritrovamento, nello stesso sito di ricerca, gli scienziati hanno trovato quelli che potrebbero essere gli scarti dei suoi pasti, i carapaci delle grandi tartarughe marine che popolavano quelle acque nel Cretaceo. Sempre in Tunisia è stato rinvenuto un fossile di dinosauro “Tataouinea hannibalis”che respirava come un piccolo uccello: Gli studi dei paleontologi dell’Università di Bologna hanno confermato il collegamento evolutivo fra i mastodontici erbivori del Cretaceo e i volatili dei giorni nostri. Nonostante la mole e i suoi quattordici e più metri di lunghezza respirava come un gabbiano o un passerotto dei nostri giorni. Lo hanno scoperto i paleontologi dell’Alma Mater, un team di giovani ricercatori che ha rinvenuto nel sud della Tunisia una nuova specie di dinosauro, uno dei più grandi erbivori del Cretaceo, a cui hanno dato il nome di Tataouinea hannibalis. Non solo: studiando il fossile riportato alla luce in quasi tre anni – la scoperta è del 2011, la campagna di scavo è terminata quest’anno – sono riusciti a confermare la tesi molto nota e diffusa del collegamento evolutivo tra dinosauri e uccelli. “Questo dinosauro, della famiglia dei rebbachiasauridi, ha un sistema di respirazione molto simile a quello degli uccelli di oggi”, spiega Federico Fanti, ricercatore a tempo determinato di Paleontologia dei vertebrati all’Ateneo di Bologna. E’ lui ad aver studiato il dinosauro Tataouinea, rinvenuto da Aldo Bacchetta nel 2011, con il collega ricercatore A. Cau, M. Contessi, dottoranda di ricerca, e M. Hassine, responsabile dell’Office National des Mines, l’istituzione tunisina che da anni collabora alle campagne di scavo nel sud della Tunisia per portare alla luce fossili del periodo Cretaceo e ricostruire un complesso ecosistema vecchio di 110 milioni di anni. “In altre parole – osserva Fanti – questo dinosauro conferma che il sistema respiratorio degli uccelli di oggi sia stato in realtà inventato ai tempi dei dinosauri”. Nell’articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Communications i ricercatori presentano la nuova specie di dinosauro erbivoro, rinvenuto in un ricco giacimento di fossili a sud dell’abitato di Tataouine. “Rappresenta uno dei più importanti ritrovamenti dell’Africa settentrionale”, dice Federico Fanti. Lo scheletro esaminato – spiegano i giovani paleontologi – lungo almeno quattordici metri, risulta molto leggero nonostante la mole, dato che l’interno delle sue ossa era cavo, ed in vita era riempito da sacche d’aria, come negli uccelli. In particolare, alcune cavità delle ossa della coda e del bacino avvalorano l’ipotesi che questi dinosauri respirassero secondo lo stesso avanzato meccanismo degli uccelli moderni. La ricerca è stata condotta in collaborazione con l’Integrated Geoscience Research Group dell’Ateneo bolognese e finanziata da Eni Tunisia, Fondazione Alma Mater e dal Museo Geologico G. Capellini di Bologna. In questa estate 2018 alcuni bagnanti del Mediterraneo sono preoccupati della presenza di una grossa medusa, la Cynea capillata, che potrebbe anche mordere e arrecare danni, anche gravi ai bagnanti imprudenti. Tale medusa porta il nome di un personaggio romeno d’origine noto nell’arte mondiale. Il nome scientifico di tale medusa deriva dal romeno Dimitri Haralamb Chipàrus, nato a Botosani il 16.09.1886 e nel 1912 migrato in Francia, dove morì a soli 61 anni. Egli frequentò la scuola d’arte di Parigi e viene considerato un Picasso del suo genere. Che strana coincidenza che proprio ad un romeno sia dedicata una mortale medusa, sembra uno strano destino romeno quello di vedervi sempre il Dracula sanguinario anche nei suoi artisti. Eppure Dracula, Vlad III, era solo un principe ortodosso che partecipava alla lotta dei nobili cattolici del suo secolo, il XV, contro l’espansionismo dell’impero ottomano, non altro. Egli, fu seppellito a Napoli (dalla figlia Maria, maritata ad un conte parente del re di Napoli) nella chiesa di Santa Maria la Nova, non lontano dalla nota cappella contenente il fantastico e misterioso Cristo Velato. Pochi sanno di Dracula, il famoso Vampiro, sepolto a Napoli, che questo media ha contribuito a diffondere la, inattesa, notizia. Ma vediamo la medusa quasi assassina dei malcapitati bagnanti, per ora dell’Europa settentrionale. La Cyaenea capillata, avvistata anche sulla costa del Galles. Secondo la stampa francese, molti bagnanti inglesi sono stati ricoverati in ospedale. Un diametro che varia da 50 cm a 2 metri e filamenti che possono raggiungere più di 30 metri di lunghezza. Una nuova medusa sbarca sulle spiagge britanniche e terrorizza i bagnanti. Questa specie è una delle più grandi meduse del mondo. Oltre a dimensioni impressionanti, è anche un vero pericolo perché i suoi morsi possono causare irritazione, crampi e persino arresto respiratorio in alcune persone. Come riportato i media francesi, molti nuotatori delle coste inglesi e irlandesi che sono entrati in contatto, sono stati ricoverati in ospedale. A causa dei cambiamenti climatici, la medusa Cyanea capillata , chiamata “la criniera del leone”, sta visitando la costa del Galles. La medusa criniera di leone (Cyanea capillata) è una delle più grandi specie conosciute di meduse. È tipica delle acque fredde delle zone più settentrionali dei mari e degli oceani boreali, delle acque dell’Artico, del Pacifico e dell’Atlantico, risultando abbondante anche nel Mare del Nord. È facilmente riconoscibile per il suo colore rosso, che va da tonalità tendenti all’arancione a tinte più scure, e per il gran numero di tentacoli, lunghi e filamentosi, che cadono dal suo grande ombrello. È altresì nota per le dimensioni straordinarie che è capace di raggiungere, e che ne fanno uno degli invertebrati più grandi in assoluto. Fino ad ora, questa medusa vagava nelle fredde acque del Nord Atlantico o della Scandinavia. Mentre si lascia trasportare dalle correnti, si ritrova ora nel Regno Unito.“Ma sono presenti in tutto l’emisfero settentrionale. Questa medusa vive e cresce in mare aperto, piuttosto in profondità”, spiega M. Midol, biologo marino del notissimo parco oceanologico “Océanopolis” di Brest, una città portuale della Bretagna, nella Francia nord-occidentale. Prima di aggiungere: Ma di tanto in tanto, può capitare che arrivino sulla costa. Non è un’invasione, ma piuttosto la conseguenza del (meglio del ciclico) cambiamento climatico. Sono guidati dai venti e dalle correnti. Le meduse potrebbero venire a terrorizzare i nuotatori italiani? Niente è impossibile. In ogni caso è molto difficile da prevedere, perché è una conseguenza dei fenomeni meteorologici. In Italia nell’estate del 2014 per ben tre volte è stata fotografata la Drymonema dalmatinum, parente della Cyanea capillata. La specie si chiama dalmatinum perché proprio in Dalmazia il naturalista E. Haeckel, nel 1880, la descrisse come specie nuova. Ma dopo quel ritrovamento fu rivista solo pochissime volte. La letteratura scientifica la segnala solo fino al 1945. Non si vedeva, quindi, da quasi 70 anni! Drymonema dalmatinum è tornata dal passato. Dove sarà stato nascosto un animale così grande, in un mare così piccolo? La risposta è semplice. Il ciclo di queste meduse è composto da una fase che vive attaccata al fondo. Si chiama «polipo», da non confondere col polpo. Questi polipi sono piccoli, di solito, e possono vivere a lungo. Ogni tanto producono meduse che, all’inizio della vita libera, sono piccole. Molte specie hanno meduse che restano piccole anche una volta raggiunta l’età adulta. Nel Mediterramneo, quest’anno sino a pochi giorni fa, abbiamo letto e sentito di un’invasione della “Caravalle portoghese”, in particolare sulle coste orientali della Spagna, arrivate li dopo le tempeste. Se il cambiamento climatico sta causando l’arrivo di meduse, potrebbe anche essere responsabile delle loro impressionanti dimensioni. In effetti, l’aumento della temperatura dell’acqua e una maggiore luminosità aumentano la quantità di cibo che mangiano, comunque un fenomeno pare ripetersi ogni anno in coincidenza del periodo della stagione balneare. E si aggiunge un altro problema: più grande è la medusa, più aumenta la sua concentrazione del veleno fatale. Se incontri queste meduse sulle spiagge delle tue vacanze, non toccarle e avvisa rapidamente le autorità. Le meduse, evidenzia G. D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, rilasciano sostanze urticanti che provocano una reazione infiammatoria acuta caratterizzata da eritema, gonfiore, vescicole e bolle, accompagnata da bruciore e sensazione di dolore. Il tutto più o meno persistente a seconda della vicinanza del ‘contatto’. Vicino al porticciolo di SBS accanto alla spiaggia di Amilcare con sopra il palazzo presidenziale tunisino vi sono delle grosse pietre con alcune ricche di fossili da classificare. Là ho rinvenuto crinoidi, salamandre meduse fossili nonchè vegetali fossili. I fossili rinvenuti sono anche ricci di mare nelle grosse pietre portuali. Anche i pescatori come Mustafà, di buon mattino, pescano a nord delle rocce fossilifere i ricci di mare che poi vendono a 5 euro al kg. ai turisti italiani che verso le 11 vanno al vicino circolo nautico oppure ai bar del porto per sorbire un caffè e bere acqua come è nella consuetudine tunisina. I ricci di mare sono animali molto particolare rappresentanti del phylum Echinodermata. Hanno una forma tipicamente globosa (ricci di mare), mentre altri presentano o cinque braccia o cinque angoli (simmetria pseudoraggiata, cosiddetta perchè nell’adulto vi sono strutture impari eccentriche). Come detto, le larve sono tipicamente a simmetria bilaterale. Non ci addentriamo ora nella complessa metamorfosi che porta la larva a differenziarsi nell’adulto pentaraggiato, ricordiamo però che durante il passaggio dallo stadio larvale all’adulto, scompaiono o regrediscono due strutture (assocele e idrocele), che portano poi alla comparsa di un sistema esclusivo degli echinodermi, ovvero il sistema acquifero e ambulacrale. Morfologicamente, è possibile distinguere negli echinodermi cinque radii alternati a 5 interradii. Tipicamente, la superficie è rivestita da un epidermide ciliata, che sovrasta un connettivo ben sviluppato (derma), il quale produce piastre calcaree o ossicioli, le quali formano la struttura dermatoscheletrica. Accrescendosi con l’animale, forma quella che tipicamente viene indicata con il termine di teca, formata da carbonato di calcio e da inclusioni organiche. Quando le piastre della teca sono saldate tra loro, formano una struttura rigida, mentre nei casi in cui non si ha tale saldatura, la teca rimane libera e dunque articolata. A volte, le strutture dermatoscheletriche fuoriescono dal tegumento formando le spine (ricci di mare), oppure scompaiono del tutto o formano piccole spicole incluse nel derma (oloturie). La morfologia degli echinodermi appare spesso complessa, soprattutto ai meno esperti che non riescono a distinguere un capo, la bocca ecc.. Si distingue una superficie o faccia orale, che reca la bocca, ed una superficie o faccia aborale (che reca l’ano, quando presente, anche se vedremo che ci sono delle eccezioni). Nei crinoidi la faccia aborale è rivolta verso il substrato; nei ricci è la faccia orale ad essere rivolta al substrato, ma può spostarsi l’intero asse oro-aborale, per cui i ricci con corpo subsferico o subconico sono detti echinodermi irregolari (quelli globosi sono detti echinodermi regolari); nelle oloturie lo stesso asse è orizzontale. Le 5 parti del corpo che circondano la bocca sono dette ciclomeri. Si alternano 5 zone radiali (con podia) e 5 zone interradiali (senza podia). Nelle stelle marine, gli ambulacri sono rappresentati dalle braccia. Come detto, gli echinodermi adulti dispongono di un sistema unico, che è il sistema acquifero (detto anche idrocele). Si tratta di un insieme di cavità tubulari che si connettono con l’esterno attraverso i podia, i quali consentono all’animale di spostarsi, di effettuare gli scambi gassosi e di rapportarsi con il mondo esterno (sistema sensoriale). I pedicellari, invece, svolgono funzioni diverse e permettono la cattura delle prede, la pulizia del dermatoscheletro ecc.. L’apparato digerente degli echinodermi è costituito solitamente da un tubo contorto, con ano e bocca spesso opposti. Ci sono delle eccezioni, per esempio i ricci di mare subsferici e subconici (irregolari), hanno ano e bocca vicini, e gli stessi crinoidi hanno ano e bocca affiancati, spesso però disposti su due livelli distinti. Gli ofiuridei (le stelle marine fini), hanno intestino a fondo cieco, per cui sono prive di ano, ma vi sono anche i concentricicloidei, privi di bocca, ano e apparato digerente. Manca un vero apparato escretore, per cui i metaboliti o sono espulsi attraverso la superficie corporea o attraverso la parete intestinale, oppure sono accumulati in particolari cellule (amebociti), eliminate attraverso la cavità celomatica. Le oloturie utilizzano i polmoni acquiferi anche come strutture escretorie. I polmonati acquiferi sono strutture tipiche delle oloturie che esse utilizzano per la respirazione. Negli altri echinodermi non esistono organi dedicati, la respirazione è dunque di tipo cutanea e raramente sono presenti organi accessori (le branchie dermali negli asteroidei, le borse negli ofiuridei e le pinnule nei crinoidi). Negli Echinodermi Regolari il corpo è sostenuto da un endoscheletro di calcite nel derma che forma una teca sferica. Esternamente la teca appare divisa in dieci settori meridiani: cinque ambulacrali, alternati da altrettanti settori inter-ambulacrali. I primi sono forellati per permettere la fuoriuscita degli organi di movimento, i pedicelli ambulacrali, i secondi invece non sono forellati e contengono le gonadi. L’endoscheletro inoltre porta annesse numerose spine con funzione difensiva. La superficie aborale è rivolta verso l’alto e presenta centralmente l’ano circondato da dieci piastre, di cui cinque sono piccole e in corrispondenza dei setti ambulacrali, mentre le altre cinque, più grandi, sono in corrispondenza dei setti inter-ambulacrali e portano un foro per la fuoriuscita dei gameti (sono chiamate infatti anche piastre genitali). Una di queste ultime è il madreporite ed è riconoscibile dal fatto che ha dimensioni maggiori ed è munita di molti fori per il passaggio dell’acqua. La superficie orale è invece rivolta verso il basso e presenta centralmente la bocca con l’organo per l’alimentazione, la lanterna di Aristotele: essa è costituita da quaranta ossicoli disposti a formare cinque piramidi con la base rivolta verso l’alto, entro ognuna delle quali è alloggiato un dente; la struttura è resa mobile da fasci muscolari che consentono l’estrazione dell’organo per raspare il terreno. Inoltre nella zona periorale sono situate le branchie. L’asse oro-aborale è quindi perpendicolare al substrato. Le belemniti sono cefalopodi fossili comparsi nel Triassico (225-190 mln di anni fa) ed estinti nel Cretacico (135-65 mln di anni fa). Erano cefalopodi marini, lontani parenti di polpi (non polipi che sono celenterati come le meduse), seppie e calamari. Erano cefalopodi marini, lontani parenti di polpi, seppie e calamari, caratterizzati dalla presenza di una conchiglia interna, spesso indicata come rostro; questa conchiglia costituisce l’unica parte che solitamente si rinviene fossilizzata. Non è dato ancora conoscere la provenienza esatta delle grosse rocce sedimentarie del porto di SBS per completare lo studio dell’età dei fossili in esse rinvenuti. Se le pietre fossili provenissero dal sistema montuoso dell’Atlante- che va dal Marocco all’inizio della Tunisia interna- l’età dei fossili, in esse rinvenuti dallo scrivente, avrebbero un’età più antica. Se, invece, le rocce sono simili a quelle della vicina Lampedusa-solo 75 km distante- i fossili rinvenuti avrebbero un’età molto meno antica poichè l’origine sedimentaria è costituita da una successione di rocce calcareo-dolomitiche del Miocene superiore, i sedimenti delle quali si sono depositati in un ambiente di piattaforma carbonatica poco profonda. Alla sommità si trovano facies microbiche (stromatoliti) formatesi in prossimità dell’emersione dell’isola nel Pliocene (circa 2 mln di anni fa) e strati più recenti di sabbie eoliche di dune, come quelle su cui poggia il borgo di Sidi Boud Said, ricche di Fichi d’India, più piccoli e direi meno gustosi di quelli del territorio casertano. In attesa di avere più elementi per classificare meglio anche i fossili di SBS ne porto a conoscenza alcuni, tramite questo moderno media online.