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Itinerari di viaggio. In Dalmazia a Sibenik passando per gli esorcismi di Trogir

(di Gianluca Parisi). Iniziamo questo viaggio dalla fine, ovvero da Trogir, lo facciamo per avvisare chi legge che se facilmente impressionabile è bene che salti al paragrafo successivo o se minore di 14 anni legga insieme ad un genitore.
Eccoci a Trogir che si pronuncia Troghir e i croati ci tengono a correggerti se sbagli. E’ la sera prima della viaggio di ritorno in aereo da Spalato. Abbiamo scelto Trogir per dormirvi più per la vicinanza con l’aeroporto, raggiungibile anche a piedi se non fosse per le valige, che per l’interesse turistico della cittadina di 12mila abitanti circa.
E’ l’ora del vespro, siamo alla ricerca di un bassorilievo ellenico del III secolo rappresentante il Dio greco Kairos (nella foto dipinto di Francesco Salviani del ‘500) raffigurato nella ricerca dell’istante propizio, del tempo giusto. Una campana di una chiesa suona, forse c’è la messa. Raggiungiamo la chiesa. Fuori su un cartello vi era scritto l’orario di visita, a quell’ora era terminato. Nel sagrato c’è la statua del martire Agostino Kazotic nato lì nel 1260 e morto in Italia a Lucera nel 1323. Si tratta di un convento, a memoria ricordavo di aver letto che Kairos si trovava in un monastero, così entriamo. Era invece la chiesa del convento di San Domenico, dove proprio in quel momento, a nostra insaputa, stava per iniziare un rito esorcista. Presenti una 40ina di persone che recitavano una sorta di litania, come quella che si dice dopo il rosario e che precede la celebrazione eucaristica. Ci sediamo tra i banchi sbirciando per scrutare il bassorilievo. Non c’è, non si vede. Deve essere nel convento adiacente? Decidiamo di partecipare alla messa, lo facciamo spesso, ed eventualmente al termine chiedere lumi sul bassorilievo. Chi scrive, tira fuori il taccuino e in attesa che iniziasse la messa inizia ad appuntare l’itinerario di viaggio che leggerete. Mentre mi accingo a scrivere, sento il ringhiare di un cane. “Caspita anche in chiesa portano questi cani!” penso tra lo stupore e la meraviglia; ma faccio presto ad accorgermi che ad emettere quel ringhiare era una donna, seduta sull’altra fila di banchi, tenuta per mano da altre due donne di cui una le assomigliava molto; doveva essere sua madre. In quel momento arriva sull’altare un parroco, col vestito talare e un grosso crocifisso di legno in mano. La messa non inizia ed il parroco inizia a dire pure lui la litania (per me incomprensibile perché recitata in croato) che tutti ripetono. Il ringhiare della donna aumenta, emette dei gemiti con un timbro di voce che mai penseresti potesse essere emesso da un essere umano, tanto più da una donna. Si dimena; viene trattenuta con forza dai suoi accompagnatori. Sputa, batte i piedi a terra, forse impreca in croato, francese “muà”. Il prete, imperterrito, continua con la litania. Dopo qualche dubbio, mi capacitai che, per caso, ero nel bel mezzo di un rito esorcista. “Ma vuoi vedere che si tratta di una setta? Delle deviazioni della Chiesa!”. Dalle mie parti, dei sacerdoti esorcisti sono stati arrestati. Poi mi rassicuro: “Non può essere, questa è una chiesa cattolica, siamo in pieno centro, sarà un esorcismo. Quanto può durare?”. Andare via mi sembrava poco indicato. Aspetto, era passata una mezz’ora dall’ingresso. Mentre penso a ciò, altre persone iniziano ad emettere dei gemiti, come fossero in agonia. Siamo sempre tutti seduti. La suggestione è tanta. Il mio battito cardiaco accelera, sento le gocce di sudore che mi scendono dietro la schiena. Sarei voluto uscire di corsa. I fedeli interloquivano nel rituale dettato dal sacerdote ed io sembravo come quel bambino, seduto ai primi banchi alla messa domenicale di mezzogiorno, che non sa quando alzarsi e si guarda costantemente intorno.
I gemiti, le urla, le lamentela della donna in particolare si facevano sempre più frequenti. Il prete smette di recitare quella che a me sembrava una litania e la situazione si calma. Scende dall’altare per riporre il crocifisso sulla testa dei fedeli, appoggiandovi la mano sulla spalla per uno, due minuti. Due persone salgono sull’altare e prendono due bottiglie d’acqua da un litro e mezzo e vanno via. Altre persone avevano nei banchi delle bottigliette d’acqua più piccole sigillate con della plastica trasparente. Il prete prosegue il giro. Alcuni, quando avvicina il crocifisso sulle proprie teste, iniziavano a rantolare a lamentarsi. Il prete si intrattiene di più e bisbigliava qualcosa, forse preghiere. Così benedisse ad uno ad uno la maggior parte delle persone, ma non tutte: quattro, cinque le saltò, tra cui la donna di prima quelle che le stanno a fianco, ed una dietro che pure iniziò a dimenarsi battendo i piedi a terra con forza. Il prete torna sull’altare e inizia una nuova preghiera. Tutti pregano ed aumentano le urla: sembravano imprecazioni i diverse lingue, sopratutto della donna che per prima aveva iniziato a ringhiare. Il prete alza le mani e sento le persone pregare con più vigore. Anche io inizio a recitare qualche preghiera, ma mi viene strozzata la voce in gola da un urlo forte detto in italiano “ZITTO”. La donna ce l’aveva col prete, forse era italiana: gli italiani sono soliti mischiare la superstizione con la fede. Intanto parlava ed imprecava in altre lingue a me sconosciute. Mi aveva zittito, dopo un po’ ritento nel dire qualche preghiera, ma stavo in confusione e non riuscivo a dire niente. La donna si lamentava e assieme ad essa anche altre persone, tra cui un’altra giovane che le stava dietro, che iniziò a battere vigorosamente i piedi a terra e a sputare. Tutti pregavano, il prete si rivolse direttamente alle due. Quella davanti sembrava calmarsi, ora era solo quella dietro che di dimenava, ma non più di tanto. Mi ricordo di una preghiera di famiglia, una preghiera di guarigione che una mia anziana parente usava per invocare l’intercessione di Gesù, di San Giovanni e della Madonna per alleviare i dolori dei sofferenti. Inizio a recitarla, quando arrivo verso la fine, vengo interrotto da un urlo straziante della donna che sembrava essersi calmata: “BASTA!”. Il prete iniziò quella che sembrava una filippica. Ripeto la preghiera che in quel contesto non ricordavo bene, non riesco mai a finirla per le urla, in particolare delle due donne, che ripresero in maniera vigorosa, mi interrompono. Poi tutte le persone congiungono le mani al petto ed io con loro. Le urla diminuiscono. La ragazza seduta dietro la donna che più si dimenava, sembra ritornare il sé, tenta di prendere la sua borsa caduta a terra. Dei rantoli di agonia provengono da più parti tra i partecipanti al rito. Allora il prete scende dall’altare con l’acquasantario e benedice tutti i fedeli ad uno ad uno. Solo la donna che per prima e più di tutte le altre si era dimenata, seppur sfinita, continuava nell’atteggiamento di sfida, di protesta. “BASTA” detto con arroganza, non di una persona sfinita che chiede la grazia sul patibolo. Il prete tornò sull’altare: ancora tre, cinque minuti di preghiera (sempre la stessa litania) ed infine la benedizione Padre, Figlio e Spirito Santo, che diversi fedeli ripeterono più volte. Infine il sacerdote salutò tutti con la mano e noi fummo tra i primi ad andare via.

Questa la cronaca. Per il resto, per cultura personale, sappiamo che gli esorcisti dicono che come esiste il bene, esiste pure il male. Che il bene assoluto è Dio, nella chiesa cattolica rappresentato dalla morale cristiana e dal mistero dello Spirito Santo. Il male non ha volto; può attecchire ovunque, facendo compiere il male con azioni e gesta. Vedi le guerre combattute anche in nome della religione in queste terre balcaniche. Gli esorcisti dicono che le persone che provano piacere per il male, per le sventure altrui sono potenzialmente più vulnerabili di chi vive con il bene della morale cristiana e crede in Dio. Ma il male tenta anche i Santi, lo stesso Gesù. Certo quando senti quel ringhiare, quei suoni emessi che hanno un qualche cosa di bestiale, di animalesco, la prima cosa che ti viene in mente è di trattare la cosa come un animale: scacciarlo, ucciderlo, insomma usare la violenza, fagli male; male contro male. Immaginiamo le povere donne portate al rogo nel Medioevo. Ma in questi riti esorcisti non funziona così: si usa la preghiera e il bene. Ora torniamo all’itinerario di viaggio.

Il mare della Dalmazia
Pensi alla Croazia e ti viene in mente un mare cristallino: ma non è sempre così. Le baie, le calate migliori si trovano sulla strada costiera, ma attenzione è difficile trovare spiagge sabbiose, sono quasi sempre ciottolose o di sassolini e, a pochi metri dalla riva, il fondale sprofonda. Quindi bisogna saper nuotare molto bene. Premettiamo che le coste e le isole italiane non hanno nulla da invidiare a queste di pari latitudine. Anzi, le Lipari, quelle dell’arcipelago campano-laziale sono tutt’altra cosa. L’Adriatico è un mare poco profondo e si riscalda prima del Tirreno. Già a luglio capita che l’acqua è infestata da alghe. Il mare della Croazia conserva comunque il fascino esotico, ma nel vero senso della parola: nulla ha di organizzato.
La Croazia è si in Europa, ma ha standard di organizzazione civile che lasciano molto a desiderare. Anche dal punto di vista di infrastrutture. Nonostante la tecnologia sembra di vivere gli anni ‘90 del nord Italia. A ciò aggiungiamo una sorta di declino strutturale: l’emigrazione giovanile sempre più massiccia verso l’Europa Centrale e gli Stati Uniti la rendono molto simile all’Italia Meridionale. Il flusso turistico viene sfruttato alzando i prezzi nel periodo estivo per ricavarne quanto più possibile; ma così facendo il turismo diventa di non ritorno. Infatti i numerosi italiani incontrati in giro, erano in maggioranza alla prima volta. Segno che non si ritorna facilmente. Non si parla italiano nelle località turistiche, anzi sembrano infastiditi dagli italiani, preferendo avere a che fare con i turisti slavi provenienti dalle nazioni dove il mare non c’è. Le maggiori città da Dubronik a Zara non sono molto distanti, ma i Bus che le collegano percorrono strade costiere e così da Sebenico a Zara che distano meno di 100 Km ci vuole più di un’ora e mezzo. Può capitare di viaggiare in piedi sui bus di linea e di incontrare autisti e bigliettai vestiti come camerieri :-)

Trogir
Trau in italiano, è una delle città veneziane meglio conservate. E’ in effetti un’isoletta collegata alla terra ferma da tre ponti, uno pedonale in legno. I tipici leoni arredano le piazze, le chiese. Trau fu fondata dai greci. Si trova a pochi km dall’aeroporto di Spalato e si vede. Gli aerei in fase di atterraggio sembrano lambire i tetti degli edifici più alti e dei campanili. Da visitare la collezione Kairos che si trova nel monastero di San Nicola, oggi abitato da tre monache di clausura benedettine. Poi c’è da vedere la cattedrale, la torre della cattedrale, la fortezza di Camerlengo costruita alla fine del 1400, il caratteristico centro storico, il porto battuto da navi da crociera, il parco botanico, la piazza della corte. Per il mare si può prendere un battello che ogni mezz’ora collega il porto con le spiagge della zona (costo 3 euro circa), oppure le spiagge possono essere raggiunte a piedi scollinando e percorrendo circa 2 km. La cittadina è molto piccola e può essere facilmente e senza fatica girata a piedi.

Sebenico
Sibenik è la prima città fondata da croati sulla costa adriatica. A differenza di altre località del litorale che vantano origini antiche, Sibenik fu fondata dopo quelle che i croati definiscono le migrazioni slave e che noi chiamiamo le invasioni barbariche. Più volte distrutta tra il XII e il XX secolo dalle dominazioni subite, la città ha conservato una ricca eredità storica. La città vecchia rientra tra i centri medievali più estesi e meglio conservati. Iniziatosi a sviluppare verso la fine del XIV secolo, fa parte dell’area tutelata che, dal 2000 è sito patrimonio dell’umanità dell’Unesco.
Il sigillo architettonico, in linea con le tendenze europee nell’architettura e nell’arte, fu apposto da Giorgio da Sebenico, uno dei più grandi architetti e artisti europei dell’epoca. I monumenti più celebri sono la cattedrale di San Giacomo, il grande Palazzo Municipale, la piazza rinascimentale, compresa tra i primi due e la fortezza di San Nicola.
La cattedrale è l’unico edificio monumentale costruito esclusivamente in pietra con un sistema di assemblaggio a secco. San Giacomo, il protettore dei pellegrini è molto venerato nella Dalmazia e l’Erzegovina. La cattedrale è stata ricostruita con lavori che sono durati 105 anni sui resti di un’antica chiesa romana, terminati ne 1555, l’architetto che la progetta è l’italiano Bonino da Milano; a finire i lavori Giorgio dalla Dalmazia che riprese le travate secondo il progetto originale. L’abbellimento degli interni lo si deve a Nicola da Firenze, allievo di Donatello, che porta all’interno lo stile rinascimentale italiano con decorazioni che hanno donato alla cattedrale l’aspetto attuale. Nel 2000 il monumento è entrato a far parte dei beni patrimonio dell’umanità (UNESCO). Ancora oggi si è alle prese con lavori di consolidamento, mai terminati dopo i danneggiamenti subiti nella guerra balcanica del 1990 contro la Serbia.
La vita a Sibenik è scandita dall’orologio del turismo. Quando a settembre vanno via i turisti, tutto si ferma; salvo riprendere le attività a giugno dell’anno. I prezzi come già accennato risentono del ricarico turistico, nonostante la Kuna (la vecchia Lira locale).
Non è consigliabile allontanarsi dal centro, perché subito si nota la desolazione, lo stato di abbandono. Dal porto per arrivare in centro il sottopasso è degno dei peggiori bronks (vedi foto). I centri commerciali ci sono, come in tutte le periferie, ed assomigliano a cattedrali nel deserto. I marciapiedi per i pedoni sono ridotti (come in Italia) all’essenziale, di piste ciclabili non ne abbiamo vista mai nessuna. Insomma ci assomigliamo molto da questo punto di vista. La città, trovandosi alla foce di un fiume dove il mare penetra nell’entroterra, non ha spiagge balneabili. L’unica si trova a nord del porto, ma buona giusto per darsi una ‘rinfrescatina’. Ma comunque Sebenico resta una bella città. Una delle più grandi della Croazia, che merita di essere visitata, almeno per un giorno.