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ALLARME DROGA TRA I GIOVANI

drogato(di Gianluca Martone) Nei giorni scorsi, una notizia è stata pubblicata su tutti i quotidiani nazionali e ha suscitato molte polemiche e contrarietà da parte dei cittadini. 218 parlamentari hanno proposto una normativa sull’uso della cannabis. Dopo questa sconcertante proposta, sul “Timone sono state pubblicate alcune reazioni da parte di autorevoli personaggi come Paola Ricci Sindoni, presidente di Scienza e Vita e Mineo, presidente del Centro di Solidarietà “Don Picchi”.
“Per la presidente di Scienza & Vita, Paola Ricci Sindoni, si tratta soltanto dell’“ennesimo atto di un’offensiva che perdura da anni, volta alla liberalizzazione delle droghe. Ma uno Stato che rende lecito un comportamento dannoso non fa il bene dei propri cittadini e di questo se ne deve assumere la responsabilità”. Sono noti gli effetti deleteri di questa droga – prosegue Ricci Sindoni – chiamata falsamente ‘leggera’ e l’espressione per ‘uso ricreativo’ è una ingenuità ipocrita che nasconde dietro le parole le drammatiche conseguenze del suo uso irresponsabile. Allo stesso modo, liberalizzare tout court evoca un messaggio pericoloso: che la droga non fa male e che lo spinello, in fondo, è innocuo. Una legge non dovrebbe forse avere anche un fine educativo?” Un conto è prescrivere farmaci cannabinoidi in determinate condizioni di gravi disturbi, tutt’altro è giocare in maniera volutamente ambigua con la scarsa dimestichezza dei non addetti ai lavori e contrabbandare la cannabis come panacea in grado di curare le più svariate patologie”, ha aggiunto la presidente di Scienza & Vita. Non è inusuale, soprattutto sui social network, leggere false informazioni ed esagerazioni legate alle proprietà terapeutiche della cannabis che ne dovrebbero favorire una pronta liberalizzazione, dimenticando che persino un banale antibiotico si assume solo sotto controllo medico. Intrecciare due livelli differenti – quello medico e quello legato all’uso indiscriminato della droga – serve solo a intorbidire la verità dei fatti avvolgendola in una sconcertante confusione”, ha poi concluso Ricci Sindoni.Secondo il presidente del Centro Italiano di Solidarietà “Don Picchi”,invece, la nuova proposta per legalizzare la cannabis è “demagogica e disastrosa” e “rischia di minare alla base la coesione sociale del Paese”. In questo momento – prosegue Mineo – l’Italia ha bisogno di un cambio di passo da parte della politica che rimetta al centro di ogni azione la persona umana con i suoi inalienabili diritti e non i proclami populistici e liberisti che non porteranno nulla di positivo se non una maggiore insicurezza e profondi conflitti sociali. Per questo motivo noi ci dichiariamo contrari alla liberalizzazione dell’uso di droghe di qualsiasi genere”. La legalizzazione delle droghe leggere – aggiunge il presidente del CEIS “Don Picchi” – avrà lo stesso effetto negativo del fenomeno del gioco d’azzardo e la crescita di nuove forme di povertà e di criminalità. Per questo motivo credo doverosa una riflessione da parte di chi è in Parlamento prima di prendere decisioni che rischierebbero altrimenti di aggravare ulteriormente la complessa situazione sociale ed economica in Italia”. Tutto questo se dovesse diventare legge, avrà a nostro avviso un alto costo sociale soprattutto perché aprirà idealmente la porta al consumo di droghe più pesanti e devastanti. In tale contesto, non può assolutamente passare l’idea che una consuetudine pur se sbagliata, come l’uso di cannabis, debba diventare legge”, ha poi concluso Mineo”.Per analizzare i gravissimi danni dell’uso della cannabis, che un gruppo nutrito di parlamentari vorrebbe legalizzare anche nel nostro Paese, è importante far riferimento ad un interessante articolo pubblicato lo scorso 24 aprile su “Tempi” e firmato dalla giornalista Benedetta Frigerio, nel quale si riportano i centinaia di ricoveri registrati in Alabama per uso di Spice, la cannabis sintetica.“A quattro anni dall’inizio della battaglia dell’Alabama alla cannabis sintetica, detta anche Spice, i numeri dei ricoveri per abuso di sostanze si sono impennati. Il ministero della salute statale ha dichiarato che, in un solo mese, sono stati registrati 462 accessi in ospedale per abuso di cannabis sintetica: 96 persone sono state ricoverate e due decedute. “Per favore non correte questo rischio. Non usate questi prodotti», ha implorato Mary G. McIntyre, vice capo dell’ufficio di stato sanitario per il controllo e la prevenzione. «Chi ne fa uso opta per questo tipo di marijuana come alternativa, pensando che sia più sicura», ma «il composto chimico ha dimostrato di colpire le stesse aree del cervello che vengono lese dalla marijuana (classica, ndr)». Steven Anderson, capo di polizia di Tuscaloosa, cittadina dell’Alabama con meno di 100 mila abitanti, ha parlato di «crisi di salute e sicurezza pubblica», dopo 24 casi di overdose da Spice registrati in solo 13 giorni dal 9 aprile. Nei pressi di Fairfield, paese di una decina di migliaia di abitanti, i casi di overdose riportati solo nella giornata di lunedì sono stati quattro. Come mai allora la droga continua a circolare? La tolleranza della cannabis negli Stati Uniti ha incrementato anche il commercio delle droghe sintetiche. Inoltre, le autorità fanno sempre più fatica a controllare tutte le droghe vendute online sottoforma di concimi, tabacco o sali da bagno. La prima volta che si parlò della Spice era il 2008 e da allora sono state registrate oltre 50 versioni diverse. Ma le tipologie continuano a incrementare”.Nel libro” Libertà dalla droga”, scritto dal medico Giovanni Serpelloni, attivo da trent’anni nell’ambito delle neuroscienze, con la collaborazione del giurista Alfredo Mantovano e del sociologo Massimo Introvigne e pubblicato dalla casa editrice Sugarco nello scorso mese di aprile, sono stati confutati tutti i punti di vista (giuridico, scientifico e sociologico), votati alla sistematica minimizzazione del problema delle droghe e favorevoli alla loro liberalizzazioni. Ecco alcuni passaggi significativi dell’opera.“Dagli studi scientifici esaminati, risultano evidenti le gravi conseguenze, ad oggi troppo sottovalutate, che possono comparire a seguito dell’uso di [cannabis] e dei suoi derivati. Tali conseguenze sono tanto più gravi quanto più precoce è l’inizio dell’assunzione e quanto maggiori sono la frequenza e la durata dell’uso Secondo uno studio longitudinale di coorte (1.265 soggetti: nascita-25 anni), condotto in Nuova Zelanda da Fergusson (2006), la variabile “età di inizio” gioca un ruolo chiave: a 15 anni coloro che consumano cannabis settimanalmente hanno una probabilità di passare all’uso di altre sostanze illecite 60 volte maggiore rispetto a chi non la usa; a 25 anni, la probabilità si abbassa a 4. (…) Anche considerando le variabili legate alla devianza sociale, chi usa marijuana ha 3-5 volte più probabilità di usare altre droghe illecite, rispetto a chi non la usa (Rebellon, 2006). (…)

Le alterazioni cerebrali Secondo Ameri (1999), la tossicità della marijuana è stata sottovalutata per molto tempo. Tuttavia, recenti scoperte hanno rivelato che il principio attivo della cannabis (Thc, ndr) induce la morte cellulare con restringimento dei neuroni e la frammentazione del Dna nell’ippocampo. Le evidenze in letteratura indicano che l’esposizione ai fitocannabinoidi può alterare la sequenza temporalmente ordinata di eventi che si verificano durante lo sviluppo dei neurotrasmettitori, oltre ad incidere negativamente sulla sopravvivenza e sulla maturazione delle cellule nervose. (…) L’uso prolungato di cannabis in adolescenza o nella prima età adulta è pericoloso per la materia bianca cerebrale secondo uno studio (Zalescky et al., 2012) che, per la prima volta, ha indagato specificatamente il suo impatto sulla connettività delle fibre assonali attraverso la risonanza magnetica. È emerso che la connettività assonale risulta compromessa nelle seguenti aree cerebrali: fimbria destra dell’ippocampo (fornice), splenio del corpo calloso e fibre commissurali che si estendono fino al precuneo. È stata inoltre riscontrata un’associazione tra la gravità delle alterazioni e l’età in cui ha avuto inizio l’uso regolare di cannabis. L’uso precoce e prolungato di cannabis risulta quindi particolarmente pericoloso per la materia bianca del cervello in fase di sviluppo, portando ad alterazioni della connettività cerebrale che, secondo gli sperimentatori, potrebbero essere alla base dei deficit cognitivi e della vulnerabilità ai disturbi psicotici, depressivi e d’ansia dei consumatori di cannabis. Sotto effetto della cannabis, l’attività cerebrale diventa scoordinata e imprecisa, portando a disturbi neurofisiologici e comportamentali che ricordano quelli osservati nella schizofrenia. È quanto afferma uno studio inglese condotto dai neuroscienziati dell’Università di Bristol, e pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience. (…)
Secondo uno studio (Heron J., Barker Ed., Joinson C., et al., 2013), volto ad indagare i fattori di vulnerabilità associati all’uso di cannabis, l’uso di cannabis sarebbe associato al disturbo della condotta, caratterizzato da comportamenti antisociali e da violazioni ripetute dei diritti fondamentali degli altri, oppure delle norme o regole della società. L’indagine è stata effettuata su un ampio gruppo di adolescenti (4.159 ragazzi di 16 anni, di cui 2.393 femmine) ed ha indagato fattori quali lo status socio-economico, l’uso di sostanze da parte della madre, eventuali problemi psichiatrici dei genitori e la presenza o meno di diagnosi di disturbo della condotta nei figli tra i 4 e i 13 anni. (…)
Gli studi sugli effetti cognitivi dell’uso di cannabis riportano deficit nell’attenzione sostenuta, nell’apprendimento, nella memoria, nella flessibilità mentale e nella velocità di processamento delle informazioni (Pope & Yurelun, 1996; Solowij et al., 2002). (…) Gli studi sugli umani indicano che più precoce è l’inizio d’uso di cannabis, maggiori e più gravi sono le conseguenze cognitive associate (Ehrenreich et al., 1999). (…)La demolizione della mente
L’uso persistente di cannabis tra gli adolescenti sotto i 18 anni porta ad un declino del funzionamento neuropsicologico, che persiste anche dopo aver interrotto il consumo della sostanza. Sono questi i risultati di uno studio (Meier et al., 2012) che ha indagato l’associazione tra consumo persistente di cannabis e declino neuropsicologico in 1.037 soggetti seguiti dalla nascita fino all’età di 38 anni. Sono stati valutati con test sull’attenzione, la memoria e l’intelligenza, quando avevano 13 anni, prima di un eventuale inizio d’uso di cannabis, e poi a 38 anni, dopo aver sviluppato una modalità di consumo persistente di cannabis. Dai risultati è emerso che l’effetto sul funzionamento neuropsicologico del consumo di cannabis era più dannoso se l’inizio d’uso della sostanza avveniva prima dei 18 anni, quando il cervello è ancora in fase di sviluppo. Inoltre, la cessazione del consumo di cannabis non ha pienamente ripristinato il funzionamento neuropsicologico tra coloro che avevano iniziato a consumare cannabis precocemente. (…)
Uno studio condotto dai ricercatori della Università di Leiden nei Paesi Bassi (Colzato L. et al., 2014) ha evidenziato che fumare cannabis può anche ostacolare la creatività. Dai risultati è emerso che i soggetti esposti ad alta dose di Thc mostrano prestazioni significativamente peggiori sul compito del pensiero divergente rispetto agli altri gruppi (bassa dose o placebo) e che nel gruppo esposto a bassa dose non si osservano differenze con il gruppo che aveva assunto placebo. I risultati suggeriscono che la cannabis danneggerebbe il pensiero divergente, peggiorando così le performance creative.
Il consumo di cannabis ha effetti molto gravi in età adolescenziale: studi recenti confermano che le alterazioni conseguenti all’uso di cannabis alterano la capacità dei neuroni di svilupparsi in maniera appropriata, con il risultato che il cervello di un adulto che da adolescente ha consumato cannabis risulta più vulnerabile ed esposto all’insorgere di disturbi mentali (depressione, psicosi e disturbi affettivi). (…)Uno studio condotto tra il 1992 e il 1998 in Australia ha dimostrato l’esistenza di una relazione tra l’utilizzo quotidiano di cannabis e l’insorgenza di depressione sia negli adolescenti che negli adulti (Patton et al., 2002) e di paranoia (Freeman D. et al., 2014). Questa associazione risultava più comune nelle donne piuttosto che negli uomini. In particolare, l’uso di cannabis nelle ragazze di età inferiore ai 15 anni aumentava in modo significativo il rischio di sviluppare idee o tentativi di suicidio nei 15 anni successivi. (…)
Con quale autorità?Nessun’altra sostanza al mondo, con queste caratteristiche così ben documentate da studi tanto autorevoli, verrebbe altrettanto classificata come “leggera” (…). È evidente che esistono altri fattori, al di là della razionalità e della semplice logica, che sottostanno alle ragioni di chi ritiene queste sostanze scevre da rischi e pericoli per la salute e promuove e pretende la loro esclusione dalla lista delle sostanze proibite. Questi fattori sono più di ordine ideologico e culturale, forse quasi antropologico, e quindi poco hanno a che fare con la semplice razionalità. Inoltre, non vanno dimenticati il grande business e i forti interessi economici che il nuovo mercato della cannabis è in grado di generare. (…)Nonostante la drammaticità di questa grave piaga sociale, non bisogna assolutamente dimenticare che la vita di ciascuno è saldamente nelle mani di Dio, come si puo’ desumere da questa significativa testimonianza di un ex tossicodipendente, salvato dall’infinita Misericordia di Dio.“Sono l’ultimo di otto fratelli. Mia mamma si ammalò di un forte esaurimento nervoso mentre io ancora mi agitavo nel suo grembo. Quando nacqui, non era già più nelle condizioni di prendersi cura di me, così lo fece mia sorella più grande. Ma quando partì per l’America, dopo aver preso marito, per me era ancora troppo presto. Avevo solo 11 anni ed ero bramoso di affetto materno. Mi sentii abbandonato e terribilmente insicuro, mi parve che il mondo con tutto il suo peso gravasse sulle mie spalle ancora troppa gracili. Mi sentivo schiacciato.
Un profondo senso di ribellione contro tutti e contro tutto cominciò ad albergare nel mio cuore. Non davo ascolto a mio padre e più lui cercava di correggermi, più reagivo con forza. C’era in me un fuoco di risentimento verso la vita che mi induceva a fare tutto il contrario di ogni cosa giusta.
Avevo solo 15 anni quando divenni capo di una banda di ragazzini del mio quartiere. Facevamo molte bravate e ce ne vantavamo. Poi venne la stagione delle discoteche, delle ragazze, del sesso e dell’alcol, tanto. Mi ubriacavo spesso.
Immancabile giunse l’appuntamento con la droga: dapprima lo spinello, poi gli allucinogeni e l’eroina. Il mio cervello era in frantumi almeno quanto la mia anima. La cocaina, infine, distrusse quel poco che rimaneva della mia integrità di uomo. L’odio per il mondo e per la vita era ormai divenuto odio contro me stesso. In fondo non facevo altro che distruggermi, dose dopo dose, buco dopo buco. Ma cercavo ancora, seppure in maniera maldestra, di mascherare il disastro che ero divenuto. Giorno dopo giorno bruciavo la terra attorno a me. Credo di aver ingannato tutti, amici, parenti, familiari e quindi cresceva a dismisura tutto intorno il deserto. A questo punto la droga mi serviva per sentirmi in quello stato di torpore che ti impedisce di pensare e di riconoscerti per quello che sei diventato, una larva. Da fanciullo educato alla fede cristiana, ero divenuto un adoratore del diavolo, di un dio che chiamavo Eroina. Ero a meno di un metro dall’inferno.
Oggi riconosco i grandi sforzi fatti da mio padre per aiutarmi, dissuadermi, correggermi, amarmi. Ma a nulla valsero. Non so più in quante comunità terapeutiche ho soggiornato e da quante sono scappato. Ero in un vicolo cieco. Non ero più padrone di me. Più che l’alcol e la droga, il vero problema, comunque, ero io stesso.La droga aveva, nei lunghi anni di abuso, corroso ogni cosa. Non sapevo più gioire e non sapevo più piangere. I momenti di lucidità erano talmente insopportabili che diverse volte ho tentato il suicidio. Oggi so che qualcuno mi proteggeva. Mi somministravo la morte a piccole dosi quotidiane, eppure ero terrorizzato dalla morte. Diverse volte sono stato in coma per overdose.
Non saprei dire come, né saprei ripetere le parole, ma nel mio cuore doveva esserci un grido soffocato di aiuto simile a una preghiera. “Ti prego, soccorrimi Signore. Donami la pace e fammi provare quella gioia di vivere che mi é sconosciuta!”
Dio rispose, e lo fece attraverso mio padre. Lui non aveva mai smesso di pregare per me. Fu lui a propormi di entrare in una comunità di recupero che aveva una forte enfasi di fede cristiana. “Papà portami pure in questo centro. Per me soltanto Dio, se esiste, può fare qualcosa.” Qui conobbi non solo una comunità di ragazzi col mio stesso problema, ma anche una comunità spirituale, di persone sinceramente convinte dell’aiuto di Dio. Ero attratto da quella forte tensione spirituale ma non capivo fino in fondo da dove venisse. Avevo fede, ma ero ancora incredulo. Qualcuno a cui mi rivolsi mi parlò con semplicità e convinzione di Gesù. “Quello che non puoi fare con le tue forze lo può Gesù per te!”. Cominciai una lunga, reiterata e ostinata preghiera. Volevo che Gesù operasse anche in me come in quei ragazzi. Stentavo a credere che avrebbe potuto rimettere assieme i pezzi della mia vita. Fu così, forse per la prima volta, che mi resi conto del male che avevo fatto a tante altre persone. Molti avevano patito a causa mia. Ma questo pensiero non mi distruggeva. La consapevolezza del peccato cresceva di pari passo con quella della Grazia. Dio mi voleva bene. Non si era stancato di me. Aveva continuato ad amarmi anche quando non mi amavo neppure io stesso. È stato per la sua vicinanza se ho potuto sopportare la paralisi delle crisi di astinenza. Lui, soltanto lui era capace di spegnere il fuoco che ardeva nel mio corpo, che bruciava le vene mentre le ossa erano pesanti come il piombo. Dio ha agito, certo, ma lo ha fatto attraverso molti di quei ragazzi che erano passati per quella stessa angusta strada. Erano per me come una schiera di angeli mandati a soccorrermi, giorno e notte.
La fede dei primi passi cominciò a diventare cammino quotidiano nella lettura della Parola di Dio, nella preghiera personale. Così l’antica storia di quel figlio, di cui narra la parabola, che parte per un lungo viaggio nel quale si perde, acquistava per me un significato biografico. Dio era proprio quel padre paziente e amorevole rimasto alla finestra ad aspettare il mio ritorno.
Da allora la presenza spirituale del Signore ha preso a medicare e curare le mie piaghe. La lunga malattia dell’anima aveva lasciato ormai posto alla stagione della convalescenza e della piena guarigione. Nessun medico e nessuno psichiatra aveva potuto affrancarmi da quei 22 anni di vita dissoluta vissuta alla mercé della droga. Il Signore l’ha fatto. L’ha potuto per mezzo del suo amore. L’ha compiuto mettendo in me la fede. L’ha realizzato donandomi dei fratelli. Ed oggi il più grande desiderio che ho nel cuore é quello di sapermi nelle sue mani uno strumento di aiuto per tanti altri ragazzi come me. Il mio desiderio è quello di vederli un giorno liberi dalla droga vivendo una vita con la pace, la gioia e l’amore di Dio che si può ottenere solo attraverso Suo Figlio Gesù”.