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Accorpare le diocesi? Basta che i pastori “puzzino di pecore”.

Giuseppe Pace. PADOVA. L’Ambiente religioso italiano contemporaneo è stato descritto bene dal mio omonimo, Enzo Pace, prof. di Storia delle Religioni all’Università di Padova. Di recente ha fatto una mappa delle diverse religioni professate e praticate in Italia, dopo l’afflusso degli immigrati. La religione non si studia però con la scienza, né la scienza può essere religione. Un po’ come l’amore, esaminato e descritto da Piero Angela in un suo libro, edito da Mondadori. Egli dice che la scienza dell’amore è una spinta della forza universale della procreazione, ma aggiunge che l’amore in fondo non è comprensibile bene, né l’amore può essere scienza. Sempre utile però è tentare di approfondire il problema aperto del “libero Stato in libera Chiesa”. Ricordo il partigiano Presidente della Repubblica, S. Pertini, affermare ”i preti devono predicare in chiesa, non fuori”. Invece vicino Milano un trentennio fa, sentivo volentieri delle omelie sociali di preti che”puzzavano di pecore”, cioè erano dalla parte degli indifesi, dei poveri degli immigrati, degli ultimi insomma. Come interessanti trovo il ministro del lavoro del Vaticano, presente spesso sui media molisani e nazionali, del pastore di anime dell’arcidiocesi di Campobasso-Bojano. Egli fa parlare di se sempre in modo positivo e da tutti i media di qualunque linea politica editoriale. Vuol dire che sa essere pastore tra i pastori del Sannio nostrano. Ma leggiamo cosa ha detto l’arcivescovo G. M. Bergatini in merito all’inquinamento territoriale di Sassinoro:«Come mamme sannite, e gente del Sannio, alla luce del Magistero di papa Francesco, continuate a lottare per la difesa del vostro meraviglioso territorio dai devastanti progetti di collocazione, a Sassinoro, della mega discarica per smaltire i rifiuti del napoletano». Leggiamolo, invece, in merito all’immigrazione:” in una bellissima cornice di fedeli che hanno riempito l’antica cattedrale di Bojano, 23 migranti, ospiti dei centri di accoglienza bojanesi, hanno ricevuto il sacramento del battesimo dall’arcivescovo Giancarlo Maria Bregantini. Due bambini, un maschietto e una femminuccia, rispettivamente di sei mesi e un anno e mezzo, il primo nato presso l’ospedale di Campobasso e l’altra a Cagliari, sono stati battezzati, mentre per i 21 adulti, in gran parte provenienti dalla Nigeria, non avendo i documenti è stato confermato il battesimo e contestualmente hanno fatto la cresima e la comunione. «Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca (cfr Mt 25,35.43). Il Signore affida all’amore materno della Chiesa ogni essere umano costretto a lasciare la propria patria alla ricerca di un futuro migliore». È stato questo il messaggio di papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato 2018, che tutte le diocesi italiane hanno celebrato ad inizio anno. Anche l’arcidiocesi Campobasso-Bojano ha celebrato tale giornata attraverso due momenti significativi: uno liturgico, l’altro sociale e culturale. Domenica mattina del 14 gennaio scorso, presso l’antica cattedrale di Bojano sono stati presentati i 21 giovani africani che a novembre avevano iniziato il percorso religioso per ricevere i sacramenti, culminato, appunto ieri, con la celebrazione della funzione religiosa presieduta da monsignor Bregantini durante la quale hanno ricevuto i sacramenti. I giovani migranti durante il corso di catechismo tenutosi presso la parrocchia di Monteverde sono stati preparati da don Filippo, un prete nigeriano che vive a Roma, il quale ogni sabato ha raggiunto Bojano, coadiuvato nel compito da don Adriano Cifelli incaricato diocesano per la “pastorale dei migranti”. Fa piacere leggere il suo richiamo al Sannio, vuol dire che legge la Storia delle diocesi che vive da uomo del nostro tempo. Il Sannio Pentro è la mia tera di nascita e d’estate frequento volentieri, con Goffredo Anacleto Del Pinto, Nicola Romano, ecc.. lo storico Caffè dei Pentri a Bojano (CB). Interessanti ed utili sono stati altri pastori attivi come don Milani, don Riboldi, don Peppe Diana, e cosi via. Questi hanno fatto del bene all’ambiente sociale italiano, mentre non sempre lo sanno fare altri pastori spesso barcollanti sotto il peso delle responsabilità e a volte in preda ai vizi meno edificanti delle virtù. Forse le gravi carenze di preti, di soldi, di praticanti la religione, di vertiginoso aumento della secolarizzazione o indifferenza al sacro e così via, sono alla base della rinnovata volontà dello Stato del Vaticano di ridurre e rivedere le “sue” diocesi. Della riduzione delle diocesi italiane si parla da decenni e Francesco, il papa francescano, proveniente non a caso dagli oltre 450 milioni di cattolici dell’America Latina, con una certa sorpresa, sollevò la questione nel primo incontro che ebbe con i vescovi italiani il 23 maggio 2013, due mesi dopo la sua elezione. Bergoglio accennò al “lavoro di ridurre il numero delle diocesi tanto pesanti”, inviando un preciso monito alla Cei e riportando in agenda l’argomento. Il cardinale Angelo Bagnasco pochi giorni dopo spiegò ai giornalisti che da almeno due anni la Cei aveva inviato alla Congregazione dei vescovi, competente della materia, uno studio con i criteri per un’eventuale riduzione. E commentò: “Se il Papa è convinto della necessità di una riduzione su questa base potrà decidere”. In Italia ci sono 226 diocesi, un’anomalia assoluta confrontando con il resto del mondo. Prima della fusione e dell’accorpamento di molte piccole diocesi, che pure suscitò proteste, circa 30 anni fa le diocesi erano 325. Ma la necessità della riduzione non è nuova e venne posta con particolare forza per la prima volta nel 1929. Mussolini aveva pattuito una riduzione per renderla pari alle province con l’evidente intento di far coincidere l’Italia civica con l’Italia sacra per facilitare ai prefetti il controllo della Chiesa. A. Bobbio su Famiglia Cristiana scrive:” Verso la riduzione delle diocesi italiane: nuovo piano vaticano”. La storia ci suggerisce di rivedere anche la clausola all’art. 16 del Protocollo lateranense. Paolo VI nel 1964 riprese la questione, parlando all’assemblea dei vescovi di “eccessivo numero delle diocesi”. Dopo le parole di Montini la Cei costituì una commissione detta “dei Quaranta”, che elaborò un progetto di riduzione tra 118 e 122. E’ uno studio di 2800 pagine, che il 1 luglio 1968 venne consegnato alla Congregazione dei vescovi. Ma , secondo quanto ha scritto la rivista Jesus nel 1986, che ne rivelò tutti i dettagli, le pressioni contrarie del governo italiano furono tali per cui quel progetto finì chiuso a chiave negli archivi. Venne anche votato dai vescovi italiani: 169 a favore, 51 con riserva, mentre 70 lo respinsero in blocco. Nel 1986 venne fatta una fusione di molte piccole diocesi attraverso accorpamenti, ma con proteste e manifestazioni. All’epoca il Segretario della Congregazione dei vescovi mons. Moreira Neves scrisse sull’Osservatore Romano presentando la riforma parziale che 119 è il numero delle diocesi italiane “ritenuto molto vicine all’ideale”. Probabilmente ora si è arrivati alla stretta finale e una riforma potrebbe essere alle porte. Al Consiglio permanente si sono affrontati molti temi anche di carattere sociale come “l’umiliazione dei giovani esclusi dal lavoro e degli adulti che l’hanno perso, le condizioni di povertà e di solitudine provate da tante persone, la persecuzione dei cristiani e di altre minoranze, il dramma dei migranti e la riduzione dell’impegno condiviso dell’accoglienza”. I vescovi hanno confermato l’impegno a continuare “una pastorale di prossimità a chi è nella fatica, oltre all’incoraggiamento perché non venga meno la fiducia”. Le priorità dell’agenda dopo il Convegno ecclesiale di Firenze sono state indicate in “famiglia, scuola e poveri, terreno di quella missionarietà che trova nell’educazione la propria finalità”. Il Consiglio ha deciso anche di rilanciare il “Progetto culturale” a suo tempo avviato dal cardinale Camillo Ruini. Si è parlato anche della riforma del processo matrimoniale canonico, che vede i vescovi coinvolti in prima persona dopo la pubblicazione del Motu proprio di Papa Francesco e prevede semplicità e celerità dei processi e gratuità. Nel Comunicato si sottolinea che le nuove disposizioni hanno trovato “la convinta adesione di tutto il Consiglio Permanente” e che è stata riconosciuta “l’opportunità che nell’attuazione della riforma siano ricercate a livello di Regione ecclesiastica soluzioni condivise in merito all’impiego, all’eventuale ricollocazione e alla giusta retribuzione degli operatori impegnati nei Tribunali ecclesiastici. La Conferenza Episcopale Italiana assicura l’impegno a valutare l’entità e le condizioni del proprio contributo economico perché sia attuato il principio della giustizia e della gratuità delle procedure. Verrà, quindi, modificata, in sede di Assemblea Generale, la normativa Cei sul regime amministrativo ed economico dei tribunali”. Il francescano e carismatico Francesco, il Papa della misericordia, dice: “…E la terza preoccupazione è la riduzione e accorpamento delle diocesi. Non è facile, perché, soprattutto in questo tempo… L’anno scorso stavamo per accorparne una, ma sono venuti quelli di là e dicevano: “E’ piccolina la diocesi… Padre, perché fa questo? L’università è andata via; hanno chiuso una scuola; adesso non c’è il sindaco, c’è un delegato; e adesso anche voi…”. E uno sente questo dolore e dice: ”Che rimanga il vescovo, perché soffrono”. Ma credo che ci sono delle diocesi che si possono accorpare. Questa questione l’ho già sollevata il 23.05.2013, ossia la riduzione delle diocesi italiane”. Quando insegnavo spesso precisavo agli studenti le differenze tra le monarchie (lo Stato del Vaticano è una Monarchia), e le varie repubbliche. Lo Stato del Vaticano nasce e si rafforza con Gregorio Magno (uomo colto e servus servorum Dei, che a differenza di molti vescovi, che scrivo nulla o poco e solo di chiesa, scriveva anche di cose esterne, tanto che Dante lo menziona bene nella sua Commedia …Divina) raggiunge un primo apice organizzativo a livello planetario. Bisogna attendere il 1929, con i Patti Lateranensi, per scandire un’altra tappa importante delle relazioni tra lo Stato Italiano e quello del Vaticano. Le diocesi sono basate ancora su antichi confini dei consolati di Roma caput mundi, dicono alcuni esperti. La Diocesi di Padova o Diocesisis Patavina tra le 226 esistenti è una delle più estese, è una sede della Chiesa cattolica in Italia suffraganea del patriarcato d Venezia appartenente alla regione ecclesiastica Triveneto. Nel 2013 registrava 1.008.112 battezzati su 1.076.954 abitanti. All’energico patavino, Antonio Mattiazzo, che è stato pastore per 26 anni, gli è succeduto il calmo mantovano, Vescovo Claudio Cipolla, che tra i tanti problemi ha dovuto risolvere, su sollecitazioni dalla Santa Sede anche, casi gravi di “degenerazione” interna come il prete della cittadina parrocchia patavina di San Lazzaro, Contin, ed altri, che… correvano dietro le sottane! Il territorio diocesano è variato nel corso del tempo, come per gran parte delle diocesi italiane e straniere (lo Stato del Vaticano è il più piccolo e potente del mondo, è un faro di civiltà nel caos delle idee moderne ed antiche, non sempre è un faro oscurantista come pensano altri capi religiosi, gli atei e altri secolarizzati o indifferenti al religioso o al sacro). La diocesi di Padova è, attualmente, molto estesa e non copre solo quello della popolata provincia padovana, ma comprende anche i 7 comuni dell’Altopiano di Asiago la maggior parte dei comuni della Riviera del Brenta e quelli dello storico monte Grappa, toccando perfino la città metropolitana di Venezia (36 parrocchie) e le province di Vicenza (78 parrocchie), Treviso (13 parrocchie) e Belluno (15 parrocchie). La sede vescovile è a Padova e il territorio è suddiviso in 459 parrocchie, raggruppate in 38 vicariati. La Basilica di Sant’Antonio non è compresa nel territorio diocesano, ma dipende direttamente dalla Santa Sede. Essa fu iniziata nel 1232 per custodire la tomba del frate francescano Antonio (morto all’Arcella di Padova nel 1231 proveniente malato da Camposampiero), sorge nel luogo ove già dal 1110 esisteva una chiesa dedicata a Maria poi inglobata nella Basilica come Cappella della Madonna Mora. Nel 1229 era sorto accanto alla chiesetta il convento dei frati fondato probabilmente dallo stesso Sant’Antonio. L’altare maggiore della Basilica del Santo, più volte descritto dal mio ex collega, W. Visentin, che vi portava gli studenti in visita e una volta insieme abbiamo visitato prima l’Orto Botanico, da me proposto e agli studenti, e poi la Basilica con l’Altare Maggiore in modo speciale, che è preceduto da una balaustra in marmo rosso (1661) con le statue della Fede, Carità, Temperanza e Speranza di Tiziano Aspetti (1593). Alle pareti dodici bassorilievi in bronzo che rappresentano scene dell’Antico Testamento di Andrea Briosco e Bartolomeo Beliamo. L’altare maggiore, al centro di un’abside ampia circondata da un deambulatorio che porta alla Cappella del Tesoro, è uno dei monumenti più prestigiosi della Basilica, nonché uno dei punti di riferimento del Rinascimento italiano. L’altare fu ideato ed eseguito tra il 1443 e il 1450 da Donatello che fu anche autore delle sculture in bronzo dorato che adornano l’altare. Nel 1591 i bronzi furono smontati e smembrati, ma nel 1895 vennero recuperati e inseriti grazie al restauro di Camillo Boito.Un grande Crocifisso sovrasta la Madonna col Bimbo seduta in trono, circondata dalle statue dei Santi protettori di Padova, Giustina, Antonio, Daniele e Prosdocimo, e dai Santi Ludovico e Francesco. Di Donatello è anche, dietro l’altare, la Deposizione in pietra, mentre il monumentale candelabro (1507-1515) con figurazioni sacre e allegoriche a sinistra è di Andrea Briosco, autore pure di due tra i bassorilievi biblici bronzei alle pareti. Del complesso della Basilica del Santo sono interessanti da vedere i chiostri del convento: il Chiostro del Noviziato, quattrocentesco, che reca monumenti di Giovanni Minello e Andrea Briosco, il Chiostro del Capitolo o della Magnolia (monumentale è l’esemplare bicentenario di pianta della specie Magnolia grandiflora), ricco di ricordi marmorei, che corrisponde al nucleo originario del cenobio, da cui si accede al Chiostro del Generale (attualmente ospita la mostra delle scarpe dei pellegrini tra cui le cioce che ricordano i pastori transumanti di dannunziana memoria), in stile gotico, un tempo detto del Refettorio, che conserva tra gli altri il bassorilievo tombale di Giacoma Leonessa, moglie di Erasmo da Narni, detto il Gattemelata- Magnifica è la statua bronzea di Donatello dedicata al Gattamelata e posta avanti, a destra, della Basilica-e il Chiostro del Museo Antoniano che ospita le pale d’altare del Tiepolo ed altri capolavori artistici. Nei chiostri entrano le folle di pellegrini ed alcuni, come me, ammirano anche la statua bronzea di Lorenzo Quin, uno dei tanti figli del famoso attore, che raffigura Sant’Antonio che sorregge con un dito un bimbo proveniente dal cielo (vedere fotografia). Il pavimento della Basilica ha fossili di Ammoniti, da me pubblicati, per la prima volta, su di un media. La Basilica di Sant’Antonio non è compresa nel territorio diocesano poiché è direttamente soggetta alla Santa Sede: è rappresentata da un delegato pontificio, carica attualmente ricoperta dal trevigiano arcivescovo Fabio Dal Cin, delegato pontificio del santuario della Santa Casa, subentrato alla rinuncia di mons. Giovanni Tonucci che era subentrato alla rinuncia del vescovo pavese Vittorio Lanzani. La diocesi di Padova è presente con propri missionari fidei donum nei seguenti Stati: Brasile dal 1951, Ecuador dal 1957, Kenya dal 1959 (vescovo patavino Luigi Paiaro a Nyahururu) ed Etiopia dal 2017. La Chiesa di Padova è inoltre il principale sostenitore della missione triveneta in Tainlandia (oggi ricca di martiri cattolici, che il successore di Francesco andrà forse a santificare analogamente a come fatto in Corea del Sud) iniziata nel 1997. Della magnificenza della Basilica del Santo e della diocesi di Padova, il patavino storico di Roma per antonomasia,Tito Livio, sicuramente sarà soddisfatto, nell’al di là, dopo aver tanto scritto e osannato Roma repubblicana, non monarchica né imperiale. Gli storici fanno corrispondere i confini delle diocesi con quelli dei municipia romani del V sec d.C. dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, ma già con Costantino le diocesi presero forma embrionale. La Diocesi della città di Tito Livio era di Patavium e Ateste e, nel primo periodo, di Vicentia, il che giustificherebbe l’appartenenza al territorio dell’Altopiano di Asiago. Il primo dato certo riguardo ai confini risale però all’897, quando il re d’Italia Berengiario del Friuli donò al suo cancelliere, il vescovo Pietro, la vasta corte di Sacco, che comprendeva tutta l’area sudorientale dell’attuale provincia di Padova. Un escursuc storico permetterebbe di capire oggi la diocesi perchè è così, ma sarebbe troppo lungo, mi limito a dire che con la bolla De salute Dominici gregis del 1818 si stabilì il passaggio dalla diocesi di Padova a quella di Vicenza delle parrocchie pedemontane di Breganze, Friola, Marostica, Mason, Molvena, Nove, Pianezze, San Cristoforo e San Lorenzo, Schiavon e Villaraspa, mentre Padova ricevette in cambio Villa del Conte, Sant’Anna Morosina, Onara, Cittadella, Rossano, Lozzo e Selvazzano. Padova ricevette inoltre dalla diocesi di Feltre la parrocchia di Primolano, da quella di Adria Barbona e da quella di Verona Cinto Euganeo. Per effetto di tali aggiustamenti, la diocesi che prima si componeva di due zone non contigue assunse l’attuale conformazione “a clessidra”, con Cittadella a fare da congiunzione fra la zona alta e quella bassa. La fondazione della chiesa di Padova è, per tradizione, attribuita a San Prosdocimo che, inviato da San Pietro, avrebbe iniziato l’opera di evangelizzazione e di organizzazione ecclesiastica dell’entroterra veneto, opera continuata dai suo successori, i santi Massimo e Fidenzio; figura di grande rilievo nella prima storia cristiana di Padova è la conversione della giovane Giustina, martirizzata durante le persecuzioni di Diocleziano. Recenti studi tendono a ricondurre la fondazione della cattedra patavina e di una definita formazione ecclesiastica attorno al 250. Alla metà del IV sec. fu ospite a Padova, alla sede del vescovo Crispino, Atanasio di Alessandria (teologo greco,vescovo e papa copto); mentre, nel successivo concilio di Aquileia del 381, era presente un certo Giovino, che alcuni studiosi identificano come vescovo di Padova. Di Padova c’è da ricordare che durante il periodo del prof. Galileo Galilei, 1592-1610)il vescovo locale era sostenitore del sistema eliocentrico, dunque un galileano e il Vaticano lo tollerava perché la Repubblica di Venezia li proteggeva entrambi a Roma. Padova moderata votò per il mantenimento della Monarchia dei Savoia e non la Repubblica, come, invece, votò Repubblica gran parte del Nord Italia. Altro fatto patavino di rilievo è che nel 1677 una donna ebbe l’ardire di fare domanda per addottorarsi in teologia, ma il cancelliere dello Studio padovano, il cardinale Gregorio Barbarigo, oppose un fermo rifiuto alla sua richiesta. Grazie alla mediazione di Rinaldini, Elena Lucrezia Cornaro potè infine laurearsi il 25 giugno 1678 in filosofia, e non dunque in teologia, come inizialmente desiderato. Elena, che aveva condotto i suoi studi interamente a Venezia, si trasferì a Padova solo dopo la laurea, andando ad abitare a Palazzo Cornaro, vicino al Santo. La sua costituzione, già debole, era stata messa alla prova dallo studio e dalle macerazioni ascetiche; si ammalava di frequente e anche per lunghi periodi, fino a morire nel luglio del 1684. Venne sepolta nella chiesa di Santa Giustina a Padova. Di questo luogo patavino o Basilica del Santo per antonomasia dei padovani, hanno scritto in molti e tra tutti anche il mio omonimo Enzo Pace, che insegna Storia delle religioni alla locale Università. Egli ricorda i pellegrini che incontrava e che gli chiedevano la posizione del santuario patavino, all’inizio della sua migrazione dall’Abruzzo alla sua come la mia Padova adottiva ed elettiva. Il mio omonimo oltre al saggio su Padova ha scritto molto di religioni a confronto ed anche la mappa diversificata delle religioni praticate in Italia dopo la grande migrazione di stranieri provenienti da ogni parte più povera del pianeta Terra, come i pellegrini cattolici della Basilica del Santo portoghese, adottato dai padovani dal XIII secolo. La venerazione di Sant’Antonio è dappertutto, ricordo la molto simile basilica esistente a Istanbul voluta ed edificata da un frate veneto. In Argentina come in Romania il Santo taumaturgo padovano, Dottore universale della Chiesa, è venerato da secoli. Pare che solo negli ultimissimi anni Sant’Antonia sia stato sorpassato da Padre Pio per il numero di fedeli. Il 13 giugno di ogni anno alla storica processione patavina sono più i forestieri che gli indigeni, fatta l’eccezione delle congregazioni che seguono ordinatamente l’itinerario cittadino della processione, una delle poche esterne del nord Italia, mentre nel Mezzogiorno è quasi normale la processione esterna alle chiese con noti fatti di cronaca, purtroppo, in Calabria come in Sicilia o anche altrove. Questo Papa dovrebbe beatificare anche don Peppe Diana, ucciso da sicari della camorra nella Terra dei Fuochi casertana perché era un prete non secolarizzato o indifferente al sacro fattivo socialmente e “puzzava moltissimo di pecore”! In territorio casertano, purtroppo, tutti vedevano, ma tutti tacevano dell’inquinamento dei Casalesi, compresi i vescovi che non”puzzavano affatto di pecore”. L’attuale Papa, come i precedenti, pur in presenza di gravi carenze di preti, non si è uniformarsi ai fratelli religiosi ortodossi (diffusi in Russia, Romania, ma non in Ungeria dove i niopti di Attila sono tutti cattolici anche quelli in Transilvania) e protestanti (metà tedeschi e gran parte delle anime del centro-nord Europa e nord America) e permettere il matrimonio dei sacerdoti. Adesso si ricomincia con le diocesi da accorpare:”Si tratta certamente di un’esigenza pastorale, studiata ed esaminata più volte – voi lo sapete – già prima del Concordato del ’29. Infatti Paolo VI nel ’64, parlando il 14 aprile all’Assemblea dei vescovi, parlò di “eccessivo numero delle diocesi”; e successivamente, il 23 giugno del ’66, tornò ancora sull’argomento incontrando l’Assemblea della CEI dicendo: «Sarà quindi necessario ritoccare i confini di alcune diocesi, ma più che altro si dovrà procedere alla fusione di non poche diocesi, in modo che la circoscrizione risultante abbia un’estensione territoriale, una consistenza demografica, una dotazione di clero e di opere idonee a sostenere un’organizzazione diocesana veramente funzionale e a sviluppare un’attività pastorale efficace ed unitaria”. Fin qui Paolo VI. La chiesa di Roma attraversa un’epoca di secolarizzazione spinta. Le cause sono molte, ma ciò che si registra è l’indifferenza al religioso di centri di metropoli e città medio-grandi. Eppure la Cattolica è tra le religioni, secondo lo scrivente, quella meglio diffusa e moderna del globo con oltre 1,4 miliardi di fedeli, teoricamente. Ma lasciamo parlare ancora Papa Francesco: ”Quindi stiamo parlando di un argomento datato e attuale, trascinato per troppo tempo, e credo sia giunta l’ora di concluderlo al più presto. È facile farlo, è facile… Forse ci sono un caso o due che non si possono fare adesso per quello che ho detto prima – perché è una terra abbandonata –, ma si può fare qualcosa.” Papa Francesco assemblea generale della CEI 21/05/2018 “Riordino delle diocesi in Italia: status quaestionis!” Alcune cifre sulle diocesi– Ai tempi del Concilio Vaticano II erano 325.– Nel 1986 viene ridotto il numero di quasi 100, attraverso l’accorpamento tra di loro di diverse piccole diocesi. Il Segretario della Congregazione per i Vescovi ha voluto allora ricordare che 119 era il numero ritenuto molto vicino all’ideale. Oggi giorno sono ancora 226. Si è arrivati ad un numero alto di diocesi in Italia, in confronto con il resto del mondo, per ragioni storiche molto diverse. Concilio Vaticano II: il decreto Christus Dominus (n. 22) si era soffermato sulla necessità di rivedere ovunque i confini delle circoscrizioni. Interventi di Paolo VI nei discorsi alla Cei che rilevò “l’eccessivo numero delle diocesi” in Italia. “Sarà quindi necessario ritoccare i confini di alcune diocesi; ma più che altro si dovrà procedere alla fusione di non poche diocesi, in modo che la circoscrizione risultante abbia un’estensione territoriale, una consistenza demografica, una dotazione di clero e di opere, idonee a sostenere un’organizzazione diocesana veramente funzionale, e a sviluppare una attività pastorale efficace ed unitaria. L’operazione è certamente difficile, ma non dovrebbe suscitare il panico e l’opposizione”. Lo studio di una commissione in seno alla Cei, voluta da Papa Paolo VI, ha ideato un progetto di riduzione a 118-122 diocesi e fu consegnato alla Congregazione per i Vescovi nel 1968, poi votato a maggioranza dai vescovi italiani, ma alla fine non attuato. Nel 1986 il numero delle diocesi è stato ridotto di quasi 100, attraverso l’accorpamento di piccole diocesi tra di loro. Sarebbe sorprendente se anche la piccola diocesi di Alife-Caiazzo venisse accorpata, magari alla più grande e consorella diocesi di Napoli. Analogamente fu fatto con la diocesi di Bojano (CB) tempo fa quando fu accorpata a Campobasso, dove c’è l’attivo pastore nativo del Trentino, G. M. Bergantini, ed anche ministro della pastorale del lavoro del Vaticano. Ill vescovo ha tenuto una intensa ed appassionata catechesi sull’enciclica Laudato Si, come cartha magna nella difesa del nostro territorio nelle aree interne. Il Vescovo ha esposto le 6 parole che l’enciclica ci lancia, per la difesa del Creato: consapevolezza della grave situazione; armonia nel verginale sogno di Dio sul creato; responsabilità nell’evidenziarne le radici etiche; la preziosità di una nostra ecologia integrale dove il grido del creato si unisce al grido dei poveri scartati; la necessità di scelte politiche alternative, anche a livello locale, d’intesa tra le due Regioni vicine. Infine, il compito educativo, che avvolge ogni cittadino, per vivere il decalogo della cittadinanza ecologica (uso di poca plastica, consumo misurato di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare quanto basta, cura di tutti gli esseri viventi, trasporto pubblico o auto in condivisione, piantare alberi, spegnere luci inutili, riutilizzare e nuovo stile di vita). Alla catechesi, inoltre, si è unito la significativa testimonianza di padre Alex Zanotelli, della comunità di Napoli, comboniano, eroico missionario, testimone credibile di tante battaglie, specie in relazione al tema dell’acqua. Il ministro del Vaticano nell’arcidiocesi CB-Bojano, Bergantini, si può anche non condividere per essere stato un Sessantottino, lo ha dichiarato pubblicamente, ma bisogna riconoscere che sa smuovere le coscienze su temi sociali e non si limita a prediche retoriche che non lasciano alcun segno sociale. La campana, ma del Sannio Alifano, diocesi d’Alife- Caiazzo, è una sede della chiesa cattolica dell’arcidiocesi di Napoli appartenente alla regione ecclesiastica Campania. Nell’anno 2015 contava 68.500 battezzati su 70.800 abitanti su 24 Comuni casertani e il suo territorio è esteso di 580 kmq ed è suddiviso in 44 parrocchie. Un accorpamento amministrativo vaticano c’è già stato nel 1986 mentre prima si distinguevano due diocesi di due antiche sedi episcopali: Alife, documentata a partire dal V sec. e Caiazzo, dal X sec d. C.. Oggi sembra che Caiazzo come Piedimonte d’Alife (Matese da 38 anni) sono cittadine di periferia della periferia casertana della più popolata periferia napoletana? Alcuni dicono di si. L’attualità non affascina molti storici timorosi di scomodare i viventi che contano nel cerchio magico del potere civile e religioso. Allora si rifuggiano nel passato raccontando di cose morte e sepolte dal tempo. Peccato però che pochi hanno il coraggio di entrare nell’attualità come fa spesso lo scrivente con lo “strumento” culturale dell’Ecologia Umana, che è anche transdisciplinare oltre che multidisciplinare e interdisciplinare. La storia va sempre attualizzata per essere utile ai giovani in formazione, come, viceversa, la fede ha bisogno di opere per esistere, altrimenti entrambe sono retorica e molti parlano benissimo e continuano a razzolare ancora meglio… Alla diocesi della storica città d’Alife ho dedicato un vasto capitolo del mio saggio ”Piedimonte M. e Letino tra Campania e Sannio”, Energie Culturali Contemporanee Editrice, Padova 2011 al quale si rimanda il lettore che vuole leggere di cose religiose fuori del “braccio secolare”, direi quasi bimillenario, dell’Amministrazione vaticana, che non sempre nomina i propri pastori diocesani tra i sacerdoti formatisi in parrocchie come mi disse un vecchio prete del Sannio Alifano, che a me pareva “puzzasse di pecore…del Matese” parafrasando l’espressione appropriata di Papa Francesco, figlio di emigrati piemontesi in Argentina, dove ho rivisto, nel 2000, i nostri emigrati del Sannio Alifano.