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San Giovanni da Capestrano nel castello di Hunedoara

Giuseppe Pace (Naturalista e prof. in Transilvania). Tutte le volte che ho visitato dall’interno ed ammirato dall’esterno il possente e suggestivo castello di Hunedoara ne sono rimasto impressionato, analogamente osservando i quadri del norvegese Edvard Munch, esponente di spicco dell’Impressionismo e del Naturalismo. Da ogni parte delle mura del castello di Hunedoara sembra di scorgere quasi dei fantasmi, che velatamente fuoriescono, di personaggi della storia, del mito e dell’immaginario collettivo del passato. I nobili che lo hanno fatto erigere e poi abitato, sono stati tutti cattolici Ungheresi, imparentati con le case regnanti d’Europa e in buone relazione con il Papa, che vi inviava ambasciatori francescani, ma anche spie sacrate per sapere chi tramava contro il cattolicesimo, attivo per le crociate. Dal castello il mito della modernità appare molto lontano e le colline circostanti (scure per i minerali ferrosi color ocra) rendono il maniero ancora più attraente e generatore di suggestioni, soprattutto di notte. L’ultima volta che vi sono stato, giugno 2017, ho osservato un gruppetto di vivaci adolescenti fare il bagno nelle acque scure sotto l’imponente ponte levatoio di legno (alto 30 metri e poggiante su pilastri di pietra), che, a volte, muoiono trascinati dalla forza impetuosa di quell’acqua scura che proviene dal Lago di Cincis. La Romania è ancora misteriosa specialmente per il periodo medievale e i suoi castelli sono ammantati e pervasi di miti e leggende, che richiamano turisti anche da molto lontano: alcune agenzie turistiche predispongono itinerari ”sulle orme di Dracula”. Una fonte di tali leggende, miti e dicerie fantastiche è la storia dell’ambiente dei Carpazi romeni, che ha favorito l’isolamento e il permanere dei miti. Per la Transilvania, in particolare, c’è da precisare che vi hanno convissuto almeno tre etnie prevalenti con culture diverse a partire dal credo religioso: ungherese, tedesca e romena. Per completare il quadro multietnico della Transilvania non bisogna dimenticare i siculi ungheresi, la cui incerta origine è oggetto di discussione, anche per le implicazioni politiche nell’eterno contenzioso tra romeni e ungheresi sulla Transilvania. L’ipotesi più accreditata considera i siculi discendenti degli ungari, come gli ungheresi, attribuendo le loro differenze culturali alla separazione dal ceppo principale (molte usanze e costumi dei contadini siculi sono analoghi a quelli dei contadini romeni). Più di qualcuno dimentica l’esistenza e coesistenza di non pochi Zingari, anche in Transilvania, con i loro villaggi, molti sono artigiani del rame delle grondaie di case e chiese e spesso anche banchieri occasionali, che prestano i soldi a chi non vuole indebitarsi con le banche. Interessanti sono la musica, le danze e l’arte degli Zingari, che coesistono nel multiforme ambiente romeno in numero prevalente in Dobrugia, ma loro villaggi tipici si possono osservare anche non distanti dal castello di Hunedoara. Tra i tedeschi in Transilvania sono da menzionare i Cavalieri Teutonici, che sono ben rappresentati da riproduzioni, con armature complete in acciaio, nel Museo e biblioteca di Sibiu. La città medievale tedesca di Sibiu, è quella che ha mantenuto più contatti con la madrepatria, oggi testimoniata dall’aeroporto con voli della Deutsche Lufthansa. Riuscire a fare convivere in pace le diverse etnie in Transilvania in particolare non è stato facile e spesso è stato impossibile per le lotte e guerre civili, i tradimenti tra nobili, attentati inattesi, le imboscate, gli assassini, le prigionie, le guerre, ecc. In tale clima sociale sono fiorite storie che affondano le loro radici in un territorio unico e ancora da svelare e raccontare non solo ai turisti. La cinematografia ha colto in particolare il mito di Dracula, da me visto, artisticamente rappresentato da E. Munch, al Metropolitan Museum of Art di New York con ”The Vampyre”: una donna vampiro che succhia il sangue dal collo di un uomo (la contessa transilvana E. Bathory abitava, nel 1500, uno dei castelli di Dracula e là avrebbe sgozzato 650 giovane vergini per fare il bagno nel sangue che le avrebbe ringiovanito la pelle. Fu condannata di eresia e murata viva). Ma di questo e d’altro si rimanda al mio saggio “Vampiri e Romania”, leolibri.it. Moltissimo di storia romena è depositata negli Archivi dello Stato del Vaticano, che spesso inviava in Transilvania dei sacrati con la funzione di messaggeri diplomatici ma anche di spie, necessarie per preparare le crociate anche con i tre principati di Transilvania, di Valacchia e di Moldavia, spesso in lotta tra loro e facili ad alleanze sottobanco con i musulmani per predominare in quella che sarà dal la Romania attuale:1859 (nascita politica della Romania ad Alba Iulia) e 1918-20 (raddoppio quasi di estensione e popolazione). Nel 2004 ho visitato il castello di Hunedoara sia con il prof. di Storia di Gualdo Tadino (PG), Alberto Cecconi, che con il cultore di storia e miti del Sannio, Avv. Alessio Spina, con il quale ho svolto, a Bojano (CB), il ruolo di Sacerdote Sannita nel Ver Sacrum delle Primavere Sacre del VIII sec. a. C.. Nel 2006, invece, insieme al prof. F. Masi di Galatina (LE) e suoi studenti, in scambio culturale con la scuola di servizio dello scrivente a Deva, rivisitammo il castello Corvino. Dopo accompagnammo gli studenti a visitare Sibiu, visitata successivamente anche con Mario Zaccaria e Roberto Tisato di Padova. Sibiu, in passato fu la principale città dei Sassoni di Transilvania con il nome di Hermannstadt. Fondata nel 1191 prosperò a lungo grazie ai commerci e alle professioni artigianali, con le gilde dei mestieri centri di potere economico e politico, tanto che ad esse era affidato il compito della difesa della città. Sotto gli Asburgo la città fu per lunghi periodi la sede del governatore austriaco della Transilvania. Ai nostri giorni, Sibiu, si è estesa con vasti sobborghi e i sassoni sono riemigrati in Germania (N. Ceausescu ne ”vendette” molti), ma il centro storico con le sue tre piazze (Piata Mare, Piata Mica e Piata Huet) conserva il suo fascino, grazie alle case tinteggiate con colori pastello, alle antiche chiese e ai magnifici edifici monumentali, tanto da essere stata designata nel 2007 capitale europea della cultura. Piata mare (Piazza grande) era pedonalizzata, come gran parte del centro storico, è circondata da caratteristiche case con alti tetti spioventi, nei quali si aprivano curiosi abbaini che ricordano un occhio socchiuso. Molti sono anche i palazzi monumentali: uno dei più ricchi, tinteggiato di giallo, è Banca Agricola che volge verso la piazza una fronte curvilinea, ospita il municipio e l’ufficio turistico. Il palazzo alla sua sinistra fu la residenza del barone Samuel von Brukenthal, governatore della Transilvania dal 1777 al 1787 e finanziatore di Samuel Hahnemann, uno dei fondatori dell’omeopatia, che nei suoi studi si avvalse della ricchissima biblioteca del barone. Di omeopatia si interessava anche il nobile Raimondo di Sangro, che fece plasmare in roccia il misterioso Cristo Velato a Napoli nella Cappella di San Severo, vicina alla chiesa francescana di Santa Maria la Nova, dov’è sepolto Dracula nella tomba di Matteo Ferrillo, padre di Giacomo e genero di Dracula. Rimandando, per ora, la visita alla tomba napoletana di Dracula, c’è da dire che il museo d’arte di Sibiu è uno dei più importanti in tutta la Romania, come interessante è la cattedrale Romano Cattolica, costruita nel Settecento, la chiesa segnò il ritorno in città dei Gesuiti dopo la Riforma, sotto l’egida degli Asburgo. In piazza si ammira la statua che ritrae Gheorghe Lazar, fondatore nel 1818 a Bucarest della prima scuola superiore nella quale si insegnava in romeno. Nell’angolo nord-orientale della piazza, il passaggio sotto la candida Turnul Sfatului (Torre del Consiglio) consente di raggiungere Piata Mica (piazza piccola) con la Chiesa Evangelica. Piata Mica è divisa in due dal solco della strada proveniente dalla città bassa, scavalcato dal Ponte dei Bugiardi, così chiamato per la leggenda popolare secondo la quale l’elegante ponte in ferro crollerà quando qualcuno racconterà una bugia standoci sopra. Le case della piazza risalgono al XV-XVI secolo: sotto gli altissimi tetti spioventi di tegole, nei quali gli abbaini sembrano occhi che scrutano i passanti, corre un piano di finestre e un giro di portici su arcate. Nel settore orientale della piazza si trovava una delle prime farmacie aperte a Sibiu, intorno al 1600, fedelmente ricostruita nel Museo di Storia della Farmacia con scaffali scolpiti in legno di noce, insieme a strumenti e vasi antichi. Il museo ricorda Samuel Hahnemann, medico fondatore dell’omeopatia, che visse a Sibiu tra il 1777 e il 1779. Nella parte monumentale della città vi è la Cattedrale Ortodossa, dove si trovi la cripta, nella quale è segnalata la presenza della tomba di Mihnea il Cattivo, il figlio di Dracula, assassinato proprio di fronte alla cattedrale. Nel 1800 Sibiu fu un importante centro di rinascita per la cultura romena e il primo congresso dell’ASTRA (Associazione per la Propagazione della Cultura Romena in Transilvania) si tenne dove, non a caso all’inizio del Novecento, fu costruita la Cattedrale Ortodossa in stile neobizantino. L’ottocentesco hotel Imparatul Romanilor, il più antico di Sibiu, ospitò Johann Strauss e Mihai Eminescu, il più ammirato e nazionalista poeta romeno, ucciso dagli Asburgo come ho scritto nella rivista romena “Banchetul” di Petrosani, città carbonifera a sud di Hunedoara. Poi, con Francesco Masi ed altri docenti, tra cui Vlaic Sorin e Daniela Sintoma, accompagnammo il gruppo di studenti, italo romeno, a visitare Sighisoara, Brasov e la fortezza di Rasnov lungo la strada per Bran. La fortezza, collocata su una collina rocciosa sopra la città di Rasnov (Rosenau in tedesco), fu costruita dai nel XIII sec. come protezione contro i tartari invasori e successivamente ampliata dalla Cavalieri Teutonici popolazione sassone. Situata in una posizione strategica lungo una strada che collega Transilvania e Valacchia, fu progettata come una vera cittadella dove la popolazione poteva rifugiarsi per periodi prolungati: comprendeva 80 case, una scuola, una cappella e altri edifici tipici di un villaggio. Il sistema difensivo si articolava in 9 torri, 2 bastioni e un ponte levatoio. Protetta da un dirupo di oltre 150 metri su 3 lati, come la chiesa fortificata di Prejmer fu costretta alla resa solo una volta, nel 1612 dal principe ungherese di Transilvania Gabriel Bathory impegnato a limitare le libertà dei sassoni, grazie al fatto che gli invasori riuscirono a bloccare l’accesso alla fonte utilizzata per rifornirsi d’acqua. Si decise allora di realizzare un pozzo direttamente entro la cittadella e, secondo la leggenda, il compito di scavare nella roccia fu affidato a due prigionieri turchi ai quali venne promessa la libertà una volta completata l’opera. I lavori per raggiungere la profondità di 150 metri richiesero 17 anni. La storiella che i prigionieri turchi scavarono pozzi nei castelli romeni sembra che si ripeta un po’ dappertutto. Abbandonata dopo la rivoluzione del 1848, la fortezza è stata restaurata solo recentemente. Nel 1967, vi fu girato il film “Columna” (“La colonna di Traiano”) diretto da Mircea Dragan, con Amedeo Nazzari nei panni dell’imperatore romano. Un collega di scuola al Colegiul Tehnic “Transilvania” di Deva, Gligor Haşa, autore di romanzi storici, mi apostrofava (nei primi giorni di scuola del 2004, poi fino al 2008 quando ho terminato il mio incarico di prof. in Romania del Ministero A. Esteri) ”Spion de Papa”. Il vetusto collega intendeva stimolare la mia curiosità per studiare uno “spione” delle Diete di Transilvania, che si svolgevano nel vicino castello di Hunedoara. Il monaco “spione” era, probabilmente, successivo al francescano famoso Giovanni da Capistrano inviato dal papa da Giovanni Huniadi a Hunedoara intorno al 1452. Là, il diplomatico francescano, consigliava il nobile Huniadi, cattolico ungherese, di come armare tutte e tre le etnie transilvaniche (ortodossi romeni, cattolici magiari e “poco cattolici” tedeschi) per le crociate antiottomane. Gli eserciti Crociati erano, in un certo senso, il braccio armato della politica Papale. L’origine delle Crociate è radicata nello sconvolgimento politico causato dall’espansione dei Selgiuchidi in Medio Oriente nella metà dell’XI secolo. Le origini delle Crociate in generale provengono dai primi eventi nel Medioevo. Il consolidamento del sistema feudale in Europa occidentale dopo la caduta dell’Impero carolingio, combinato con la relativa stabilità dei confini europei dopo la cristianizzazione dei Magiari, aveva portato al sorgere di una nuova classe di guerrieri (la cavalleria feudale) che erano in continue lotte intestine, derivanti dalla violenza strutturale inerente al sistema economico, sociale e politico. Il monaco”spione” papalino, non si limitava alle sole cure spirituali dei nobili castellani e appurava tutto quello che si deliberava nel salone delle Diete di Transilvania e riferiva al Papa mediante piccioni viaggiatori. Questo suo ruolo di spione fu scoperto solo dopo la morte, quando nella sua cella fu rivelata, sotto l’intonaco, una finestrella ben mimetizzata che permetteva di vedere e di udire dalla sottostante grande sala delle “Diete di Transilvania”. Prima in quella cella poteva entrare solo il monaco, ma oggi i turisti vi entrano per ascoltare anche la leggenda del corvo nero, che a mezzanotte scende dall’alto camino del grande focolare e si tramuta in Dracula che si aggira nel castello. Per noi europei occidentali in particolare ma anche per gli americani i castelli della Romania sono inevitabilmente connessi alla figura del principe Vlad III, il conte Dracula, sepolto a Napoli dalla figlia Maria maritatasi con un nobile, Gaetano Ferrillo, parente del re di Napoli (per chi volesse approfondire il problema di Dracula sepolto a Napoli, ho pubblicato più articoli su questo media). La “presenza-assenza”di Dracula conferisce ad ogni luogo la dose necessaria di mistero e ad ogni storia un suo alone tenebroso come il castello di Hunedoara con molti sbarramenti, che impediscono ad esempio l’accesso al torrente sotto il castello. Le sue mura sembrano uscire in modo naturale dalle rocce, proiettandosi verso il cielo. Il castello, fondato nel XIV secolo, venne ricostruito in forme gotiche nel 1441-53 da Iancu de Hunedoara, Giovanni Hunyadi per gli ungheresi, mentre suo figlio Mattia Corvino aggiunse un’ala rinascimentale; le successive addizioni barocche furono opera nel XVII sec. di Gabriel Bethlen, principe di Transilvania e condottiero di parte protestante nella guerra dei Trenta Anni. Il dibattito sulle origini di Giovanni/Iancu è al centro di accese dispute tra ungheresi e romeni: entrambi lo considerano un eroe, rivendicandolo come loro connazionale. Secondo gli storici romeni, il padre Vajk (Voicu) sarebbe stato un valacco; quello che è certo è che si distinse al servizio di Sigismondo, re d’Ungheria e poi imperatore del Sacro Romano Impero, dal quale fu ricompensato con il titolo di conte di Hunyad e la signoria sul locale maniero; fu così che Voicu divenne Vajk Hunyadi. Secondo gli ungheresi Giovanni in realtà era il figlio illegittimo di Sigismondo, mentre Voicu era solo il padre nominale. Noto come il “Cavaliere Bianco”, divenne famoso per le sue vittorie contro i turchi: nell’impresa più celebrata, nel 1456 riuscì a rompere l’assedio di Belgrado da parte di Maometto II, fresco conquistatore di Costantinopoli. Nominato voivoda di Transilvania, divenne reggente di Ungheria; suo figlio Mattia Corvino, considerato il più grande re di Ungheria, avrebbe tenuto prigioniero per sette anni nel castello Vlad l’Impalatore, ma probabilmente si tratta solo di una leggenda. La prima volta che ho osservato il castello di Hunedoara c’era una mostra di oggetti nell’ala edificata da Gabor Bethlen, dove ho comprato alcuni vasi artistici a prezzi modici come è modico quasi tutto in Romania per noi italiani:un euro vale circa 5 volte la loro moneta o leu. Nella Sala delle Diete ho assistito ad alcuni concerti spettacolari e insieme ad amici ed amiche romene. Di questo castello ultraspettacolare è quasi tutto ad iniziare dall’accesso infernale del ponte levatoio, che è sospeso nell’aria e s’infila nella grande massa di mura e rocce, come un lungo palo tra le fauci di un drago nordico; il piccolo ingresso è collocato alla base di un’alta torre quadrata, sormontata da una bertesca di legno e culminante nella grande cuspide di tegole dall’aspetto di un cappello di strega. Subito dopo si accede alle prigioni e alla camera di tortura, poco raccomandabile per i bambini, fino a circa12 anni. La corte interna appare uno spazio quasi confuso, circondato da edifici di forme e stili svariati, alleggeriti da loggiati. Il percorso della visita si articola attraverso una serie di sale, nella quale gli arredi sono molto limitati a causa dei passati incendi. La significante cappella interna al castello, costruita da Iancu de Hunedoara in stile tardogotico, ospita al centro dell’abside, in fondo all’unica navata, un grande sarcofago con la figura distesa di un nobile personaggio. L’incisione nel cuscino, Johannes Hunyadi, consente di identificarlo; osservando meglio si tratta della riproduzione della sua sepoltura nella cattedrale di Alba Iulia. L’ala a sinistra dell’ingresso, con logge sui due piani, fu aggiunta da Mattia Corvino. Subito dopo si può salire in cima alla torre d’ingresso, la più alta del castello: dalla bertesca di legno la vista spazia su torri e tetti spioventi quasi verticali. Sopra il cono della Turnul Buzdugan (Torre della Clava) è collocato un guerriero con elmo piumato che regge uno stendardo con la data 1873. Iancu/Giovanni trasformò la fortezza in una sontuosa residenza principesca: scendendo dalla torre, si sbuca al piano superiore dell’edificio principale, occupato dalla grande Sala della Dieta, un magnifico ambiente diviso da una linea di pilastri rosa dai quali si dipartano i fasci delle volte a crociera, come rami di una palma. Il giro può proseguire con la Torre di Capistrano (dedicata al frate francescano amico del voivoda Giovanni). Una galleria retta da 9 pilastri collegati da archi si spinge dal corpo principale della fortezza fino all’isolata Torre Neboisa (“Non avere paura”), posta a protezione del lato meridionale del castello. La torre orientale ha nell’interno un unico ambiente circolare, altissimo e coperto da travi di legno che reggono il tetto conico a punta. Le sale dell’edificio sul lato opposto all’ingresso ospitano una mostra con reperti provenienti da una necropoli medioevale, tra cui uno scheletro di donna con un orecchino ad anello decorato da un piccolo riccio (X-XII sec.). Il pozzo dietro la cappella ha ispirato una commovente leggenda: sarebbe stato scavato da tre prigionieri turchi ai quali Iancu/Giovanni aveva promesso la libertà una volta completata l’opera. Dopo 15 anni raggiunsero l’acqua a 28 metri di profondità, ma nel frattempo Iancu/Giovanni era morto e la moglie Elisabeth Szilagyi non rispettò la parola del marito e li fece giustiziare. Come ultima volontà espressero il desiderio di incidere in una pietra del pozzo la scritta “Puoi avere l’acqua, ma non l’anima”: frase ben visibile, che commuove i turisti. Dalla terrazza dell’artiglieria, con i doccioni a forma di corvo, simbolo della famiglia Hunyadi, si può completare il giro nella Sala dei Cavalieri, subito sotto la Sala del Consiglio della quale ripete la pianta e le forme tardogotiche con pilastri di marmo rosati. Il groviglio di torri e torrette, per chi osserva dall’esterno il castello, non nasconde le finestre della Sala della Dieta che si aprono nelle mezze torrette ottagonali rette da altissimi contrafforti, gli archi ciechi che reggono la lunga galleria fino alla Torre Neboisa, le svettanti guglie della torre d’ingresso e della Torre della Clava. Le mura si levano quasi indistinguibili dalla roccia, come se il castello sorgesse direttamente dal fondo del baratro. Dalle finestre dei lati Sud ed Est, con la fantasia storica, sembra di udire le grida o i silenzi mortali dei giovani guerrieri Daci, immolati prima della battaglia con i legionari romani, lanciandoli da alte rupi su pali aguzzi. Zalmox, grande sacerdote del Re Decebalo, li benediva donandoli alle divinità daciche per ringraziarsele e vincere le battaglie. Sembra che una ventina di tali scheletri siano stati trovati non lontano dal castello di Hunedoara. Dunque l’atomosfera dell’horror è presente per fare anche di questo castello un ambiente turistico draculiano. In realtà in Romania non esiste un Castello di Dracula se non nella fantasia degli scrittori e dei registi che hanno trasformato il personaggio storico di Vlad III (Tepes, era l’appellativo dei turchi all’impalamento dei nemici) nella leggenda di Dracula. Molto del merito, o demerito secondo molti studiosi romeni, va sicuramente a Bram Stoker ma ancora prima, a scoprire il fascino tenebroso della Transilvania, fu Giulio Verne con il suo libro chiamato Il Castello dei Carpazi, pubblicato nel 1892, che sorprese lettori e critici. Nella cornice naturale di valli, montagne e insenature, dove le superstizioni e le sugestioni la fanno da padrone, si staglia un Castello che incute un “terrore contagioso”. Strane presenze che con il buio, cominciano ad aleggiare fra le sue mura e nelle terre circostanti, sotto forma di voci e suoni sovrumani. Il personaggio Orfanik, uno “scienziato incompreso”, è un Dracula ante litteram con il suo volto pallido e sottile, i lunghi capelli grigiastri, lo sguardo scintillante in fondo alle orbite nere, che coltiva illusioni maniacali e si difende dal mondo. Melodramma, esoterismo, avventura nell’avventura, soprannaturale, fantascienza, horror sono mescolati in questo libro che dà inizio ad una lunga serie appartenente al genere gotico. Leggende o verità, sta di fatto che la Transilvania del 1800 doveva incutere davvero paura se né Verne né Stoker ebbero il coraggio di metterci piede per verificare le loro storie! Sembra che la cruenta anima della Transilvania con le sue molte leggende non fa altro che alimentare questo immaginario draculiano, che ben si adatta ai turisti più che ai romeni indigeni. Una su tutte è la credenza millenaria negli strigoi, esseri apparentemente vivi ma senz’anima, i cui spiriti lasciano i loro corpi a mezzanotte e vagano per il paese, turbando il sonno delle persone e lasciandoli privi di forze al mattino. Sono i morti viventi, maledetti immortali assetati di odio e di sangue. Delle numerose ipotesi sul conte Dracula, il Vampiro per eccellenza, un chimico delle università statunitensi, d’origine russa, ha ipotizzato che una malattia della pelle diffusa in Romania nei secoli successivi a quello di Dracula, il 1400, causava paura quando i malati di sera uscivano per le strade poiché, durante il di, il Sole provocava irritazione e dolori sulle cicatrici della pelle. Le Autorità, i preti con grandi croci e le guardie con aglio in mano che strofinavano sulla pelle dei malcapitati per sentirli urlare, uccidevano i malati con la croce in mano e conficcandogli paletti di legno appuntiti nel cuore. Il castello, che ospitò Giovanni da Capistrano inviato dal papa da I. Huniadi a Hunedoara, appare tenebroso, ancora oggi con l’illuminazione notturna. Tale castello avrebbe potuto ispirare Jules Verne, si trova a Hunedoara, alle pendici dei Carpazi Meridionali o Alpi Transilvaniche, ed è considerato uno dei più misteriosi castelli dell’Europa dell’Est. Si tratta del Castello degli Hunyadi,detto anche il Castello dei Corvino, che la guida Lonely Planet descrive così:“In nessun luogo della Romania il contrasto tra passato e presente è così stridente come a Hunedoara, dove i giganteschi scheletri di acciaierie abbandonate fanno da cornice spettrale ed arrugginita a uno dei castelli più belli dell’Europa Orientale: Castello degli Hunyadi o Castello Corvino, una fortezza gotica del XIV secolo che si è conservata intatta ed è considerata una della gemme architettoniche della Transilvania“. Il castello sorge imponente sul sito di un antico castrum romano, nel centro-sud della Romania, non lontano dalla Fortezza dacica di Sarmizegetusa Regia e dell’altra romana a sud di Hateg, estesa 30 ettari dentro le mura con altri 100 ettari esternamente. Le torri di difesa, le guglie gotiche, i fossati, le mura merlate, i ponti levatoi del castello erano una novità nell’architettura militare della Transilvania del 1400. L’artefice della trasformazione del castello fortificato in una sontuosa residenza signorile, fu Matteo Corvino, re d’Ungheria, alleato e poi nemico del principe di Valacchia Vlad III. Sono in molti a sostenere che il principe passò qui ben 7 anni della sua prigionia, anche se non ci sono documenti storici a dimostrarlo. Chissà quanto del castello di Hunedoara si trova scritto nei documenti conservati nell’Archivio Segreto Vaticano? È l’archivio privato del papa: mille anni di documenti in ottanta chilometri di scaffali. Nel 2006 è stato tutto aperto fino al 1939, ma già in altro articolo si è scritto dei segreti romeni conservati dall’archivio dello Stato del Vaticano, la cui lingua è il Latino come pare utilizzassero già prima di Traiano i Daci di Decebalo ma anche di Burebista. Mattia Corvino, giovane re d’Ungheria, è tra le figure più interessanti del rinascimento europeo. Oltre ad essere un abile soldato, un grande sovrano (era chiamato Mattia il Giusto), era considerato un grande mecenate, e con la seconda moglie, l’italiana Beatrice d’Aragona, figlia di Ferdinando I di Napoli, fondarono la Biblioteca Corviniana, all’epoca seconda solo a quella Vaticana. Con o senza il principe Vlad III rinchiuso qui, il castello è avvolto in un’atmosfera horror misteriosa e terrificante, grazie alle storie che descrivono le peggiori punizioni inflitte ai prigionieri, difficili da immaginare e ancora più difficili da raccontare. Dalle storie delle tante morti per tortura alle leggende di fantasmi il passo è breve. Nel 2007 la trasmissione televisiva americana Most Haunted Live ha fatto un’indagine durata 3 giorni per verificare la presenza di spiriti o fantasmi senza giungere a risultati. Nel 2009 è stato completamente restaurato. La città è Hunedoara, ricca di altiforni per la ghisa e forni per l’acciaio, sviluppatisi negli ultimi due secoli. La caduta del regime di Ceausescu nel 1989 tolse ai prodotti siderurgici di Hunedoara i mercati più importanti, quelli del blocco sovietico, e la crisi portò alla chiusura di molte imprese ed al ridimensionamento del grande complesso siderurgico. Oggi, investitori stranieri hanno portato una certa ripresa e quanto rimane del vecchio polo siderurgico è condotto dal gruppo Arcelor-Mittal, con una produzione in crescita che avrebbe dovuto già raggiungere le 500.000 tonnellate. Per capire, invece, cosa erano le Diete è necessario esaminare un po’ di storia locale. Nel medioevo Székeli, Sassoni e Ungheresi (la classe feudale ungherese dominante) formarono le cosiddette “nazioni” transilvane: gelose custodi dei loro privilegi di fronte alla corona, esse godevano di una posizione di predominio sulle popolazioni valacche, costituenti le inferiori classi agricole. La necessità di mantenere la loro supremazia su queste popolazioni, e la continua minaccia d’invasioni spinsero le “nazioni” a collegarsi contro il pericolo comune nei secoli seguenti. Nel sec. XV, sotto la pressione del pericolo turco, esse conclusero una specie di patto federale (l’unione fraterna di Kápolna, 14 settembre 1437) in cui, dopo aver confermato i legami di fedeltà alla corona ungherese, promettevano di sostenersi vicendevolmente contro i contadini valacchi e i Turchi, e di sottoporre ad arbitrato le reciproche contese. Se ne avvantaggiò anche l’autonomia dei singoli gruppi di fronte alla corona: nel 1486 Mattia Corvino confermava il Privilegium Andreanum, concedendo ai Sassoni la costituzione di una “comunità nazionale”, supremo organo autonomo che amministrava i beni della “nazione”. Le “nazioni” erano così la base della costituzione politica della Transilvania: da esse emanavano gli stati generali. Nel 1500 la Transilvania sviluppa la propria autonomia fino all’indipendenza di fatto, se non di diritto. La sua posizione geografica le assegna una parte privilegiata nel conflitto fra i Turchi e gli Asburgo per il predominio nell’Oriente danubiano. Fino a poco più di un trentennio fa la Transilvania aveva un’elevata percentuale di Magiari cattolici e di Nems o Tedeschi, dai quali discende l’attuale presidente della Repubblica Presidenziale della Romania, ex Sindaco di Sibiu. Nel passato, meno recente, il castello di Hunedoara era dei nobili Magiari o Ungari e il Papa vi inviava ambasciatori eccezionali per capacità religiose e militari come quello che diverrà poi San Giovanni da Capestrano. Prima di valicare le Alpi Giovanni da Capestrano compì un breve ma intenso programma di predicazione nelle città soggette alla Serenissima: a Padova per l’Epifania, fu in seguito a Vicenza intorno alla metà del mese, a Verona ai primi di febbraio e in seguito a Brescia (9-16 febbraio). La caduta di Costantinopoli (29 maggio 1453) aveva allarmato il Vaticano e la nobiltà cattolica d’Europa, accelerando iniziative per contrastare l’espansionismo turco nel corso del pontificato di Eugenio IV. La bolla del 30 sett. 1453 dette maggior impulso all’organizzazione della crociata. A Francoforte G. da Capestrano si trattenne per un mese alternando il suo impegno omiletico, rivolto alla cittadinanza, agli incontri con le autorità secolari e religiose presenti alla Dieta, in occasione della quale si sarebbe dovuto anche delineare, nelle intenzioni del Piccolomini, il piano per una fattiva partecipazione dei principi tedeschi alla crociata. Dopo la chiusura della Dieta, Giovanni da Capestrano, si diresse – come promesso a Francoforte ai legati Magiari presenti – verso l’Ungheria. Pochi i passi avanti compiuti nel corso della Dieta, mentre Callisto III, succeduto a Niccolò V morto il 24 marzo 1455, ribadiva in una bolla rivolta a tutti i principi europei (15 maggio 1455) l’impegno di tutti gli Stati cristiani nel sostenere la crociata. Nonostante l’invito a essere presente a Bologna per il capitolo generale dell’Osservanza cismontana che doveva eleggere il nuovo vicario generale, in sostituzione di Marco Fantuzzi. Poco dopo entrava finalmente in Ungheria dove, il 20 maggio, presenziò a un incontro dei magnati ungheresi tenutosi a Györ. Solo verso la fine di luglio, a Buda, ebbe l’occasione di incontrare il voivoda di Transilvania Giovanni Hunyadi. Fu impegnato successivamente in Transilvania dove, con il suo consueto rigore, cercò di convertire gli scismatici ortodossi ricorrendo anche al suo incarico di inquisitore. In una lettera spedita da Azach il 6 gennaio 1456 si rivolgeva ai baroni transilvanici ordinando loro di bruciare le chiese scismatiche (Schematismus). Giovanni da Capestrano era quindi di nuovo a Buda nel febbraio 1456 per l’apertura della Dieta ungherese. Qui ricevette per mano del cardinal legato G. Carvajal il permesso pontificio di predicare ovunque la crociata e di consegnare ai futuri soldati il segno relativo. La notizia che l’esercito turco stava risalendo lungo il Danubio verso i confini meridionali dell’Ungheria indusse G. Hunyadi, da poco tempo presente a Buda, a muoversi verso Belgrado, la cui rocca, posta al crocevia dei corsi del Danubio e della Sava, costituiva l’ultimo baluardo meridionale del Regno ungherese. G. da Capestrano, predicò la crociata intorno alla metà di aprile nei territori circostanti Pécs, raccogliendo ovunque una vasta adesione all’esercito che egli andava via via raccogliendo; alla fine di giugno Hunyadi gli chiese di recarsi con le sue composite schiere a Belgrado, la cui fortezza, posta sulla confluenza dei fiumi Danubio e Sava stava per essere assediata, ormai quasi completamente, dalle schiere turche. Entrato il 2 luglio in Belgrado alla testa, secondo Giovanni da Tagliacozzo, di un esercito di 5000 crociati, Giovanni da Capestrano fu raggiunto il giorno seguente da altri “crucesignati” provenienti da Pétervárad, mentre si profilavano le prime avvisaglie dell’avanzata della cavalleria turca. Il giorno seguente Giovanni da Capestrano poté, attraverso il fiume, assicurarsi un collegamento con le località di Pétervàrad e Slankamen dove installò il suo quartier generale, mentre fra il 3 e il 7 luglio il grosso dell’esercito turco, guidato da Maometto II e ricco di “ducento bombarde de le quali 19 erano longhe 25 pedi” aveva completato l’assedio via terra della città danubiana. Incontratosi con Hunyadi, le cui truppe erano disposte sulla riva sinistra, Giovanni da Capestrano lo convinse a predisporre, con i limitati mezzi a disposizione, una flotta di fortuna per contrastare quella turca che stava risalendo lungo il Danubio. L’impresa permise così di spezzare (14 luglio) il fronte delle navi turche liberando il passaggio della Sava e del Danubio. Da Semlin, dove fu raggiunto da altri crociati, G. da Capistrano continuò a fare la spola fra la fortezza e il grosso dell’accampamento svolgendo un’intensa attività di incitamento e preparandosi a guidare da solo la difesa della città. Il contrattacco finale ebbe luogo il 18 luglio 1453, con la liberazione di Belgrado: Giovanni da Capestrano sostenne l’intero impatto dello scontro confidando solo sulle forze da lui raccolte. Lo sforzo di quest’ultima missione, nella quale si compendiano in modo emblematico le ragioni stesse della sua vita, fu fatale a G. da Capestrano ormai anziano e provato dagli stenti vissuti soprattutto negli ultimi anni. Rimasto per qualche tempo ancora a Belgrado, da dove informò personalmente Callisto III della vittoria, G. da Capestrano riparava in seguito nel convento francescano di Ilok (Croazia) dove, accudito con affetto dalla comunità di frati e dai prediletti Girolamo da Udine e Giovanni da Tagliacozzo, morì il 23 ottobre 1456. Nella piccola cittadina, posta sulla riva destra del Danubio, a nord di Belgrado, G. da Capestrano fu sepolto poco tempo dopo. Intorno al suo corpo, accolto nel locale convento, si sviluppò una intensa attività devozionale e miracolistica destinata a finire l’8 agosto 1526 quando la città cadde sotto il dominio turco e il convento fu devastato. La notizia della sua morte, diffusa subito dai suoi confratelli ebbe un’immediata e vasta eco. Giovanni da Tagliacozzo, al quale G. da Capistrano aveva affidato il compito di riportare i propri libri a casa, divenne insieme con Giacomo della Marca l’instancabile propugnatore della sua canonizzazione. Solo intorno alla metà del XVII secolo, dopo che l’opera del Wadding aveva riproposto in maniera estesa l’importante ruolo ricoperto da G. da Capestrano all’interno della storia non solo francescana, poté ricevere una maggiore attenzione e la sua figura, ovvero quella del “Capistranus triumphans”, trovò spazio e legittimità in coincidenza con il profilarsi dell’espansionismo turco nell’Europa centrale. Proclamato santo da Alessandro VIII il 16. 10. 1690, dopo che il suo predecessore, Innocenzo XI, aveva approvato quanto dichiarato dalla congregazione dei Sacri Riti (1679), la bolla di canonizzazione fu emanata solo sotto il pontificato di Benedetto XIII (4 giugno 1724). In coincidenza con il centenario della morte, Pio XII lo qualificò dell’appellativo di “Apostolo d’Europa” (Acta Apostolicae Sedis, XLVII, 1956) riproponendo, in uno dei momenti più duri della “guerra fredda” vissuti in Europa orientale, il modello di cattolicità rappresentato da Giovanni da Capestrano. Ma cerchiamo di capire le origini e la prima formazione del colto e deciso difensore della fede cattolica, andiamo con ordine. Giovanni da Capistrano nacque a Capistrano (AQ) il 24 giugno del 1386 da una donna della famiglia D’Amico di Capestrano e da un barone tedesco arrivato in questi luoghi al seguito di Luigi duca D’Angiò. Capestrano, è un Comune famoso anche per il Guerriero di Capestrano, del VI sec. a.C., raffigurante un “Vestino” in roccia. Il convento francescano (dedicato a Giovanni da Capistrano con museo e oggetti appartenuti al santo, come abiti e la bibbia regalata a San Giovanni dal papa Callisto III, ed altri arredi sacri e documenti storici, come una bolla di Urbano IV del 18 aprile 1262) dipendeva dall’Abbazia di Castel San Vincenzo (IS). Giovanni fu giudice onesto, brillante predicatore e tenace diplomatico pontificio. San Giovanni da Capestrano è il patrono universale presso di Dio dei cappellani militari del mondo, il convento a lui dedicato è senza dubbio il simbolo di Capestrano nel mondo. Nella terra definita dei “Santi e Guerrieri”, Giovanni da Capestrano rappresenta la migliore sintesi di entrambe le categorie. Dal papa ebbe in affidamento il mandato di porre fine alla setta eretica dei fraticelli e fu inquisitore contro gli ebrei e i Saraceni dimoranti in Italia. Compì in vita numerose guarigioni e si conservano atti notarili attestanti miracoli: un antico codice custodito a Parigi presenta addirittura duemila casi di guarigione confermati da testimoni. Alla testa dei crociati fermò a Belgrado l’esercito turco nel luglio del 1456 incitando i combattenti in questo modo: «Sia avanzando che retrocedendo, sia colpendo che colpiti, invocate il Nome di Gesù: in Lui solo è salvezza». Alcuni mesi dopo, sul campo di battaglia, contrasse la peste e morì il 23 ottobre a Ilock (vicino Belgrado). San Giovanni espresse il desiderio prima di morire che tutti i suoi libri e manoscritti fossero riportati a Capistrano, così nel 1457 fu iniziata la costruzione della Cappella di San Giovanni. Forse tra le sue memorie vi sono anche quelle scritte dentro il castello di Hunedoara di Giovanni Huniadi. Situato sulla collina di S. Pietro, sul fiume Zlasti, accanto al combinato siderurgico della città, il castello di Hunedoara è il più importante monumento di architettura civile gotica della Transilvania. Il nucleo più antico risale all’epoca di Vlaicu, che nel sec. XIV eresse la sua residenza, fortificandola con un muro di cinta a forma di poligono irregolare, seguendo i confini naturali dello sperone roccioso della collina. La struttura originaria fu ingrandita e ricostruita in stile gotico da Iancu de Hunedoara (Giovanni Hunyadi) in due fasi, dal 1440 al 1453. Sotto il successore, il re d’Ungheria Mattia Corvino, il castello assunse l’aspetto attuale di fastosa dimora di un principe del Rinascimento, pur conservando l’impronta gotica (loggia a destra). Altre trasformazioni, di gusto barocco, furono apportate da Gabor Bethlen nel sec. XVII (torrione). Il castello, ben conservato, è oggi museo storico e di antichità: tra le cinquanta stanze ornate di affreschi, bella la Sala dei Cavalieri, a due navate divise da pilastri poligonali, la Sala della Dieta, a due slanciate navate, e la cappella gotica. Nell’estate del 2004 ho visitato, tra l’altro, il castello Corvino e la Chiesa di San Nicola ad Hunedoara in compagnia di mia moglie italiana e di due romeni del posto: l’Ispettore scolastico Ioan Andrei e di sua moglie Maria Dirigente scolastica dove insegnavo a Deva. I due colti romeni ci dissero diverse cose interessanti dei luoghi visitati compreso il parco naturale dei monti Retezat, la Casa degli uomini di scienza, il palazzo Kendeffi, ecc.. La chiesa di San Nicolae non lontano dal Castello di Hunedoara, fu costruita alla fine del 1200 e fu distrutta per ordine di Giovanni da Capestrano, confessore di Iancu e persecutore degli ortodossi, fu ricostruita nel 1458, col consenso di Mattia Corvino. Del regno d’Ungheria, Hunedoara, era uno dei tanti distretti della Transilvania occidentale (Romania dal 1920 con il Trattato di Trianon). Deva, a soli 20 km dal castello di Hunedoara, era già allora una cittadina ricca di storia. A Deva, in piazza, di fronte al Municipio, c’è una statua dedicata all’imperatore Traiano con una frase significante di Samuil Micu ”Acesta a fost saditorul si parintile romanilor”, che riconosce la paternità romana dei romeni e rende omaggio a Traiano- imperatore romano dal 98 al 117 d. C.. Giovanni Hunyadi di Hunedoara è stato un politico e condottiero ungherese, nacque a Cluj Napoca nel 1407 e morì vicino Belgrado nel 1456. Era figlio di Stefano d’Ungheria, divenuto poi Santo cattolico. Il padre Vajk (nome di Santo Stefano d’Ungheria), figlio di Serb, sarebbe cumano, ma per gli storici rumeni odierni sarebbe stato valacco. Dato certo è che si trattasse di un uomo distintosi al servizio dell’imperatore e re d’Ungheria Sigismondo, ricompensato per i servigi resi con il titolo di conte di Hunyad e con la signoria sul maniero locale. Fu così che Vajk divenne Vajk Hunyadi. Acquistò fama combattendo contro i turchi a Varna nel 1444 Fu Voivoda o principe di Transilvania dal 144 al 1456, capitano generale dal 1444 al 1446 e reggente del Regno d’Ungheria da 1446 al 1453. Il suo castello a Hunedoara si presenta ancora oggi imponente ed è il più grande dei castelli medievali gotici della Romania. Prima dell’ingresso dal ponte levatoio, sulla destra del ponte e sulla sinistra del fiume Cerna che defluisce dal lago di Cincis, vi è la statua di Giovanni da Capestrano in una cappellina anche poco decorosa. Egli meriterebbe più spazio ed ammirazione dei visitatori del castello per il ruolo politico avuto in Europa nel 1400e al tenebroso castello dei Corvino, la cui storia è strettamente legata, è un maestoso castello sviluppatosi in stile prima gotico, poi rinascimentale, quindi barocco. Tale castello si presenta con un altissimo ponte levatoio d’accesso a Nord, numerose ed elevate torri aguzze e cortili interni oltre a due grandi saloni, il Salone dei Cavalieri ed il Salone della Dieta, così chiamato perché per qualche tempo ospitò le riunioni della Dieta di Transilvania. All’ingresso poi dopo la biglietteria c’è il pozzo dei carcerati con la tecnologia delle torture dei medesimi, che danno il benvenuto horror al visitatore, già, in parte, eccitato dalle letture draculiane precedenti la visita. Il castello è oggi proprietà del Comune di Hunedoara, non essendovi eredi conosciuti dai nobili Corvino; ospita un museo, spesso usato come location per riprese cinematografiche. La città di Hunedoara, posta a 278 metri di quota ha circa 71 mila residenti (fino a 20 anni fa vi lavoravano 27 mila nel combinato siderurgico, dove lavorava il giornalista Valeriu Bargàu, che ho conosciuto), 3 mila in più della vicina Deva, capoluogo regionale. Nella zona di Hunedoara sono stati scoperti reperti ed utensili risalenti all’Età della pietra e il fiume affluente del Lago di Cincis conserva il mito di Ercole che lotta contro l’Idra, come già riportato in altro articolo su questo media, online. L’importanza economica della zona fin dall’antichità è testimoniata dalla presenza dello strategico sistema delle 6 Fortezze dei Daci sui monti di Orastie (a 1200 metri di quota vi sono 16 altari sacri, alcuni in pietra andesite come la strada interna con fontane dei 3 ettari sacri sui 9 ettari di estensione della città di nobili e sacerdoti Daci, fortificata da mura daciche tra secolari alberi di faggio) dal ritrovamento dei resti di 8 forni fusori di epoca della Dacia e di numerosissime monete di quell’epoca, i Kosson. Il primo documento storico cita la città di Hunedoara nel 1265, con il nome di Hungnod, come un centro per la concia delle pelli e la lavorazione del legno; tuttavia l’importanza delle risorse di ferro rimase prevalente e fino al 1400 le armi (lance e spade) fabbricate nella città furono famose ed apprezzate. Il Corpus Inscriptiorum Latinorum riporta un riferimento agli abitanti della zona come natas ibi, ubi ferum nascitur. La dismissione di molte fabbriche d’acciaio ha generato un mercato del ferro vecchio che andava venduto dappertutto in Europa. Le colline intorno al castello di Hunedoara sono ricche di limonite, ossido idrato di ferro: FeO (OH)·nH2O, che si forma per disfacimento di altri minerali ferrosi dei cui giacimenti forma il cappello. Limonite sta ad indicare masse pseudomorfe non meglio identificate di ossidi ed idrossidi di ferro senza cristalli visibili e di solito costituite dai minerali ferrosi ematite, magnetite, ecc. La limonite è quindi una miscela di minerali e materiali amorfi, forma masse terrose, mammellonari e stalattitiche e aggregati fibrosi e raggianti. La limonite frequentemente poggia sulla pirite e su altri minerali di ferro. Le masse terrose di limonite hanno colori che vanno dal marrone chiaro al marrone, o marrone giallastro e sono utilizzate come coloranti; la più fine è detta terra di Siena. Ha striature marrone giallastro o rosso e la lucentezza terrosa è opaca. Attorno all’antica fornace di Govasdie, ancora da promuovere a fini turistici, il colore ocra è dominante. Altra attrattiva turistica nei dintorni della città è il ristorante belvedere ed alcuni agriturismi vicini al lago artificiale di Cincis, un bacino costruito negli anni Cinquanta del 1900 per fornire acqua ed energia agli altiforni di Hunedoara. Due tra i primi altiforni in Europa vennero costruiti nei pressi di Hunedoara, a Toplita nel 1750 e a Govajdia nel 1806. La stessa Torre Eiffel ha un piede di acciaio di Hunedoara. All’epoca dei Corvino, il commercio del ferro a Hunedoara ebbe un rilevante sviluppo: Mattia Corvino Hunyádi, figlio di János, concesse alla città il privilegio di porto franco, privilegio che la città mantenne fino al 1600. Alla morte di Mattia, il potere venne preso da Giovanni Corvino, suo figlio naturale, ma questi morì giovane. Si racconta che Iancu fosse il figlio illegittimo del Re d’Ungheria e di una bellissima fanciulla di nome Elisabetta. Il re innamorato, per salvare il suo onore la fece sposare con un capitano del suo esercito e le donò un anello da dare al figlio una volta cresciuto. Grazie all’anello il ragazzo sarebbe stato riconosciuto e accolto a corte. Un giorno però il bambino dimenticò l’anello su un prato e un corvo attirato dal luccichio, lo afferrò portandolo via. Ma il giovane lo vide, prese subito arco e frecce e riuscì a colpire il povero animale recuperano il prezioso dono. Una volta stabilitosi a corte il ragazzo raccontò al re quello che era successo e il padre, colpito, decise che quello sarebbe diventato il simbolo della famiglia reale. Davanti al palazzo della Magna Curia con museo della Civiltà Dacica e Romana di Deva c’è la raffigurazione artistica di un altro volatile. Il cigno era il simbolo nobiliare di Gabor Betlhen, principe di Transilvania del 1600, che stabilì a Deva la capitale per un breve periodo. Di questi molto è scritto e conservato nella Biblioteca Judetiana “Ovid Densusianu” di Deva, che produce anche una colta rivista “Vox Libri” coordinata magistralmente da Denis Toma. Di Hunedoara, invece, si ricorda Victoria Stoian, Ingegnere del combinato siderurgico, autrice di libri e frequentante, con me, l’Associazione degli scrittori regionali di Hunedoara, il collega di scuola Marcel Negru, prof. di informatica, ma anche regista di un cortometraggio sulle devianze giovanili a Hunedoara e l’altro collega Vlaic Sorin, prof. di storia (e cultore di storia patria, di Iancu di Hunedoara in particolare nonché animatore della promozione del folklore) al Colegiul Tehnic “Transilvania” di Deva. La Romania ha molto promosso la permanenza dei canti e danze popolari(a Deva c’era un animatore eccezionale, Dragan Muntean), che affondano le radici nella storia naturale e sociale dell’ambiente dentro il perimetro dei monti Carpazi, citati anche per i branchi di lupi e di orsi isolati, dal geologo Sigismund Duma, Rettore dell’Università Ecologica Traiano di Deva nonché dallo scrittore Dumitru Huruba che vive a Simeria nonchè dall’editore ed autore Mariana Pandàru e la colta Paulina Popa, poetessa e animatrice della rivista Emia di Deva, che ha apprezzato il mio Omaggio a Deva e alla Transilvania in lingua romena, che conosco binisor.Con alcuni dei miei ex studenti romeni comunichiamo in e mail come con Mihai Carciumaru (in posa ricoperto di pelle e lana di pecora come un pastore transilvano), M. Oleciuc, ecc. nonché con ex colleghi come Gabriel Nitu, Marcel Negru, ecc.. La Romania è presente in me anche con i suoi tanti miti e draculiane fantasie, che alimentano i miei 4 saggi e molti articoli ad essa dedicati in omaggio. I primi mesi trascorsi a Deva, dal balcone di notte osservavo il pauroso maniero sulla sommità del cono vulcanico che sovrasta Deva e l’allora Sindaco Mircea Munteanu volle una vistosissima scritta illuminata “DEVA”. Tale Sindaco l’ho sentito cantare a squarciagola canzoni romene nei ricorrenti festival folcloristici nella centrale Casa di Cultura di Deva. Una visita all’ammodernato castello di Deva, con comoda cabinovia (che parte dalla base dove vi sono i monumenti ai campioni olimpionici formatisi a Deva come Nadia Comaneci) è consigliata perché, di notte appare spettrale quasi come quello dei Corvino, e con il peculiare mito di antiche lotte di spiriti del bene e del male con il capomastro che mura la moglie viva nel castello. Un altro mito è racchiuso nella collina ad est di Simeria e Usturoi, che narra di un Re che tramutò, per vendetta, un giovane negro innamorato della figlia, in collina che ha forma di viso umano. Dunque i miti in Romania, in mezzo ai monti Carpazi, sono duri a morire ed alimentano il richiamo turistico e non solo. Essi sono collegabili più che alla corteccia dell’encefalo, o neoencefalo, che conserva la memoria recente, a quello profondo o paleoencefalo, che affonda le radici e conserva la memoria ancestrale dell’Homo sapiens e precedenti, molto meno umana e con tracce di cannibalismo.