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CERCOLA (NA) Eleonora , Caracciolo e i traditori del Regno.

(Comitatiduesicilie) Di Fiore Marro CERCOLA (NA)La storia del 1799 appare ai più molto complessa, prendete il sottoscritto, a prima vista, scoprendo i fatti, mi sono rallegrato con Napoli, per via che tra i tanti primati che vanta, spiccava pure quello della prima repubblica moderna, per non dire delle capacità marinaresche dell’ammiraglio Caracciolo, che mise in difficoltà ( in gergo nostrano “ a figure e niente”) il famoso ammiraglio Nelson, il quale poi per ricompensa chiese la sua impiccagione (cosa che personalmente approvo ancora oggi perché un soldato non può tradire il suo giuramento alla Patria) e, ottenendola, fece di Caracciolo un “martire”, che ebbe l’onore di avere attribuita, immeritatamente e ignominiosamente , al suo nome una delle vie più belle di Napoli, anche se come soldato era stato uno dei peggiori traditori di Napoli; per non dire, poi, della più famosa eroina giacobina per antonomasia, la celebre Eleonora Pimentel de Fonseca. Insomma a leggerle così non si può fare altro che dare un valore enorme sia dal punto di vista culturale che civile quel periodo storico, così come da sempre hanno cercato di inculcarci che i valori dell’Illuminismo, dei diritti, della libertà e della giustizia sono gli unici attorno a cui possiamo pensare di ricostruire una via di possibile salvezza per il mondo contemporaneo che vive momenti molto angoscianti di sonno della ragione, insomma la solita lunga tirata retorica da discorso ufficiale. Ora, lasciando da parte per un attimo le storie stereotipate dei “ Cattivi Maestri” che hanno divulgato, a loro piacimento e per tornaconto personale, tante idiozie, noi ci limitiamo a osservare le incongruenze dei discorsi che ci siamo dovuto sorbire in questi anni . Per esempio Il «sonno della ragione», tanto abusato dai vari Moratta, Galasso e altri, è il titolo di un celebre quadro di Goya che proprio contro l’Illuminismo era diretto, quell’Illuminismo che di «diritti» e «libertà» si riempiva la bocca ma avanzava sulla punta delle baionette francesi e aveva come simbolo la ghigliottina. Esageriamo? No, dice Camilleri: “nel 1989 la Francia festeggiò il Bicentenario della Rivoluzione e un’indagine statistica evidenziò che la prima cosa che la parola “Révolution” faceva venire in mente agli intervistati era, appunto, la ghigliottina. Per quanto riguarda i “patrioti” non erano che collaborazionisti degli invasori francesi, “giacubbini” (come li chiamava il popolo) entusiasti delle nuove idee robespierriane. La Pimentel era una parvenue portoghese che la regina aveva preso sotto la sua protezione e, per assicurarle un titolo, l’aveva “appioppata” a un vecchio marchese. Costei era diventata una delle più accanite tra i giacobini napoletani, si esibiva in teatro nei tableaux vivants che celebravano la rivoluzione, ballava attorno agli «alberi della libertà» e aveva addirittura fondato un giornale dal titolo significativo, Il Monitore. Era uno dei tantissimi “monitori” che i giacobini di tutta Europa avevano creato per ammaestrare il popolo bue. Lei lo riempiva praticamente da sola, infarcendola di vituperi per la sua ex benefattrice («tribade impura» era uno dei più forbiti). “ Ritornando, poi, al mio secondo protagonista devo dire che, a mio sommesso avviso, a parte la giusta punizione dell’ammiraglio traditore, l’errore fu di Nelson e del suo desiderio di vendetta, che ha reso famoso questi 4 ‘nfrancesati, perché quando Napoli fu liberata dai Sanfedisti del cardinale Ruffo, quest’ultimo raccomandò moderazione con i giacobini locali e ne chiese l’amnistia. Purtroppo l’ammiraglio inglese, voce ufficiale della corona albionica, di cui la corte borbonica era praticamente ostaggio, decise in maniera diversa. Così, Eleonora Pimentel de Fonseca venne impiccata nella Piazza del Mercato, luogo delle esecuzioni capitali. Era talmente riconosciuta la sua vicinanza al popolo napoletano che questo, come suo solito, le dedicò un epitaffio in musica: «Aro’ è gghiuta donna Lionora c’abballava ‘n copp’o tiatro? Mo’ abballa ‘n miezz’o mircato nzieme cu’ masto Donato». Questa fu la risposta dei lazzari che intuirono che andava difesa la loro patria, non i giacobini che parteggiavano per gli invasori. Se la regina Maria Carolina avesse dato retta al cardinale Ruffo, oggi non ci sarebbe alcun “martire” da commemorare. Le cerimonie di parte, che oggi come allora, riguardano una sparuta minoranza di intellettuali che, giacobinamente, si ritengono gli unici depositari della verità storica solo perché, magari, possono ammannirla dalle pagine più in vista della stampa prezzolata nazionale, oramai ha fatto il suo tempo e questo anche grazie al lavoro martellante dei CDS, dei Neoborbonici, delle nuove leve come il gruppo dei Lazzari di Brandi, e attraverso oramai le migliaia e migliaia di pagine storiche divulgate in rete. Ancora Camilleri ricorda attraverso un suo articolo in che mani siamo stati e continuiamo a essere: “ Come, all’epoca del Bicentenario, fece Maria Antonietta Macciocchi (ex Pci, poi Partito radicale), la quale si stracciava le vesti perché la povera Eleonora era stata giustiziata senza mutande onde gratificare dello spettacolo la plebe. Naturalmente non era vero, anche perché l’impiccato cadeva in una buca ricavata sul palco della forca e non certo sulle teste della gente assiepata sotto. Ma ancora oggi gli intellettuali giacobini sono come quelli del pimenteliano Monitore quando il popolo era illetterato. Anche i salotti “rossi” sono gli stessi, così come le contesse e le marchese pro-rivoluzione. Solo che adesso il loro compito è più difficile e le loro fesserie storiche devono infilarle nei sussidiari scolastici, cosa molto più elaborata da farsi. Certo, qualcuno che ancora ci casca lo si trova sempre. Ma basta fare un giro per via San Biagio dei Librai, dove i titoli filoborbonici riempiono le vetrine, per constatare che ormai a Napoli più nisciuno è fesso. “