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Roccamandolfi (IS) Nel castello visse la Contessa Giuditta

Roccamandolfi in provincia di Isernia è un piccolo Comune del Matese settentrionale, la cui storia è ricca di atti del brigantaggio postunitario, ma anche e soprattutto legati al castello che si erga maestoso e diroccato sopra al paesetto. Oggi Roccamandolfi ha solo 1000 abitanti, ma agli inizi del 1900 era abitato da oltre 3000 persone, poi l’emigrazione, senza ritorno, lo ha ridotto. A soli 9 km dal castello roccolano vi è quello letinese ed ancora più vicino quello boianese, 3 castelli studiati anche dall’Arch. Valente di Venafro che cura anche il costume tradizionale. Questi castelli hanno molto di storia da rivalorizzare anche a fini turistici oltre che di ricerca di radici storiche meno anguste. Tra gli uomini illustri di Roccamandolfi si ricordano i viventi M. Del Riccio e S. Martelli, del passato, invece, Salvatore Baccaro (1944-1984), attore e caratterista del cinema italiano. Pietrangelo Cavicchia (1879 – 1967), politico statunitense di origine italiana. Giovanni “John” Mario Castrilli (Roccamandolfi, 22 novembre 1950) è un politico australiano, membro del Partito Liberale. È stato eletto nell’Assemblea Legislativa dell’Australia Occidentale come rappresentante dell’elettorato di Bunbury nelle elezioni del 2005. La storia di Giuditta a Roccamandolfi è da riportare per i contemporanei e i posteri sia per il suo castello che per i legami con l vicino castello di Bojano (CB), curato dall’Avv. Alessio Spina, che con l’Associazione Falco, lo rende meno abbandonato. Nella storia tedesca ed europea tra il 1191 e il 1240 circa, si racconta della feudataria tedesca Giuditta, che è ormai prigioniera nel maniero di Roccamandolfi da molti mesi. Un burrone profondo la separa da sud. Giuditta si è barricata in questa fortezza, a ridosso di una montagna impervia e che domina tutta la vallata sottostante per tenere testa al suo imperatore. Il marito è riuscito a fuggire dalla rocca in una notte tempestosa, come solo capitano da queste parti, quando l’ululare dei lupi si confonde con il grido del vento, affidando a lei la resistenza ad oltranza contro Federico II di Svevia. Al principio del XI secolo il signore delle Terre di Bojano, Magenulfo (Maghenolfus), nobile beneventano, realizzò nuove fortificazioni per proteggere il territorio; tra queste probabilmente Roccamandolfi la cui derivazione toponomastica da “Rocca Magenulfi” sembra palese. La località, come si evince dalle fonti storiche, ebbe nel corso del tempo denominazioni diverse, ma sempre con la stessa radice: Rocca Magenula nel XII secolo; Rocca Minolfa e Rocca Raginulfa nel XIII secolo; Rocca Ginolfi nel XVI secolo. L’attuale denominazione di Roccamandolfi fu acquisita, infine, nel 1737. La fortezza, innalzata, dunque, in età longobarda, a controllo di uno dei passi (tra Molise e Campania) più pericolosi del massiccio del Matese, assunse nel periodo normanno la particolare forma architettonica ancora riconoscibile nel rudere che sopravvive: una solida cortina fortemente scarpata; due torri a base circolare, una ad oriente e l’altra ad occidente; tre torri a base semicircolare che si affacciano, con centro oltrepassato, sul lato meridionale; il versante a settentrione – dove la parete rocciosa cade quasi a picco – irregolare e privo di avancorpi; una rampa che, con evidenti adattamenti alla superficie del terreno, conduce all’ingresso posto sul lato orientale. Il castello venne progettato e realizzato in modo tale da renderlo inespugnabile, sulla sommità di un alto monte – 1080 metri di quota – che presenta pendii assai scoscesi e sentieri aspri ed impraticabili.

Si possono individuare, con un esame approfondito delle strutture emergenti, tre fasi sostanziali nel processo di edificazione, non necessariamente molto distanti tra loro. La prima, la più antica, è relativa al torrione quadrangolare (mastio) posto nell’angolo nord, caratterizzato da una muratura spessa in cui si aprono due grandi feritoie; la seconda ad un notevole ampliamento, con la creazione del muro a scarpa e delle torri circolari e semicircolari; la terza all’organizzazione degli spazi interni mediante piccoli ambienti quadrangolari (il vano più ampio che occupa l’ingresso venne, poi, quando il castello era ormai in abbandono, riutilizzato per fondare la chiesa di Santa Maria del Castello, citata e definita “diruta” in alcuni documenti del Settecento). Agli inizi del secondo decennio del XIII secolo, una intricata vicenda di assedi, incendi e distruzioni si svolse nel Contado di Molise, in special modo intorno a questo castello. È Riccardo di San Germano, monaco e notaio nell’abbazia di Montecassino, testimone del suo tempo, a fornirci nella Chronica (1189-1243) un preciso resoconto dei fatti. La storia di Giuditta, donna vigorosa e guerriera, che si svolge nel Molise alla fine del periodo normanno ed all’inizio di quello svevo, è molto ingarbugliata perché le fonti storiche che ne parlano sono contraddittorie, perfino nel nome, infatti, certuni la menzionano come Isabella Acquaviva ma si sbagliano poiché questa dama è vissuta ben 100 anni dopo. Secondo certa genealogia Giuditta di Molise nasce tra il 1191 e il 1201 ed è figlia ed erede di Ruggero I, ultimo conte normanno di Molise, che riuscì a mantenere la propria contea fino al 1196, quando fu scacciato da Roccamandolfi dagli invasori tedeschi.  Ruggero muore in esilio. Nessun figlio di questo conte viene mai menzionato dalle cronache, mentre – secondo Evelyne Jamison è certo che «sua figlia era quella Giuditta contessa di Molise che portò la contea a casa Celano ed ebbe una parte di primaria importanza nelle vicende politiche almeno fino al 1247». La nostra contessa va in sposa a Tommaso conte di Celano. E’ importante narrarne le vicende storiche per capire quel periodo. L’imperatore germanico Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, scende in Italia per stabilire il suo potere nel Regno del Sud.
Egli, infatti, ha sposato nel 1186 Costanza d’Altavilla, figlia del defunto Ruggero II, rimasta unica erede al trono del Regno di Sicilia. Molto più vecchia di Enrico, rimane incinta dopo diversi anni di matrimonio. La regina, però, se ne accorge solo quando il marito è già partito per la Sicilia. Avere la certezza della propria discendenza, in quel periodo, era cosa seria poiché i troni venivano tramandati di generazione in generazione. Temendo un inganno, l’Imperatore ordina alla moglie, rimasta in Germania, di raggiungerlo per partorire l’erede nell’isola siciliana. Ma durante il viaggio la regina  perde le acque e il piccolo nasce a Jesi, nelle Marche. Prima, però, la scaltra siciliana, che conosce la diffidenza di Enrico, fa installare un padiglione nella piazza del paese e manda un bando ad annunciare che qualsiasi donna voglia vederla partorire è bene accetta. Il piccolo Federico II avrà una vita travagliata perché perde a pochi anni dalla nascita prima il padre e poi la madre. Costanza, però, prima di morire  lo affida  a papa  Innocenzo III. L’erede degli Svevi finisce, per varie vicende che colpiscono il suo regno, per essere abbandonato a se stesso. E’ recuperato dal suo tutore quando esce dalla minorità (verso il 1209) e fatto re solo quando i contendenti al trono di Sicilia muoiono o sono diventanti avversari del Papa che, infatti, prima aveva incoronato imperatore Ottone IV di Brunswick poi lo aveva scomunicato. Ebbene è proprio questo giovane –  che si fa incoronare imperatore a Roma nel 1220 – ad entrare in conflitto con il conte e la contessa di Celano e di Molise. Tommaso di Celano diventa conte di Molise quando questo contado ha appena attraversato uno dei momenti più turbolenti della sua storia. Dopo la discesa dell’imperatore germanico Enrico VI e dei suoi feroci capitani, inizia, infatti, nel Molise un lungo periodo di guerre che vede Mosca in Cervello (nomignolo del tedesco Corrado Lutzelinhart) prima e Marcovaldo poi (nome italianizzato delll’alsaziano Markwald d’Anweiler) impossessarsi della contea, usando ogni sorta di crudeltà. E’ Pietro di Celano, uno dei più potenti feudatari del tempo, ad averne successivamente il possesso. Comunque, tra gli storici, anche qui, ci sono varie versioni.   Fin dal 1200  il Conte Pietro  comincia a muovere le proprie pedine per stabilire la sua dinastia nella contea di Molise, cercando di edificare una grande signoria, che doveva estendersi dalla Marca di Ancona fino a Civitate nella Puglia centrale, controllando le vie di comunicazione da Roma e dalla Marca al Regno. Questa politica, che va nella stessa direzione di quella del papato, fa sì che i conti di Celano abbiano una parte di grande importanza all’inizio del XIII secolo. Nel 1212, alla morte del padre, è Tommaso ad ereditare il feudo molisano e le stesse ambizioni paterne. Egli, insieme alla moglie, diventerà il fiero difensore dell’indipendenza feudale contro la politica di accentramento di Federico II. La contea di Celano va a suo fratello maggiore Riccardo. I due entrano ben presto in conflitto. Infatti Tommaso toglie la contea di Celano al fratello, e alla incoronazione di Federico II, avvenuta a Roma il 22 novembre del 1220, solo Riccardo, si presenta ad omaggiare il nuovo imperatore insieme ai tanti baroni accorsi. Questo atteggiamento è la goccia che fa traboccare il vaso già stracolmo di lagnanze del giovane regnante che ha una lunga lista di rimproveri da muovere ai Celano, come, per esempio, il loro sostegno al rivale Ottone di Brunswick, ma soprattutto egli intende annullare il potere dei suoi feudatari. Infatti, non basterà al Conte Tommaso inviare il proprio figlio Matteo da Federico II per riparare alla gaffe e sottomettersi,  né tanto meno l’intervento del papa. Vedendo rifiutate le sue proposte, da allora in poi il Conte di Molise, che secondo la cronaca dell’epoca possedeva 1500 uomini,  apre le ostilità contro il suo Imperatore. Giuditta, conoscendo il marito, sa perfettamente che lo scontro tra Tommaso e l’Imperatore Federico II, che ha deciso di annullare i poteri dei  feudatari, sarebbe stato comunque inevitabile. Il conte di Molise e di Celano non è uomo da arrendersi; anzi, più la lotta è dura, e più  si sente spronato  e pronto a battersi per superare gli ostacoli. L’imperatore ha, infatti,  in Tommaso un avversario di tutto rispetto: tenace, scaltro, intelligente. E, lei, Giuditta, è al fianco del marito per difendere i propri feudi, aiutandolo e sostenendolo nelle battaglie. I primi scontri avvengono all’inizio del 1221 quando a scacciare Tommaso da Bojano sono i suoi stessi feudatari che si sono schierati con l’imperatore. Giuditta si chiude con i figli nella Rocca di Bojano, mentre il conte con i suoi uomini raggiunge l’inespugnabile fortino di Roccamandolfi. La contessa è avvezza alle lotte feudali. Nella sua infanzia, anche suo padre si è dovuto rifugiare a Rocccamandolfi insieme a tutta la famiglia poiché Ruggero I era stato sconfitto a Roccamandolfi nel 1196 da Corrado di Lutzelinhart, e sa quindi, per esperienza, che queste battaglie possono prendere pieghe impreviste. Dall’alto della torre del castello il suo sguardo viene rapito, per un attimo, dal magnifico panorama che domina un’estesa vallata di verdi prati. Alla sua sinistra, celato al suo sguardo dai monti del Matese, c’è il castello dove Tommaso starà facendo piani per liberarla. Ne è sicura. Deve essere pronta per qualsiasi evenienza. A turbare le sue riflessioni, grida minacciose salgono da sotto le mura del maniero dove è accalcata una soldataglia cenciosa e feroce.  E’ la prima volta che i feudatari si ribellano così, sfacciatamente. Giuditta è sempre più inquieta. Non le manca il coraggio per far fronte a questa gente, ma preferisce aspettare Tommaso, sa che verrà.  Nel suo castello dà ordini alla servitù perché tutti siano pronti a fuggire con le provviste, gli animali e le poche cose. La previdente contessa ha avuto ragione. Dopo pochi giorni, Tommaso con i suoi uomini piomba su Bojano, sequestra i viveri, e la mette a ferro e fuoco; fuggendo insieme ai figli, alla moglie e ai suoi uomini, ritorna a fortificarsi a Roccamandolfi, stavolta con tante provviste da poter sopportare un lunghissimo assedio.
Questo attacco mette su tutte le furie Federico II, che invia Tommaso d’Aquino (conte di Acerra e Maestro e Giustiziere di Puglia e di Terra di Lavoro) a riconquistare prima Bojano, poi ad assediare Roccamandolfi. Ma anche il conte di Acerra, dopo aver raggiunto il primo obiettivo, fa cilecca sul secondo. Tommaso e Giuditta rimangono ben asserragliati nel loro maniero. Nel febbraio del 1222 è lo stesso Imperatore che si presenta con la sua armata sotto quel “forte arnese di guerra” per stanare di persona il fellone. E’ da più di quattro giorni che piove a Roccamandolfi. I soldati di Federico II si sono accampati alla meno peggio sul terreno scosceso e pietroso che lambisce le mura del castello.  Hanno acceso grandi falò che la pioggia battente ha spento. Il freddo e l’umidità si fanno sentire. La notte è scesa molto presto, una fitta nebbia ha inghiottito tutta la valle, non si vede a meno di due metri dal proprio naso. Tuoni e lampi echeggiano a intervalli regolari. Tommaso approfitta per fuggire dalla rocca senza farsi notare. Lui e i pochi uomini che lo seguono conoscono tutti i sentieri. Non è difficile per loro trovare una via di fuga sicura.  Il conte lascia il comando alla moglie. Sa che può contare su di lei, sul suo coraggio e la sua abnegazione. Ed è così che l’Imperatore viene beffato.  Giuditta lo osserva mentre se ne va, fiero sul suo cavallo, chissà verso quali altri feudi in rivolta. All’assedio di Roccamandolfi rimane solo il conte di Acerra chiamato, però,  ben presto in soccorso delle armate imperiali perché Tommaso, che non è rimasto a guardare, una volta raggiunta la libertà, con l’aiuto di suo cognato Raimondo d’Aversa, si impossessa del suo feudo in Marsica, e guerreggia a destra e a manca battendo le truppe imperiali. Solo a Celano si fa sconfiggere. Intanto, Giuditta e i suoi, che non sanno di tutte queste lotte, cominciano a patire. Sono più di due anni che la fiera contessa tiene questa rocca. I viveri, che ha amministrato con tutta la meticolosità possibile, cominciano a scarseggiare. Impossibile poter uscire: gli uomini del conte di Acerra bloccano tutte le vie di fuga. La sua gente non si lamenta ma lei legge suoi loro volti il patimento. E’ una grande sofferenza che le strazia il cuore perché aspettano tutti una decisione che può venire solo da lei.  Da pochi giorni hanno dovuto sacrificare anche l’ultima capra: non si riusciva più a trovare il foraggio nemmeno per lei. E adesso, come può sopravvivere se Tommaso non arriva a liberali? Quanto tempo ancora potranno resistere?Ormai, però, si sono stancati  un po’ tutti di questo assedio, in primis l’Imperatore che deve rinunciare a tanti uomini per tener testa a una donna. Comincia allora una trattativa in cui alla contessa viene offerto un salvacondotto per lei e la sua gente e per tutti i suoi beni. Un’offerta generosa che l’accorta Giuditta sa di non poter rifiutare ed accetta.
– Federico II di Svevia, a destra, in una miniatura del XIII secolo (Biblioteca Vaticana) –
“Stupor mundi” così come è chiamato Federico II per la sua grande cultura e la conoscenza approfondita di varie lingue che durante questi anni ha avuto modo di apprezzare la guerriera molisana, fa di più, e le chiede di presentarsi al suo cospetto con i figli. Egli vuole che lei, Giuditta, perori la sua causa presso il marito, lo faccia rinsavire arrendendosi. Giuditta non riesce a piegarlo, soprattutto perché anche Tommaso sta lavorando tramite la Curia pontificia e il Maestro dei Cavalieri dell’ordine Teutonico per avviare una trattativa che porterà  i suoi frutti. Il 25 aprile 1223, infatti, Federico II chiude la partita con il suo avversario stipulando un trattato che legittima il governo amministrativo del Molise. Ad un patto, però, che egli si allontani dal Regno per tre anni, consegni suo figlio al Maestro dei cavalieri, e che il governo del suo feudo sia affidato alla moglie. Federico II di Svevia (1194 – 1250) – della famiglia Hohenstaufen, figlio di Enrico VI e Costanza d’Altavilla, nipote di Federico I Barbarossa -, re di Sicilia, re di Germania e imperatore del Sacro Romano Impero, è considerato da molti il più grande monarca che si sia mai assiso su un trono d’Europa; uomo di vasta e composita cultura, conosceva tante lingue: il greco, il latino, l’arabo, il provenzale, il francese, il tedesco e l’italiano, di spirito eccezionalmente aperto (sapeva “usare” e frequentare saraceni ed ebrei, manteneva un numeroso harem con donne e anche uomini a sua disposizione), artista raffinato e protettore di architetti, scultori, dotti e poeti (presso la sua corte palermitana nacque il “volgare”, poi perfezionato dal genio di Dante; fondò a Napoli, nel 1224, l’Università degli studi – uno Studium, totalmente indipendente dall’ambito ecclesiastico – che porta ancora il suo nome). In campo politico mirò a creare un potere centrale forte ed antifeudale; nel dicembre 1220 la prima Magna Dieta a Capua si concluse con l’emanazione dei capitoli di un Testo Unico che undici anni dopo sarà promulgato a Melfi (Costituzioni di Melfi): gran parte dell’autorità di baroni e conti era trasferita a funzionari statali e l’ereditarietà degli uffici abolita (De privilegiis resignantis), la proprietà fondiaria di conventi, abbazie e vescovati veniva limitata (Quod loca stabilia), le fortificazioni che i signori locali più potenti avevano fatto erigere nelle proprie terre dovevano essere abbattute (De novis aedificiis diruendi). A vigilare sul rispetto di queste norme fu nominato, quale giustiziere, anche un esponente della feudalità molisana: Teodino di Pescolanciano. Federico II, nella scelta delle rocche da requisire o da abbattere, era stato guidato unicamente da motivazioni strategiche e il Molise (l’antico Sannio Pentro) rappresentava una zona nevralgica per le comunicazioni tra l’Italia meridionale e quella centro-settentrionale. Una strada importante di collegamento tra Roma e Bari era quella che, staccandosi dalla via Latina presso Venafro, proseguiva per Isernia, Bojano, Sepino e Benevento; un percorso accidentato, in un territorio impervio – vista la conformazione orografica -, controllato da un “sistema” di fortificazioni e castelli, tutti in possesso di un potente signore: Tommaso, conte di Molise, di Celano e di Albe. Questi, guelfo dichiarato, unico grande assente alla cerimonia di incoronazione – svoltasi nel novembre dello stesso 1220 -, osò opporsi sia ai provvedimenti della Dieta di Capua che alle successive sanzioni e, di conseguenza, venne attaccato. Disponendo di più di 1500 uomini, tra cavalieri e servientes, si rifugiò in Rocca Magenulfi lasciando la moglie Giuditta, descritta dagli storici come «donna vigorosa e guerriera», a difesa di Rocca Bojano (Civita Superiore). L’esercito reale, guidato da baroni fedeli a Federico II – tra questi anche Riccardo, fratello dello stesso Tommaso -, senza colpo ferire, riuscì ad occupare la città “bassa” di Bojano al principio dell’anno 1221. Tommaso, con un assalto improvviso, mise in fuga i baroni, incendiò e saccheggiò l’abitato trasferendo poi il bottino, le munizioni ed i viveri nella fortezza di Civita Superiore, ancora in possesso della moglie. Successivamente la famiglia comitale riparò nella più sicura Rocca Magenulfi; Tommaso d’Aquino, conte di Acerra e maestro giustiziere di Puglia e Terra di Lavoro, pose l’assedio a Rocca Bojano e, dopo averla conquistata, si spostò al castello di Roccamandolfi. A quest’ultima operazione partecipò anche lo stesso Federico II che giunse sul luogo nel 1222 (l’intervento personale dell’imperatore dimostra quanto fosse essenziale per lui sottomettere il conte di Molise, uno dei signori più potenti del Regno di Sicilia), con altre truppe, per accelerare la resa. Tuttavia il castello reggeva gli assalti, pareva imprendibile; Tommaso, considerando che se fosse stato catturato insieme alla moglie sarebbe svanita per sempre ogni speranza di ulteriore opposizione, ritenne opportuno fuggire dapprima ad Ovindoli, presso il cognato Ruggero di Anversa, e poi a Celano. Giuditta, ancora una volta, rimase sola, a tutela di Rocca Magenulfi. Il conte di Molise, quindi, portò la rivolta anche nella regione marsicana ove, con l’aiuto dei suoi feudatari fedeli, depredò ed incendiò Paterno. L’esercito, sempre al comando del conte di Acerra, dopo aver mosso verso Celano e sconfitto i ribelli, tornò, a sorpresa, a Roccamandolfi costringendo alla resa la contessa. Nell’aprile del 1223, finalmente, si giunse ad un trattato di pace: si stabilì l’esilio di Tommaso per almeno tre anni e la reintegra di Giuditta nei suoi possedimenti (essendo nipote di Riccardo di Mandra era la legittima erede della contea di Molise, portata in dote al marito con il matrimonio), eccetto il castello di Bojano che il sovrano volle riservare per sé con lo scopo di poter meglio esercitare il controllo su un importante territorio posto a confine tra Terra di Lavoro, Principato di Benevento e Puglia. Il castello di Rocca Magenulfi, invece, venne reso inutilizzabile e in gran parte distrutto.