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L’Italia, la sua scuola e il mondo dopo 30 e 47 anni di internet

(di Giuseppe PACE) Più volte dalle colonne di questo moderno mass media italiano, ho evidenziato l’evoluzione non solo biologica dell’Homo sapiens, ma soprattutto quella culturale dell’uomo che vive in varie società ad economia più o meno avanzata. L’uomo nel corso della sua evoluzione culturale è stato coinvolto in diverse rivoluzioni (dal paleolitico al neolitico con il divenire stanziale, l’uomo addomestica gli animali e vive in città, poi la rivoluzione industriale , a partire dalla fine del 1600, emancipa le classi sociali meno abbienti e incentiva le arti liberali (artigiani, avvocati, notai, medici, ingegneri) ed infine la rivoluzione francese, della fine del 1700, dà rappresentanza e dignità al Terzo Stato mettendo sempre più da parte i privilegi dei nobili e del clero, fino alla rivoluzione di internet, iniziata meno di mezzo secolo fa. In Italia usiamo internet solo da 30 anni, ma il resto del mondo, ad economia avanzata, da ben 47 anni. Il 30 aprile del 1986 l’Italia, per la prima volta, si è connessa ad Internet: il segnale, partito dal Centro universitario per il calcolo elettronico (CNUCE) di Pisa, è arrivato alla stazione di Roaring Creek, in Pennsylvania. Quella prima connessione era la fine del progetto di un gruppo di pionieri; ed è stato l’inizio di una storia nuova. Trenta anni dopo, il 29 aprile fino a notte, faremo in tutta Italia un Internet Day: per ricordare le gesta di chi ci ha creduto per primo; e per prendere da lì tutto lo slancio necessario a chiudere la partita iniziata allora. Banda ultrarlarga, competenze digitali, servizi digitali, si spera, per tutti: è ora di accelerare dicono al Governo, giustamente. L’Italia ha molti primati in campo intellettuale, ma non altrettanti in campo sociale per gli ammodernamenti iniziati in ritardo rispetto ad americani, inglesi, giapponesi, tedeschi, francesi ecc.. Nel 1996 erano connessi 10 milioni di computer, nel 1999 venne pubblicato Napster, il primo sistema di file sharing di massa e gli utenti di Internet erano solo 200 milioni in tutto il mondo, nel 2008 gli utenti di Internet erano già circa 600 milioni, mentre nel 2009 circa 1 miliardo e nel 2015 circa 3,3 miliardi in tutto il mondo, meno della metà della popolazione mondiale. La globalizzazione ha portato l’uomo in una nuova epoca storica, ma non tutti ne beneficiano equamente. Le origini di Internet si trovano in ARPANET, una rete di computer costituita nel settembre del 1969 negli USA da ARPA (Advanced Research Projects Agency). ARPA fu creata nel 1958 dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per dare modo di ampliare e sviluppare la ricerca, soprattutto all’indomani del sorpasso tecnologico dell’Unione Sovietica, che lanciò il primo satellite (Sputnik) nel 1957, conquistando i cieli americani: quando la NASA le subentrò nella gestione dei programmi spaziali l’ARPA assunse il controllo di tutte le ricerche scientifiche a lungo termine in campo militare. Verso il 1965 l’ARPA iniziò ad avere dei seri problemi di gestione: aveva diversi computer sparsi in varie sedi (tutti molto costosi) che non potevano parlarsi: non avrebbero potuto farlo nemmeno se fossero stati nella stessa stanza. Scambiare file fra loro era quasi impossibile, per via dei formati di archiviazione completamente diversi (e proprietari) che ognuno di essi usava, quindi era necessario molto tempo e molto lavoro per passare dati fra i vari computer, per non parlare dello sforzo necessario per portare e adattare i programmi da un calcolatore all’altro. Per questo Robert Taylor, allora direttore della divisione informatica dell’ARPA, affrontò il problema in modo radicale. Nel 1966 parlò con Charlie Hertzfeld, allora direttore dell’ARPA, e ottenne uno stanziamento di un milione di dollari per il progetto ARPANET. Tale progetto venne pianificato e realizzato dall’IPTO (Information Processing Techniques Office). Questo dipartimento fu gestito in principio da Joseph Licklider, psicologo prima, scienziato informatico poi, al MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston. ARPANET sarebbe servita a condividere online il tempo di utilizzazione del computer tra i diversi centri di elaborazione dati e i gruppi di ricerca per l’agenzia. L’IPTO si basò su una tecnologia rivoluzionaria: la commutazione di pacchetto (packet switching), sviluppata da Paul Baran, ingegnere polacco naturalizzato statunitense, alla RAND corporation e da Donald Davies al Laboratorio nazionale britannico di Fisica (British National Physical Laboratory). Si puntava ad un network invulnerabile ad un attacco nucleare. Secondo altre fonti, invece, questa tesi è una leggenda alimentata da un articolo sul «TIME» del 1993 di Philip Elmer-Dewitt. Così, nell’ottobre 1969 Leonard Kleinrock, titolare del laboratorio dell’Università della California di Los Angeles, fu incaricato di creare il primo collegamento telefonico da computer a computer fra la UCLA e lo Stanford Research Institute, che furono così i primi due nodi di Internet: la prima applicazione che abbia mai funzionato su internet fu una sessione Telnet. Nel dicembre 1969 si aggiunsero alla connessione le università di Santa Barbara e dello Utah, rispettivamente il terzo e quarto nodo. Il quinto nodo fu la BBN (Bolt, Beranek e Newman, una società di ingegneristica acustica di Boston convertita all’informatica applicata), nei primi mesi del 1970, che aveva implementato i primissimi protocolli di ARPANET. Nel 1995 la National Science Foundation cessa di sostenere finanziariamente la dorsale; questo elimina le ultime restrizioni all’uso commerciale di Internet. Al CRS4 (Centro di ricerca, sviluppo e studi superiori in Sardegna) viene sviluppato il primo servizio di webmail. In Italia, solo le nuove generazioni usano molto internet, quelle precedenti sono quasi analfabete. In Germania internet è diffusissima anche tra gli over 65 anni e, a differenza dell’Italia, là molti comprano online indumenti, biglietti aerei, trasferiscono moneta da una banca all’altra e tra il cittadino e la banca via internet. Come uomo di scuola che ha insegnato anche all’estero, ha potuto usufruire dei grandi vantaggi di internet per comunicare soprattutto con colleghi informatizzati e con i propri familiari. Tra l’esperienze di scambi culturali con scuole italiane ricordo bene l’Istituto Tecnico Turistico “Michele Laporta” di Galatina (Lecce), che nel 2006 fece uno scambio culturale, grazie all’operosità in internet del collega Prof. Francesco Masi, con classi della sezione italiana del Colegiul Tehnic “Transilvania” di Deva, Romania. Alla scuola salentina ho inviato di recente un mio saggio da porre in biblioteca per fare memoria nel sistema elefantiaco e burocratizzato della scuola italiana.Tale memoria ricorda in particolare il proficuo scambio culturale tra le due sciuole che investì lo studio del Salento e della Transilvania, tra le altre cose. La scuola italiana sta attraversando una crisi, ma segnali positivi, sia pure timidi, di fare in modo che il merito venga riconosciuto non mancano. Il futuro ci riserva molte altre rivoluzioni ignote, ma questa di internet è strabiliante per il mercato globale, il flusso di informazioni immediate da una parte all’altra del pianeta Terra, che ci ospita ed apre un capitolo nuovo e diverso nello studio dell’Ambiente, inteso come insieme di Natura e Cultura che considera un luogo abitato dall’uomo associato con il flusso entrante ed uscente di informazioni. I confini nazionali diventano sempre più labili e quelli sovranazionali come l’Unione europea, ecc. non bastano più nonostante i rigurgiti dei diffusi nazionalismi dei quali non è esente neanche la Gran Bretagna, madre della democrazia moderna, quella antica fu l’Atene di Pericle. L’Homo sapiens è pieno di risorse, molte ancora da comprendere e sperimentare, ma piano piano, sta riconquistando forse potenzialità che aveva disperso oppure sta sviluppando le potenzialità nascoste nel suo DNA sulle quali agisce l’acquisizione culturale dovuta ad ambienti poco tribali del passato anche recente. Ad internet la scuola italiana deve dare più credito in modo che si sprovincializzi quella parte di docenti e di discenti che pensa ancora di potere ignorare l’esistenza necessaria dell’ambiente internazionale e si limita, a volte, a conoscere solo quello nazionale. In alcune regioni poi sta facendo capolino anche chi pensa che la scuola possa diventare regionale e magari fare studiare solo fatti e persone locali. Tutto è possibile poiché accanto all’evoluzione può anche sorgere e crescere un’involuzione. In Germania le scuole sono in gran misura regionalizzate, ma ciò non ha fatto tralasciare la cultura internazionale. Anche in Italia, nel passato soprattutto, la cultura locale, comunale e regionale veniva tralasciata, mentre deve poter trovare spazio in quella nazionale ed universale.