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Uno sguardo su Letino con il castello da valorizzare

(di Giuseppe PACE) LETINO (CE) Letino è un piccolo paese, ubicato sull’altissimo Matese, da considerare misterioso per la storia passata e, da molti, definito “Perla del Matese” per la rara bellezza paesaggistica, come fotografato dall’Avv. Alessio Spina, in agosto 2016. La sua origine affonda in radici leggendarie nella tradizione orale tramandata dai nonni ai nipoti: “una piccola corte guidata dalla Principessa greca, Letizia, fuggiva dagli Ottomani e trovò giovamento ed oblio nelle acque del piccolo fiume, che chiamò Lete e il comune Letino”. Il Lete, o fiume dell’oblio di Virgilio del VI libro dell’Eneide, più di qualche studioso lo ha posto nell’alta valle del Lete. L’origine, non leggendaria, di Letino è, invece, pure antichissima: il primo insediamento risalirebbe all’epoca neolitica, come testimonierebbero i resti delle mura poligonali sulla collina, a sud del sommitale castello, detta “Le Preci”. Altri reperti meno incerti, ma difficilmente recuperabili per l’incuria degli uomini, sono gli arredi ritrovati nelle povere tombe di pastori ed agricoltori e le antiche abitazioni nella località di campo delle Secine (Rave la Noce e Santa Maria dell’Arco) e di San Pietro- ad est della nota fontana- risalgono ai periodi sannitici e medievali. E’ a partire dal XI sec., che l’antico Vichus di Letino, diventa una roccaforte con un castello e guarnigioni militari poste a difesa delle alte valli del Lete e del Sava e dell’intero massiccio matesino dalle numerose aggressioni di invasori. In quasi tutti i comuni attorno al castello nobiliare si costruivano casette della pleba e così avvenne anche a Letino. Fino al 1806, anno in cui fu abolita la feudalità nel Regno di Napoli con l’Editto Napoleonico, il feudo letinese ospita diverse e influenti famiglie nobiliari, tra cui i Rainone e i Carbonelli, antica famiglia nobiliare campana con Aurelio fedelissimo dei Borboni anche dopo Gaeta. Letino è una delle perle del Matese, abitato da meno di 800 persone dopo una massiccia e emigrazione, senza ritorno, verso le Americhe soprattutto, ma anche verso l’alifano e il venafrano. Il paesetto attualmente è in provincia di Caserta, mentre dal 1927 al 1945 fu amministrato dalla Provincia di Campobasso. Letino, insieme ad altre sei piccole località della Campania (Albori, Castellabate, Atrani e Furore in provincia di Salerno e Nusco in provincia di Avellino) aspira a far parte del club dei “Borghi più belli d’Italia”. Il paesetto dista solo 30 km da Alife, che fu importante città Sannita prima-come dimostra la necropoli vicino all’attuale cimitero- e Romana poi: con anfiteatro, criptoportico, tombe gentilizie, ecc.; 40 km dall’antica città romana di Telesia sul versante sud-ovest della Campania, e a soli 35 km dall’altra città romana Altilia, Saepinium, Sepino (CB) in Molise, sul versante nord-est. Il suo territorio si estende per quasi 33 km², con altimetria minima di 857 m al lago omonimo e massima di quasi 2050 m al Monte Miletto(dove confinava fino al 1800 con Roccamandolfi). Il paesetto fa parte della Comunità montana del Matese e del Parco Regionale del Matese. L’abitato di Letino, dapprima alle Secine, vicino a Santa Maria dell’Arco, poi a San Pietro ed infine nell’attuale sito, è in continua crescita urbanistica e demografica: nel 1861 e 1951 si censirono 1350 residenti nel 2016 solo da meno di 800 anche se l’urbanistica è ancora in sviluppo sotto il paesetto e lungo la strada delle Secine. Il centro storico di Letino, tipicamente medievale, conserva ancora tutto il suo fascino originario caratterizzato dalle strette stradine e dalle case con portali e piccole finestre per affrontare meglio il freddo invernale. La piazza centrale è posta davanti alla chiesa madre dedicata al Santo Patrono, Giovanni il Battista. Davanti alla chiesa c’è una croce proprio sul posto dove nel 1861 furono fucilati, dai briganti di Roccamandolfi, i militi della guardia nazionale. Il muro perimetrale della chiesa madre è del 1200, il castello che si erge sul monte sopra il paesetto è di epoca precedente. Costruito dai Longobardi ed abbellito e perfezionato dai Normanni dal 1888 il castello medievale è adibito a cimitero. Diverse erano e sono, in parte, le chiese di interesse artistico, a partire dalla più antica, quella nel castello medievale (a quota 1.071 metri) sorta agli albori del cristianesimo nel V-VIII secolo; pregevoli l’altare maggiore barocco e le espressioni artistiche nel corso dei secoli di santi e sante tra cui primeggia la Madonna del Castello, Regina del Matese. La Chiesa di San Giovanni Battista, databile tra il X e il XIII secolo e più volte ristrutturata, con il lato sud gli affreschi, degradati dall’umidità, del 1575 pagati ed ordinati da Cesare Pitocco di Ciorlano. Sull’architrave della porta d’ingresso vi è la data del 18 luglio 1564, sul campanile quella del 1568, la campana grande fu fusa nel 1718, la media nel 1705 la piccola nel 1822. Radicali sono stati i lavori del 1963/64. Tra i preti di Letino si ricordano: A. e G. Vaccaro, D. Caruso, F. Di Cecco, R. Fortini, P. A. Mancini e F. Stocchetti vivente. Per i preti che hanno svolto servizio a Letino leggasi il capitolo dedicato alla Diocesi di Alife-Caiazzo del mio libro:”Piedimonte M.- e Letino tra Campania e Sannio” donato ad una ventina di letinesi tra cui il prete attuale e disponibile nelle edicole piedimontesi (D’Aulisio e Acampora) ed alifana (Luigi Fappiano). Il territorio di Letino è situato a 1050 metri d’altitudine e si presenta circondato da due catene montuose con, al centro, due estesi altipiani: la vallata delle Secine e la vallata del Lete (suddivisa in diverse contrade). Il Comune di Letino ha un territorio esteso oltre 32 Kmq. Confina a nord con Roccamandolfi (IS), ad est con S. Gregorio Matese (CE), a sud con Valle Agricola (CE) e ad ovest con Gallo Matese (CE). La superficie boschiva (ad alto fusto di faggi soprattutto) è pari a 1350 ettari; il 30% dell’intero territorio è costituito da pascoli montani e da terreno non più coltivati, la rimanente parte è occupata dal corso del Lete, dal Lago di Letino e dal centro abitato. Ad ovest dell’abitato di Letino vi è il Monte Pignatello (1196 m), che divide i laghi artificiali di Gallo e di Letino. Ai piedi del Monte Ianara, al limitare del bosco, nella zona sud – ovest delle Secine, ha origine il mitico fiume Lete, la cui sorgente principale, fatta di polle d’acqua fredda di 6-7 gradi Celsius, è denominata “Capo Lete”. Il Lete si dirige verso Monte Castello, dopo aver ricevuto sette sorgenti d’acqua (57 sono le sorgenti idriche di Letino), si inabissa nello stretto corridoio a pareti verticali del Passo della Cuttora e, attraversando la lussureggiante valle davanti a Letino, si immette nel Lago omonimo. Prima che si formasse il Lago di Letino (1911), per la costruzione della diga di sbarramento a scopo idroelettrico, il Lete veniva inghiottito in una voragine sita tra il Monte Capello ed il Monte Favaracchi per poi ricomparire, sull’altro versante, in una cascata di oltre 30 metri, in territorio di Prata Sannita. Questo percorso interno del Lete si è potuto verificare poiché le rocce del Matese risultano composte, in prevalenza, da calcari, gessi e dolomie che, in presenza di acque ricche di anidride carbonica, si solubilizzano dando origine agli effetti carsici. All’inizio di tale effetto, le acque superficiali incominciano ad infiltrarsi ed a creare fessure sempre più evidenti formando delle cavità, caverne, voragini, pozzi, foibe. Tale situazione determina la progressiva scomparsa dei corsi d’acqua superficiali e la costituzione di corsi d’acqua sotterranei per cui, quando un corso d’acqua è inghiottito da una voragine, le acque sotterranee risorgano a valle, in più punti, ritornando ad essere superficiali. Questo fenomeno ha determinato la “creazione” delle stupende e caratteristiche Grotte del Lete o del “Caùto”. L’ingresso delle grotte si apre subito dietro la diga di sbarramento, al limite sud – orientale del Lago di Letino, davanti al cancello dell’Enel abbonda, invece, il luppolo. L’ingresso conduce in un’ampia sala che presenta l’inizio di due corridoi. La prima apertura è l’inizio del ramo fossile e si trova a 45 m dall’ingresso sulla parete destra e a 7 m dal suolo; la seconda apertura è l’ingresso del ramo attivo, che accoglie le acque di sopravanzo della diga e si trova a 60 m dall’ingresso principale, dopo un salto di circa due metri e mezzo. Il ramo fossile è percorribile solo con adeguato equipaggiamento (canotto, scala, corde, ecc.), poiché presenta laghi lunghi anche 30 m, pozzi e salti fino a 10 m. Il dislivello tra l’entrata e l’uscita è di 87 m, con uno sviluppo di 452 m. Il ramo attivo, del piano inferiore, presenta oltre a pozzi, laghi, scivoli e salti, anche corridoi laterali non esplorati perché molto stretti. Il ramo attivo ha uno sviluppo complessivo di 475 m, con un dislivello di oltre 93 m. Entrambi i rami presentano biforcazioni percorribili ed hanno in comune la sala d’ingresso e quella d’uscita, con una volta alta circa 40 m. Il balcone d’uscita, della larghezza di circa 15 m, permette di osservare “un panorama superbo e vasto che l’alba ed il tramonto colorano e trasformano in uno scenario veramente imponente e suggestivo”. Alcuni settori delle grotte presentano, sul pavimento, delle vaschette a bordi stalagmitici e concrezioni cristalline a rosetta. Alle pareti si possono notare stalattiti anche nastriformi e formazioni parietali brune che risaltano sullo sfondo calcareo, somiglianti a liane tropicali. In altre sale si trovano colonne stalagmitiche e stalattitiche bianche, cristalline, brillanti o colorate, cascate pietrificate, imponenti colonne e felci mineralizzate. Il visitatore attento non può evitare di visitare i resti delle mura poligonali in cima alle Preci, composte da massi grezzi di roccia calcarea sovrapposti l’uno sull’altro senza alcun legame. Di notevole interesse artistico è il Castello che si innalza su una base quadrangolare lunga 90 m e larga 40, con 6 torri unite da mura alte e merlate tra di loro; intorno all’anno 1000 era una vera e propria fortezza, posta come torre di guardia del “Vichus” in mano a famiglie feudali; oggi ospita il Santuario di Santa Maria del Castello Regina del Matese, la cui festa ricade ogni anno la terza domenica di settembre. L’attuale struttura della Chiesa madre, dedicata a S. Giovanni Battista, è l’ampliamento della chiesa originaria della Madonna di Letino (attuale Cappella del SS. Rosario), costruita sulle mura di cinta del borgo medievale fortificato, sorretta, ai vertici, da pilastri formati da blocchi di pietra locale rifiniti a scalpello. Di questa chiesa si parla già in un documento dell’806. Nel 1325 era insignita del titolo di Arcipretura. Il 18 luglio 1568 fu consacrata e nel 1574 fu dedicata a S. Giovanni Battista, come documento una lapide posta nell’architrave d’ingresso. L’entrata attuale, accesso principale al borgo fortificato, è sormontato da un campanile formato da tre stadi; i vari segmenti sono stati costruiti in epoche diverse. Il primo stadio, in epoca medievale, costituiva una torretta di guardia. Le mura di via Roma, dal lato della chiesa, presentano ancora le feritoie per la difesa del borgo. I blocchi di pietra, risalenti ad epoche lontane e situati, secondo diverse persone, sulle “Preci”, potrebbero essere, invece, quelli alla base del muro di cinta che ne formano la testata d’angolo, rifinita a scalpello in epoche successive. Le mura di cinta proseguono, affiancate da una stretta stradina, verso il Castello. Sulla pavimentazione sottostante il portale d’ingresso è ancora visibile una pietra scolpita, raffigurante il castello (Stemma di Letino) con il fiume Lete, consunta dal secolare calpestio. Appena si entra in chiesa si possono notare, sulla sinistra, due affreschi su stucco. La prima icona rappresenta Sant’Egidio e Sant’Antonio con una scritta sottostante, ancora visibile, datata 1575. La seconda icona raffigura Santa Giovanna d’Arco: l’intonaco si sta sgretolando a causa dell’umidità delle mura perimetrali. Tra i due affreschi e la Cappella del Rosario (adiacente alla sacrestia) si trova la Cappella dedicata alla Madonna di Lourdes, impreziosita da una stupenda, unica nel suo genere, pala d’altare, scolpita da abili artisti su un’unica tavola di legno scuro a forma rettangolare, divisa in tre pannelli uniti da cornici, stile in uso verso il 1500 presso gli scultori fiorentini. La cappella del Rosario, invece, presenta uno stupendo paliotto costituito da una lastra di marmo arabescati con incastri di marmi colorati di diversa provenienza e con incastonature di madreperla. Questo paliotto risulta aggiunto ad un altro sottostante e di epoca precedente, poiché, ai lati, presenta due delicatissime teste d’angelo, scolpite in marmo bianco, anteriori al 1500. Si pensa che la pala d’altare, in legno scolpito, fosse collocata sul frontale dell’altare del Rosario e rimossa in seguito alle disposizioni del Sinodo di Epaona, nel 517, che vietava la consacrazione degli altari che non fossero di pietra. Altre sostanziali modifiche si ebbero nel 1720: il trittico in marmo, posto sul lato sinistro del Presbiterio, infatti, fu tolto dall’altare maggiore e si effettuarono delle aggiunte marmoree alle cappelle laterali. Successivamente, negli anni ’60, un’ulteriore modifica fu effettuata per la riattazione della chiesa in seguito al terremoto. Furono sostituite le antiche porte, rimossi alcuni dipinti settecenteschi e scomparve anche il coro ligneo, situato dietro l’altare maggiore. La Chiesa della Madonna delle Grazie era antecedente, ma è scomparsa del tutto sotto la strada a sud del paesetto, mentre la Chiesetta, alla quale si arriva dopo aver percorso uno dei vicoli o strade, via San Giovanni, più caratteristici di Letino, è quella esistente in piazzetta omonima vicino al parcheggio avveniristico pensato dagli ultimi sindaci letinesi ed ancora incompiuto. La decadenza economica di Letino comincia dopo lo spopolamento migratorio con oltre metà dei letinesi emigrati in Argentina e in Canada soprattutto. Paese della transumanza classica diviene turistico e non è da escludere l’importanza dell’artigianato, che si fonda sulla lavorazione della pietra (mortai e manufatti), del legno e del vimini (canestri e cesti). Dal punto gastronomico, i prodotti locali sono polenta acconcia, funghi porcini, prosciutti, salsicce e formaggi pecorini e mozzarelle di bovini nonché lumache ben cucinate all’agriturismo Colle Margherita da Veronica Pitocco con mamma e papà Giuseppe. Con la caduta dell’impero romano e la dominazione longobarda la rocca fu fortificata ed utilizzata da quest’ultimi per scopi militari. Intorno al X sec., in corrispondenza dell’attuale ala occidentale del Castello sorse il sottostante ospedale vicino alle supposte mura megalitiche del neolitico a pochi metri. L’edificio comprende anche un camposanto interno dove sono custoditi in fosse, loculi e tombe i morti letinesi dal 1888. Infine, la rampa d’accesso si apre con cancello e torre con feritoie ancora ben visibili. Nel castello andrebbe realizzato un Museo, che riporterebbe la storia locale e l’urbanistica castellana con struttura edificata in epoca longobarda e migliorata dai normanni, anche se oggetto di continui rifacimenti fino ai nostri giorni. L’allestimento museale, proposto a Letino andrebbe fatto, in prefabbricati ben termoriscaldati d’inverno e ventilati d’estate, lungo il tratto antistante il cancello d’ingresso del meraviglioso e più alto castello del sistema montuoso “Matese”. Dalla ricostruzione del paesaggio in età preistorica (sala n. 1), accompagnata dall’esposizione di reperti paleontologici e storici rinvenuti in varie località del Sannio Pentro, si passa alla sezione dedicata al sito di Bojano vetus, l’attuale Bojano (sala n. 2a e 2b) fino alla sala moderna (n. 3a e 3b) con la storia delle emigrazioni dal 1880 ai giorni nostri. Nella sale 2b in ordine cronologico saranno esposti alcuni corredi delle necropoli sannitiche, databili tra la metà dell’VIII e il III secolo sec. a. C., che testimoniano la ricchezza e la complessità del sito, interessato da non rari scambi commerciali con le città greche (vedi il Corridore del Cila del Vi sec a.C.) della costa e il mondo etrusco-campano. Di particolare interesse sono i numerosi vasi figurati, rinvenuti in tombe risalenti al VI-IV secolo a. C. ed anche la Bolla del Papa Alessandro III del 1.168 che confermò Fosca badessa del monastero di S. Vittorino di Benevento, le terre e i boschi di Letino? Nella sala n.4 del percorso di visita è da dedicare a i più importanti centri del Sannio Pentro: Alife, Venafro, Altilia (Sepino) e Telesia (S. Salvatore Telesino), di cui si esporrebbero materiali esemplificativi provenienti dalle ricche necropoli di queste città poste intorno al Matese. Il museo del castello deve far riflettere il visitatore sul rapporto uomo montagna, tra tradizione e innovazione e tra passato e presente per invogliarlo a comprendere la storia anche di Letino che non è poca né marginale. Un buon ristorante posto opportunamente nel castello completerebbe il suo punto di forte attrazione turistica dell’alto Matese, ma per fare ciò bisogna prima trovare una diversa sistemazione al camposanto che sta là dentro dal 128 anni.