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Nepotismo alle Università

(Giuseppe Pace). PADOVA. l prof. Allesina e Grilli hanno raccolto le generalità dei docenti italiani che nel 2000 (erano 52.004), nel 2005 (cresciuti a 60.288), nel 2010 (scesi a 58.692) e nel 2015 (crollati a 54.102) lavoravano nello stesso dipartimento e hanno ipotizzato che, se il numero dei “cognomi uguali” era superiore alle attese e la sorpresa non era spiegabile con ragioni geografiche o di immigrazione specifica, allora l’abbondanza delle ripetizioni nominali poteva dipendere “dall’abbondanza di professori che fanno assumere parenti stretti”. Grilli e Allesina hanno analizzato l’impatto della Legge Gelmini, la “240”, che contiene una norma – articolo 18 – che dal 2010 proibisce l’assunzione di parenti fino al quarto grado (fino ai cugini dunque) all’interno dello stesso dipartimento. I risultati ottenuti mostrano che il nepotismo in quindici anni è calato. Nel 2000 sette settori disciplinari su quattordici (la metà) mostravano i segni dell’assunzione familiare. Nel 2015 questo numero si è ridotto a due (Chimica e Medicina). Anni fa ho partecipato ad un concorso universitario per Geografia Fisica, e la non idoneità, in seconda cernita, mi puzzò di bruciato. La puzza derivò dal vedere, dopo anni, i pacchi di pubblicazioni inviati e di tutti i partecipanti, non aperti. Da tempo vado scrivendo su questo mass media, in particolare, della scarsa qualità universitaria italiana causata anche dal nepotismo diffuso e dalla mancanza di controlli democratici sulla qualità del servizio reso. Dunque il grido d’allarme dell’inchiesta denominata ”Chiamata alle Armi” lo avevo dato da anni e prima che 2 ricercatori dimostrassero somiglianze e differenze tra i sistemi universitari italiano, francese e statunitense, concludendo che nei nostri atenei il fenomeno dei dipartimenti passati di padre in figlio si è ridotto negli ultimi 15 anni. Grazie a un articolo della legge Gelmini e al mancato turn over. L’inchiesta è stata avviata grazie a qualche escluso dal vincere il concorso a prof. universitario, che ha avuto il coraggio di denunciare e non la paura del suddito di sua maestà la burocrazia e l’intimidazione del potere costituito. La recente indagine ha condotto già all’incriminazione per corruzione per concorsi truccati, arresti domiciliari per 7 docenti universitari, titolari di cattedre di diritto tributario, 22 docenti interdetti per un anno dallo svolgimento delle funzioni di professore universitario e di quelle connesse ad ogni altro incarico assegnato in ambito accademico. Siamo alle prime schermaglie dell’operazione “Chiamata alle Armi” eseguita dalla Guardia di Finanza di Firenze in diversi atenei. Alla fine sono ben 59 i docenti complessivamente indagati per reati di corruzione, oltre a 150 perquisizioni presso uffici ed abitazioni di professionisti, disposte dal Gip del Tribunale di Firenze su richiesta della Procura della Repubblica. Altri 7 docenti universitari, destinatari di misura cautelare ai domiciliari, sono: Guglielmo Fransoni, residente a Roma, tributarista e professore a Foggia, F. Amatucci, professore a Napoli, G. Zizzo, della libera università C. Cattaneo di Castellanza (Varese), A. Giovannini dell’università di Siena, G. M. Cipolla dell’università di Cassino, anche lui residente a Roma, A. Di Pietro dell’università di Bologna, V. Ficari, ordinario a Sassari e supplente a Tor Vergata a Roma. Tra gli indagati che ora rischiano l’interdizione (si deciderà solo dopo l’interrogatorio) anche il professore ed ex ministro A. Fantozzi. Dalle intercettazioni telefoniche e’ emerso che i vincitori del concorso nazionale per l’abilitazione scientifica all’insegnamento nel settore del diritto tributario venivano scelti con una «chiamata alle armi» tra i componenti della commissione giudicante, e non in base a criteri di merito. In particolare, uno dei docenti, componente della commissione giudicante, avrebbe dichiarato in un’intercettazione di voler favorire il suo candidato, contrapposto a quello di un collega, esercitando la sua influenza con una vera e propria «chiamata alle armi» rivolta agli altri commissari a lui più vicini. Tutta l’inchiesta sembra aver avuto inizio dalla denuncia di un ricercatore fiorentino, al quale sarebbe stato proposto di ritirare la propria domanda al concorso per fare posto a un altro candidato. Uno dei nostri emigrati per meritocrazia ha svolto una ricerca sull’omonimia dei cognomi tra prof. universitari e ha scoperto che: ”con quello che ci si aspetterebbe se le assunzioni fossero casuali secondo diversi ipotesi. L’abbondanza di ricercatori con lo stesso cognome nello stesso dipartimento potrebbe essere dovuta a effetti geografici o a una immigrazione in alcuni settori specifici. Se la ridondanza non si spiega così, allora potrebbe essere dovuta a professori che fanno assumere parenti stretti”. Quel che dice Stefano Allesina dice in una ricerca appena pubblicata sulla rivista Proceedings of the National academy of sciences dell’Accademia delle scienze degli Stati Uniti, può sorprendere solo pochi. I due studiosi dell’Università di Chicago hanno analizzato i cognomi di 133 mila ricercatori italiani, francesi e delle migliori università pubbliche Usa e hanno analizzato tutto. I risultati fin troppo scontati. Samo primi. Un primato che, c’è da esserne certi, sarebbe stato molto più “in solitaria”, se la ricerca si fosse occupata di allargare l’analisi a quei tanti casi di parenti con un cognome differente. Allora sì che il fenomeno si sarebbe mostrato nelle sue reali dimensioni. Disgraziatamente gigantesche. Ancora Allesina: “Il nepotismo segnala un problema più generale nel reclutamento. Se un professore può mettere in cattedra il figlio, allora potrà mettere in cattedra chiunque”. Sottolinea il ricercatore, ora a Chicago: “Risolvere il problema del reclutamento proibendo l’assunzione di parenti è come risolvere la minaccia delle fughe di gas nella miniera uccidendo il canarino messo come cavia”. Significa, ovvero, che l’abbassamento dei conflitti di interesse parentali dovuto a una legge ad hoc ancora non segnala un’inversione di metodo – l’assunzione basata sul merito – nelle università d’Italia. Ma vediamo all’università di Padova. Rischiano il processo per concorso in abuso d’ufficio il professor Franco Bassetto, 57 anni originario di Treviso e residente a Padova, professore ordinario di Chirurgia plastica, estetica e ricostruttiva nell’università nonché, all’epoca dei fatti, direttore della scuola di specializzazione nella stessa materia; il dottor Diego Cappellina, 62enne residente a Dueville, già dirigente medico all’ospedale San Bortolo di Vicenza e titolare nel capoluogo berico di un ambulatorio di chirurgia plastica, con il figlio Cesare, 30 anni (specializzando); la pediatra Concetta Russo, 62 anni di Grammichele (Catania) con il figlio Angelo Sapuppo, 32 (specializzando). Il pm padovano Sergio Dini ha ormai chiuso l’indagine e si prepara a sollecitare il processo per tutti e cinque gli indagati. Gli accertamenti degli investigatori scattano in seguito ad alcune verifiche dopo il primo troncone d’indagine sulla scuola di specialità di Chirurgia plastica. Peraltro 4 anni fa c’è stato anche un ricorso al Tar proposto da una giovane dottoressa contro C. Cappellina e l’Ateneo Padovano. Il motivo? I vertici dell’Università avevano annullato il concorso di ammissione alla scuola di specializzazione in Chirurgia plastica (e la graduatoria nella quale la dottoressa occupava una posizione “alta”) per l’anno 2012-2013. Vengono acquisti i documenti. E si scopre che C. Cappellina si era visto assegnare un posto nella specialità finanziato con un contributo di 128 mila euro dalla società Mair Research. Un posto aggiuntivo rispetto a quelli previsti. Peccato che la società sponsor sia amministrata da un imprenditore-amico del padre D. Cappellina: nel mese di luglio 2013 il figlio non era riuscito a ottenere il punteggio adeguato per entrare nella scuola. Secondo il pm Dini la prima prova di ammissione (non superata da Cappellina jr) era stata annullata per pretesi vizi formali in modo tale che, alla prova successiva ripetuta a settembre, il giovane aspirante chirurgo risultasse vincitore. Del tutto analogo il secondo caso scoperto per l’anno accademico 2010-2011 quando il posto in più nella scuola di specializzazione viene creato in seguito a un contributo di 48 mila euro pagato dall’associazione catanese Prisma e assegnato al giovane dottore A. Sapuppo. E chi ha versato quella somma all’associazione per destinarlo alla scuola universitaria padovana? La dottoressa C. Russo, mamma di Angelo. E casualmente il posto aggiuntivo è vinto dal figlio. In entrambe le occasioni il professor F. Bassetto era presidente della commissione chiamata a vagliare le prove dei candidati. L’autofinanziamento. Le scuole universitarie di specializzazione possono accettare finanziamenti erogati da enti o imprese per aumentare il numero degli iscritti. Ma non è ammesso il sistema “dell’autofinanziamento”: è vietato comprarsi il “posto” in una struttura pubblica. “La famiglia è la croce e delizia della società italiana, il sistema universitario riflette questa situazione”, conclude Stefano Allesina. Ancora oggi i ricercatori nel nostro Paese tendono a lavorare dove sono nati e cresciuti mentre gli accademici americani sono caratterizzati da una grande mobilità e da una forte immigrazione, soprattutto dall’Asia, nelle discipline tecniche. In Italia il nepotismo sembra concentrarsi nel 10% dei dipartimenti e in alcune regioni come Campania, Puglia e Sicilia. Con questo lavoro abbiamo risposto alle critiche avanzate sul primo lavoro da alcuni gruppi di divulgazione universitaria: oggi dimostriamo senza ombra di dubbio che i casi di omonimia in eccesso sono dovuti a parentele”. Come può crescere l’Italia se anche i professori universitari non raggiungono la cattedra per merito? La formula vincente è sempre la stessa: il cittadino che denuncia e smette di fare il comodo suddito!