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La Cina e il Partito Comunista Cinese al suo 19esimo Congresso

Giuseppe Pace (Esperto di Ecologia Umana Internazionale). Avendo da poco tempo terminato di scrivere e pubblicare un saggio, come coautore, “La Cina e i cinesi in Italia. Ecologia Umana del subcontinente cinese”, leolibri.it, mi è quasi d’obbligo commentare il riassetto del potere cinese nella regia di comando. La Cina non è più tanto lontana come nel passato, grazie anche alla rivoluzione industriale e quella digitale. Il pericolo giallo paventato decenni fa è cambiato di sembianze. La Cina ha un Pil nazionale che supera tutti i Pil dei 200 stati planetari, anche quello degli USA. Il Pil procapite dei cinesi però è ancora basso (circa un sesto di quello di uno statunitense), tranne che per una crescente middle class o classe media sempre più ricca ed occidentalizzata per consumi ed aspirazioni. La Cina è in transizione tra comunismo e capitalismo, ma resta ancora sotto il controllo del partito unico da dittatura e dunque, di capitalismo, sembra che abbia soltanto il tipo di economia e soprattutto il tipo di commercio. Il Partito Comunista Cinese è il modello di rappresentanza dell’attuale popolo cinese che sfiora 1,4 miliardi di persone. Il comunismo è un sistema di pensiero intellettualoide più del capitalismo? Pare di si. Xi Jinping, il leader massimo cinese, è stato riconfermato ancora per 5 anni, come era nelle scontate previsioni. E’ difficile cambiare gli omini al potere in un sistema da partito unico e le lotte politiche sono più nascoste dei sistemi capitalistici come negli USA, dove la campagna elettorale investe massicciamente tutta la società e in modo molto evidente con confronti televisivi periodici tra i due massimi contendenti la presidenza. In Cina è diverso e il silenzio, l’uniformità di vestire e di apparire sembrano copioni del teatro politico più del passato che del moderno presente. Negli equilibri mondiali, già esaminati con altro articolo su questo mass media, la Cina è non secondaria, ma resta pur sempre un grande Paese ancora in ascesa verso una ricchezza diffusa ed una tecnologia sorprendente come si registra negli USA, che sa risollevare il capo quasi immediatamente dopo ricorrenti disastrose calamità naturali. Vicino alla Cina c’è il modernismo giapponese, alleato strategico degli USA e il Giappone è in competizione, quasi da sempre, con la vicina Cina per una diversa evoluzione cuturale. Pekino, la capitale del subcontinente cinese, ha, da poco, assistito alla celebrazione del 19esimo Congresso del PCC (Partito Comunista Cinese) in mezzo a misure di sicurezza al limite del paranoico. Sui social cinesi, Zhang Feifei lamentava che persino una lettiera per gatti comprata online non le sarà consegnata prima di fine mese. Tra le misure draconiane prese in questi giorni dalla polizia di Pechino c’è anche il divieto di spedire liquidi e polveri. Nelle scorse ore Airbnb, il popolare portale di room-sharing, ha annunciato la cancellazione di tutte le prenotazioni nel raggio di 20 chilometri dalla Città Proibita. In fondo, il segretario del Partito comunista della capitale, Cai Qi, era stato chiaro nel chiedere il «120 per cento» di impegno per «mantenere l’ordine sociale e la sicurezza informatica, eliminare tutti i fattori destabilizzanti e i pettegolezzi politici». Le autorità cinesi non vogliono problemi che possano disturbare l’inizio dell’importante appuntamento politico che si tiene ogni cinque anni. Il Congresso del Partito comunista ha aperto i suoi lavori a Pechino il 18 c.m. con 2287 delegati in rappresentanza degli 89 milioni di iscritti. Un mondo variegato: nella Grande Sala del Popolo affacciata sulla Tienanmen si sono riuniti i vertici dello Stato, dirigenti delle imprese pubbliche, lavoratori e contadini, ma anche celebrità come la campionessa olimpica Zhao Yunlei. Il partito fondato a Shanghai nel 1921 da un piccolo gruppo di rivoluzionari marxisti, si trova oggi a dover gestire le contraddizioni e le complessità sociali della seconda economia del mondo. Tra le molte speculazioni che circolano tra gli analisti, c’è una sola certezza: il 19esimo Congresso consoliderà ulteriormente il potere del presidente Xi Jinping. Fin dal suo arrivo al vertice della Repubblica popolare nel 2012, il «nucleo» della leadership cinese è riuscito ad accentrare nelle sue mani un potere immenso, che – secondo alcuni – non si vedeva fin dai tempi di Mao Zedong. cambiare in maniera sostanziale l’assetto del potere, ma consolidare il potere di Xi, in un Paese dove stato e partito sono strutture sovrapposte. Al vertice è destinato a rimanere Xi Jinping (che è anche presidente della Repubblica Popolare cinese e della Commissione Militare Centrale), la cui rielezione per un secondo mandato era già data per scontata. L’ambizione di Xi è di assegnare le poltrone ai suoi fedelissimi, allontanando i nomi legati alla cricca dei predecessori: Jiang Zemin e Hu Jintao (l’attuale composizione della classe dirigente vede ancora molti esponenti scelti dai leader del passato). A cambiare saranno: Cinque su sette membri dell’attuale Comitato Permanente del Politburo, la cerchia ristretta del potere, dovranno lasciare il posto per raggiunti limiti d’età (la consuetudine vuole che non si debbano superare i sessantotto anni);Tra i venticinque membri dell’attuale Politburo, saranno undici quelli che dovranno ritirarsi. Complessivamente, dei circa 370 membri del Comitato Centrale, il vertice a base più larga del partito, circa 200 verranno sostituiti da altri membri più giovani. Filippo Fasulo dell’ISPI (Istituto Politica Internazionale) scriveva che:”In Cina vi sono quattro scommesse per Xi Jinping. Il 2017 sarà un anno determinante per capire l’evoluzione del paese più popoloso al mondo. Politica interna, economia e politica estera sono tutte condizionate da una instabilità dovuta a fattori interni ed esterni, prima fra tutti l’elezione di Trump, che potrebbero indirizzare il corso dell’amministrazione di Xi Jinping per il prossimo quinquennio. A questo riguardo, l’evento senza dubbio più importante del 2017 sarà il 19mo Congresso del Partito Comunista cinese che si terrà a Pechino tra ottobre e novembre. Questo appuntamento, che si tiene ogni cinque anni, segnerà lo stato della lotta di potere interna al partito che si sta combattendo sotto traccia dal 2012 – quando Xi Jinping divenne Segretario Generale – e determinerà la forza effettiva del segretario, impegnato fin dalla sua ascesa al potere a portare avanti un processo di centralizzazione che gli permetta di avere mano libera nelle riforme economiche. Per comprendere gli interessi in gioco nella politica interna cinese bisogna partire da tre elementi: l’appuntamento politico (il Congresso), il contesto e l’agenda politica di Xi Jinping. Innanzitutto, il Congresso è l’occasione in cui viene rinnovato il Comitato Centrale del partito e, soprattutto, il suo Politburo, al cui interno opera un Comitato permanente che racchiude gli uomini più potenti del partito. Il contesto va interpretato sulla base di quanto accaduto al momento della elezione di Xi a segretario generale durante il 18mo Congresso del 2012. Infatti, Xi Jinping era stato indicato come uomo del compromesso, assieme al numero due del partito e attuale premier Li Keqiang, fra le fazioni guidate dai leader dei due decenni precedenti, Jiang Zemin e Hu Jintao. Xi era entrato a far parte del Comitato permanente del Politburo già nel 2007 e le regole implicite che pongono un limite d’età per i membri a 67 anni indicavano già allora che lui e Li Keqiang sarebbero stati, dopo cinque anni, gli unici leader con requisiti anagrafici per essere riconfermati e, dunque, i nuovi leader del partito. Tuttavia, attualmente ci sono frequenti speculazioni sul fatto che Xi, ritenuto il leader più potente dai tempi di Deng Xiaoping, possa voler rompere la consuetudine in vigore dall’inizio degli anni ’90 che stabilisce un limite decennale al mandato da “paramount leader” cinese (Jiang Zemin 1992-2002; Hu Jintao 2002-2012; Xi Jinping 2012-2022?). Una volta al potere, Xi ha caratterizzato la propria azione politica accentrando su di sé il potere di definizione della politica economica – tradizionalmente appannaggio del premier, in questo caso Li Keqiang – e ha duramente attaccato le principali fazioni del partito attraverso una severissima campagna anti-corruzione che ha colpito uomini molto vicini sia a Jiang che a Hu. Allo stesso tempo, Xi ha cominciato a promuovere uomini a lui vicini con l’obiettivo di costruirsi una propria fazione formata da fedelissimi”. Della Cina nel mio recente saggio ho cercato di analizzare in modo olistico da appassionato di Ecologia Umana l’ambiente cinese più che vedere le “solite o fisiologiche” lotte di potere delle quali la Storia di Roma caput mundi, è ancora Maestra dei Maestri, parafrasando l’idea di natura di Leonardo da Vinci. La Cina attuale è ancora povera sia pure lanciata come un missile verso l’ignoto filosofico che la cultura marxista determina quasi per motu proprio. Ignoto poichè il modello capitalistico, con tutti i suoi difetti, è ancora vincente storicamente su altri modelli, comunismo compreso iniziato il 4 ottobre 1917 in Russia con la sostituzione dell’impero nobiliare zarista con l’impero bolscevico. Tra i punti di debolezza cinese vi sono la mancanza di competizione culturale tra le sue università, nelle scuole intermedie e nella tendenza a far espatriare una manovalanza generica, presente anche in Italia, dove i cinesi sono circa il 5% degli immigrati. I punti di forza cinesi sono la volontà di marciare verso il progresso, il nuovo e di crescere nella scena internazionale in modo da essere un gigante non solo di popolazione. Il dittatore della Corea del Nord viene controllato dal bastone di comando cinese, che lo lascia più meno fare e provocare gli USA? Non è errato ipotizzarlo. Fa parte dell’imitazione di altri Paesi potenti del passato anche recente. Ma fino a quando la diplomazia di D. Trump riuscirà a creare nuovi equilibri mondiali? Quello di porre gli USA a formidabile alleato del Giappone già ne è uno. Resta però il modo di fare goffo e rude di D. Trump, che appare come il modo di fare di certa cinematografia che ritrae l’americano della prateria dell’ovest, che non piace a molti anche se la maggioranza degli elettori gli ha conferito il consenso in tutti gli stati federati sotto la bandiera stellata e non solo in quegli stati costieri dove prevalgono i radicalschic della cultura dello stato molto sociale e meno liberista dell’economia del ”lasciar fare”. Chissà se lo fa di proposito oppure gli è mancata la utile gavetta, essendo nato ricco? Ma a parte i possibili pettegolezzi di cronaca spicciola, è da ribadire che negli equilibri mondiali comunque non vale solo il Pil colossale cinese e il numero enorme di abitanti, vale anche e soprattutto la cultura più avanzata connessa poi a quella tecnologica, che ancora primeggia nei Paesi a sistema capitalistico ed in primis negli USA.