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IL COMUNISMO E I SUOI ERRORI

(Gianluca Martone) Il secolo scorso è stato caratterizzato dalla tragedia della dittatura comunista, che ha causato la morte di milioni di cristiani. «La base filosofica del marxismo, come Marx ed Engels hanno più volte affermato, è il materialismo dialettico, incondizionatamente ateo, risolutamente ostile a ogni religione». Così si esprimeva Nikolaj Lenin, uno dei più feroci e sanguinari terroristi della storia umana (in L’atteggiamento del partito operaio verso la religione, Opere complete, Editori Riuniti 1967, vol. XV, p.381). Lenin non era un folle, un delirante, ma un fine e colto intellettuale russo. Mise semplicemente in pratica la filosofia socio-politica di Karl Marx e Friedrich Engels. Per loro, la religione altro non era che uno strumento di dominio della classe al potere, un mezzo coercitivo e narcotizzante del popolo. Ma, specularmente, era anche la proiezione di se stessi in un dio immaginario, nel quale l’uomo cercherebbe consolazione sotto le mentite spoglie dell’aspirazione a una salvezza eterna. Da una parte l’espressione di un potere coercitivo e dall’altra la via di fuga contro esso, concludendo così che la religione «è l’oppio dei popoli» (K. Marx, Per la critica della filosofia hegeliana del diritto, in Opere, Newton Compton 2011, p.19). Una teoria che riscosse grandissimo successo e convinse innumerevoli intellettuali, nonché ampie parti del popolo. E’ la teorizzazione filosofica più riuscita dell‘ateismo socio-politico, come l’ha ben definito e descritto il filosofo Roberto Timossi nel suo Nel segno del nulla. Critica dell’ateismo moderno (Lindau 2016). Marx teorizzò una gigantesca allucinazione collettiva, Dio e la religione, proclamando l’ateismo come strumento di liberazione dell’uomo dalle catene dello sfruttamento sociale, la logica conseguenza della necessaria lotta di classe degli oppressi contro gli oppressori. E, come soltanto la società senza classi consente la piena realizzazione della libera natura umana, allo stesso modo «l’eliminazione della religione come illusoria felicità del popolo è la condizione della sua felicità reale» (K. Marx, Per la critica della filosofia hegeliana del diritto, in Opere, Newton Compton 2011, p.19). Ironia della sorte, la realtà storica concreta dei paradisi comunisti che vennero creati, imponendo l’ateismo come forma di liberazione sociale e dottrina dello Stato socialista (da Lenin in poi), è stata tragicamente rivelatrice dell’allucinazione di massa che Marx produsse nei suoi contemporanei e successori. Nelle università sovietiche, raccontano oggi i superstiti, come la poetessa Ol’ga Aleksandrovna Sedakova, «ottenere un diploma, senza dare gli esami delle materie ideologiche, tra cui l’ateismo scientifico era impossibile». Lenin, trasferì l’ateismo socio-politico dal piano teorico a quello della prassi politica, convincendosi della necessità di un «ateismo militante», come ebbe a definirlo (V.I. Lenin, Sul significato del materialismo militante, in Opere scelte, Editori Riuniti 1973, p.381), usato dal partito del proletariato per dichiarare la religione un fatto privato, senza tuttavia «per questo ritenere un affare privato la lotta contro l’oppio del popolo, la lotta contro le superstizioni religiose». Le chiese e le organizzazioni religiose vennero considerate strumenti della reazione borghese per «difendere lo sfruttamento e stordire la classe operaia», per questo andavano fisicamente sradicate, impedendo che i proletari continuassero ad essere ingannati e sfruttati dai ceti dominanti. «L’ateismo antropologico di Feuerbach, passato attraverso quello socio-politico del materialismo dialettico marxista, sfocia così inesorabilmente nell’ateismo giacobino-leninista», ha commentato Roberto Timossi. Dal marzo 1922, in perfetta coerenza, diventato capo della rivoluzione russa, Lenin ordinò un’offensiva generale contro la religione cristiana, distruggendo chiese e campanili e provocando oltre 8000 morti tra i religiosi (R. Pipes, Il regime bolscevico. Dal terrore rosso alla morte di Lenin, Mondadori 1999, p.390). Lo stesso accadde ovunque si affermò il potere comunista, instaurando l’ateismo di Stato: dall’Albania di Hoxa alla Jugoslavia di Tito, dalla Cambogia di Pol Pot alla Romania di Ceausescu. Al di là del tragico fallimento del comunismo marxista, a dimostrazione della falsità dei suoi assunti, come replicare a chi ancora oggi si rifà teoricamente a Marx e indica la religione come “oppio dei popoli”? Il primo a confutare tale tesi fu proprio un marxista “eretico”, Ernst Bloch, che trovò assai riduttivo ricondurre tutto il fenomeno religioso ad uno strumento di alienazione delle masse da parte del potere, replicando che le religioni sono state anche opposizione alla classe dominante, divenendo adversa regni. Inoltre, ha sottolineato Timossi, «l’idea del divino e del sentimento religioso, sussistono a prescindere dall’uso strumentale che ne possono fare un ceto dominante o un’istituzione di potere: una verità resta infatti sempre tale, anche qualora venga strumentalizzata da qualcuno» (p. 231). Senza contare che le prime tracce di culto risalgono ai Paleantropi (come l’uomo di Neanderthal), dimostrazione che la religiosità emerse spontaneamente tra i primi individui della nostra specie, ben prima dell’ideazione e pianificazione di un potere organizzato attraverso la religione. La seconda accusa di Marx (ripresa da Feuerbach), quella che guarda al sentimento religioso come ad un “oppio” di consolazione davanti alla miseria esistenziale e alla morte, è più insidiosa e tradisce una enorme incomprensione di cosa sia il cristianesimo. Un messaggio tutt’altro che consolatorio anzi, decisamente scomodo: non esiste più la legge del taglione ma il porgere la guancia al nemico, non sussiste il “ciò che voglio” ma il “ciò che devo”, la fedeltà, la monogamia e la serietà sono la base della morale affettiva e sessuale, non la “mia” ma la “Tua” volontà sia fatta, a Te dovrò rendere conto di tutto questo. Come disse Georges Bernanos, «la verità non rassicura nessuno, la verità impegna!». Oltre che falso, almeno per quanto riguarda il cristianesimo, l’argomento feuerbachiano-marxista può essere legittimamente rigirato verso gli stessi accusatori: se la fede nasce dalla paura del buio, allora l’ateismo emerge dalla paura della luce e dell’impegno, è un rifugio, un palliativo psicologico per evitare di confrontarsi con richiami stringenti, riconducendo la coscienza ad un mero epifenomeno. La negazione di Dio può dunque legittimamente essere vista come l’illusione attraverso cui ci si convince di non dover rendere conto a nessuno. Il comunismo-marxista è stato, lui per davvero, l’oppio delle masse. Una droga velenosa e mortifera, però, che intendeva portare libertà ed invece, nel suo nome, ha condotto alla morte milioni di persone, costringendo altrettante alla morte non fisica, ma spirituale. Il bisogno di Infinito che caratterizza l’animo umano non è un’illusione, è una sfida continua a chi non crede: o ricondurlo ad un’illusione della natura o ad un oppio calato nell’uomo dalla classe dominante, oppure riconoscerlo come firma del Creatore perché l’uomo non si allontani troppo da lui. Ad ognuno la scelta. Secondo uno studio del matematico russo Nikolay Yemelyanov, docente alla Università Ortodossa San Tichon, nei sette anni di potere leninista -dalla rivoluzione russa del 1917 fino alla morte di Lenin nel 1924-, circa 25mila sacerdoti ortodossi furono imprigionati e 16mila vennero uccisi, in quanto cristiani. Lo stesso è accaduto ai preti cattolici, molto meno numerosi e il cui caso è meno studiato. Lo ha citato nel suo libro lo scrittore laico britannico Martin Louis Amis, che ha anche raccolto alcune frasi significative del dittatore Vladimir Lenin: «Ogni idea religiosa, ogni idea di Dio è un’abiezione indescrivibile delle specie più pericolose, un’epidemia delle specie più abominevoli. Ci sono milioni di peccati, atti di violenza e contagi fisici che sono meno pericolosi della sottile e spirituale idea di Dio» (citato in M. Amis, Koba il terribile, Einaudi 2003). Proprio in questi giorni si ricorda la Rivoluzione russa, l’evento che portò i bolscevici al potere nell’Unione Sovietica (23-27 febbraio 1917, Lenin prenderà il potere nell’ottobre dello stesso anno). Lo sterminio dei credenti proseguì anche dopo la morte di Lenin: secondo il prof. Todd M. Johnson, docente di Global Christianity e direttore del Center for the Study of Global Christianity presso il Gordon-Conwell Theological Seminary, il numero delle vittime cristiane che trovarono la morte sotto al regime ateo-marxista furono 20 milioni (15 milioni tra il 1921 e il 1950 e 5 milioni tra il 1950 e il 1980). Dati che trovano conferma anche in altri studi. Senza contare, ovviamente, i numeri dei torturati e degli incarcerati per il solo fatto di professare la fede in Dio ed essere, dunque, automaticamente nemici dello Stato. Anche per questo lo storico Fulvio De Giorgi, docente all’Università di Modena e Reggio Emilia, ha dichiarato: «Il comunismo era una religione secolare, senza senza Dio: una tragica religione atea. Ha avuto una “fede religiosa” (rovesciata), politica e intra- umana, con un’escatologia profana: un millenarismo storico. Purtroppo questa fede nella possibile perfezione terrena era in realtà disumana e, mancando della vera speranza escatologica trascendente, doveva vedere come nemici e odiare tutti coloro che non si adeguavano ai suoi schemi para-teologici. Così, quello che doveva essere il paradiso in terra fu, nella realtà, un inferno orribile, una dittatura fatta di gulag, deportazioni, soppressioni di massa, inquadramento da caserma». Giorgio La Pira, ha continuato lo storico italiano, «diceva ai sovietici: tagliate dal grande albero del socialismo il ramo secco dell’ateismo (marxista). Non fu ascoltato e parve un ingenuo utopista. Ma poi il comunismo sovietico è crollato, con infamia. Mentre di La Pira si parla ancora, con rispetto e positivo interesse». Purtroppo anche Antonio Gramsci continua ad essere guardato con assoluto rispetto, seppur si sappia che -come è stato scritto giustamente pochi giorni fa- «fu a lungo fan dei bolscevichi, della violenza rivoluzionaria, dei campi di lavoro e del repulisti sociale. Lenin era un Grand’Uomo, il Padre dei Popoli e il Grande Timoniere che aveva forzato gli eventi storici con un colpo di mano». Davanti a tutto questo stupisce che lo scrittore belga Pieter Aspe abbia recentemente paragonato il terrorismo islamico a «quanto accadeva nel Medioevo, quando erano i cristiani con l’Inquisizione ad uccidere donne e infedeli, imporre la loro fede. Oggi sono gli estremisti musulmani a farlo». A parte l’ignoranza storica, dato che l’Inquisizione fu prettamente rinascimentale e promossa particolarmente dalla confessione protestante e non cattolica -come spiegato dalla storica Marina Montesano e dallo storico Franco Cardini-, la prof.ssa Anne J. Schutte, docente all’University of Virginia ha inoltre spiegato con validi argomenti che il sistema inquisitoriale «ha offerto la migliore giustizia criminale possibile nell’Europa dell’età Moderna» (A.J. Schutte, Aspiring Saints, Johns Hopkins University Press 2001), il tutto confermato dallo studio di Christopher Black dell’Università di Glasgow, autore di Storia dell’Inquisizione in Italia. Tribunali, eretici, censura (Carocci 2013). Rispetto ai numeri dei condannati dall’Inquisizione, tutti gli storici parlano di poche migliaia di casi, tra essi stupratori, pedofili e rei di omicidio. Il paragone tra terrorismo moderno (e antico) islamico e l’Inquisizione è dunque storicamente insostenibile e folle, seppur questo non significhi negare che spesso nella storia della Chiesa vi siano stati tragici errori che, seppur contestualizzati e ridimensionati per correttezza storica, rimangono grosse colpe umane. Ma, come ha spiegato Benedetto XVI, «è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura». Michael R. Licona, teologo dell’Houston Baptist University, ha scritto: «Vale la pena notare che c’è una grande differenza tra Stalin e un criminale cristiano. Quest’ultimo ha agito in contrasto con gli insegnamenti di Gesù, mentre non si può dire che Stalin abbia agito in contrasto con gli insegnamenti dell’ateismo dal momento che l’ateismo non ha intrinseci insegnamenti morali. Stalin non ha agito in modo incompatibile con le credenze atee, mentre un criminale cristiano agisce sempre in contrasto con gli insegnamenti di Gesù». L’imbarazzo con cui il mondo ateista e anticlericale dimentica puntualmente l’inquisizione atea sovietica -che ha causato morti e sofferenze immensamente superiori a quelli attribuiti all’Inquisizione-, sembra forse suggerire che il prof. Licona non abbia tutti i torti. Molti ritengono erroneamente che il comunismo sia ormai scomparso dopo la caduta del muro di Berlino avvenuta il 9 novembre 1989. Tutto’ cio’ non è esatto ed è messo in luce nel libro di Lorenzio Vitelli “Un comunista a Parigi nel ‘68”. In questo libro, si enuclea appunto il pensiero di Clouscard (1928-2009), un marxista puro osteggiato in patria e mai tradotto in Italia. I suoi erano i tempi di Foucault, Guattari, Deleuze, il cui strumento rivoluzionario era la “liberazione del desiderio”. Alla faccia di Stalin e dei suoi emuli occidentali. Il ’68 è il padre del ceto medio, del terziario, della civiltà dei consumi e dei diritti, della liberazione sessuale: con il proletariato e la borghesia classica tutto ciò non attecchisce. Ha trovato humus fertile nella terra di mezzo, dove ex proletari non si dedicano all’accumulo di beni tipicamente borghese ma consumano all’infinito. I beni, il lavoro, persino se stessi lavorando cinque giorni per poi “divertirsi nel week end”. Che il Sessantotto francese è padre pure della droga, dello sballo e di tutti gli eccessi. Tra le pieghe di questo libro troviamo la metamorfosi spiegata. Compreso il disagio dei duri come Marco Rizzo del residuale partito comunista, che non ci si raccapezza. L’inutilità dei diktat severi di un prete laico come Gianni Cuperlo. Le ragioni della saggia scomparsa di Oliviero Diliberto, che con questi non c’entra nulla. La nuova sinistra erede del ’68 è l’alleata migliore del neocapitalismo del terziario avanzato, del consumismo e dell’etica à la carte, perché, come spiegò bene Clouscard, il desiderio è la “mercanzia suprema del capitalismo”. Perciò ai diritti primari si sono sostituiti quelli privati. In un grande supermercato della volontà di potenza rovesciata, in cui l’uomo consuma se stesso desiderando. Persino di mutarsi in altro da sé.

Il legame tra le apparizioni di Fatima e il comunismo è molto evidente, come ha sottolineato la giornalista Cristiana De Magistris in un interessante articolo su Corrispondenza Romana pubblicato alcuni mesi:” Se Dio ci desse di Sua mano dei maestri, oh! come bisognerebbe obbedir loro di buon grado! La necessità e gli avvenimenti lo sono innegabilmente». Quando Pascal annotava questa riflessione, non voleva dire che bisogna cedere alla “corrente della storia”, nel senso ingannevole del mito hegeliano, ma intendeva asserire che la storia, interpretata secondo i criteri della Fede, è l’espressione infallibile della Volontà di Dio. In questa storia si iscrivono le apparizioni della Bianca Signora ai tre pastorelli nella Cova di Iria, nell’ormai lontano 1917. Si tratta di una storia semplice, molto semplice allo sguardo della Fede, che gli uomini hanno reso quanto mai complessa e nebulosa. Per capirne le ragioni, giova partire dalla fine, cioè dalla visita del regnante Pontefice al Portogallo. Poco prima di partire, il Papa ha affermato: «Fatima ha un messaggio di pace portato all’umanità da tre grandi comunicatori che avevano meno di 13 anni. Il mondo può sperare pace e con tutti io parlerò di pace». E così è stato. Ma il messaggio di Fatima – chi può negarlo? – va in ben altra direzione. Ciò che l’occhio della Fede ha immediatamente percepito è che Fatima imbarazza la moderna gerarchia della Chiesa. A onor del vero, bisogna dire che l’imbarazzo vaticano di fronte a Fatima data più addietro. Giovanni XXIII, il papa del Concilio, pare che si riferisse ai veggenti di Fatima, quando accusò i “profeti di sventura” di obnubilare la nuova primavera che egli scorgeva ormai prossima. Il terzo segreto, che – come pare – egli avrebbe dovuto leggere, fu meticolosamente messo nel cassetto. Lì lo trovò e lo lasciò il suo successore, Paolo VI. Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI Fatima è uscita in qualche modo dall’oblio, ma l’imbarazzo vaticano è continuato . La consacrazione della Russia: è stata fatta validamente? chi lo afferma e chi lo nega. Il terzo segreto è stato letto interamente? chi lo afferma e chi lo nega. Il «vescovo vestito di bianco» di cui parla il terzo segreto è Giovanni Paolo II? chi lo afferma e chi lo nega. Il messaggio si è già realizzato, e dunque appartiene al passato? chi lo afferma e chi lo nega. Anzi, a voler esser precisi, a questa ultima domanda c’è stato chi pare averlo prima affermato e poi negato. E non si tratta di una persona qualunque, bensì del cardinal Ratzinger, il quale nel 2000, dando l’interpretazione del segreto, ha detto – facendo sue le parole del Card. Sodano – che «le vicende a cui fa riferimento la terza parte del segreto di Fatima sembrano ormai appartenere al passato», e nel 2010, da papa, che «si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa». E con la visita di papa Francesco, dopo 100 anni, l’imbarazzo vaticano non sembra essersi sopito. Ma, ad un’attenta riflessione, questo imbarazzo non può sorprendere. La Vergine Santissima aveva parlato molto chiaro a Fatima, senza i circiterismi tanto comuni al moderno linguaggio ecclesiale. Ella aveva chiesto: 1. che il Papa, con i Vescovi di tutto il mondo, consacrasse la Russia al suo Cuore Immacolato; 2. che si diffondesse la devozione al Suo Cuore Immacolato attraverso la pratica dei primi 5 sabati del mese; 3. che dopo il 1960 si leggesse il terzo segreto. A quanto pare, nulla, o quasi, è stato fatto di ciò che la Madonna aveva chiesto e, per conseguenza, la Chiesa e l’umanità si trovano in uno stato di disobbedienza alla Madre di Dio. Evidentemente ciò non può non creare qualche imbarazzo ai nostri gerarchi. E poiché quando la Rivoluzione non può attaccare frontalmente il suo obiettivo, cerca di sviarlo o indebolirlo, si è prima tentato di trasformare il messaggio di Fatima in un evento appartenente ormai al passato, e dunque privo di riflessi e di conseguenze sul presente. Ma avendo il centenario riportato in auge tanti interrogativi irrisolti di quelle misteriose apparizioni, si è pensato bene di trasformarlo da messaggio spiritualmente “militante” qual era – con il suo invito alla conversione, alla preghiera e alla penitenza per evitare guerre e catastrofi planetarie – in un generico messaggio di pace e di speranza. Operazione del tutto improba, se si considera quanto sia temerario alterare ciò che ci viene direttamente dalla mano di Dio. Ma c’è un fatto che occorre sottolineare. Di tutte le apparizioni che la Chiesa ha approvato, quella di Fatima è l’unica, ci pare, in cui la Vergine Santa abbia condannato un’ideologia contemporanea: il comunismo. Al punto di dire che solo la consacrazione della Russia al Suo Cuore immacolato avrebbe potuto salvare il mondo dalla diffusione dei suoi perniciosissimi errori. Come a dire: è solo un intervento soprannaturale che può salvare il mondo da un flagello così tremendo quale il comunismo.
Nel 1937 Pio XI nella Divini Redemptoris bollò il comunismo come una dottrina «intrinsecamente perversa». Prima di lui Pio IX e Leone XIII si erano espressi in modo analogo. Pio XII, tramite la Sacra Congregazione del Sant’Uffizio, emanò tre documenti sulla natura del comunismo e la sua inconciliabilità col Cristianesimo. Giovanni XXIII, in continuità con i suoi predecessori, avrebbe potuto e dovuto quanto meno reiterare la condanna, considerando la situazione politica dei Paesi oltrecortina in quegli anni. Ma da molte parti si sollevarono voci affinché fosse il Vaticano II a fulminare quell’ideologia rivoluzionaria e perversa, i cui effetti nefandissimi erano ormai sotto gli occhi di tutti.L’assise conciliare, purtroppo, si guardò bene dal compiere un’azione simile, che avrebbe offuscato il nuovo corso di libertà e misericordia che essa si apprestava a promuovere. In continuità col suo predecessore, Paolo VI non solo non espresse alcuna condanna, ma si spinse oltre, giungendo ad inaugurare quella discutibilissima “ostpolitik”, che fu criticata dalle stesse vittime del comunismo. Ancora una volta le parole della Vergine rimasero disattese, e il comunismo iniziò a diffondere i suoi funesti errori in seno alla Chiesa stessa, come dimostra con molta eloquenza l’attuale pontificato.
Cento anni dopo Fatima, la Chiesa – avendo colpevolmente ignorato i richiami della Vergine Santa – si trova ad essere la vittima, o forse la complice, di quell’ideologia che la Madonna era venuta a smascherare e debellare, se si fosse dato ascolto alle sue parole. Ma se il mondo e la Chiesa si trovano in uno stato di disobbedienza alla Madre di Dio, ciò significa che l’uomo ha rifiutato l’aiuto di Colei che Dio stesso ha costituito come mediatrice tra Lui e l’umanità peccatrice: allora – prima del trionfo del Cuore Immacolato che la Vergine Santa ha promesso – non rimane che il castigo, con buona pace di chi sostiene che Dio non castighi. L’ha detto la Vergine stessa, e suor Lucia l’ha ribadito: «E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili». Già nel lontano V secolo Sant’Agostino scriveva: «Che c’è quindi di strano se il mondo è castigato gravemente? È un servo che sa il volere del padrone ma fa cose meritevoli di castigo. Egli non rifiuti, dunque, di subire gravi castighi, perché, se non vuole ascoltare ingiustamente Colui che dà i precetti, giustamente lo dovrà sopportare come vendicatore; almeno non mormori contro Colui che lo castiga, vedendosi meritevole di castigo, affinché meriti la misericordia».
Ai tempi di Padre Pio non era ancora caduto il muro di Berlino e le persecuzioni scatenate dal comunismo allungavano le liste dei martiri.
A un comunista di Cerignola, ai tempi di Di Vittorio, in confessione, dopo che il penitente pensava di aver manifestato tutte le sue colpe, disse: «E quella tessera che tieni qui, non ti dice niente?». «Oh, Padre è per il lavoro». «E il lavoro te l’hanno dato? Hai tradito il Signore tuo Dio e ti sei messo tra i suoi nemici». A proposito di tessere comuniste è famoso il caso di Giovanni Bardazzi di Prato, un tipo conquistato da Padre Pio che divenne, poi, un conquistatore di anime nell’area comunista. Respinto da Padre Pio, la prima volta, si era ribellato e, partecipando a un’udienza generale, gridò al Papa Pio XII che Padre Pio l’aveva cacciato. Il Papa lo prese in disparte e lo confessò nella sala delle udienze. Questo convertito ogni mese scendeva quattro volte dalla Toscana a San Giovanni Rotondo con il suo carico di pellegrini e non ne mancavano di quelli che avevano la tessera del partito comunista. Si può aggiungere che non era una rarità vedere tessere del genere in mano a Padre Pio. Temi e personaggi del comunismo Padre Pio li toccava non tanto sotto il profilo politico, bensì pastorale. Per lui il comunismo era una questione di fede: avere il senso di Dio nella vita è essenziale; togliere Dio dalla vita significa disintegrazione dell’uomo e della società. Sull’argomento, ecco alcune sue battute: «I comunisti non hanno Dio, e senza Dio non si costruisce neppure la società». «Il comunismo è come un albero, fiorente di vegetazione, ma dalle radici malate; cadrà da solo».