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CASI DI MALASANITA’ IN ITALIA

(Gianluca Martone) Alcuni casi balzati all’attenzione in questui ultimi giorni hanno riproposto all’attenzione dei mass media l’annosa questione della sanità italiana, da sempre al centro di numerose polemiche. Lo scorso 15 settembre, il quotidiano PadovaOggi ha pubblicato un grave episodio di malasanità avvenuto a Padova, raccontato nell’articolo in commento che pubblico integralmente.“E’ morta a 39 anni per un tumore che forse si sarebbe potuto diagnosticare prima, magari in tempo. Non si dà pace il marito della donna, un operaio residente a Mortise con i suoi quattro figli, tutti molto piccoli, dai 3 ai 12 anni. Vorrebbe sapere perché, alla prima visita, quando alla moglie sarebbe stato trovato un nodulo al seno di 2,7 centimetri, i medici che la visitarono le risposero che poteva stare tranquilla e tornare per un controllo quattro mesi più tardi. Sul caso, l’avvocato Marina Infantolino ha chiesto l’apertura di un’inchiesta. Come racconta PadovaOggi, il calvario della 39enne sarebbe iniziato nel 2013. I sanitari dell’Ulss 16 che la visitarono la prima volta, avrebbero detto alla signora di ritornare dopo quattro mesi. Alla seconda visita, nel settembre di quell’anno, quello stesso nodulo sarebbe risultato molto più grande, tanto da indurre i medici a sottoporre la paziente ad un prelievo con l’ago aspirato. Quindi l’amaro responso: carcinoma. La donna avrebbe quindi iniziato ad affrontare la chemioterapia. Un’agonia finita con l’estendersi del tumore, fino alla morte, sabato scorso, nell’hospice Santa Chiara di Padova. Ora, quello che il marito, stremato dal dolore, vorrebbe sapere è se quella massa maligna potesse essere identificata prima, alla prima visita, quando i medici rispedirono a casa la donna, rinviando il tutto di altri quattro mesi”.

Ma l’avvenimento piu’ sconcertante in tal senso, che ha letteralmente sconvolto l’Italia, è avvenuto presso l’ospedale di Baggiovara a Modena, riportato dal sito Linkiesta.it.
“Morto dopo cinque ore di agonia, a causa dell’incuria e della negligenza del personale medico in servizio al Pronto Soccorso dell’ospedale di Baggiovara, a Modena. Questo è quello che credono i parenti di Mario Monduzzi, i quali hanno presentato un dettagliato esposto alla Procura della Repubblica di Modena per capire cosa sia realmente accaduto durante quelle terribili ore. Ovviamente, la dirigenza dell’ospedale difende il proprio operato, sostenendo che è stato fatto tutto il possibile per salvare l’uomo. Rocco Politi, genero della vittima, ha affermato:”Il dubbio che qualcuno non abbia svolto al meglio il proprio dovere è molto forte. E il dubbio aumenta, tenendo presente che la Procura ha chiesto l’archiviazione, senza vedere i video che sono allegati con l’esposto. Né ha chiesto, né visionato la cartella clinica di mio suocero”. In base a cio’ che si puo’ leggere nell’esposto, pubblicato in esclusiva dal sito Linkiesta.it, Monduzzi (che avrebbe compiuto 61 anni ad agosto) era residente in una struttura per anziani sin dal 2007. I parenti gli avevano fatto visita per le festa pasquali. «Era sereno, scherzava e rideva tranquillamente, come sempre», racconta la figlia Fiorella. Nessuno mai si sarebbe immaginato che due giorni dopo sarebbe successo l’inverosimile. La mattina del 7 aprile, alle 12 circa, Monduzzi, infatti, viene ricoverato d’urgenza all’ospedale di Baggiovara, uno dei più forniti e moderni dell’azienda sanitaria di Modena, perché «aveva l’addome gonfio». Ed è da qui che comincia l’inferno per Monduzzi, un inferno che lo condurrà fino alla morte, come si evince dai video. Dopo essere stato classificato come “codice giallo” (e, dunque, non grave), la figlia nota che il padre, col passare dei minuti, respira sempre peggio. «Constatando che più passava il tempo e più la situazione si aggravava – si legge ancora nell’esposto – (Fiorella, ndr) si è recata in guardiola dall’infermiere riferendo al suddetto che le condizioni del padre stavano peggiorando, essendo oltremodo evidente il fatto che il signor Monduzzi respirava male e sempre peggio». Ma niente da fare: l’infermiere «ha risposto, con aria scocciata, di star tranquilli, che sarebbe arrivato subito e che non c’era nulla da preoccuparsi dato il fatto che Monduzzi, ormai, era in ospedale». Bisogna aspettare, dunque. Difficile, però, dirlo ad una figlia che vede dinanzi a sé il padre in quello stato. Ma alle continue pressioni dei parenti, il personale medico risponde che bisogna pazientare. Si è in ospedale, d’altronde: non c’è nulla da temere, dicono.
Intanto le ore passano, tra richieste di soccorso inascoltate. Finalmente, però, qualcosa si muove: i medici dispongono prima una radiografia e poi una tac. Sono convinti che il problema, dicono al Pronto Soccorso, dipenda da un blocco intestinale o, peggio, da una perforazione ai polmoni. Al termine delle visite, però, nulla di fatto: i medici scongiurano sia l’una che l’altra ipotesi. Si sarà allora intervenuti altro modo? No. Secondo i parenti, Monduzzi viene posizionato su un lettino e lì fatto attendere ancora, mentre il respiro continua vistosamente a peggiorare. Nessuno interviene. Ma non c’è da temere, dicono: è tutto sotto controllo. Bisogna attendere le 16,30 prima che venga disposto il trasferimento nel reparto di geriatria. Circa quattro ore dopo l’arrivo in ospedale e dopo una serie interminabile di richieste di aiuto, rimaste inascoltate, secondo la denuncia della figlia. Quelle ore di attesa, però, potrebbero essere state letali. La situazione, infatti, nel giro di un’ora precipita: «alle 17,07 un altro dottore del reparto – racconta Fiorella – ci ha comunicato che mio padre era entrato in coma. Dopo alcuni altri ulteriori minuti, lo stesso dottore è uscito nuovamente dalla stanza e ha comunicato a me e a mio marito che mio padre aveva avuto una crisi cardiocircolatoria e che, nonostante i tentativi di rianimarlo, non c’era stata alcuna possibilità. Mio padre era morto». Con una incredibile smorfia di dolore in viso: «il fatto che l’abbiano consegnato in quel modo – commenta sconsolata Fiorella – testimonia la completa sofferenza di un uomo che avrebbe voluto vivere e la negligenza dei soccorsi». Ma non è finita qui: oltre al danno la beffa. «Nonostante le nostre pressioni, ci hanno impiegato più di due mesi per restituirci il corpo». Il funerale è stato celebrato il 10 giugno. Sebbene Mario sia morto il 7 aprile”.
Alcuni mesi fa, il Corriere della Sera ha pubblicato un’inchiesta shock sul Cardarelli Napoli, in un interessante articolo di Antonio Crispino, che pubblico integralmente.
“Apri la porta del reparto del “Cardarelli” di Napoli e ti trovi immerso in una sorta di girone dantesco. Ascolti i lamenti che si mischiano in un corridoio che potrebbe essere quello di una città in guerra. All’orario delle visite si ammassano malati, parenti, medici e infermieri. Diventa difficile persino camminare. Mentre ci si spintona per passare, saltano davanti agli occhi le immagini di un anziano a cui stanno cambiando un catetere, nel corridoio. Accanto c’è una donna con un grosso taglio alla fronte. Una ragazza, forse la figlia, è appena arrivata. Da due buste nere estrae lenzuola e plaid. Guardando il paziente dopo capiamo perché. Non tutti hanno le coperte. Ad alcuni manca persino il cuscino. Hanno un braccio dietro la testa. Sono semplicemente appoggiati sul rivestimento nero della barella. Infermieri e medici fanno su e giù a passo svelto, chiedendo “permesso” tra la gente. Chi non ha amici o familiari vicino allunga la mano al loro passaggio chiedendo attenzione. I dottori cercano di dare una risposta a tutti, si dimenano alla men peggio. Non è possibile fare altrimenti. Se non lo vedessimo con i nostri occhi sarebbe impossibile da credere. La fila improvvisata di “posti letto” arriva fino in fondo al corridoio. Anzi, va oltre. Fuori al reparto, sul pianerottolo, davanti alle scale. Oppure davanti agli ingressi degli ascensori. Quella a cui assistiamo non è un’emergenza. E’ la quotidianità di un ospedale che conta circa 90 mila ricoveri ordinari all’anno. Dove i pazienti che arrivano al Pronto soccorso possono attendere anche cinque o sei ore prima di essere visitati. E quelli che sono classificati “codice giallo”, vale a dire di media-alta gravità, sono curati nelle condizioni che vi abbiamo descritto. Condizioni di cui tutti sono a conoscenza: personale, dirigenti, politici, sindacati, istituzioni. “Sono quasi trent’anni che lavoro come infermiere all’ospedale Antonio Cardarelli di Napoli e fin dal primo giorno di lavoro ho assistito all’emergenza barelle” ci dice un dipendente che accetta di parlarci solo a patto dell’anonimato. “Chi denuncia queste situazioni rischia il licenziamento, come se stesse screditando l’azienda sanitaria. Invece questa è semplicemente la realtà che tutti potrebbero testimoniare e a cui tutti ormai abbiamo fatto l’abitudine”. Ormai nessuno si lamenta più. “Ogni tanto c’è qualche parente che si arrabbia e sfoga con noi infermieri o con i dottori. Ma che possiamo farci? Qualche anno fa un assessore regionale alla Sanità ci fece sapere che un paziente non poteva restare in barella per più di diciotto minuti. Ma nessuno ci ha mai detto cosa bisogna fare al diciannovesimo minuto”. La sera prima di incontrare questo infermiere ci segnalano che un uomo intorno ai 50 anni è caduto dalla lettiga. “Ha riportato delle lesioni alla testa. Ci è andata bene perché se l’è cavata con escoriazioni e qualche ematoma. Non è la prima volta che succede”. Sono almeno due i casi in cui pazienti sarebbero morti in seguito a una caduta da posti letto improvvisati. I parenti denunciarono l’accaduto, la magistratura aprì inchieste, la direzione del Cardarelli anche. Ma poi i pazienti sono tornati a cadere. “Perché è praticamente impossibile prestare assistenza in queste condizioni. Sarebbe meglio metterli in strada, forse il passaggio di qualche passante risulterebbe più utile”. Quando si arriva al collasso i malati sono sistemati all’esterno del reparto. Non c’è campanello in caso di malore improvviso, bisogna aspettare che passi un infermiere a controllare. “In queste condizioni precarie diventa difficile anche somministrare la terapia. In alcuni casi mi sono trovato davanti a pazienti che dovevano assumere antibiotici alle 8,00 e invece ci è stato possibile passare solo alle 13,00. Lo so, fa rabbia ma non è colpa nostra. Anche a me è capitato di avere familiari ricoverati nel corridoio e anche io avrei voluto un assessore, un sindaco, un ministro della Salute per potergli chiedere: tu metteresti tua mamma su questa barella in mezzo al corridoio?”.
Di recente, sul Mattino è stato raccontato un altro episodio di malasanità avvenuto a Capri, in un articolo scritto dalla collega Anna Maria Boniello.
“È morta nella sua abitazione di Anacapri l’anziana donna, malata oncologica, che aveva vissuto lunghissime ore all’Ospedale Capilupi in attesa del trattamento di dialisi che però non è stato mai effettuato per mancanza di personale infermieristico specializzato. E anche se non è stata questa la causa della morte di Maria Pollio, anacaprese nata nel 1937, sull’isola si è riacceso il fuoco della polemica che ha riportato il Capilupi al centro dell’attenzione dei residenti che devono ricorrere a questo ospedale come unica struttura sanitaria isolana.
I familiari della donna si sono rivolti al vicino commissariato, diretto dal vicequestore Maria Edvige Strina, perché la polizia intervenisse per costringere i sanitari a sottoporre Maria Pollio alla dialisi. La polizia ha inviato nei locali dell’ospedale una pattuglia per verificare i fatti e le carenze che venivano denunciate dai familiari della paziente. Maria era arrivata a Capri nei giorni precedenti dopo una lunga degenza nel reparto oncologico del Policlinico, ospedale napoletano che l’aveva dimessa dopo che i familiari avevano firmato il rilascio della loro anziana congiunta, concordando la terapia che la donna avrebbe dovuto continuare presso l’Ospedale di Capri, tempestivamente informato del protocollo da seguire”.

Questo quadro già ampiamente desolante è stato acuito anche dai recenti tagli adottati dal Ministero della Salute e riportati dalla giornalista Carla Massi sul Messaggero alcune settimane fa.

“Dopo il sì al taglio di 2,3 miliardi alla sanità ora è il momento della riorganizzazione negli ospedali e negli ambulatori. Riorganizzazione vuol dire stretta su analisi, visite ed esami per immagini. Ma anche penalizzazioni nei confronti dei medici che firmeranno prescrizioni inappropiate. Anche stipendi decurtati. Entro agosto il ministero della Salute dovrebbe presentare i diversi protocolli mirati a ridurre gli sprechi: dal testa per verificare il livello di colesterolo, alla Tac, alla risonanza, all’ecografia in gravidanza fino ai ricoveri. L’operazione riguarda circa il 15% delle prestazioni che oggi il servizio sanitario passa gratuitamente. Duecento, tra analisi ed esami, sono sotto la lente e circa 108 ricoveri. In cinque anni, si dovranno recuperare almeno 10 miliardi. Ai risparmi su beni e servizi (per gli acquisti un’unica centrale) si sommeranno quelli sul personale, i ricoveri e la diagnostica. Le prestazioni erogate sono 200 milioni all’anno, si ipotizza che dovranno essere 28 milioni in meno ogni dodici mesi. Analisi ed esami inutili costano oltre 13 miliardi l’anno al bilancio del sistema sanitario. Già elaborata una sorta di lista nera. Al lavoro, oltre i tecnici del ministero della Salute anche altre otto istituzioni, fra le quali l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco), la Ragioneria Generale dello Stato, la Banca d’Italia e la Consip.
I TEST. Sugli esami non una scure che taglia di netto ma sì o no al rimborso secondo la condizione di salute del paziente. Come già avviene per i farmaci. Ciò significa che per chi è colpito da una particolare patologia, uno specifico test è gratuito mentre per chi non ha fattori di rischio, è obbligatorio il pagamento. Per mettere un freno al cosiddetto “consumismo sanitario” potrebbe essere introdotto un meccanismo secondo il quale in caso di più accertamenti i successivi restano a carico del servizio sanitario solo se il primo indica che sono necessari per arrivare a disegnare nel modo corretto la diagnosi. O per verificare l’effetto di una terapia.
Se, per esempio, le analisi per misurare il colesterolo o i trigliceridi dovessero essere ripetuti senza che vengano evidenziati allarmi specifici l’accertamento sarà a carico del cittadino. Ancora un esempio: non sarà possibile fare l’antibiogramma (un esame che permette di valutare se un batterio è sensibile ad un determinato antibiotico) se l’urinocultura fatta in precedenza non ha evidenziato valori non nella norma. I test genetici saranno rimborsati sono nel caso in cui venga diagnosticata prima una malattia ereditaria.

LE IMMAGINI. Super revisione anche per Tac, risonanza magnetica ed ecografie. Prescrizioni contingentate e su misura. Solo in casi di effettiva necessità visto il costo di questi accertamenti. Al medico di base verrà consegnato il nuovo protocollo, dovrà attenersi scrupolosamente a questo pena la riduzione del suo stipendio. Inutile insistere con il dottore di base per avere questo o quell’esame. Dirà di no. Come oggi dice no se chiediamo un farmaco non previsto per la nostra patologia. Il medico potrà evitare le sanzioni in caso di prescrizioni inappropiate motivando le proprie decisioni. La Tac sarà a pagamento, per esempio, se si vuole verificare la presenza di un’ernia mentre la risonanza non sarà gratuita se il paziente ha solo un semplice mal di schiena. E no risonanza al ginocchio per gli over 65.
IN ATTESA. Possibile stretta in arrivo anche per gli esami e le ecografie durante la gravidanza. È stato lo stesso ministro della Salute a parlare di risparmio dalle donne in attesa. Che sono cinquecentomila l’anno. «Si abbonda ingiustificatamente in prescrizioni», ha sentenziato qualche mese fa Beatrice Lorenzin. Gli accertamenti, dunque, verranno contingentati e modulati secondo le condizioni della paziente e del bambino. Chi vorrà sottoporsi ad altri test dovrà pagarli di tasca propria.

LE DEGENZE. Ricoveri sempre più brevi per diverse patologie. Che siano reparti di medicina o chirurgia. Due o tre giorni in più in corsia vogliono dire miliardi. Il progetto non è nuovo. Prevedeva che l’uscita dei pazienti dall’ospedale fosse facilitata dalla presenza di servizi di assistenza nel quartiere come le cure domiciliari. Ma, solo in poche Regioni, si è raggiunta questa continuità dalla corsia a casa. Quei trattamenti che fino ad oggi prevedevano un ricovero, dovranno riconvertirsi in day hospital o in regime ambulatoriale”.
Lo scorso mese di aprile, La Stampa ha tuttavia pubblicato un importante articolo sugli sprechi nella sanità italiana.

“Gli sprechi sono equamente distribuiti da Nord a Sud. La Asl di Bolzano, per esempio, spende più di 2000 euro per ogni malato, mentre quella di Pordenone circa 661 euro. A seguire in questa singolare classifica con 1951 euro a persona si trovano le asl di Trento, Aosta, Roma e Abruzzo, regione che usa quei soldi anche per coprire le spese di tutti gli ospedali e la “Roma E”. Sopra la media nazionale si collocano anche le Asl Torino 2 e 4, rispettivamente con 1.872 e 1.670 e quella di Alessandria a cui vanno 1.703 euro. In Sicilia ci sono discrepanze anche da provincia a provincia. La Asl di Palermo mette a disposizione 988 euro ad assistito, mentre Enna ben 1.681 euro. Per le Aziende sanitarie locali, infatti, vige anche il principio della spesa storica, ovvero del rimborso statale di quanto viene speso, senza soffermarsi troppo sul come. I fondi vengono elargiti senza alcun tipo di programmazione, definita dal Piano sanitario regionale solo in 9 regioni. Si premiano le Asl col maggior numero di anziani da assistere, ma le regioni del Sud chiedono che i soldi che le Regioni si spartiscono tra loro (110 miliardi di euro) siano suddivisi in base al tasso di povertà perché chi vive in condizioni di indigenza ha bisogno di maggiore assistenza.
Questa drammatica situazione è aggravata dal fatto che il nostro Paese non investe assolutamente sui propri talenti, come dimostra la vicenda del giovane medico Simone Speggiorin, di 37 anni, la cui vicenda è stata raccontata sul Millionarie.
“Simone Speggiorin, 37 anni, è il più giovane cardiochirurgo pediatrico in Gran Bretagna. Opera piccoli pazienti con malformazioni cardiache. In Italia, quattro anni fa arrancava per farsi esperienza, dopo la specializzazione a Padova. Non cresceva. Ha scelto di lavorare in Uk, dove già da specializzando richiedono almeno 300 interventi. «Non sono un eroe. Sono un ragazzo qualunque che se n’è andato perché in Italia non c’era spazio» ci ha risposto Speggiorin. Oggi lavora al Glenfield Hospital a Leicester, grazie al suo impegno e alle sue capacità, è molto stimato. Opera bimbi a cuore aperto, l’ha anche cercato la Bbc, raccontando l’altra faccia del suo impegno: quello in un’organizzazione di beneficenza, con la quale opera in un ospedale di Mumbai. Prima di fare il grande salto, per specializzarsi a Londra, ha studiato l’inglese per tre anni. Ma è Oltremanica che ha imparato a lavorare in squadra, con un atteggiamento ben diverso da quello dei professori italiani. E a Bengalore, in India, ha fatto del bene e si è fatto le ossa: «Operavo da 3 a 5 casi al giorno, 6 giorni su 7. Guadagnavo 300 euro al mese». Non rimpiange l’Italia, dove ci sono voluti tre anni solo per avere il riscontro di un concorso ospedaliero. E continua a innovare e sperimentare. Ai giovani ha consigliato: «Le occasioni non cadono dall’alto! Bisogna andarsele a prendere. Il mondo è grande, non serve neanche fare il Visto per viaggiare nell’Unione europea».
I problemi della sanità italiana sono acuiti anche dalla contingente crisi economica che attanaglia le famiglie, presentata lo scorso 15 settembre da Avvenire.
“Il governo Renzi, che pure ha introdotto qualche “avanzamento marginale” nel sostegno al reddito, non si è finora “discostato in misura sostanziale dai suoi predecessori” e ha confermato la “tradizionale disattenzione della politica italiana nei confronti delle fasce più deboli”: Il severo giudizio di Caritas Italiana è contenuto nel Rapporto 2015 ‘Le politiche contro la povertà in Italia”, presentato oggi a Roma. Il Rapporto parte dalla ‘fotografià della situazione: se è vero, si legge, che la povertà assoluta (dati Istat) ha smesso di crescere stabilizzandosi intorno al 7% della popolazione, confrontando il 2014 con il 2007, cioè con il periodo pre-crisi, il numero dei poveri in senso assoluto è salito da 1,8 milioni a 4,1 milioni, dunque è più che raddoppiato. L’Italia, sottolinea Caritas, è l’unico paese europeo, insieme alla Grecia, privo di una misura nazionale contro la povertà. L’attuale sistema di interventi pubblici risulta del tutto inadeguato (i fondi nazionali sono passati da 3.169 milioni del 2008 a 1.233 milioni del 2015) e frantumato in una miriade di prestazioni non coordinate, la gran parte dei finanziamenti pubblici disponibili è dedicata a prestazioni monetarie nazionali mentre i servizi alla persona, di titolarità dei Comuni, sono sotto finanziati. Infine, la distribuzione della spesa pubblica è decisamente sfavorevole ai poveri: l’Italia ha una percentuale di stanziamenti dedicati alla lotta alla povertà inferiore alla media dei paesi dell’area euro (0,1% rispetto a 0,5% del Pil, l’80% in meno)”.

Sarebbe quindi auspicabile che i medici italiani emulassero il coraggio e la sanitità del grande medico sannita San Giuseppe Moscati, il quale era solito affermare.