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Il Placito Capuano, comunemente considerato l’atto di nascita dell’ italiano volgare.

( Fiore Marro- Comitati due Sicilie) Ho scoperto la storia del Placito Capuano grazie al mio amico Giovanni Salemi, che volle invitarmi a una conferenza a Capua, una decina di anni orsono, presso il Palazzo Lanza, dove alcune bravissime studiose del periodo in questione, recitavano il testo, in maniera sublime. La sera stessa, scoprì mio malgrado, che la famosa mozzarella di bufala, prende origine da una lavorazione antica dei longobardi di stanza a Capua. Ma questa è un’altra storia. Il Placito Capuano sopravvisse alla disavventura subita dal monastero di Montecassino che lo aveva ospitato per secoli. Fu nel Settecento ad essere portato alla luce dal gaetano Erasmo Gattola, eminente storico e archivista del monastero. Documenti simili divennero sempre più frequenti, comprovando il diffondersi e rafforzarsi progressivo del volgare e l’intenzione di usarlo con scopi o con caratteri differenti da quelli finora ad allora usati. Tuttavia il latino, grazie al carattere conservatore della Chiesa, restò ancora, per tutto il Duecento e oltre, lingua della cultura e occorsero parecchi secoli perché il volgare italiano, divenuto ormai lingua letteraria e culturale. Il Placito Capuano, risalente al 960 d.C. viene comunemente considerato l’atto di nascita dell’ italiano volgare. Fa parte di un gruppo di verbali processuali registrati tra il 960 e il 963 riguardanti delle controversie legate al possesso di alcune terre, tra l’abbazia di benedettina di Montecassino e il proprietario terriero Rodelgrimo d’Aquino. Ciò che rende particolare questo documento è l’intenzionalità con cui viene usato il volgare. La testimonianza a favore dei benedettini infatti non è registrata in latino volgarizzato o contenente errori rispetto alla norma, ma in una lingua nuova ed autonoma, che per la prima volta possiede la necessaria dignità per apparire in un documento. Ecco come si presenta la parte scritta in volgare all’interno del testo in latino: “Facemmo restare innanzi a noi il predetto Mari chierico e monaco e lo amonimmo che sotto il timor di Dio ci precisasse quel che della questione sapesse in verità. Egli, tenendo in mano la predetta memoria prodotta dal sopra menzionato Rodelgrimo, e toccandola con l’altra mano, rese la seguente testimonianza: La parte in volgare : « Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti. »

(Capua, marzo 960) « So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale di San Benedetto » . Il Placito Capuano, risalente appunto al 960 d.C. viene comunemente considerato l’atto di nascita dell’ italiano volgare. Non solo, ma modellò stilisticamente la prosa non su modelli italiani, ma direttamente sullo stile ciceroniano. Risalta su tutto il resto che gli unici due termini che hanno ancora una correttezza grammaticale e ortografica sono «Sancti Benedicti» ossia i due termini che si riferiscono all’attore della disputa che in questo caso è anche appartenente al mondo ecclesiastico. Non sapremo dire se nel caso in questione dominasse il latino giuridico o ecclesiastico, ma certo è che «Sancti Benedicti» non è casuale ma dettato da una forma di rispetto verso l’istituzione religiosa che non avrebbe potuto essere citata in volgare