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l’Italia, senza classe media, con regioni differenziate

(Giuseppe PACE). Non pochi opinionisti indicano che la classe media italiana sta scomparendo per la tassazione che la pone a centro del salvadanaio Statale e Regionale come anche i pensionati ad essa collegati, che superano di 3 volte la pensione minima. L’edilizia si è fermata per le tasse sugli immobili (e l’aumento degli indice ISE per accedere a prestazioni sociali con tiket ecc. alti), soprattutto di che risparmiando ha investito sulla seconda casa. Alle tasse dello Stato il cittadino italiano, da decenni, è obbligato a pagare anche tasse comunali e soprattutto regionali. A parte le attività commerciali “in bianco” che pagano balzelli comunali a iosa con divieti eccessivi per le insegne, uso pubblico del suolo, ecc.. Le tasse subite dal singolo cittadino onesto, non poverissimo, superano il 40% mentre per l’impresario il 67%. Anche i pensionati hanno un prelievo di oneri previdenziali ed assistenziali, più tassa comunale e regionale, di circa 500 euro mensili, cosa inaudita per i pensionati tedeschi, inglesi, francesi e perfino scandinavi, che hanno più Stato assistenziale e qualità migliore dei servizi anche agli anziani. La nostra tassazione è eccessiva e i rivoli di spesa dello Stato e dei suoi Enti Locali e Aziende Municipalizzate sono incommensurabili? Quasi. Non si intravvede ancora una seria volontà politica di tagliare sprechi e tangentopoli e rendere la scure fiscale meno tagliente sul collo del cittadino onesto, non poverissimo. La classe media è in continua agonia, ma i Governi di Renzi, e, del suo delegato, Gentiloni, sembrano distratti dalla politica partitocratica della crescita del proprio consenso elettorale alimentando un clima di precongresso permanente del solo Pd, a cui Bersani, Dalema ed altri hanno detto no perché sapevano che a rivincere sarà ancora Renzi, che ha i feudi elettorali ormai consolidati in tutta la penisola a parte il Settentrione dove stravince la Lega Nord. I Grillini rappresentano la novità italiana, ma hanno una politica ultra Stato sociale, non hanno, purtroppo, programmi per la crescita economica del nostro Paese. Siamo condannati ai feudi del Pd ancora per anni? Pare di si. Eppure oltre il 60% degli italiani hanno votato contro al Referendum del 4 dicembre scorso. Nonostante l’immenso patrimonio artistico, culturale ed ambientale italiano, non noto a molti, il problema di qualità istituzionale complessivo, certificato da molte ricerche internazionali, riguarda certamente anche lo Stato centrale. L’esperienza regionale, quasi 50ennale, ha mostrato che intorno alla media dello Stato centrale, non particolarmente alta, c’è stata una distribuzione di comportamenti da cui sono emersi anche risultati ed esperienze molto virtuosi. Il regionalismo italiano ha prodotto situazioni molto negative nel Mezzogiorno (con proliferazione dei rivoli di spesa pubblica incontrollata e da bizantinismo grave tra controllori e controllati. Sta crescendo il numero dei Comuni che vanno in default con il bilancio), ma anche performance regionali di assoluta eccellenza in termini di qualità dei servizi erogati con efficacia ed efficienza. Si è parlato tante volte di un decentramento regionale a velocità differenziata, di un autogoverno attuato con grande responsabilità, nella convinzione che in alcuni casi possa migliorare la performance media dello Stato centrale. Federalismo differenziato significa consentire forme di policentrismo autonomistico là dove ci sono miglioramenti: occorre identificare le buone pratiche e poi, anche attraverso il ruolo dello Stato, trovare il modo di diffonderle in regioni che autonomamente non sono riuscite a generarle. La previsione di innovative procedure di preventiva intesa sui contenuti delle riforme può, infatti, aprire concretamente la strada ad una stagione di produttiva modernizzazione dei regimi di specialità che, in tutti i sistemi ad autonomia differenziata, include sempre – in maggior o minor misura – fasi di negoziato e di concertazione tra il Parlamento che approva la modifica e la Regione e la Provincia destinatarie, o meglio beneficiarie, degli esiti della stessa. L’ormai quasi inestricabile groviglio competenziale, che fa seguito a oltre un decennio di torrenziale giurisprudenza costituzionale, produce gravi e perduranti incertezze; tanto per effetto delle competenze trasversali, quanto dell’applicazione del metodo di attrazione in sussidiarietà. In Veneto pur di porre argini alla quasi invasione degli immigrati con molti figli, che usufruiscono dei servizi sociali come gli asili, hanno “colpito” duramente anche gli italiani, non veneti. Sancire 15 anni di residenza e non 3 ad esempio è stata un’esagerazione e un’antitalianità manifesta, riprendibile da un Entità giuridica superpartes. In Veneto forse più di altrove in Italia barlumi di luce vengono irradiati dai volontari che soccorrono i poveri, i malati, i profughi ed i bimbi abbandonati. Sotto i nostri occhi, scorrono immagini di medici italiani che vanno ad operare in Africa, di giovani impegnati nelle attività di Emergency, di persone che si dedicano alla Caritas, di insegnanti che si recano nei centri di accoglienza per rifugiati per dare lezioni gratuite di italiano, di volontari della Comunità di Sant’Egidio che promuovono progetti per la ceramica e la pittura con i detenuti del carcere di Isernia, di cittadini che visitano i malati con l’associazione dei volontari ospedalieri, e di altri mille esempi di bontà, altruismo e dedizione verso i meno fortunati. C’è un’Italia nascosta che aiuta i disabili ogni giorno, che accompagna i malati in pellegrinaggio, che promuove la colletta alimentare e che compie gesti semplici di vicinanza, umanità e sostegno verso chi soffre. Questi punti luce sparsi sul nostro territorio, illuminano i passi di una società avvolta da un pessimismo che brucia ogni speranza, incattivita dalla crisi e delusa per la mancanza di una prospettiva di miglioramento. Archiviati i sogni di un benessere diffuso, sconfitti dalle amarezze di un presente che ti ruba il lavoro e ti priva della possibilità di curarti con dignità, sono in tanti che cadono in ostaggio della paura del domani e si lasciano prendere dalla rabbia, dall’odio e dall’egoismo. D’altronde, l’Italia dopo secoli di miseria, si era ritrovato proiettato nella crescita economica del dopoguerra e per la prima volta nella storia diventava possibile per la stragrande maggioranza delle persone progredire socialmente, far studiare i figli, avere un lavoro dignitoso, costruirsi delle case decenti, potersi curare senza indebitarsi e progettare un futuro senza emigrazione. Quel sogno è svanito nelle allucinazioni di questo Terzo Millennio che è partito in retromarcia chiudendo gli ospedali, stampando biglietti di sola andata per i nipoti laureati dei contadini con la licenza elementare, lasciando vuote case enormi costruite con tanti sacrifici e mille aspettative, e separando, di nuovo, madri e figli. Non si può vivere col cuore in pace se quelle case tornano a riempirsi solo per qualche settimana l’anno quanto rientrano dal mondo, i figli e i nipoti, sempre più assorbiti dalle culture dei luoghi in cui nascono, studiano e vivono. In questo deserto dell’anima è sempre più difficile preservare la speranza di un futuro migliore, e proprio per questo meritano un plauso coloro che non si arrendono al buio pesto di questo presente, e tengono alto col proprio esempio di luce un approccio alla vita che sappia recuperare i remoti retaggi di solidarietà rurale, fortemente intaccati dalle mode consumistiche degli ultimi decenni. Per loro è più arduo riaccendere il sorriso sul volto di chi ha conosciuto il benessere ed oggi arretra, rispetto a chi era abituato da secoli ad essere sopraffatto dalla consapevolezza di non avere niente e non nutriva soverchie aspettative. Questo rovesciamento generazionale che vede i figli tornare indietro rispetto ai padri appartiene a tutte le società occidentali, e non ha ancora trovato un alfabeto nuovo in grado di parlare all’anima delle persone per progettare un riscatto sociale collettivo così come avvenne dal secolo dei lumi in poi passando per Di Vittorio, Dossetti, Leone XIII, Marx, Mazzini, Turati, Gramsci, Grandi, Pertini, La Pira e papa Francesco. Sono segni di speranza piantati col cuore da chi quotidianamente ne coltiva il seme, anche sotto i nostri occhi annebbiati, e tiene alto il vessillo dell’amore per il prossimo, del bene comune e della dignità umana. Tra i paletti di controllo dei servizi sociali quasi gratis la Regione Veneto ha stabilito una regola ferrea dei 15 anni di residenza, ma Roma non è concorde. Vediamone i dettagli: ”È braccio di ferro tra Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, e il Cdm. Il Consiglio dei ministri ha infatti impugnato la legge regionale 6 del 21 febbraio 2016 che disciplina asili nido e servizi per la prima infanzia, introducendo come criterio di preferenza nell’accesso ai servizi per i bambini in età prescolare la residenza nel territorio regionale da almeno 15 anni. «Dal governo arriva un’altra impugnativa di una legge veneta per violazione della Costituzione – spiega Zaia -: dopo aver visto gli esiti delle precedenti azioni di illegittimità costituzionale, quella sul referendum per l’autonomia, quella sulla legge su moschee e luoghi di culto, e quella relativa alla legge Madia sulla pubblica amministrazione e sulla scelta dei direttori generali delle Ulss, non ci resta che attendere, sperando che anche questa si concluda con una vittoria della Regione Veneto. Perché è chiaro fin d’ora che noi resisteremo in giudizio». Zaia si è quindi espresso ponendo l’accento sul “prima i veneti”: «Resta un principio forte e non scalfibile, ma affermarlo non significa soltanto privilegiare chi è nato qui, ma anche chi in Veneto vive e lavora e mette su famiglia. Essere veneti non è una questione di sangue, ma di progetto di vita. Colpisce il fatto che si impugni una legge del Veneto mentre centinaia di enti locali di ogni colore politico introducono norme e limitazioni a tutela dei residenti, superando il vaglio di costituzionalità. Vedi il caso delle case Ater. Non sarà che col Veneto il Governo voglia mantenere alta una conflittualità diversa che con altre realtà territoriali? Chi è arrivato in Veneto da pochissimo tempo non può vantare gli stessi diritti di chi vive qui da lungo tempo e contribuisce al mantenimento dello stato sociale di questa comunità». Si capisce il controllo o divieto romano o del Governo poiché un siciliano, un sardo o un napoletano, ma anche un piemontese, un friulano o un milanese, deve prima essere residente in Veneto per 15 anni per poter essere in lista ordinaria quando iscrive i figli all’asilo. Forse i 3 anni andavano meglio, ma bisogna anche capire la difesa del principio della tassazione tra un italiano ed uno appena arrivato che non ha pagato un briciolo di tasse. Tutto a tutti non va bene e Roma, purtroppo, insiste soprattutto con questi ultimi due governanti che non fanno affatto diminuire la tassazione elevatissima. Mentre i dati pubblicati da ImpresaLavoro nella sua ricerca evidenzia che dal 2007 il Pil pro capite degli italiani è sceso del 10,8%. In particolare dal 2007 al 2015 è passato da 28.699 a 25.586 euro (-3.113 euro). Nessuna regione è riuscita ancora a tornare ai livelli precedenti la crisi, ma in alcuni casi il calo del Pil pro capite medio dei suoi cittadini è stato più sensibile. In fondo alla graduatoria, ordinata per variazione percentuale negativa, troviamo Molise (-19,3%), Umbria (-18,3%), Lazio (-17,7%) e Campania (-16%). Restano al di sotto del dato nazionale anche regioni del Nord come Friuli Venezia Giulia (-11,4%), Liguria (-11,6%), Piemonte (-12,3%) e Valle d’Aosta (-12,6%). Meno colpite, anche se sempre in territorio negativo, sono state invece Trentino Altro Adige (-3,2%), Basilicata (-4,5%), Abruzzo (-6,2%) e Lombardia (-7,9%) che fanno registrare performance sensibilmente migliori della media nazionale. Nel 2016 nel nostro Paese risultano poi occupate 22.757.840 persone, un dato ancora inferiore di 136.107 unità a quello del 2007, quando gli occupati erano 22.893.947. I dati regionali dimostrano una certa diversità dei livelli occupazionali. Rispetto al 2007 già oggi risultano occupate più persone nel Lazio (+201.070, +9,42%), in Trentino Alto Adige (+31.645, +7.04%), in Toscana (+35.856, +2,34%), in Emilia Romagna (+42.685, +2,22%) e in Lombardia (+90.958, +2,15%). E se il Veneto è sostanzialmente quasi ritornato agli stessi livelli del periodo pre-crisi (-18.698, -0,89%), ancora lontane dai livelli occupazionali di nove anni fa restano regioni del Nord come la Liguria (-23.607, -3,73%), il Friuli Venezia Giulia (-20.384, -3,93%) e la Valle d’Aosta (-2.391, -4,21%). In questo stesso periodo di tempo si registra una contrazione piu’ marcata degli occupati in tutte le regioni del Sud: Campania (-74.139, -4,33%), Molise (-5.539, -4,97%), Puglia (-80.425, -6,31%), Sardegna (-43.816, -7,23%), Sicilia (-129.443, -8,74%) e Calabria (-69.093, -11,67%). Anche i pensionati fanno cassa e non vengono tolte le tasse che sono oltre il 10% in più del prelievo europeo, i pensionati-non poveri cioè con 3 volte la pensione minima- sono super tassati, senza possibilità di organizzarsi per protestare poiché i Sindacati che li gestiscono sono concordi con il Governo. E’ tempo di rinnovare i quadri sindacali, ridurre gli esoneri e ridistribuire gli avanzi annuali dei bilanci sindacali agli iscritti e non fare casse per i privilegi di pochi ”venduti”.In Regione Veneto, su iniziativa dell’Ass. regionale Barison si è legiferato in aiuto della Sentenza della Corte Costituzionale n. 70/2015 che sbloccava l’automatismo bloccato della contingenza per un biennio ai pensionati non poveri, che il Governo Monti impose e che Renzi ha quasi confermato. Insomma dare sempre più ai poveri non è il principio di sussidiaretà, è, invece, quello di stupidità, che si applica: alla fine saremo tutti poveri ed il verbo comunista si fece realtà anche se dicono che non esiste più tale verbo ma è nei fatti politici!