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LA CRISI DEL SACERDOZIO DAL CONCILIO VATICANO II IN POI

(Gianluca Martone) Di recente, è stato pubblicato su un sito cattolico una commovente lettera indirizza ad una sacerdote in questi tempi caratterizzati da una crisi di fede senza precedenti, che mettono in risalto la crisi del sacerdozio seguita al Concilio Vaticano II. Ecco il contenuto della lettera in commento:” Lo so che ti senti giudicato, quando critico il Concilio. É come se parlassi male di qualcosa che ti riguarda da vicino, perché tu quel Concilio l’hai vissuto, ne hai respirato l’aria, ne hai condiviso le attese e le speranze. Perché tu, come tanti altri sacerdoti, sei stato formato alla scuola del Vaticano II, hai imparato a celebrarne i riti, ne hai studiato i documenti. Quel Concilio ti ha plasmato, ha fornito le risposte alle domande dei tuoi fedeli, ha costituito materia di meditazione per i tuoi Esercizi Spirituali, è stato il tema di conferenze in Curia, lezioni in Seminario, discussioni tra confratelli. E poi quel Concilio è stato promulgato dalla Chiesa, ha segnato la sua storia recente, ha rappresentato un’apertura al mondo ed una sfida per l’evangelizzazione. A quel Concilio erano presenti i Vescovi di tutto il mondo, i Cardinali delle Congregazioni Romane, teologi, moralisti, canonisti. Tutti insieme con Papa Giovanni prima e con Paolo VI poi, per scuotere la Chiesa dal suo torpore, per aggiornarla non tanto nella dottrina, quanto nel modo di annunciarla alla società moderna. Difficile, ad esser sinceri, pensare che tanti Vescovi e gli stessi Papi si siano potuti sbagliare, insegnando dottrine eretiche, cambiando la Messa in senso protestante, diffondendo l’ecumenismo. In fondo, con il dialogo interreligioso il Concilio voleva far fronte comune contro il materialismo, cercando di trovare un punto d’incontro con chi, pur separato dalla Chiesa, crede almeno in Gesù Cristo. E poi, dopo qualche anno, anche con chi, pur non credendo in Gesù Cristo, crede almeno in un Dio unico. E più tardi con chi, non adorando un solo Dio, ha almeno un vago concetto della divinità. Per te, che sei abituato a celebrare la Messa conciliare – che poi conciliare non è, visto che è stata promulgata alcuni anni dopo – l’idea di usare una lingua che il popolo non comprende è inconcepibile, perché ti hanno insegnato che la Messa è una cena, un convito fraterno in cui si spezza la parola e il pane. Ti hanno detto che prima del Concilio i fedeli non capivano niente, sgranavano il rosario mentre il prete compiva i suoi riti dando loro le spalle. Ti hanno raccontato che l’omelia era tenuta in latino, e tu giustamente ti domandi come fosse possibile considerare la fede una sorta di appannaggio privato del Clero, come si potesse tenere nascosti i tesori della Sacra Scrittura, privilegiando le devozioni personali. E qualcuno ti ha pure riferito aneddoti su come le vecchiette storpiassero le parole degli inni, canta il merlo sul frumento al posto di Tantum ergo Sacramentum. Poi sono arrivati professori laureati alla Gregoriana a spiegarti la Gaudium et Spes, a tenere corsi intensivi sulla Dignitatis humanae, a mostrarti come sia meglio se la Chiesa la smette di ritenersi padrona della verità rivelata, preferendo proporre il messaggio evangelico e lasciando agli uomini la libertà di aderirvi per convinzione e non per costrizione sociale o con la minaccia dell’Inferno. Forse quand’eri piccolo hai anche servito la Messa antica, introibo ad altare Dei, e ti sei abituato a pensare che nemmeno tu capivi poi molto di quel latinorum, di tutte quelle cerimonie strane, dei segni di croci, del bacio delle ampolline, le berrette col fiocco, i Canonici con l’almuzia, il Vescovo in cappamagna con il cappuccio in capo per i Mattutini delle Tenebre. Ricordi il regolamento del Seminario, la tonsura che si rinfrescava ogni sabato con quello strano rasoio, il Prefetto di disciplina, il canto dei Vespri e la benedizione col Santissimo. T’adoriam, Ostia divina. Ricordi anche la prima Messa, col prete assistente in piviale: il tuo vecchio parroco. Certo, oggi le cose sono cambiate, e molto. Ma sono cambiate lentamente, anche se inesorabilmente. Ti dicevano, allora, che la Messa nuova era solo una traduzione di quella antica, e tu ci hai creduto: perché non farlo, in fondo, quando chi te lo diceva era un tuo confratello o il tuo Vescovo? E quella Messa, comunque, la celebravi bene, con devozione, e tenevi tutti i paramenti in ordine, facevi lucidare i vasi sacri e la portella del tabernacolo, cambiavi il conopeo, volevi fiori freschi per l’altare. All’inizio era un tormento: prima hanno tradotto un pezzo della Messa ma lasciato in latino il Canone. Ma non c’erano più l’ultimo Vangelo e le preci leonine. Poi hanno tolto il manipolo. Poi hanno tradotto anche il Canone. Poi ne hanno aggiunto altri, alcuni brevissimi – la Preghiera Eucaristica II – e in compenso c’era la preghiera dei fedeli. Il popolo era abituato al Kyrie VIII, al Credo III, e veniva la domenica pomeriggio per i Vespri, che però non c’erano più: c’era la Messa vespertina. Col Rosario in latino. Poi in italiano. Poi senza la preghiera a San Giuseppe. A Voi, o beato Giuseppe, stretti nella tribolazione ricorriamo. Un giorno qualcuno ha smesso di dirla, e nessuno si è chiesto perché. Poi hanno iniziato a dirti che il saturnio non era più obbligatorio, anche se solo dieci anni prima – era il 1962, ricordi? – il Sinodo Romano prescriveva che dovevi mettere la berretta in parrocchia e il cappello tondo per andare in Vicariato, e che per le udienze al Cardinal Vicario era obbligatoria la ferraioletta, rimasta nella naftalina in un cassetto del comò. Così ti sei adeguato. Ti hanno spiegato che sì, la talare si doveva portare per l’amministrazione dei Sacramenti, ma che quand’eri in viaggio potevi metterti il clergyman, nero e col panciotto, e tu all’inizio eri impacciato ad andare in giro coi pantaloni, per via di quell’incedere un po’ strano, a papera, che avevano i preti abituati ad usare la sottana. Poi hai iniziato a vedere altri confratelli in camicia blu o grigia, e di lì a qualche anno anche tu hai pensato che, in fondo, visto che indossavi il camice non c’era poi bisogno di mettere la talare per la Messa. E di lì a poco hai smesso di metterla del tutto. L’importante è il segno, dicevano. Poi è arrivato un pretino dal Vicariato che ti ha detto che l’altar maggiore andava rimosso e spostato versus populum, e che nell’attesa del permesso della Sovrintendenza avresti dovuto mettere un tavolo in mezzo al presbiterio. E tu l’hai fatto, e ci hai messo pure il palliotto, i sei candelieri e la croce, e la sede in cornu Epistolae, per non dare le spalle al Santissimo nel tabernacolo. Ma anche così non andava bene: dovevi togliere la croce, metterla da un lato, usare solo due candelotti da una parte e un vaso di fiori dall’altra. E spostare il Santissimo in una cappella laterale, per favorire la preghiera individuale, visto il viavai che c’è davanti all’altar maggiore durante le funzioni. Ed hai obbedito, anche se ti dispiaceva mettere in castigo il Padrone di casa e prendere il suo posto quando celebravi l’eucaristia. Perché non si chiamava più Messa: ti hanno spiegato pazientemente che quella era una parola medievale, senza senso, e che il Concilio, la Costituzione sulla Sacra Liturgia, l’allocuzione del Papa, il discorso del Prefetto del Culto Divino dicevano e raccomandavano ed ammonivano ecc. Intanto anche in parrocchia le cose cambiavano. Non si cantava più Salga da questo altar l’offerta a Te gradita, né In Te credo o Dio nascosto, a Cui salgon preci e incensi, ma Tu sei la mia vita o Dolce sentire ed altre canzonette di Symbolum, diffuse coi libretti che ti spedivano dall’Ufficio Liturgico. L’organo rimaneva alle feste grandi, ma per le domeniche per annum i ragazzi volevano la chitarra, e in fondo che male c’è se suonano con uno strumento che assomiglia a quello con cui Davide cantava i Salmi? Almeno li teniamo in parrocchia, pensavi.

A un certo punto qualcuno ha deciso che si poteva sostituire la Confessione individuale con una celebrazione comunitaria, in cui il celebrante impartiva l’assoluzione a tutti, senza l’accusa dei peccati e senza verificare le disposizioni del penitente. Tu hai trovato un compromesso, celebrando quel rito ma chiamando dei confessori, a disposizione dei fedeli che preferivano fare come si è sempre fatto. Ma, anche allora, hai obbedito, trovando una qualche giustificazione per mettere a tacere la coscienza. Poi ti è toccato far leggere le letture ai laici: zitelle coi capelli corti e gli occhiali con la catenella; padri di famiglia precettati dai catechisti per dare il buon esempio, sempre impacciati; zelatrici del tempio ansiose di arrampicarsi all’ambone: É parola di Dio. E tu a spiegare che si doveva dire Parola di Dio e basta, ma quelle niente, testarde. E il salmo responsoriale: ripetiamo insieme. É stata poi la volta della concelebrazione, col vicario parrocchiale e i pretini dell’oratorio tutti lì intorno, in stola, a darsi il turno per dire le loro paroline e sentirsi a posto. Tante Messe in meno, anche negli orari in cui i fedeli sarebbero venuti volentieri, ma – ti dicevano – era una cosa raccomandata dal Concilio. E tu hai obbedito. Poi hanno cambiato anche il modo di dar la Comunione, che già si riceveva in piedi da anni, ma ora si poteva prendere in mano. E tu hai spiegato dall’ambone, come ti avevano detto, che quello è un gesto antico, della comunità primitiva, di quando i Cristiani erano nelle catacombe. E avanti anche con la Comunione in mano, quindi, e tu lì a rimproverare i ragazzini della Cresima che arrivavano all’altare con la gomma in bocca, o volevano prendere la particola con le dita, come se fosse una patatina. E le suore – le suore: che Dio le benedica! – che per prime ti si presentavano davanti a mani tese, petulanti e aggiornatissime, istruite dal bollettino della Congregazione e da qualche sacerdote del nord. Poi qualcuno ha inventato i Diaconi permanenti. Tu avevi già un vedovo che fungeva quasi da viceparroco, che a Natale metteva la dalmatica altrimenti se ne aveva a male, ma te ne hanno imposto un altro, amico di un Monsignore di Curia, che compariva in sacristia col suo camice stirato dalla moglie e la stola di traverso comprata da Euroclero. E va bene: facciamogli leggere il Vangelo almeno quando viene l’Ausiliario, così vede che stiamo agli ordini. Poi è toccato ai ministri straordinari dell’Eucaristia. Tu eri abituato a portare la Comunione ai malati, sia a casa che in ospedale, anche perché prima di comunicarli potevano aver bisogno di confessarsi, e il ministro mica può confessarli, no? Ma bisognava dare un segno di apertura al ruolo dei laici, ti dicevano. E tra i ministri, ecco la suora dell’asilo parrocchiale, che sale al tabernacolo e si serve senza nemmeno un attimo di raccoglimento, mette le sue particole nella teca e scompare. Poi la catechista, istruita dalla suora, che si occupa dei vecchietti dell’ospizio. E ancora i laici del consiglio parrocchiale che si offrono di andar loro a benedire le case a Pasqua, con un foglietto fresco di stampa, con una frasetta insulsa. Ad un certo punto hai letto sull’Osservatore che il Papa avrebbe tenuto un incontro di preghiera ecumenico ad Assisi. Che bello: pregare tutti insieme per la pace! Salvo scoprire che a quell’incontro non c’erano solo i fratelli separati di altre confessioni cristiane, ma pure gli ebrei, i maomettani, gli adoratori degli idoli. E che sul tabernacolo di una chiesa era stato adorato il Buddha, mentre in un altra degli indiani avevano offerto un sacrificio a Manitù, sgozzando delle galline. Ma il Papa non sapeva cosa sarebbe successo, è stata una cosa imprevista. E il tuo vecchio padre spirituale, che riceve Sì Sì No No ti mostra una foto in cui la Madonna di Fatima, portata ad Assisi da alcuni fedeli, è rimasta su un lato della piazza perché considerata troppo cattolica. Poi venne Jean Louis Godart, con il suo film blasfemo Je vous salue Marie, e porti i tuoi parrocchiani in piazza San Pietro a recitare il Rosario col Papa per riparare allo scandalo. Un momento commovente, di grande fede, ma che segnava un ulteriore passo nella demolizione della società. L’elezione di Ratzinger, col nome di Benedetto XVI, sembra ridare speranza alla Chiesa: accettare il Concilio, ma con l’ermeneutica della continuità, ossia alla luce della Tradizione. Il nuovo Papa appare in mozzetta con l’ermellino, celebra decorosamente, usa la mitria gemmata di Pio IX, ricompare la pianeta e di lì a poco anche la tunicella e il fanone. Come per magia, anche i Prelati di Curia annusano l’aria e rispolverano rocchetti col pizzo e croci pettorali preziose. Solo i tetragoni insistono ad usare i rocchetti a piegoni di Paolo VI e a non metter la berretta. E un bel giorno, il 7 Luglio 2007, viene promulgato un Motu Proprio con cui il Papa dichiara che la Messa antica non era mai stata abolita e che tutti i sacerdoti potevano celebrarla senza chiedere il permesso a nessuno. Eppure a te avevano detto che era stata soppressa, che era proibita, che la dicevano solo i lefebvriani e quei pochi che, dopo le Consacrazioni del Vescovo ribelle, erano tornati in comunione con Roma. Eppure quel vecchio monsignore brontolone, sempre vestito in talare e col cappello romano in castorino, che vedevi scoprirsi il capo quando passava davanti alla tua chiesa, era stato mandato in pensione anzitempo, perché non voleva celebrare il Novus Ordo e criticava il Concilio. Lo avevano invitato ad andarsene in modo un po’ spicciativo, confinandolo in un ufficio polveroso e togliendogli la cura d’anime. Ma lui, come altri tradizionalisti, era un fanatico, uno che accusava la Chiesa di aver rinnegato se stessa e il proprio passato, di aver fatto propri gli errori degli eretici. Anche se, quando lo incontravi per via, ti salutava sempre, e una volta l’hai anche chiamato a confessare durante le missioni al popolo e non ti era parso poi così rigido. Tu hai continuato a fare il parroco, contemplando il progressivo diminuire dei battesimi, dei matrimoni, delle comunioni, dell’affluenza alla Messa domenicale. E quando ne parlavi in Vicariato, ti dicevano che era meglio avere pochi fedeli convinti piuttosto di molti che fanno battezzare i figli o si sposano in chiesa solo per consuetudine o perché i nonni altrimenti se ne hanno a male. Quando Benedetto XVI ha abdicato, sei rimasto di stucco e hai pensato che forse il Papa non si sentisse abbastanza forte per far fronte all’assalto dei media che lo accusavano di non aver denunciato gli scandali dei preti pedofili. Anche se sapevi benissimo che era tutta una montatura, e che il Papa aveva preso provvedimenti severissimi contro i chierici scandalosi. E finalmente arriviamo a Bergoglio. A quel buonasera detto dal balcone e trasmesso in televisione, mentre eri in canonica con la perpetua intenta ai fornelli. Sei sceso in chiesa e hai fatto suonare le campane, e hai pensato che forse, quello strano argentino dai modi un po’ rustici, avrebbe messo le cose a posto. Ma hai capito di lì a breve che quella di Benedetto XVI era stata una parentesi, e che Francesco andava ben oltre Giovanni Paolo II, sia nei modi che nelle parole. Un confratello di Curia ti aveva anche riferito di quell’uscita infelice – Sono finite le carnevalate! – detta davanti ai cerimonieri che porgevano al neo-eletto il rocchetto e la mozzetta. E poi il chi sono io per giudicare, l’episodio del chierichetto ripreso perché aveva le mani giunte, l’udienza ad una coppia gay, l’incontro con la Bonino – quella strega assassina -, la proiezione delle bestie sulla facciata di San Pietro, Amoris laetitia, le epurazioni all’Accademia per la Vita e l’onorificenza di San Gregorio Magno ad un’abortista. Adesso ti domando: credi che se ti avessero chiesto, quando eri appena stato ordinato, di accettare la cosiddetta ospitalità eucaristica, celebrando la Messa con i fratelli separati, tu avresti acconsentito di dare la comunione a degli eretici? Se ti avessero detto che le paroline magiche di Dignitatis humanae servivano come alibi per Bergoglio di affermare che il proselitismo – ossia lo zelo apostolico della Chiesa per convertire le anime a Cristo – è una solenne sciocchezza, avresti dato loro ragione? Se ti avessero mostrato a cosa si doveva ridurre la Messa, con sacerdoti che inventano le parole della Consacrazione e si rifiutano di recitare il Credo, avresti obbedito? Se avessi saputo che nel 2017 la Chiesa avrebbe celebrato il cinquecentenario della «riforma» luterana, anziché la ricorrenza delle apparizioni di Fatima, avresti creduto alle assicurazioni di chi diceva che lo scopo dell’ecumenismo era di riavvicinare le comunità separate all’unico Ovile di Cristo? Avresti creduto che, nel giro di cinquant’anni, la Chiesa avrebbe avuto un Papa che convoca un Sinodo sulla famiglia per poi legittimare la comunione ai divorziati, contro lo stesso parere della maggioranza dei Vescovi? Che dinanzi ai dubia di quattro Cardinali si sarebbe ostinatamente rifiutato di rispondere? E ancora: avresti potuto credere che, dopo gli scandali sessuali – tutti avvenuti dopo il Concilio, guarda caso – il successore di Ratzinger avrebbe nominato un sacerdote scandaloso come mons. Ricca allo IOR, un gesuita favorevole al movimento GLBT come James Martin al Segretariato per le Comunicazioni, un Vescovo accusato di molestie a capo di una Diocesi in Cile, dopo aver tenuto al proprio fianco sul balcone di San Pietro il Cardinale Daneels coinvolto nell’insabbiamento di casi di pedofilia del Clero? Avresti creduto che il successore di Giovanni Paolo II avrebbe definito la Bonino una grande italiana, dopo gli oltre diecimila aborti – diecimila: hai letto bene – di cui si è resa personalmente responsabile? Io non ti chiedo di rinnegare te stesso, né la tua buona fede. Quello che è avvenuto in questi cinquant’anni non poteva essere compreso da tutti, specialmente quando si è completamente assorbiti dagli impegni pastorali, dalle celebrazioni, dalla preparazione delle omelie, dall’assistenza spirituale dei propri parrocchiani. Soprattutto quando dalla mattina alla sera non hai un istante per raccoglierti in preghiera, né tantomeno per studiare gli atti del Magistero e la Sacra Scrittura, e devi fidarti dei riassuntini da Bignami che ti propinano al Consiglio Presbiterale. E quando, invece di recitare l’Ufficio Divino devi correre al capezzale di un moribondo, magari appena in tempo prima che gli stacchino le macchine che lo tengono in vita, lasciandolo morire di fame e sete. Ma se torni indietro alla tua giovinezza, ai giorni felici in cui hai scelto di rispondere alla chiamata di Dio e dedicare la tua vita per la Sua gloria e la santificazione delle anime, non posso credere che tu pensassi di finire a fare il sindacalista o l’assistente sociale, vestito come un controllore del tram, ad affermare che, in fin dei conti, tutte le religioni vanno bene. Perché tu credevi – e, in fondo al cuore, credi ancora – che nel tuo ministero avresti dovuto proclamare il Vangelo, donare la vita della Grazia col Battesimo e restituirla con la Confessione, consacrare nella legge di Dio l’unione degli sposi cristiani, chiudere gli occhi dei morenti confortandoli l’Estrema Unzione e con il Viatico, accompagnarli all’ultima dimora benedicendo la loro tomba. E forse indirizzare qualche giovane al sacerdozio o alla vita monastica. Quello che ti hanno fatto, quello hanno fatto a ciascuno di noi, è stato farti credere, a piccoli passi, che non cambiasse nulla, anche se nei fatti stava cambiando tutto. E non solo le cose superficiali, ma anche la stessa dottrina, la morale, la liturgia, la spiritualità. Una truffa colossale, nella quale sono caduti non solo i fedeli ed il basso Clero, ma anche molti Vescovi e tanti Cardinali. Un inganno tremendo, condotto con un’astuzia luciferina. Così quella talare che non indossi più ti ha reso simile al mondo, ha spento in te quella luce che il mondo ha bisogno di scorgere per vedere Dio attraverso il suo ministro. Quel girare l’altare verso il popolo non è servito ad avvicinare i fedeli a Dio, bensì a far loro credere che la Messa non è un sacrificio ma una cena, alla quale si può andar vestiti come si va alla spiaggia. Quel dare la Comunione in mano ha indebolito il senso di adorazione verso il Santissimo Sacramento, al punto che oggi si può negare apertamente la Presenza Reale ed essere allo stesso tempo professori in Seminario. E quel martellare insistente sul Concilio, sullo spirito del Concilio, sulla Chiesa del Concilio, sui Papi del Concilio, sulla Messa del Concilio, ti ha portato a pensare che quel che c’era prima, quand’eri ancora giovane o forse solo bambino, era tutto sbagliato, era un’altra religione, un’altra Chiesa. La vecchia Chiesa, come la chiamano certi Prelati di oggi. Ma come? Non ti avevano detto che era tutto come prima, che non era cambiato niente, che la fede era la stessa e cambiava solo il modo di annunciarla? Non ti avevano raccontato che la Messa era stata solo tradotta e un po’ semplificata, giusto per sfrondarla da qualche ripetizione? E adesso, a distanza di pochi decenni, le chiese sono vuote, non ci sono vocazioni, i conventi e i monasteri chiudono e vengono venduti per farci degli alberghi, le chiese ospitano pranzi invece di essere usate per il culto di Dio, e ti dicono che, a causa della scarsità di preti, bisognerà ordinare i viri probati, pensare alle donne diacono, affidare i funerali e la predicazione ai laici. Intanto devi occuparti di trovar casa per i profughi maomettani, mentre i pensionati della parrocchia non hanno i soldi per pagare la bolletta della luce, mentre padri di famiglia sono licenziati e si riducono a mendicare, senza nemmeno poter usare le strutture della Caritas, ormai riservate alle orde islamiche che Bergoglio intima di accogliere, mentre non spende una parola per chi non vuole accogliere la vita nascente nel ventre materno e quella che va spegnendosi negli ospizi. Lui non si immischia, dice. No, caro amico, non ti giudico. Anzi, ringrazio Dio che ha permesso – negli imperscrutabili piani della Sua Provvidenza – che vi fossero sacerdoti animati da buoni propositi ad impedire che la devastazione arrivasse ancor prima, e far sì che i fedeli avessero qualcuno che dicesse loro ancora qualche parola buona, che illuminasse la loro coscienza, che li rimproverasse nelle loro mancanze, li esortasse nei momenti della prova. Senza di te, la Chiesa si sarebbe trovata già negli anni Settanta nella tremenda situazione in cui versa ora. Ma se ammetti di esserti lasciato ingannare; se riconosci di aver prestato fede ed obbedienza a qualcuno che in cuor suo aveva ben chiari gli obiettivi da raggiungere; se inizi a capire di esser stato usato per dare una parvenza di rispettabilità a chi in seno alla Chiesa tramava per demolirla, non puoi fingere che l’apostasia presente sia nata dal nulla, e che gli equivoci deliberatamente insinuati nei testi del Concilio non fossero finalizzati al raggiungimento di scopi che, se annunciati apertamente allora, avrebbero suscitato una ribellione di tutti i sacerdoti, ed anche da parte tua. Ma loro sapevano come muoversi, e tu eri impegnato, assediato, solo. Circondato da altri confratelli altrettanto soli ed impegnati, tutti presi a correre di qua e di là, e mai lasciati a pregare davanti al tabernacolo. Se quel Concilio fosse buono, non avrebbe avuto sorte diversa di quella ch’è stata riservata agli altri Concilj che l’hanno preceduto, non credi? Se quel Concilio fosse buono, non darebbe adito ad equivoci, non legittimerebbe quanti – citandolo – legittimano le peggiori deviazioni dottrinali e morali. Se quel Concilio fosse buono, conterrebbe come gli altri la condanna degli errori che si oppongono al suo insegnamento. E, ad essere onesti fino in fondo: se quel Concilio fosse buono, non sarebbe stato la causa della crisi della Chiesa, della defezione del Clero, dell’immoralità nei Seminarj e negli Atenei, dell’abbandono delle vocazioni, del decremento della frequenza dei Sacramenti, della perdita della Fede nel popolo. D’altra parte, chi l’ha fatto, quel Concilio? Eruditi teologi, o piuttosto eretici già condannati dal Sant’Ufficio? Dotti moralisti, o personaggi dalla condotta quantomeno discutibile, e dalle idee rivoluzionarie? Esperti liturgisti, o seguaci del modernismo, assieme a pastori luterani? Come puoi pensare, onestamente, che la ribellione a Dio ed il tradimento della Chiesa possa aver dato dei risultati buoni? Quando mai, ti chiedo, un Concilio ha causato tanti e tali danni alla Chiesa? É forse accaduto con il Concilio di Nicea, con quello di Costantinopoli, col Tridentino, con il Concilio Vaticano I? Certo che no: dopo tutti questi Concilj la Chiesa ha beneficiato di conversioni, vere riforme, nuovi Ordini religiosi, rinnovato slancio apostolico, Santi e Sante d’esempio ed edificazione per i fedeli. E cosa ha prodotto, questo Vaticano II? Lo chiedo a te, che forse inizi a chiederti se non sia il caso di svegliarti dal torpore, ritrovando l’orgoglio del tuo Sacerdozio, che oggi qualcuno vuole cancellare”.