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Cambiare lo statuto dei lavoratori e le secolarizzate associazioni sindacali

(Giuseppe Pace, Segretario Provinciale Partito Pensionati). PADOVA Premetto che alla scuola media superiore la docente di lettere, dopo un mio tema sul sindacato, mi disse: “lei da grande farà il sindacalista”. Fu profetica perché l’ho fatto nello Snals in Italia e all’estero. Negli anni Settanta, su delega paterna, ho vissuto l’applicazione dello Statuto dei Lavoratori nel Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (CE), dove la Legge non era ancora ben applicata come a Torino, Genova e Milano, dov’era più di casa. Lo Statuto dei Lavoratori o Legge n.300/1970, era stato pensato e voluto durante le lotte sindacali, 2 anni dopo il Sessantotto. Tale Statuto fu una necessità per la mentalità padronale e paternalistica di moltissimi imprenditori sia di piccole che grandi aziende. L’evoluzione della società, la scuola di massa e i maggiori mezzi d’informazione hanno cambiato, non di poco, il modo del lavoro. La sacralità di quello Statuto, che ha 47 anni di vitalità, è diminuita anche per l’approvazione della modifica dell’art. 18 sulla licenzi abilità. Urge adesso, più che la riforma dello Statuto dei Lavoratori, riformare le Associazioni sindacali secolarizzatesi. Il mondo del lavoro si è precarizzato. I Sindacati spesso sono funzionali ai propri quadri direttivi ed impiegati. Spesso le Associazioni sindacali non rinnovano i quadri direttivi, i loro democratici consigli provinciali e si limitano ad osannare solo i leader nazionali con tanto di informatori o periodici ufficiali: troppo paludati con articoli ed editoriali dei Segretari generali che sono, a dir poco, solo, senza vergogna alcuna, autogratificanti. L’esplosione dei Voucher è noto a tutti e tutti ne reclamano un’abolizione o un numero limitato a pochi tipi di lavoratori, molti invocano, invece, il ritorno dell’articolo 18 e della responsabilità dei committenti negli appalti anche per le azioni fatte dai subappaltatori. Ecco gli effetti dei tre quesiti che hanno spaccato la politica (renziani contro sinistra Pd) e il sindacato (Cgil vs Cisl) quanto la stessa Consulta. Il primo dei tre quesiti referendari punta ad abolire i voucher, i buoni introdotti nel 2003 per pagare il lavoro accessorio (e stagionale) nell’agricoltura e ridurre sommerso e caporalato. Ma i promotori della Cgil hanno messo nel mirino le modifiche successive fatte dalla Fornero e dal Jobs Act: aumento della soglia massima di pagamento (non oltre i 5mila euro) e liberalizzazione dei destinatari, tanto che dal 2014 si sono sempre più diffusi nei campi delle ripetizioni, delle pulizie, per poi allargandosi all’edilizia, all’università e alle attività della comunicazione. Persino alcune università e i pensionati della Cgil di Bologna li hanno utilizzati, imbarazzando la segreteria nazionale di Corso d’Italia. Soltanto nei primi dieci mesi del 2016 ne sono stati venduti 121,5 milioni. Anche se ne hanno riguardato meno del 10 per cento dei lavoratori e lo 0,35 per cento delle ore complessive nel privato. Il tema divide. Tanto che i giuslavoristi contrari al referendum dicono che si rischia un pericoloso vuoto legislativo, che potrebbe riportare nel sommerso alcuni lavoratori. La Consulta non ammette a referendum, proposto da CGIL, l’art. 18 della “sacra” Legge del 20 maggio del 1970, n. 300 Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Urge riformare le Associazioni sindacali. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha definito lo strumento «la nuova frontiera del precariato», mentre Piergiorgio Alleva, che ha guidato la consulta giuridica Cgil, ha spiegato che «i voucher non devono assolutamente essere utilizzati nell’impresa dove è essenziale, sia per la produzione sia per la dignità delle persone, che si instaurino dei rapporti di lavoro. Altra cosa è l’utilizzo da parte dei datori di lavoro non imprenditori, come famiglie o altri soggetti privati». Prima di cadere il governo Renzi ha provato ad approvare alcune modifiche: non più di tre giorni continuativi e l’obbligo per il datore di lavoro di comunicare all’ispettorato del lavoro l’identità del lavoratore, il luogo e la durata della prestazione. Troppo poco per la Cgil. È probabile che l’attuale esecutivo, anche per disinnescare il referendum, faccia altre modifiche. Sul versante dei licenziamenti la Cgil vuole superare il meccanismo introdotto con la Legge Fornero e rafforzato dal Jobs Act: in caso di licenziamenti ingiustificati addio per i nuovi assunti all’articolo 18 e pagamento di un’indennità che, in base all’anzianità, oscilla tra le quattro e le ventiquattro mensilità. L’obiettivo dei promotori è invece di tornare al sistema della reintegra, oggi prevista soltanto per i vecchi dipendenti e, in generale, nei casi di discriminazione. Ma rispetto al passato si vuole estenderne l’applicazione: non più, come in passato, alle aziende sopra i quindici dipendenti, ma anche in quelle con più di cinque addetti, come prevedeva lo Statuto dei lavoratori del 1970 soltanto per imprese agricole. Giuliano Cazzola ha denunciato che il quesito è inammissibile perché non ha un contenuto unitario, univoco e omogeneo. «La richiesta di referendum», ha scritto l’economista sul Bollettino Adapt, «contiene piu domande (tre) in un unico quesito. In parole povere, nello stesso quesito viene proposta l’abrogazione tout court del dlgs n.23/2015 (istitutivo per i nuovi assunti dal 7 marzo di quell’anno del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti) e viene sottoposto ad una riscrittura, col metodo del taglia e cuci, l’articolo 18 come novellato dalla legge n. 92/2012 (la riforma Fornero, a valere per i vecchi assunti)». L’Avvocatura dello Stato ha parlato di referendum «manipolativo ». La Cgil, invece, ribatte che l’unitarietà sta proprio nel garantire regole identiche a tutti lavoratori. Il terzo referendum, invece, punta all’abolizione dell’articolo 29 del decreto legislativo 10.09.2003. Come avveniva prima della Biagi, si vuole ripristinare, in caso di violazioni subite dai lavoratori, la responsabilità anche all’azienda appaltatrice, oggi circoscritta a quella che vince l’appalto. La Cgil dice «di voler difendere i diritti dei lavoratori occupati negli appalti e sub appalti coinvolti in processi di esternalizzazione». Le novità legislative previste dal decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81 artt.48,49, 50. Il d.lgs. n. 81/2015 ha abrogato e sostituito integralmente gli articoli da 70 a 73 del d.lgs. n. 276/2003. Il suddetto decreto è stato in parte modificato dal d. lgs. 185/2016 che ha introdotto alcune disposizioni in materia di lavoro accessorio, al fine di assicurare una maggiore tracciabilità dei buoni lavoro. Le modifiche apportate dal d.lgs. 81/2015 riguardano: il limite del compenso che il prestatore può percepire, che viene elevato a 7000 euro, nel corso di un anno civile (dal 1° gennaio al 31 dicembre), con riferimento alla totalità dei committenti; la possibilità di remunerazione con i voucher. Tutto è in evoluzione e necessita un nuovo quadro normativo sulle Associazioni Sindacali, ora sclerotizzate su posizioni anacronistiche. I vertici nazionali e provinciali delle Associazioni Sindacali non possono continuare a consumare i soldi dei propri tesserati, facendogli pagare anche i servizi erogati dai tanti loro patronati. Cosa contemplano le principali misure per imprese, lavoro, pensioni e famiglia, con le novità fiscali previste dalla Legge di Bilancio 2017, che modifica pensioni, premi produttività, tasse imprese, nuovi bonus bebè. L’APE (Anticipo Pensionistico) consente di ritirarsi a 63 anni, a 3 anni e sette mesi dal raggiungimento della pensione, e almeno 20 anni di contributi, con un trattamento che viene poi restituito con rate ventennali nel momento in cui si matura l’assegno previdenziale vero e proprio. L’APE volontario viene erogato dall’INPS ma è finanziato dal sistema bancario, con un complesso meccanismo di assicurazione che copre il rischio di premorienza. C’è anche L’APE sociale, che è a carico dello stato, e l’APE aziendale, che viene invece finanziato dall’impresa nel caso in cui la pensione anticipata sia determinata da un procedimento di ristrutturazione aziendale. Più che Legge di stabilità si potrebbe definirla di instabilità in un panorama del lavoro in forte cambiamento con Associazioni sindacali secolarizzate che non fanno più presa sui precari. Perché allora non modificarle con immissione di più trasparenza e democrazia interna in modo che gli iscritti possano non solo delegare i Sindacalisti, ma controllarli dalla base ed esigere che gli avanzi del bilancio annuale siano redistribuiti ai tesserati? Già lo fanno le democrazie più evolute come quella statunitense che ha pochi disoccupati e un Pil procapite più elevato del nostro. Insomma come la religione cattolica, in particolare, si è secolarizzata aumentando l’indifferenza al religioso che è in noi, così le Associazioni sindacali hanno perso la fiducia dei lavoratori e cercano di esistere iscrivendo anche e soprattutto pensionati. Come la religione va incontro al riconosciuto fenomeno della secolarizzazione o indifferenza al religioso che è in noi, così le Associazioni sindacali italiane hanno finito il loro ruolo di difendere i lavoratori con la dovuta diligenza, trasparenza e abnegazione, sono diventate centri burocratici di inciuci vari, fatte le dovute eccezioni che non mancano nei quadri sindacali iniziali e intermedi, ma sono eccezioni non la maggioranza.