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I GRAVI DANNI DELL’AZZARDO

(Gianluca Martone) Il gioco d’azzardo in Italia oggi è una vera e propria emergenza sociale che richiede interventi responsabili e immediati. La ludopatia è infatti una malattia riconosciuta a livello mondiale. I numeri del fenomeno sono davvero impressionanti: siamo il Paese europeo dove si gioca di più, dove si arriva a bruciare in scommesse il 3% del PIL; ogni cittadino spende in media circa 1.300 euro l’anno e il dato è in costante crescita. Il gioco d’azzardo on line (e non) porta con sé un rischio che, in persone vulnerabili, può sfociare in una vera e propria dipendenza comportamentale. Questa condizione è ormai riconosciuta come una forma patologica che può generare gravi problemi sociali e finanziari. Il cosiddetto “gambling compulsivo” (ludopatia) viene considerato un “equivalente depressivo”, cioè un comportamento che sta al posto di una depressione negata (che solitamente compare quando il giocatore smette di giocare). Un giocatore dipendente ha un impulso per il gioco irrefrenabile e incontrollabile, al quale si accompagna una forte tensione emotiva e l’incapacità di ricorrere a un pensiero riflessivo e logico. L’autoinganno serve al controllo del senso di colpa e alimenta un circolo autodistruttivo: se il giocatore perde, giustifica il suo giocare col tentativo di rifarsi, se vince si giustifica affermando che deve approfittare del giorno fortunato. Sul versante psicoanalitico l’ipotesi più promettente e suggestiva prende in considerazione l’elemento di sfida alla casualità sotteso al comportamento compulsivo del giocatore patologico: il tentativo ossessivamente messo in atto di sconfiggere la brutale indifferenza del caso, inseguendo la sensazione di avere la dea bendata dalla propria parte. La sfida al caso, la scommessa con il fato introduce il giocatore in una dimensione spazio-temporale assolutamente speciale. L’elemento oggettivo viene messo tra parentesi (le perdite che si fanno sempre più ingenti non destano la preoccupazione che meriterebbero) e il giocatore è assolutamente convinto che l’azzardo finalmente pagherà e tutto ritornerà a posto; l’elemento soggettivo della “fiducia” non viene compensato dal dubbio in una distorsione che è al contempo cognitiva ed emotiva e assume valore difensivo rispetto a una considerazione più realistica della propria implicazione nel gioco e nelle perdite. Giocare compulsivamente – la ludopatia – segnala un disagio, ma allo stesso tempo protegge da disastri peggiori e perciò non va rimosso con operazioni di “chirurgia psichica” ma compreso nel suo significato. Nella ludopatia il vero senso del gioco, cioè la creatività, l’apprendimento di regole e ruoli, viene completamente e trasformato in schiavitù, ossessione, ripetitività. È’ possibile che vengano compromesse relazioni affettive significative, il lavoro, delle opportunità scolastiche, solo per continuare a giocare. È opportuno ricordare che ormai tutti i siti di scommesse online allettano i giocatori “regalando” a chi si iscrive ricchi bonus di partenza, che a volte arrivano persino ad alcune centinaia di euro. Poi si può avere “la sfortuna” di centrare vincite incoraggianti nei primi tentativi. Il risultato finale è quasi sempre sconvolgente: in un anno anche un impiegato o un operaio può arrivare a “bruciare” dai dieci ai cinquanta mila euro, frutto del proprio stipendio, di risparmi, di prestiti, o delle stesse vincite accumulate in precedenza.Quando le possibilità di ottenere prestiti si esauriscono, il soggetto può finire nel ricorrere anche a comportamenti antisociali quali la contraffazione, la frode o il furto.

La diffusione della ludopatia è amplificata dall’accessibilità al gioco via mass media ed è tanto più diffusa quanto più tale pratica è legalizzata. Oltre a decine e decine di siti web legali, cioè regolarizzati dai Monopoli di Stato, proliferano sale gioco on-line, fuori dal controllo dello Stato. Molte persone affette da ludopatia soffrono anche di altri disturbi, tra cui il più comune è la depressione, ma anche alcuni disturbi di personalità caratterizzati da impulsività, quali il disturbo borderline e il disturbo narcisistico di personalità. La ludopatia è una malattia riconosciuta a livello mondiale. È ormai assimilata alle dipendenze patologiche da droghe e alcol e non esiste una netta linea di demarcazione tra chi gioca in modo sociale e chi lo fa in modo patologico. Un ambiente familiare in cui gli aspetti materiali sono enfatizzati rispetto agli aspetti emotivi è un fattore di rischio. In Italia oggi siamo bombardati da messaggi radio, TV, banner su internet, giornali che invitano al gioco. La crisi economica inoltre acuisce il problema: meno risorse si hanno e più si è propensi a rischiare. Giocano di più le persone meno istruite e con minore reddito. Il marcatore dell’ingresso nella patologia è costituito dalla rincorsa delle perdite. Il passaggio a un livello grave è il superamento del confine della legalità. Le dipendenze da droga, alcol, pornografia e gioco d’azzardo sono molto più simili tra loro di quanto pensiamo, per come trasformano le vite degli individui. Si arriva a trascurare le proprie normali occupazioni e si ha bisogno di giocare sempre di più per ottenere lo stesso piacere (assuefazione). Lo stato mentale di un giocatore patologico è pertanto estremamente diverso da quello di un giocatore assiduo, ma non patologico, e si caratterizza per il raggiungimento di uno stato similare alla sbornia, con una modificazione della percezione temporale, un rallentamento o perfino blocco del tempo, uno stato alterato di coscienza, uno stato di estasi ipnotica. È’ importante, quindi, distinguere il “vizio del gioco” dalla “malattia del gioco”: una delle caratteristiche fondamentali del gioco d’azzardo patologico, disturbo siglato in psichiatria G.A.P., è la perdita di controllo sul proprio comportamento, che invece nel vizio è un comportamento volontario. Le fasce più a rischio sono, tra le donne, le casalinghe e le lavoratrici autonome dai quaranta ai cinquant’anni e, tra gli uomini, i disoccupati o i lavoratori che hanno un frequente contatto col denaro o con la vendita e un’età intorno ai quarant’anni. Il problema principale, per chi ha davvero bisogno di aiuto, in casi di ludopatia, è che all’interno delle grandi città non esistono più luoghi di aggregazione, il welfare sta arretrando e le famiglie diventano sempre più segmentate, frantumate, allargate, distanti. In una società come quella di oggi che ha puntato tutto sulla produttività, di individui soli e famiglie sfasciate, secondo le stime del Codacons, in 8 anni si è registrato un aumento del 450% del volume d’affari dei giochi d’azzardo, che vale 70 miliardi.
Per comprendere nel migliore dei modi gli affari che ruotano attorno all’azzardo, gestiti anche dalla criminalità organizzata, nel luglio 2015 Avvenire ha pubblicato un interessante articolo su questa grave problematica, che pubblico integralmente:” Esiste «un patto scellerato tra camorra e ’ndrangheta» per gestire il grande affare dell’azzardo e in particolare quello delle scommesse online. Lo scrivono i magistrati della Procura di Reggio Calabria nell’ordinanza di custodia cautelare per l’operazione Gambling che due giorni fa ha colpito pesantemente con 41 arresti e sequestri per due miliardi di euro, l’organizzazione legata ai clan calabresi.Organizzazione guidata da Mario Gennaro ‘Mariolino’ che, si legge nel documento, «si era adoperato, per conto della ’ndrangheta unitariamente intesa, per garantire la controllata diffusione sul territorio di alcuni siti illeciti, oggetto di un patto criminale con gli imprenditori Grasso e Padovani espressione rispettivamente della camorra e della mafia siciliana». Una storia che parte da lontano, dall’inchiesta Hermes della Dda di Napoli, guidata allora dall’attuale procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho. In quell’inchiesta, si legge ancora «era stato accertato come i principali protagonisti del sistema criminale investigato: Grasso Renato e Padovani Antonio nell’anno 2006, avessero gestito una serie di brand (tra cui quello Sport and Games) operativi nel settore dei giochi e scommesse on-line tramite le società Betting 2000 S.r.l. ed A.P. Games S.r.l., in relazione solidale con individuati esponenti di primo piano della camorra e della mafia ed altri – rimasti ignoti in quell’indagine – della ndrangheta». Il fatto inquietante è che proprio «grazie a tali legami quelle società si erano aggiudicate plurime concessioni rilasciate dal Monopolio di Stato per la gestione ed il controllo di sale scommesse, molte delle quali aperte sotto l’insegna: ‘Sport and Games’». Un fatto che smentisce ancora una volta l’affermazione che la legalizzazione dell’azzardo abbia tenuto fuori le mafie. Tutt’altro. Favorita da quella «carenza dei controlli» denunciata ieri su Avvenire dal procuratore Cafiero de Raho, secondo il quale «lo Stato si accontenta di incassare la sua quota». Oltretutto molto bassa. È infatti ben noto che la tassazione sull’azzardo è «di favore», ancora più quella sulle scommesse online, addirittura la metà di quella sulle slot (circa il 20% contro oltre il 40%). E questo spiega il crescente interesse delle mafie. Al punto da creare le alleanze scoperte dai magistrati reggini. A conferma ci sono anche le recenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pasquale Balzano, Giuseppe Missi e Mariano Mirante che nello scorso dicembre hanno rivelato le «relazioni privilegiate che il Grasso aveva mantenuto con esponenti della ’ndrangheta, per garantire la diffusione sul territorio calabrese dei siti e brand del sistema criminale. Tale relazione di solidarietà era valsa, tra l’altro, l’ampia diffusione sul territorio calabrese del brand ‘Sport and Games’, grazie agli accordi pattuiti con esponenti della ndrangheta, alla stregua di quanto avvenuto con loro stessi (ed altri camorristi) in Campania e con esponenti di Cosa Nostra in Sicilia». Ora dall’inchiesta della Dda reggina finalmente emergono i nomi degli alleati ’ndranghetisti degli imprenditori campani e siciliani espressione di camorra e Cosa Nostra (condannati per questo fino alla Cassazione). Infatti, si legge ancora nell’ordinanza di due giorni fa, «sussistono precisi elementi individualizzanti che consentono la sicura identificazione del nucleo di soggetti coordinati da Mario Gennaro, impegnati a promuovere i prodotti gestiti dal duo Grasso-Padovani. Sono proprio costoro, perciò, i rappresentanti della ’ndrangheta evocati dai collaboratori di giustizia campani, quali soggetti con cui l’organizzazione investigata nell’indagine Hermes era venuta a patti (al pari di quanto avvenuto con la camorra e con la mafia) per la diffusione commerciale del sito sul territorio». Su questo, oltre al prezioso contributo dei collaboratori di giustizia, «sono state acquisite una consistente mole di conversazioni». Prove che ormai accertano come questo ‘patto scellerato’ abbia garantito «l’infiltrazione dell’associazione mafiosa nel mercato e lo sfruttamento delle straordinarie possibilità di riciclaggio che quel sistema consentiva».
Sempre Avvenire nell’ottobre 2015 dedico’ un editoriale su questa piaga sociale, firmato dal direttore Tarquinio:” La vera forza dei signori di Azzardopoli è di essere mediaticamente invisibili. Qualsiasi cosa accada, in pagina, in onda e sul web loro ci sono soprattutto con una pervasiva e, sinora, irrefrenabile pubblicità. E questo conta tanto quanto l’essere burocraticamente corazzati e politicamente invulnerabili.Pensate che esageriamo? Provate a scorrere i giornali, a rivedere i Tg, a riascoltare i Gr e a consultare i siti d’informazione pur inondati, da giorni, di notizie dettagliate sulla legge di stabilità 2016. La Manovra riguarda non solo (con ritocchi fiscali di qualche rilievo) l’intero settore dell’azzardo, ma anche (e pesantemente) le scommesse legali. Si aprono infatti le porte a 15mila sale e 7mila corner messi a bando, per un totale di 22mila punti azzardo: il doppio degli attuali. Ma di quest’ultimo e inspiegabile azzardo di Governo – abbiamo già commentato a caldo che non somiglia affatto al profilo riformatore e moralizzatore che l’esecutivo di Matteo Renzi ha deciso di darsi – nei notiziari non c’è traccia. La parola “scommesse” trova spazio solo sulle agenzie di stampa, e annega nelle cronache, fino a scomparire. Quanto al termine specifico, “azzardo”, ancora una volta sembra essere diventato insignificante, anzi inesistente. Se proprio si deve evocare, si parla di “gioco” (una menzogna travestita da troppo tempo in “modo di dire”: l’azzardo non è mai un gioco, avvelena, massacra e usura la vita di persone, famiglie e imprese). Insomma: questa misura fuori misura, fulmine violento e inaccettabile in un cielo già tempestoso, è una notizia che non circola. Neanche lo sciopero della fame autorevolmente ipotizzato da don Virginio Colmegna contro il bando e contro il continuo rinvio dello stop della pubblicità “azzardata” sembra incrinare un muro di silenzio cementato da indifferenze, compiacenze e corposi interessi. E così un’operazione sbagliata e dannosa rischia di passare alla chetichella, mentre non si avvia la sacrosanta svolta anti-spot. Eppure la notizia della moltiplicazione delle sale scommesse, era stata in qualche modo anticipata e caricata di significato dirompente. E non dai media, bensì – l’abbiamo ricordato ieri – dall’inchiesta “Gambling” condotta dalla Dda di Reggio Calabria. Gli inquirenti antimafia calabresi, nel luglio scorso, hanno portato alla luce i piani con cui i capi della ’ndrangheta – già presenti nel settore, come altri malavitosi d’ogni affiliazione – pregustavano un prossimo bando statale, preparandosi a occupare un altro pezzo di “azzardo legale”.
È’ legittimo chiedersi se, a Roma, i solerti tecnici dell’Economia si fossero accorti di tutto questo e se i politici si rendano conto che invece di ridurre la metastasi dell’azzardo (aggravata dalle devastanti infiltrazioni delle mafie) stanno contribuendo ad aggravarla. Non può e non deve essere vero. I danni dell’azzardo sono visibili, sempre di più, e in modo sempre più duro e triste. I media e la buro-politica hanno il potere di dire basta”.
Come è stato ottimamente evidenziato lo scorso mese di marzo dal collega di Avvenire Paolo Labruschi, la dipendenza dall’azzardo colpisce soprattutto i giovani:” Aumenta il numero di teenager che giocano d’azzardo in Italia. Nel 2015 sono stati registrati oltre un milione di giocatori tra i 15 ed i 19 anni, l’8% egli studenti italiani, 60.000 in più dell’anno precedente. È il primo anno di crescita dopo cinque di calo e la tendenza è trasversale per sesso, età e aree geografiche. Lo riferisce uno studio dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa.Dal 2014 al 2015 la percentuale è cresciuta dal 39 al 42%, con un 7% che riferisce di giocare 4 o più volte la settimana. Giocano in prevalenza i ragazzi, il 51% contro 32 delle femmine, anche se l’incremento maggiore è quello di quattro punti registrato fra le ragazze 16-17enni, dal 27% al 31%.
Anche il 38% dei minori scolarizzati (15-17 anni), circa 550.000 studenti, riferisce di aver giocato d’azzardo nel 2015 (erano il 35% nel 2014. In calo dal 2010 la quota che gioca al Lotto/Superenalotto (dal 31 al 21%) e al poker texano (dal 27 al 18%), crescono invece i giocatori di Totocalcio/totogol (dal 10 al 29%) e Gratta e vinci (dal 63 al 69%). Tra i maschi troviamo al primo posto le scommesse sportive (67%), le ragazze preferiscono il Gratta e vinci (79%). Tra i posti preferiti dai giocatori, si stanno affermando le sale scommesse, frequentate dal 28%, mentre, pur mantenendo il primato, perdono di popolarità i locali pubblici non dedicati (bar, tabaccherie, pub), frequentati nel 2015 dal 37% contro il 44% del 2014 e addirittura il 61% del 201) e le abitazioni private (36% contro il 40% del 2010. Il 48% dei giocatori virtuali usa il pc, il 35 lo smartphone, il 15 il tablet o accede tramite internet point. Tra gli studenti che giocano, i ragazzi potenzialmente a rischio sono circa l’11% di coloro che hanno giocato denaro nell’ultimo anno. La percentuale di ragazzi già problematici) si assesta sull’8% dei giocatori. Quanto alle cifre, l’8% degli studenti giocatori dichiara di aver speso oltre 50 euro nell’ultimo mese, il 17% tra i 10 ed i 50 euro, mentre il 75% meno di 10 euro. Dal punto di vista geografico, prevale il Meridione. La ricerca conferma infatti che si gioca di più al sud, dove il 48,8% hanno giocato almeno una volta negli ultimi dodici mesi contro il 43,5% al centro, l 36,8% nel nord-ovest e il 30,6 nel nord-est”.
Questi dati agghiaccianti furono messi in luce sempre su Avvenire nel gennaio 2015 in un interessante articolo firmato da Nello Scavo, che pubblico integralmente:” Sanno cos’è il gioco d’azzardo. Ne conoscono i rischi. Ma per molti di essi la parola ‘azzardo’ evoca emozioni adrenaliniche: fortuna, divertimento, guadagno. Malgrado una certa consapevolezza, i giovani non resistono alle sirene del mondo delle scommesse. Secondo una ricerca condotta tra novembre e dicembre dello scorso anno su 1.520 studenti delle scuole superiori (l’80% minorenni e il restante 20% di età compresa tra i 18 e i 20 anni) il 92% dei ragazzi ritiene il gioco d’azzardo come occasione per creare dipendenza, ma il 35% ha riferito che non fermerebbe un amico vedendolo giocare d’azzardo. Ma cosa spinge i giocatori? Per gli studenti, in gran parte residenti nel Pavese (la provincioa d’Italia con il più alto tasso di giocatori e di spesa pro capite) nel 67% dei casi è il desiderio di arricchirsi, nel 16% per il gusto della sfida. E secondo la ricerca, si conferma una pericolosa familiarità dei giovani con l’azzardo: il 43% degli studenti afferma di aver giocato con gratta e vinci, 20% alle scommesse, il 10% alle slot, l’8% sul web. Inoltre il 18% riferisce di avere parenti, ed il 67% conoscenti, che giocano abitualmente. La famiglia, per molti, è una cattiva maestra. Il 25% dei ragazzi ha dichiarato di aver acquistato gratta e vinci seguendo l’esempio di altri familiari. Ma il 32% è stato invece influenzato dai mezzi di comunicazione, che attraverso pubblicità e spazi dedicati hanno indotto il 23% dei ragazzi a frequentare bar e locali dove si scommette.
«In un contesto in cui il 97% del campione riferisce di possedere uno smartphone, e il 26% di passare più di due ore al giorno navigando su internet – osserva Simone Feder , non possiamo sottovalutare l’importanza del controllo di questo canale ormai pervasivo, i giovani che affermano di giocare online sono infatti, insieme a quelli che utilizzano le slot machine, quelli che giocano più frequentemente».
Anche per questo don Armando Zappolini, portavoce di ‘Mettiamoci in gioco’, la campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo, lancia un allarme. «Apprendiamo dalla stampa – ha detto – che la prossima settimana il ministro della Salute Beatrice Lorenzin presenterà alle Regioni i livelli essenziali di assistenza. In essi, per quanto ne sappiamo, no n viene citato esplicitamente il gioco d’azzardo patologico (Gap)». Se l’esclusione venisse confermata, nonostante «gli impegni assunti più volte, pubblicamente, dal ministro Lorenzin, si tratterebbe di un fatto gravissimo su cui sia noi sia altri soggetti impegnati sul tema ci mobiliteremmo con grande energia». Che sia urgente un intervento a vasto raggio lo conferma anche uno studio di ‘Eurodap’ (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), che ha realizzato un sondaggio online. Il gioco d’azzardo per 1 italiano su 2 è diventato «un’esperienza emotiva insostituibile, destinata a trasformarsi in una forma di compulsività tale da provocare nei giocatori e nelle loro famiglie pesanti ripercussioni».Dai dati emerge che il 50 per cento del campione intervistato «è composto da giocatori patologici- spiega Paola Vinciguerra, presidente Eurodap -. Il gioco d’azzardo, insomma, ormai è entrato a far parte della vita quotidiana delle persone». Al sondaggio hanno risposto 850 persone tra i 25 e i 65 anni. Dalle risposte è emerso che «il 20% del campione ha le caratteristiche di un patologico grave, ossia si tratta di persone che non riescono a sottrarsi al gioco, mentre il 30% è patologico. Il 20% del campione è risultato invece a rischio nel senso che l’abitudine del gioco potrebbe facilmente diventare una malattia, mentre il 30% del campione si è dichiarato giocatore occasionale».
Il dramma di questa grave problematica sociale è stata nuovamente affrontata di recente sempre su Avvenire in un articolo scritto da Antonio Maria Mira:” «C’è un perdurante cerchio vizioso dell’ottusità. E l’esempio principale è l’azzardo. Con lo Stato che si comporta come un debitore insolvente che si deve rifare, che deve tamponare una falla: pochi maledetti ma subito». È durissimo il sociologo Maurizio Fiasco al convegno ‘Usura, comunicazione, istituzioni’ organizzato ieri dalla Consulta nazionale antiusura ‘Giovanni Paolo II’, in occasione dell’annuale assemblea. Non meno duro è il neopresidente della Consulta, monsignor Alberto D’Urso. «Non dare informazione sull’azzardo non è mafia? Bisogna dire al mondo giornalistico che questa è complicità», rincara la dose denunciando come «portare giocatori patologici in tv serve solo per fare audience». E monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso Bojano, cita il profeta Amos: «’Hanno venduto il giusto per denaro’. Il denaro – ag- giunge – ti affonda e non ti fa andare avanti. Bisogna avere il coraggio di dire no, il bene che vince il male». Altrimenti si arriva alla disperazione. D’Urso cita «la lettera di un barista che ci chiedeva aiuto. Aveva tolto le ‘macchinette’ perché, ci scriveva, ‘si è rovinato mio figlio’. Già, le ‘macchinette’: quanto male fanno! ». Storie e numeri ignorati dal mondo della comunicazione, ribadisce il direttore di Tv2000, Paolo Ruffini. Così come le dimensioni di ‘azzardopoli’. «È impressionante il fatto che di questi numeri, di queste persone, sui giornali, in tv, per radio, si parli così poco. O come se fossero solo tanti casi singoli, una sommatoria di casi singoli, portando avanti quasi solo una stanca contabilità che nulla ci dice della radice malata che li genera». E va oltre, parlando addirittura di «connivenza con la quale i mezzi di comunicazione hanno costruito, attivamente o passivamente, facendo o omettendo, una cultura fondata sull’azzardo da una parte e sulla finanza speculativa dal-l’altra ». Eppure, soprattutto grazie all’impegno delle associazioni, qualcosa sta cambiando. «Crescono la disapprovazione sociale verso l’azzardo e l’attività di ‘rigetto’ dei Comuni, oltre 500, che hanno deliberato rigidi regolamenti – sottolinea Fiasco –. E dalla seconda metà del 2015 assistiamo a un cambiamento giurisprudenziali, con sentenze favorevoli al contrasto alla gestione perversa dello Stato». Malgrado questo, ammette il professore, «nel 2015 la spesa in azzardo è aumentata del 5%. E l’azzardo è sempre più fattore di crisi economica e di indebitamento pubblico. Si porta via il 12% dei consumi privati, 491 milioni di ore, 70 milioni di giornate lavorative». E allora, è l’appello di D’Urso, «serve un lavoro di rete, dobbiamo continuare a seminare insieme. Il mondo dell’azzardo è un grasso pachiderma, da soli gli facciamo il solletico, insieme possiamo fare di più», aggiunge ringraziando Avvenire «per l’impegno a una corretta e completa informazione ». «Dobbiamo cambiare il punto di vista – propone Ruffini –, raccontare chi si oppone, dai baristi ai comuni, reagire al dualismo feroce che riduce la vita ad un gioco: game on, game over, grazie alla creazione di una rete di sguardi non più passivi, mi verrebbe di dire ciechi, ma capaci di capire». Ma, avverte Bregantini, «servono leggi più attente e scrupolose, con prossimità alla gente. Quando una mano regge l’altra mano si vince la sfida».

Il collega Jacopo Storni sempre su Avvenire ha raccontato le significative esperienze di diversi giovani, i quali sono riusciti ad uscire da questa grave dipendenza grazie all’aiuto di Dio:” Monteroni D’Arbia (Siena) – Hanno perso tutto: la casa, la macchina, il lavoro, gli affetti. Hanno perso la fiducia dei familiari, hanno perso mogli e mariti, nessuno crede più a quello che dicono. Qualcuno di loro ha tentato il suicidio. E allora si giocano l’ultima carta. Non certo quella del gioco, che li ha ridotti sul lastrico, ma quella della salvezza. Per molti di loro l’asso nella manica si chiama Orthos, la prima ed unica casa d’accoglienza in Italia per dipendenti da gioco d’azzardo. Si trasferiscono qui per tre settimane, qualcuno per molto di più. Mangiano, vivono, lavorano e dormono qui. C’è chi lo chiama l’albergo dei ludopatici, è una comunità residenziale per giocatori d’azzardo, un podere incantevole fuori dal mondo, incastonato tra i vigneti e gli uliveti della campagna senese, nel Comune di Monteroni d’Arbia. Qui i ludopatici tentano di cambiare vita. Via il computer, incubatore di tentazioni, via il telefonino, dove chiamano spesso i debitori, via i collegamenti col mondo esterno. Si ritorna alla terra, alla vita nei campi, al sapore delle cose semplici. “Tentiamo di riscoprire il piacere della natura, di un libro, della musica e della relazione con l’altro, tutte cose che sono state perdute e che hanno comportato la caduta negli abissi del gioco, che spesso è causato da perdite o mancanze affettive ed è portatore di gravi crisi esistenziali”. Lo psichiatra Riccardo Zerbetto è il direttore di Orthos. Ha ristrutturato di sua iniziativa questi casolari grazie al contributo dell’assessorato al sociale della Regione Toscana. Crede molto nell’unicità di questo progetto: “Il trattamento ambulatoriale dei Sert spesso non è sufficiente perché i giocatori non riescono mai a staccarsi completamente dalle tentazioni materiali del gioco”. Il lavoro nei campi comprende potatura delle piante, taglio della legna, raccolta delle olive e produzione di olio. A tutto questo viene affiancato un intensivo programma terapeutico: sedute psicologiche di gruppo, incontri personalizzati, tecniche di drammatizzazione delle emozioni negative. E poi disegni di gruppo in cui raffigurare le paure inespresse, meditazione, passeggiate nel bosco e letture collettive. E ancora: il pranzo tutti assieme, i turni in cucina e nelle pulizie. Vite da condividere. Nella comunità non ci sono cuochi e non ci sono colf, gli ospiti autogestiscono la loro permanenza e questo, a detta dei responsabili, è assolutamente terapeutico. “Proviamo a riconsiderare e ricostruire l’esistenza dei nostri ospiti, questa esperienza è l’occasione per intervenire su quei fenomeni compulsivi e ossessivi che interferiscono con la capacità di regolare i propri impulsi e di realizzare un soddisfacente progetto di vita”. Gli ospiti sono seguiti da dodici operatori specializzati tra psicologi, psichiatri e psicoterapeuti. Quando i pazienti arrivano in questo casolare, non hanno più niente da perdere. “Avevo una casa e me la sono giocata, avevo una macchina e me la sono giocata. Mia moglie mi ha messo alla porta”. E allora Andrea, dopo 500mila euro buttati nel vortice dell’azzardo, è arrivato quassù, dove ha incontrato Francesco, 1 milione di debiti con l’ippica, padre di una figlia che neppure conosce: “Non conosco mia figlia, non so quali siano i suoi gusti, quali siano le materie scolastiche che preferisce. Grazie a Orthos ho conosciuto me stesso e anche i miei familiari. Prima ero un fantasma, vivevo soltanto per le corse dei cavalli, non lavoravo, non parlavo con nessuno, non curavo il mio corpo. Adesso finalmente ho una vita sociale”. Storie simili e così diverse. Avvocati e operai, ingegneri e disoccupati. Tutti possono cadere nella spirale del gioco, chiunque può arrivare a Orthos. Giovani e anziani, uomini e donne, come Angela: “Tutti i week end li trascorrevo alle slot machine. Entravo al casinò all’ora di cena e uscivo alle 5 della mattina successiva. Oppure al bar, la sera e anche la mattina per colazione. Quelle ore davanti alle slot, così piene di colori e false emozioni, erano gli unici momenti della giornata in cui mi sentivo bene. Orthos mi ha permesso di attribuire un valore diverso ai soldi, mi ha insegnato a stare con gli altri, a capire perché sono arrivata a buttare tutti i miei risparmi nel gioco. Mi riempivo la vita di azzardo perché ero vuota in tutto il resto, rifiutavo i sentimenti e su questo ha inciso pesantemente la mia infanzia, quando per due anni di fila sono stata abusata”. Anime alla deriva, stritolate dal gioco, persone che hanno perso qualsiasi etica e razionalità: “Rubavo l’incasso del ristorante a cui lavoravo per andare a giocare alle slot e alle Vlt (Video Lottery Terminal ndr),” racconta Paolo. Gli fa eco Francesco: “Chiedevo prestiti a mia moglie raccontandole che mi servivano per pagare i fornitori della mia azienda. I miei familiari non sapevano che invece mi servivano per giocare. Per nove anni ho fatto una doppia vita”. Nella comunità di Orthos ci si mette a nudo raccontando se stessi, si fanno i conti con il proprio passato, si ride ma soprattutto si piange, ritornano a galla gli scheletri del passato. Si intrecciano storie drammatiche e traumi sotterrati. Dice Lorenzo, uno dei giocatori passato da questa comunità: “Forse dovevo proprio toccare il fondo… quasi morire… per poter rinascere”.
Come uscire da questa grave piaga? Sul sito cattolico UCCR, è stata messa in risalto l’importanza dell’educazione religiosa per liberarsi dalle varie dipendenze:” Di questi tempi educare i figli non è facile, si sa. Lo è ancor di più se l’ambito da educare è quello religioso. Molti, per questa difficoltà, non lo fanno. Anzi, per una sorta di velo di laicità e vago rispetto della libertà del figlio – dicono – delegano allo stesso la scelta di orientarsi, se orientarsi, lasciando così una sorta di “vuoto” educativo che un giorno riempirà da sé, se lo vorrà. Senza entrare nel merito della questione, in questo senso, ci limitiamo a domandarci: se un genitore educa i propri figli insegnando loro il meglio di ciò che è e sa – segnandolo inevitabilmente nel processo decisionale dello sviluppo, cosa che non appare un problema in tutti gli ambiti, a quanto pare! – perché non lo dovrebbe fare anche nell’ambito religioso? Provocazioni a parte, nel seguente articolo cercheremo di mettere in luce un motivo in più per educare il proprio figlio alla dimensione religiosa. Una ricerca firmata da Michelle V. Porche e altri collaboratori di università statunitensi, pubblicata il 2 aprile 2015 in un convegno sul superamento dipendenze alla Chester University in Inghilterra, ha infatti messo in luce come l’educazione religiosa influisca positivamente nella libertà da dipendenze, da alcol e non solo, nei ragazzi che si affacciano nell’età adulta. Questo studio è stato condotto con il patrocino del National Institute of Mental Health su un campione di persone tra i 18 e 29 anni, abitanti negli U.S.A. ma di provenienze diverse, equamente distribuite tra maschi e femmine, di appartenenza mista a maggioranza Cristiana [Cattolica (29%), Protestante (19%), Battista (17%), Luterana (6%), Metodista (6%), Presbiteriana (3%), Pentecostale (2%) e altre religioni (9%)]. Si indica chiaramente che che nella misura in cui il soggetto viene educato e partecipa attivamente ad una vita religiosa avrà molte più probabilità di condurre una crescita estranea a dipendenze. Quali le cause? Lo studio individua come la partecipazione attiva dell’esperienza religiosa – intesa non solo alle funzioni religiose ma anche nell’impegno in attività religiose o spirituali –influisca positivamente nel processo decisionale della vita dei soggetti, andando così a formare persone che rispettano il creato innanzitutto a partire da se stessi. Questa tesi conferma precedenti ricerche datate 2001 (Hodge, Cardenas e Montoya) e 1999 (M- John Wallace) le quali hanno a loro volta rilevato che gli adolescenti che fanno la scelta personale di impegnarsi in attività religiose o spirituali, sono più propensi a interiorizzare comportamenti di in-dipendenza da alcol e da sostanze stupefacenti nella loro vita adulta. Un’educazione religiosa, nel nostro caso cristiana, dunque non soltanto educa alla fede, apre alla salvezza dell’annuncio evangelico e rende testimoni del Risorto, ma garantisce anche una crescita equilibrata, nonché numerosi altri benefici indicati dalla letteratura scientifica”.