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Pietravairano (Ce) il servo di Dio, mons. Agostino Castrillo, ora è Venerabile

(Paolo Mesolella) PIETRAVAIRANO (Ce) Il Vescovo frate minore, padre Agostino Castrillo, dopo essere stato Servo di Dio ora è anche Venerabile. Era un vescovo povero che amava i poveri ed aveva lo spirito di carità di San Francesco. – Di frati santi ce ne sono stati tanti. Frati che attiravano le folle come Padre Pio e frati rimasti tutta la vita nascosti. Fra questi ultimi c’è il frate vescovo Agostino Castrillo morto il 16 ottobre 1955 a S.Marco Argentano (Cosenza) e diventato Servo di Dio nel febbraio 1999. Era nato a Pietravairano, in provincia di Caserta, il 18 febbraio 1904, terzogenito di 11 figli. Qui aveva frequentato la scuola elementare ed aveva imparato l’arte del calzolaio prima di entrare, undicenne, nel seminario francescano di Sepino (CB). Dopo qualche anno, fu inviato al convento di San Marco in Lamis (Foggia) per gli studi ginnasiali, lo stesso in cui qualche anno prima, era stato Padre Pio. Iniziò il noviziato nel convento di Amelia (Terni), poi passò a Biccari (Foggia), dove terminò gli studi di teologia e, infine, arrivò a Molfetta (Bari), dove l’11 giugno 1927 ricevé l’ordinazione sacerdotale nel santuario della Madonna dei Martiri.                                                                                                                          Nei giorni scorsi papa Francesco ha ricevuto in udienza il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e lo ha autorizzato a promulgare il Decreto di Venerabilità sulle virtù eroiche del Servo di Dio Agostino Ernesto Castrillo, già Vescovo di San Marco Argentano e Bisignano (Cosenza). Il processo diocesano di canonizzazione, avviato il 5 maggio 1985, si era concluso il 21 febbraio 1999 con il titolo di Servo di Dio. Nei giorni scorsi, poi, nella Sessione Ordinaria del 6 giugno 2017, i Cardinali e i Vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi, hanno riconosciuto che ha esercitato in grado eroico le virtù teologali, cardinali e annesse. Cosicché il 16 giugno scorso, Padre Francesco ha autorizzato la Congregazione a promulgare il Decreto di Venerabile per le le sue virtù eroiche. Il frate minore mons. Agostino Ernestro Castrillo quindi, è stato riconosciuto venerabile, una buona notizia per la famiglia francescana e per le Diocesi di Teano-Calvi, dove è nato, di Foggia-Bovino, dove ha esercitato il suo ministero sacerdotale per tanti anni, e di San Marco Argentano- Scalea dove è morto. Il vescovo di S. Marco Argentano, mons. Leonardo Bonanno, nei prossimi giorni renderà noto anche il programma delle celebrazioni di ringraziamento che si terranno nella Cattedrale di San Marco dove riposano le sue spoglie mortali.                                                                                                                                                                                          Ernesto Castrillo vestì l’abito francescano all’età di 15 anni ed assunse il nome di frate Agostino. Fu ordinato sacerdote l’11 giugno 1927 . Dopo aver insegnato per alcuni anni lettere italiane, nel 1936 gli fu affidata la parrocchia di Gesù e Maria a Foggia, nella quale svolse un intenso apostolato.  Nel 1940 fu eletto Provinciale della Provincia monastica di Puglia e Molise e nel 1943 fu riconfermato Provinciale per un altro triennio. Nel 1946 fu chiamato a Roma con l’incarico di padre spirituale degli studenti del Pontificio Ateneo Antoniano. Dal gennaio 1948 al 1950 fu Commissario Provinciale della Provincia Salernitano – Lucana e poi ancora Provinciale fino al 1953. Il 17 settembre 1953, infine, due mesi dopo la rielezione a Provinciale, fu nominato da papa Pio XII vescovo delle Diocesi di S. Marco Argentano e Bisignano in provincia di Cosenza. Ricevette l’ordinazione episcopale a Foggia, nella sua parrocchia di “Gesù e Maria”. Purtroppo però, poté esercitare l’ufficio di vescovo, per meno di due anni, perché un tumore ai polmoni lo tenne inchiodato al letto per 13 mesi. Dei dolori lancinanti lo portarono alla morte il 16 ottobre 1955 dopo una vita di sofferenza.                                                                                                               Lo spirito francescano Il fervore francescano lo accompagnò durante tutta la vita. Fu superiore caritatevole e disponibile verso i suoi confratelli. Fu parroco zelante e laborioso e si adoperò in tutti i modi, soprattutto durante la guerra, per aiutare e consolare i suoi fedeli, in particolare quelli più poveri e più bisognosi.                                                                                          Viveva da povero. La sagrestia, la porta del convento, il vescovado, erano frequentati continuamente da poveri in cerca di un pasto, di denaro o di un posto di lavoro. Frequentava le loro case buie e maleodoranti, restandovi a lungo per confortarli. Non si vergognava di salire, in loro compagnia, le scale degli uffici statali e le aule dei tribunali per avallare i loro diritti. Molto tempo prima del Concilio Vaticano II e di papa Francesco Padre Agostino attuò nella sua parrocchia e nella sua Diocesi una esemplare esperienza di vita povera spesa per i poveri.                                                                                                                                       I malati mettevano in crisi la sua coscienza. Per loro si sforzava di dare il massimo delle cure e del tempo a sua disposizione. Le famiglie lo amavano perchè lo vedevano accorrere continuamente al capezzale dei loro cari in lotta con la malattia. Visitava anche gli ammalati religiosamente indifferenti o miscredenti ottenendone conversioni da ideologie massoniche. Se poi i malati erano anche poveri, allora mobilitava attorno ad essi i suoi amici medici e benefattori. Spirò il 16 ottobre 1955, stringendo la corona del rosario che non aveva mai abbandonata né di giorno né di notte. “I suoi funerali, si legge nella sua Positio Super Vita, Virtutibus et fama Sanctitatis furono un’ apoteosi: nei tre giorni che rimase esposto nella cattedrale di S. Marco Argentano fu necessario proteggere la sua spoglia, sulla quale si era cominciato a tagliuzzare l’abito, il cordiglio e perfino i capelli…”. Venne sepolto nella cripta della cattedrale di S. Marco Argentano, dove la sua tomba è diventata “meta di venerazione quotidiana“.

L’esame delle Virtù Teologali nella Positio Super Vita, Virtutibus et fama Sanctitatis                                                                 Il suo spirito di carità emerse soprattutto durante la seconda guerra mondiale, quando Foggia, importante scalo ferroviario, fu sottoposta a continui bombardamenti. Padre Egidio Costantino ricorda nella “Positio Super Vita”: “In quei giorni, senza riposo, a tutte le ore accorreva nei luoghi dei disastri, tra le macerie, nelle corsie degli ospedali per assistere e confortare, aiutare tanti colpiti in fin di vita». Anche Lelia Normanno, testimone dell’inchiesta rogatoriale, ricorda l’eroismo di Padre Agostino nel raccogliere per le strade di Foggia le vittime dei bombardamenti. “Si portava nei rifugi, incoraggiando tutti e venendo incontro alle necessità materiali, portando viveri e medicinali. La chiesa di Gesù e Maria non veniva chiusa, nè di giorno nè di notte, per dare assistenza ai senza tetto e in stato di necessità.». Francesco Paolo Arpaia, altro teste dell’Inchiesta rogatoriale, spiega: “ Essendo stato ferito durante i tremendi bombardamenti di Foggia il giorno 22 luglio 1943, mi ritrovai in stato di semi-incoscienza nell’ospedale militare. Ad un certo momento, mentre stavo nel mio letto di dolore, mi ritrovai faccia a faccia con P. Agostino Castrillo, il quale mi benediceva con le mani letteralmente insanguinate, per aver estratto decine e decine di morti e feriti dai cumuli di macerie della città distrutta”. Anche il capostazione delle Ferrovie di Foggia, Giacomo Caserta, ha testimoniato il suo eroismo: “Durante i bombardamenti aerei del 1943 sugli impianti ferroviari di Foggia, vidi P.Agostino soccorrere feriti, comporre salme con un ritmo e una forza che non si potevano certo riconoscere al suo fisico esile, mettendo a repentaglio non poche volte la propria vita”.                                                                                                                                      Il bombardamento di Bari e l’amore francescano della carità e della pace Un’altra interessante testimonianza di quei momenti e quella del prof. Pasquale Del Prete, rettore dell’Università di Bari: “ Nel pomeriggio del 22 luglio 1943, all’Ufficio Cifra del Comando della IV Squadra Aerea dove ero stato destinato nell’ultima fase della guerra, cominciarono ad arrivare le prime notizie del sesto bombardamento effettuato dall’aviazione anglo-americana su Foggia. Erano stati distrutti gli impianti ferroviari; in fiamme la stazione e il centro della città; i quattro isolati dell’Incis travolti dalla furia delle bombe da due tonnellate sganciate da quaranta apparecchi in due ondate; incalcolabile il numero dei morti, ma certamente di varie centinaia. Al bombardamento faceva seguito un feroce mitragliamento a bassa quota contro la gente che cercava scampo nella fuga verso i rifugi: le strade erano ingombre di macerie, di ferri contorti, di automezzi sventrati, di infissi divelti, ed anche di membra umane dilaniate; in preda al terrore, la grande maggioranza degli abitanti abbandonava la città per trovare asilo nei comuni più vicini. Padre Agostino, proprio tra le macerie delle costruzioni Incis mi chiedeva il fazzoletto per depositarvi i miseri resti umani schizzati sulla parete di un edificio , e per deporli in devota preghiera sulla terra consacrata del cimitero. Nella notte agitata ed insonne cercai più volte di individuare il nesso di causalità, tra la violenza della guerra e l’amore francescano della carità e della pace. Non era trascorso neppure un mese da quel 22 luglio 1943 e già il 19 agosto il cielo di Foggia era attraversato da trecento bombardieri: furono sganciate oltre tremila tonnellate di bombe nel centro e nella periferia della città. La distruzione dell’abitato è quasi totale, tutti i fabbricati degli uffici sono colpiti e gravemente danneggiati… La popolazione terrorizzata è dispersa nei paesi vicini e nelle campagne”. La città di Bari era sfigurata, irriconoscibile e deserta, scossa solo dalle deflagrazioni delle bombe a scoppio ritardato, disseminate ovunque per impedire, ogni tentativo di soccorso. Si vedeva apparire soltanto Padre Agostino, che guidava il convento di S. Francesco di Assisi, nella affannosa ricerca di un segno di vita nei corpi straziati sulle strade o temergenti ra le macerie”.