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Lo ius soli potrebbe diventare la sostituzione etnica del popolo italiano

(Gianluca Martone) Nel corso di queste ultime settimane, si sta molto dibattendo della spinosa questione dello ius soli, provvedimento attraverso il quale si darà la possibilità a migliaia di minori di immigrati stranieri di divenire cittadini italiani grazie al solo fatto di essere nati in territorio italiano. Sulla Nuova Bussola Quotidiana, alcuni giorni fa il giornalista Tommaso Scandroglio ha cosi esaminato questa problematica:” Nelle polemiche di questi giorni che hanno come protagonista il ministro per l’integrazione Cecile Kyenge, si dimentica che il suo progetto di concedere la cittadinanza a tutti i figli di stranieri nati in Italia, è in realtà esattamente ciò che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha chiesto più volte a gran forza negli ultimi anni. “Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri – disse ad esempio nel novembre 2011 parlando alla Federazione delle Chiese evangeliche -. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità. I bambini hanno questa aspirazione”. In altre parole la Kyenge, come Napolitano, chiede l’applicazione dello ius soli (la cittadinanza per nascita) invece dell’attuale ius sanguinis (la cittadinanza per appartenenza familiare). Già nei giorni scorsi abbiamo affrontato il problema, ma cerchiamo di approfondire ulteriormente. In realtà la questione è complessa, ma partiamo cercando di fare una sintesi di ciò che dice il nostro ordinamento giuridico a riguardo (per forza di cose dovremo tralasciare alcuni casi marginali) e accennando alla disciplina legislativa vigente in altre nazioni. In via preliminare dobbiamo ricordare che nella maggioranza dei paesi europei in tema di cittadinanza si adotta un mix dei due criteri citati: lo ius sanguinis e lo ius soli. Il primo fa acquisire la medesima cittadinanza dei genitori. Il secondo criterio assegna la stessa cittadinanza del luogo di nascita. A seconda delle nazioni si propende più per un criterio piuttosto che per l’altro. In Italia la materia è regolata dalla legge n. 91 del 1992. Analizziamo per sommi capi il suo contenuto. Il figlio di genitori italiani diventa anch’egli italiano. Ciò accade anche nel caso il minore fosse adottato ed anche nel caso in cui l’adottato fosse un bambino straniero. Il cittadino straniero può acquisire la cittadinanza italiana? Sì in questi casi e secondo queste condizioni: se uno straniero sposa un cittadino italiano acquisisce la cittadinanza italiana dopo che ha risieduto legalmente in Italia per due anni (non valgono al fine del computo eventuali e precedenti anni di convivenza). Se hanno già un figlio, è sufficiente un solo anno. Oppure si può ottenere la cittadinanza italiana se si risiede legalmente in Italia da dieci anni (quattro se si proviene da uno Stato europeo). Infine il figlio di straniero, nato sul suolo italiano, può diventare cittadino italiano se entro il 19° anno di età ne fa richiesta e se fino ai 18 anni è stato legalmente residente in Italia senza interruzioni significative. Quest’ultimo caso interessa da vicino ciò che ha detto Napolitano e che sostiene la Kyenge. L’obiettivo è modificare questa parte della legge (art. 4, comma 2) e far ottenere la cittadinanza ai figli di stranieri appena questi nascono in territorio italiano e non più al raggiungimento della maggiore età e con il requisito aggiuntivo della residenza continuata. Tentiamo di comprendere la ratio delle disposizioni della legge 91/92 al fine di valutare la validità o meno della proposta di modifica. Per farlo dobbiamo prima capire cosa s’intenda per “cittadinanza”, termine a dir il vero assai ambiguo. Vi sono vari significati di “cittadinanza”. C’è un’accezione giuridica che rimanda ad un insieme di diritti e doveri esclusivi del cittadino che invece gli stranieri non hanno (es. il diritto al voto). Ovviamente tutti, cittadini dello Stato e non, possono esigere da questo la tutela dei diritti fondamentali. Dal punto di vista sociologico invece il cittadino è colui il quale è legato da significative relazioni con gli altri cittadini e con i propri governanti. Sotto la prospettiva culturale invece la cittadinanza è espressione di un’adesione ad un patrimonio di valori, tradizioni, etc. appartenenti ad una nazione. Nella nostra tradizione occidentale non c’è posto invece per considerare cittadino chi semplicemente è nato in un certo luogo. Se proviamo a mettere ordine nelle definizioni appena accennate vediamo che dal punto di vista logico, particolare rilievo acquisisce il significato culturale di cittadinanza, da cui deriveranno poi gli altri due significati (a questo proposito si veda cosa dice Aristotele nella Politica). Chi – al di là della propria etnia –  si riconosce in un certo paradigma valoriale del paese dove si trova a vivere poi parallelamente non potrà che sentirsi legato sia ad altre persone che sposano medesime visioni culturali (ecco il significato di “Fratelli d’Italia”) sia ai governanti che sono i primi custodi di questo deposito di tradizioni, costumi e modelli di vita. L’adesione partecipata alla cultura di un paese e quindi l’instaurarsi di significative relazioni interpersonali diventano allora requisito per vedersi riconosciuti alcuni privilegi, alcuni diritti particolari e relativi doveri. Dunque l’identificazione culturale genera l’integrazione sociale e questi due fattori, che potremmo chiamare “il sentirsi popolo”, permettono l’accesso ad uno speciale status giuridico. Fu uno sbandamento giuridico di matrice giacobina che invece iniziò ad instillare nei governanti l’idea egualitaria che anche lo straniero potesse pretendere questi privilegi  perché uomo al pari degli altri. Quanto appena esposto è fatto proprio dalla Chiesa. Nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa al n. 386 possiamo leggere: “Ciò che caratterizza in primo luogo un popolo è la condivisione di vita e valori, che è fonte di comunione a livello spirituale e morale”. Quindi l’elemento di coesione culturale e relazionale genera un popolo e questo viene definito politicamente come Nazione: “A ogni popolo corrisponde in generale una Nazione” (387). Questa visione non è solo sposata dalla Chiesa ma è anche alla base delle scelte normative del nostro ordinamento in questa materia. Ciò che è importante per il nostro legislatore al fine di assegnare lo status di cittadino italiano ad uno straniero è provare che questi aderisce sinceramente a quel pacchetto di valori e tradizione che sono il DNA del popolo italiano. Ecco perché si richiede, nei casi prima citati, che lo straniero abbia vissuto in Italia per un certo lasso di tempo. La residenza per più anni dovrebbe provare che lo straniero si è italianizzato. Certo, è solo una presunzione giuridica, dato che lo straniero nonostante gli anni vissuti qui potrebbe anche odiare i nostri costumi e valori. Ma è meglio che niente. Dunque è da rigettare l’ipotesi Napolitano-Kyenge che vede il figlio di stranieri acquisire la cittadinanza al momento della nascita, perché esclude quel periodo temporale di prova necessario per verificare una sincera affezione dello straniero alla nazione Italia. Giusto invece attendere la maggiore età per verificare se questi si senta davvero e consapevolmente italiano oppure no. L’obiezione che si potrebbe fare è la seguente: il neonato di genitori italiani diventa subito italiano, senza che debba aspettare anni per aderire volontariamente alle nostre tradizioni. Si risponde che se il principio di presunzione vale per gli stranieri, questo stesso principio deve essere applicato anche ai figli di cittadini italiani. Ci spieghiamo meglio. Il nostro Stato presuppone che il bambino che nasce in una famiglia italiana per forze di cose crescerà imbevendosi di cultura italiana, perché sin dai primi giorni respirerà costumi, modi di pensare, abitudini proprie del Bel Paese, ed è quindi giusto assegnargli sin da subito la cittadinanza italiana (l’alternativa folle che rimarrebbe sarebbe quella di assegnargli lo status di apolide). Ed è per questo stesso motivo che al figlio di stranieri il nostro ordinamento non concede subito la cittadinanza italiana, perché questi crescerà in una famiglia che molto probabilmente gli trasmetterà valori e concezioni di vita del paese di origine dei genitori. La ratio  della concessione automatica della cittadinanza per figli di genitori italiani e della non concessione automatica della stessa ai figli di genitori stranieri è dunque la medesima. Ma come si comportano negli altri paesi?  Forse che la via già indicata dal Capo dello Stato è stata  percorsa da altre nazioni? A parte gli USA e la Francia pare proprio di no. Gli Stati Uniti hanno sempre applicato lo ius soli (ti basta nascere in America per diventare americano), a motivo del fatto che gli States storicamente sono la Nazione delle Nazioni, cioè un coacervo di varie etnie e culture. Sin dalla loro genesi non c’è mai stata un’unica identità nazionale di riferimento e dunque il criterio culturale non poteva essere il collante determinante per sentirsi popolo. In genere infatti un paese che subisce forti flussi immigratori, come gli USA, tende a privilegiare lo ius soli allo ius sanguinis. La prova di ciò è il dibattito che sta avvenendo in Italia: ben 28 sono le proposte di legge che, nella maggior parte dei casi e con sfumature a volte anche molto diverse, intendono introdurre nel nostro paese il modello dello ius soli. In Danimarca, Grecia e Austria lo straniero, un po’ come da noi, diventa cittadino dello Stato dopo aver vissuto legalmente nei suoi confini per un tempo che va dai 9 ai 10 anni. In Francia, analogamente a quanto avviene nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, si viene naturalizzati dopo soli cinque anni di residenza. In particolare per la Francia vale il doppio ius soli: il bambino nato sul suolo francese da genitori stranieri anch’essi nati sul suolo francese acquisisce immediatamente la cittadinanza. Spostandoci in Germania la cittadinanza si ottiene dopo otto anni di residenza, però occorre avere rendite economiche che permettano l’autosufficienza e dar prova di conoscere la lingua e la Costituzione tedesca. Se vi sono tutti questi requisiti, oppure se si ha in mano anche solo un permesso di soggiorno permanente, i figli che nasceranno saranno automaticamente cittadini tedeschi. Oppure si può lucrare la cittadinanza sposando un cittadino tedesco e risiedendo per almeno due anni in Germania. In Irlanda, Belgio, Portogallo e Spagna la residenza deve essere stata protratta dai 7 ai 10 anni, ma le norme sono più soft in materia di nascita sul suolo nazionale. Ad esempio in Irlanda il figlio di stranieri viene naturalizzato se uno dei due genitori ha un permesso di soggiorno permanente oppure è residente da almeno tre anni prima della nascita del figlio. In Spagna il figlio di stranieri ottiene la cittadinanza se il piccolo risiede nei confini per un solo anno. In Portogallo occorre invece che i genitori siano residenti da almeno dieci anni o se proveniente da un paese di lingua portoghese. In Belgio si ottiene la cittadinanza automaticamente allo scoccare del 18° anni di età, o al 12° se i genitori sono residenti almeno da dieci. Insomma in nessuno di questi Stati vale il criterio del solo ius soli proposto da Napolitano e dal ministro Kyenge. Perciò in base a quale criterio rifiutare questa proposta è una follia o un’assurdità?”. Sempre sulla Nuova Bussola Quotidiana, il collega Robi Ronza ha collegato lo ius soli ad una vera e propria iniziativa coloniale di conquista ai danni del popolo italiano:” Non è vero che in Italia occorre introdurre lo jus soli per dare la cittadinanza ai bambini degli immigrati. A norma delle leggi vigenti la ricevono già “per trasmissione” nel momento in cui i loro genitori diventano cittadini italiani. Chi non ci crede vada a leggersi l’art. 14 della legge 91/1992. Quando poi diventano maggiorenni sono perciò già facilitati nella loro richiesta di diventare cittadini italiani, se lo desiderano, il che non è peraltro scontato. Gli stranieri ormai stabiliti da noi sono giustamente interessati alla certezza dei loro diritti previdenziali e del loro permesso di soggiorno, ma non sempre alla cittadinanza. C’è paradossalmente qualcosa di coloniale in questa idea, presunta “di sinistra”, secondo cui tutti gli immigrati muoiono dalla voglia di diventare cittadini italiani. Si è brandito lo jus soli, per di più in modo approssimativo, con l’intento di introdurre una novità che non c’entra niente con la questione, e che è tanto inutile quanto perniciosa. Si vorrebbe cioè a certe condizioni (nascita e studi in Italia) far diventare cittadini italiani dei minori nati da persone che sono e restano cittadini stranieri. E’ una novità inutile perché, in quanto minori, essi continuano a restare sotto la patria potestà del padre e della madre, ed è perniciosa perché va a dare un altro colpo al concetto di famiglia. Ed è probabilmente proprio questo che spiega l’accanito sostegno che le viene dai giornali e dai telegiornali “illuminati”. C’è poi dietro l’idea che, in forza della cittadinanza, si possano integrare questi minori nella nostra cultura e nella nostra identità anche a prescindere dai loro genitori; e che a ciò basti la nostra scuola statale. Un’illusione davvero irresponsabile se si pensa alla realtà delle scuole statali che questi ragazze e ragazzi stranieri hanno frequentato o frequenteranno. Stando così le cose, il dibattito di giovedì scorso in Senato è indegno non solo e non tanto perché è degenerato in tafferugli, ma perché quello che abbiamo visto e rivisto in tv, e sentito commentare a destra e a manca, era una pantomima senza alcun nesso con la questione sul tappeto. Per motivi loro la Lega Nord e il PD volevano proclamare al mondo di essere schierati a piè fermo l’uno contro l’altro, e di non stare trattando dietro le quinte come qualcuno aveva detto. Per farlo hanno messo in scena la piazzata che si è vista. Tutto qui.   Prima di ogni altra cosa è importante esserci. C’è perciò qualcosa di ripugnante, se non di tragico, nel modo con cui  si affronta oggi nel nostro Paese tutto quanto attiene al problema demografico. E’ primo e più importante problema politico dell’Italia di oggi, quindi i giornali e i telegiornali dovrebbero averlo costantemente  in prima pagina. Invece in pratica non se ne parla né se ne scrive mai, salvo toccarlo indirettamente  come è accaduto l’altro giorno sullo spunto di quell’indegno dibattito in Senato di cui si diceva.  D’altra parte la questione riguarda non solo l’Italia ma l’intera Europa, salvo la Francia e l’Irlanda. Perciò anche in sede europea se ne dovrebbe parlare tutti i giorni. E’ invece significativo che fino ad oggi nessuna delle massime istituzioni europee, dal Parlamento alla Commissione e al Consiglio, abbia mai abbia messo all’ordine del giorno un dibattito generale sulla crisi demografica dell’Unione. Più volte invece si sono occupate di promozione dell’aborto e in genere di tutto ciò che gioca contro la vita. Sarebbe bello, ma forse è un sogno, che gli europarlamentari i quali da candidati si erano detti a favore della vita prendessero l’iniziativa di chiedere al Parlamento europeo un dibattito generale sulla questione.Nel quadro del generale ritardo culturale che la caratterizza, è evidente che la “razza padrona” politica e mediatica predominante continua ancora a credere di poter colmare senza problemi il deficit demografico europeo con l’immigrazione. E’ un equivoco che è stato ampiamente smentito tra gli altri da Giuseppe Valditara, Gian Carlo Blangiardo e Gianandrea Gaiani nel loro ottimoImmigrazione. Tutto quello che dovremmo sapere, Aracne Editore, 2016. E che d’altra parte l’immigrazione non programmata sia un problema per l’Europa senza affatto essere di aiuto alla crescita dell’Africa e dell’Asia viene pure molto bene spiegato da Anna Bono nel nostro “Libro della Bussola” dal titolo, Migrazioni, emergenza del XXI secolo. Tutto questo però non basta a forare il muro di luoghi comuni che giornali e telegiornali ci rovesciano addosso da mattina a sera. C’è da domandarsi se all’origine del muro di silenzio che circonda questi cruciali problemi non ci siano anche motivi di ordine psicologico, se non psicanalitico. Le redazioni dei giornali e le segreterie dei partiti sono oggi sempre più piene di ragazze e ragazzi mai cresciuti, chiusi dentro una loro boccia di vetro di emozioni e di relazioni temporanee, che da questioni di questo  genere si sentono messi in causa personalmente. Prima che per ragioni politico-culturali  questa gente è schierata contro la famiglia per così dire…per legittima difesa. L’affermazione del valore della stabilità dei rapporti, e il richiamo al dovere della fecondità e  della responsabilità educativa, pone loro delle domande che più o meno consapevolmente avevano scelto di censurare. Occorre premere perché se le pongano, per il loro bene ma non sol”. Anche il giornalista Giuliano Guzzo ha mostrato perplessità su questo provvedimento in discussione in questi giorni al Senato:” Al di là di annunci e proclami politici dal sapore filantropico quando non apertamente pre elettorale, è bene chiedersi: ma l’introduzione dello ius soli sarebbe giusta? E’ corretto cioè che la cittadinanza, come da più parti chiesto, venga riconosciuta achiunque nasca nel territorio di uno Stato – nel nostro caso l’Italia – diversamente da come avviene ora e quindi indipendentemente dalla cittadinanza posseduta dai genitori? La proposta di questo principio «tipico delle Americhe, ossia di territori storicamente di immigrazione» [1], viene avanzata principalmente sulla base di due argomenti: quello dell’uguaglianza – che sarebbe violata con l’applicazione dello ius sanguinis (acquisizione della cittadinanza dei genitori) – e quello secondo cui nel nostro Paese sono vi già tanti, troppi immigrati in attesa del riconoscimento della cittadinanza italiana. Ebbene, entrambi gli argomenti sono fallaci. Il primo lo è per il semplice fatto che si discrimina allorquando si trattano in modo diverso situazioniuguali, non già se si trattano in modo diverso situazioni diverse; e si dà il caso che in Italia, per un bambino, nascere da due genitori italiani o non italiani non è in alcun modo la stessa cosa. Infatti nel primo caso, salvo eccezioni, egli crescerà per forza di cose orientato verso l’acquisizione della cultura italiana – di qui il senso dello ius sanguinis -, mentre nel secondo non è così; infatti molteplici e differenti possono essere le eventualità, dalla situazione di irregolarità dei genitori – che potrebbero aver fatto clandestinamente il loro ingresso in Italia trovandosi pertanto prossimi ad un rimpatrio – a quella della presenza degli stessi in Italia per turismo o per lavoro. L’assegnazione della cittadinanza per il solo fatto di nascere in Italia pare dunque, ad essere buoni, un azzardo. A maggior ragione se si rammenta che la cittadinanza non è un mero dato giuridico e che prevede la «condivisione di valori comuni che sono alla base del sentimento di appartenenza e dell’integrazione del soggetto all’interno di un comunità» [2], condivisione che fa sì che una data comunità possa, grazie ai propri componenti di diritto, continuare ad esistere preservando i propri tratti identitari. Facile, qui, l’obiezione: ma neppure tanti italiani onorano la loro cultura e la loro patria osservandone principi e regole. Certo, ma questo nulla toglie al valore della cittadinanza; in altre parole il problema, se molti cittadini non onorano i valori del loro Paese, non è dei valori, bensì di questa parte di cittadini, e sarebbe sbagliato utilizzare il pretesto della scarsa disciplina di taluni per svuotare di rilevanza un diritto – quello della cittadinanza – che riguarda tutti nonché, insistiamo, la sopravvivenza della comunità. Ma torniamo allo ius soli; abbiamo visto che, se lo si introducesse, non si riscatterebbe alcun principio di uguaglianza oggi violato, anche perché già oggi tutti i minori presenti sul nostro territorio, quale che sia la loro cittadinanza, godono comunque dei medesimi diritti (vanno a scuola, vengono curati, vengono iscritti a società sportive o ad altre associazioni). C’è però dell’altro: è lo ius soli – oggi impedito ex l. n. 91/’92 art. 4, comma 2 – che, una volta approvato, determinerebbe vera e propria discriminazione. Quale? Semplice: quella fra i cittadini stranieri che, prima di divenire italiani, hanno seguito il complesso iter di integrazione previsto dalle norme vigenti – e che dunque prima di mettere al mondo un figlio hanno attraversato un significativo periodo di formazione e di adattamento – e quelli che, avendo un figlio in Italia, verosimilmente sfrutterebbero lo ius soli dapprima per favorire il nascituro e, in secondo luogo, per facilitare una regolarizzazione della propria posizione. Si verrebbe cioè a verificare il rischio, ben evidenziato dal Presidente del Senato Pietro Grasso, di una «gran quantità di donne» pronte «a venire in Italia a partorire solo per dare la cittadinanza ai propri figli». Anche la seconda tesi, quella che vorrebbe giusto lo ius soli sulla base del fatto che tanti ne beneficerebbero (necessitas facit ius) convince poco giacché, lo sappiamo bene, giammai può essere il numero di aspiranti beneficiari di un provvedimento a decretarne la sua opportunità. Un esempio può aiutare a capire. Se domattina stabilissimo che l’evasione fiscale non è più un reato faremmo di certo un favore a molti cittadini – molti, infatti, sono purtroppo coloro che non pagano regolarmente le imposte – ma non per questo faremmo una cosa buona, anzi. Ecco, la stessa prudenza e la stessa attenzione che ci portano a respingere come iniquo l’esempio ora evocato debbono orientare il nostro giudizio sullo ius soli, che non può essere nè buonista e men che meno aprioristico. Anche perché che lo ius soli non sia, almeno nella sua forma pura, un principio così giusto, è suffragato pure altri da due elementi che vanno a rafforzare quanto sin qui detto. Il primo riguarda il fatto che oggi, nel mondo, oltre 160 Stati non lo applicano: tutti nemici della civiltà e dell’accoglienza? Tutti Paesi ostaggio di una cultura xenofoba oppure c’è dell’altro, come per esempio l’esigenza di tutela di una comunità cui accennavamo poc’anzi? Il secondo elemento concerne la scelta, da parte di quei Paesi nei quali lo ius soli era previsto, di modificare le proprie leggi: pensiamo, per esempio, al Regno Unito, dove questo principio è stato abolito nel 1983, oppure al caso dell’Irlanda, dov’è accaduto lo stesso nel 2005, dopo che tramite referendum il 79% dei cittadini si è espresso in tal senso, chiedendo cioè una revisione della normativa allora vigente. Quanti poi ricordano, per valorizzarlo, che lo ius soli è figlio dell’illuminata cultura giacobina, debbono anche aver l’onestà di ricordare che sua introduzione «nel mondo contemporaneo venne sì dalla Costituzione del 1793, che rese automatica la naturalizzazione dopo un solo anno di residenza in Francia, ma, come noto, questa legge rimase senza applicazione» [3]. E difatti, a parte il caso particolare della Francia – dove vige una sorta di doppio ius soli: chi nasce da genitori stranieri ma nati in Francia diventa presto cittadino, oppure si diventa francesi dai 18 anni in su se si hanno genitori stranieri che però risiedono nel Paese da almeno cinque anni – una data cittadinanza non si acquisisce mai dal solo luogo nascita. A Berlino, per esempio, dove pure lo ius soli è forte più che in altri Stati europei, esso è comunque temperato da paletti rigidi. Infatti, possono diventare cittadini tedeschi tutti quei bambini nati da genitori extracomunitari purché però almeno uno dei due genitori abbia in mano un permesso di soggiorno permanente da tre anni e risieda in Germania da almeno otto anni; anche in terra tedesca, dunque, lo ius soli è ben lontano dall’essere propriamente tale. Ragion per cui i nostri politici farebbero bene a valutare con estrema attenzione la possibilità di introdurre questo principio che a prima vista appare doveroso ma che poi, osservato da vicino, origina perplessità di non poco conto. Soprattutto alla luce del fatto che in Italia la presenza di cittadini immigrati è già molto forte: nelle classifiche internazionali del tasso netto di immigrazione – noto come «net immigration rate» – con 6 immigrati ogni 1000 cittadini l’Italia è difatti già in vetta davanti a Spagna (4 per 1000), Portogallo, Gran Bretagna (3 per 1000) e Danimarca (2,4 per 1000). In questo senso l’eventuale introduzione dello ius soli, anziché favorire opportuna integrazione dopo l’immigrazione, finirebbe solo per incoraggiare nuova immigrazione senza alcuna integrazione. Il che, nel contesto attuale, non sembra affatto essere quello di cui l’Italia ha bisogno. Tutt’al più, volendo, si potrebbe eventualmente ragionare – così come proposto dal già citato Presidente Grasso, il quale forse ora se n’è scordato – di ius culturae, ovvero della possibilità di «dare la cittadinanza a coloro che hanno imparato, seguito un corso professionale nel nostro paese, oppure che almeno un genitore soggiorni nel nostro paese da almeno cinque anni, che uno dei genitori sia nato nel nostro paese e vi soggiorni quando è nato il figlio». In ogni caso, per le ragioni sopra ricordate, lo ius soli è da ritenersi ingiusto; così come è da respingere, tanto più per un tema tanto delicato, il ricorso – purtroppo assai frequente – a slogan che magari suonano bene e che, specie in tempi di politically correct, raccolgono consensi, ma che avrebbero, se applicati, effetti decisamente poco rassicuranti per il nostro Paese. Già Seneca ammoniva: «Fallaces…sunt rerum species» (De beneficiis, 4, 34)”.

Su questa delicata questione, il professore Giovanni Sartori nel 2013 disse:” Il politogo, ormai defunto, in un articolo del 2013 pubblicato sulle colonne del Corriere della Sera, tuonava contro la Kyenge e lo Ius soli. E scriveva: “Al momento mi occuperò solo di un caso che mi sembra di particolare importanza, il caso della Ministra “nera” Kyenge Kashetu nominata Ministro per l’Integrazione. Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di “integrazione”, di ius soli e correlativamente di ius sanguinis?”. Il politologo poi continuava: “La ministra Kyenge spiega che il lavoro degli immigrati è “fattore di crescita”, visto che quasi un imprenditore italiano su dieci è straniero. E quanti sono gli imprenditori italiani che sono contestualmente falliti? I dati dicono molti di più. Ma questi paragoni si fanno male, visto che “imprenditore” è parola elastica. Metti su un negozietto da quattro soldi e sei un imprenditore. E poi quanti sono gli immigrati che battono le strade e che le rendono pericolose? La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese “meticcio”. Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l’Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava “moglie e buoi dei paesi tuoi”. E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini “integrati”. Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell’Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l’arrivo delle Compagnie occidentali? All’ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall’India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l’uno contro l’altro”. Sartori poi aveva rincarato la dose a La Zanzara spiegando: “Lo ius soli è un errore gravissimo, sarebbe un disastro in un paese con altissima disoccupazione. Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade, aggraverebbe tutti i nostri problemi. Come idea è demente perché è dei paesi sottopopolati che vogliono nuova popolazione: sarebbe l’ultimo colpo per consentire l’accesso a tutti, migranti e clandestini”. Intanto la neo chiesa di Papa Bergoglio, completamente silenziosa sui Valori non negoziabili, interviene su questa problematica, che rappresenta un elemento fondamentale del Nuovo Ordine Mondiale, come ha riportato alcuni giorni fa il sito cattolico “ Libertà e Persona”:” Si discute in parlamento il ddl Cirinnà: Bergoglio tace. Si discute di utero in affitto: Bergoglio tace. I radicali del Pd cercano di far passare la droga libera: Bergoglio tace. Si discute in Parlamento per legalizzare l’eutanasia: Bergoglio tace. Si discute in parlamento lo ius soli: Bergoglio interviene! Così oggi, 21 giugno, Bergoglio: “Esprimo un sincero apprezzamento per la campagna per la nuova legge migratoria ‘Ero straniero, l’umanità che fa bene’, che gode del sostengo ufficiale di Caritas italiana, Migrantes e altre organizzazioni cattoliche”.  Così il sito dei radicali italiani: La campagna “Ero Straniero – L’umanità che fa bene” è stata lanciata ufficialmente il 12 aprile in una conferenza stampa al Senato da Emma Bonino e dalle altre organizzazioni che, insieme a Radicali Italiani, sono promotrici della legge di iniziativa popolare per superare la legge Bossi – Fini e cambiare le politiche sull’immigrazione puntando su inclusione e lavoro (http://www.radicali.it/campagne/immigrazione/)”.