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LA VIA STRETTA DELLA CASTITA’. L’esortazione di Papa Francesco

(Gianluca MARTONE) In questi ultime settimane, si sta discorrendo molto dell’esortazione post sinodale “Amoris Laetitia” di Papa Francesco, con pareri molto discordanti tra loro. Un grande Santo del Novecento, San Pio da Pietrelcina, esaltò la bellezza del matrimonio:” Padre Pio gridava forte contro i peccati del sesto e nono comandamento. Il professor L., che ha speso la vita accanto a Padre Pio e ne seguiva gli insegnamenti, riporta alcune sue espressioni: I peccati contro il matrimonio sono quelli che Dio perdona più difficilmente. Sai perché? Perché il Signore avrebbe potuto creare continuamente uomini e donne, come aveva fatto con Adamo ed Eva. Si è spogliato di questa prerogativa dando mandato all’uomo e alla donna di crescere e moltiplicarsi. Ma come aveva fatto Lucifero, così l’uomo e la donna gli gridano il loro non serviam, non vogliamo servirti, e impediscono così il progetto di Dio sulla creazione delle anime. In concreto, l’istituto della famiglia esprime la forza creativa di Dio: Dio crea e trasmette vita attraverso i coniugi, ma resta sempre lui il protagonista, mediante il sacramento vissuto nell’ottica cristiana. La famiglia secondo Padre Pio. Sul matrimonio Padre Pio ha sempre applicato l’insegnamento dei Sommi Pontefici: da Pio XI a Pio XII, da Paolo VI a Giovanni Paolo II. Padre Pio è sempre stato sulla linea morale codificata da Paolo VI nell’Humanae vitae e successivamente convalidata da Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio e, recentemente, nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nell’enciclica Veritatis splendor ed Evangelium Vitae. È nota la sua lettera personale (12 settembre 1968) inviata a Paolo VI per compiacersi dell’enciclica Humanae vitae, per sostenerlo, quasi volesse apporvi il suo suggello. Spesso, in confessionale, citava ai coniugi encicliche e discorsi di Pio XII, al quale si sentiva particolarmente legato.Scrive in merito il professor F. L., suo penitente per lunghi anni: Allorché questo Pontefice presentò i concetti di paternità responsabile e di continenza periodica, molti ricorderanno quale interesse, non privo di perplessità, tale posizione abbia risvegliato nella pubblica opinione e all’interno stesso della Chiesa. Mentre desideravo un’occasione per conoscere il pensiero del Padre, una sera venne lui stesso in argomento, affrontandolo da un punto di vista particolare. «Intravvedo – disse – un qualche pericolo nella applicazione pratica, per la donna, che avendo in accordo col marito, stabilito un periodo di astinenza, potrebbe poi non trovarsi disposta, non avvertire il desiderio, nei giorni liberi e capitarle l’inverso nei giorni vietati. E poiché la donna ordinariamente ha più ritegno e pudore dell’uomo, può avere difficoltà a manifestare questa sua condizione, e subire la tentazione della incontinenza». A proposito della regolazione delle nascite col metodo naturale – riferisce sempre il nostro professore – così si è espresso Padre Pio: «La continenza periodica è accettabile, come mezzo della regolazione delle nascite, purché oltre all’accordo tra marito e moglie, esista una ragione seria, un motivo concreto di difficoltà. Se è vero che non sunt facienda mala ut veniant bona, non si possono fare cose cattive anche se lo scopo è buono, così non si può neppure usare un metodo consentito per fini esclusivi di comodo e di egoismo». Padre Pio vedeva il matrimonio come sacramento per la santificazione dei coniugi. La sua formula era questa: «Quando ti sei sposato Dio ha deciso quanti figli ti deve dare». La «sua famiglia» era quella numerosa, quella benedetta nella Bibbia. Rifiutare, a ragion veduta, di collaborare con Dio, non è cristiano. I coniugi che si sono affidati alla guida del suo confessionale hanno vissuto il sacramento con fede e soddisfazione. Padre Pio ha donato alla Chiesa una lunga serie di famiglie numerose, proprio quando la famiglia andava incontro alla sua peggiore crisi, con la denatalità e poi con le separazioni, il libero amore, la convivenza, i matrimoni civili e il divorzio che egli considerava «la creazione di Dio distrutta». Infatti Dio crea la vita attraverso i coniugi, che, separandosi, distruggono il progetto creativo stabilito per loro. «Il divorzio è la strada dritta per l’inferno”.

Una mamma di Roma, Lidia Polisano, ha rilasciato in eslcusiva questa bellissima e interessante testimonianza al nostro Quotidiano. “Scrivo questa lettera in qualità di ex-convivente con un separato. Rappresento tante famiglie che vivono alle “periferie” e sono una ferita guarita in “questo ospedale da campo”. Spero che questa nostra storia possa fare del bene a qualcuno. Premetto che fino all’età di trent’anni ero battezzata ma non ero cristiana di fatto, i miei genitori erano separati, così pure i miei nonni paterni e materni. Potevo io credere nel sacramento del matrimonio cristiano? Per me era solo una firma su un pezzo di carta. Dopo una brutta storia di convivenza ho conosciuto Sergio che era separato, ma non aveva figli, e abbiamo deciso di convivere e avere dei figli. È’ stata concepita Gloria dopo sei mesi che ci conoscevamo e quando abbiamo scoperto che l’aspettavo ci siamo messi a piangere dalla gioia. A Gloria a quattro mesi le compaiono dei lividi al semplice tatto. La pediatra ci manda al Mandelli e Sergio che aveva all’epoca un nipote con la leucemia sbatteva letteralmente la testa al muro. L’unica cosa che mi passava per la testa era di pregare. Il 27 novembre abbiamo pregato la Supplica alla Medaglia Miracolosa e penso, anzi sono convinta, che la Madonna ci abbia ascoltati e Gloria è guarita. Ho incominciato a frequentare la Chiesa ma quando mi sono andata a confessare è stata per me una tragedia. Il sacerdote mi ha detto che non vivevamo in grazia di Dio e che stavamo peccando. Sono uscita che singhiozzavo. Per mesi non ho potuto avvicinarmi a Gesù che avevo da poco conosciuto e per me era molto doloroso. Un giorno ascoltando Radio Maria, sento dire da Padre Livio che chi convive può ricevere la Comunione solo se vive in castità. L’ho proposto a Sergio e lui ha accettato. Ricordo che rifeci la Comunione il giorno del Corpus Domini. La castità non ha nessuna controindicazione, non si muore, non viene la “castite”come dice un caro sacerdote. Anche i sposati dovrebbero praticarla. Avviammo la pratica per l’annullamento alla Sacra Rota, ma tutti gli impedimenti possibili e immaginabili si mettevano come bastoni tra le ruote. Al decimo anno entrai in crisi. Mia figlia piangeva perché non aveva una sorellina e mi diceva “Dio non può volere che io stia da sola”. Gli amici e le persone a noi più vicine ci dicevano che Dio comunque ci aveva benedetti, di dare una sorellina a Gloria; altre amiche mi dicevano “non ti lamentare se poi Sergio ti tradisce”. Non è stato facile, così pensai che non era giusto, mi sembrava che stavo decidendo tutto io; dissi a Sergio “andiamo a Medjugorie e preghiamo la Madonna che ci illumini su quello che si deve fare, se tu vuoi terminare questa dura prova io sono con te”. Ma sotto, sotto, nel mio cuore speravo che Sergio non cambiasse idea e che decidesse di andare avanti con la castità perché mi sembrava di tradire Dio; siccome Lui non ci dava quello che chiedevamo allora io ritornavo indietro nella mia decisione, lo stavo ricattando. Al ritorno da Spalato, Sergio mi disse che aveva deciso di andare avanti. Fu per me una grande gioia. Dopo circa tre anni ottenemmo la nullità e ci sposammo nel 2014. avevo quarantacinque anni e quindi poche chance di riuscire ad avere un altro figlio. Perché racconto tutto questo? Perché di fatto già da diversi anni assisto da parte di alcuni uomini di Chiesa ad un rilassamento circa da serietà di questo sacramento. Alcune mie amiche cerco di metterle in guardia sulla convivenza e poi i sacerdoti gli dicono che possono fare la Comunione. L’altra settimana ho letto un art. di Amoris Laetizia il 301. Che di dice “La Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti. Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. I limiti non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma. Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere «valori insiti nella norma morale». Ripeto, NON È PIÙ POSSIBILE DIRE CHE VIVONO IN UNA SITUAZIONE IRREGOLARE E IN PECCATO MORTALE…. Io benedico Dio e quei santi sacerdoti che mi hanno detto la verità (la verità vi farà liberi). Se non mi avessero detto la verità avrei fatto Comunioni sacrileghe e non avrei intrapreso il cammino duro ma meraviglioso verso Gesù. Non ha detto Gesù che dobbiamo sforzarci di passare per la strada stretta? La castità ci ha reso più forti, più uniti. E la differenza tra la convivenza e il matrimonio si sente. Prima quando litigavamo non avevamo la grazia santificante del Matrimonio. Adesso con il Matrimonio veramente siamo un corpo e un’anima sola. Non si può dire che non esiste differenza tra irregolare e regolare, tra peccato e grazia, tra matrimonio e convivenza. Se non esiste il peccato, Cristo che è morto a fare? Lo so che per i sacerdoti è difficile dire la verità, che possano sentire la solitudine nel mondo di oggi, ma loro hanno Dio dalla loro parte.
Lo so che ci vuole la massima delicatezza e misericordia nei riguardi delle persone ferite. Ma loro hanno diritto a sapere la verità. Non si può dir loro che va tutto bene quando non è così. Un medico ha il dovere di rendere nota la diagnosi al suo paziente e il paziente ha diritto di conoscerla e di decidere quale terapia adottare. Il medico pietoso che non fa il suo dovere, (anche a costo di fare un po male per curare, per disinfettare), fa morire il suo paziente. La pastorale non può essere sganciata dalla dottrina, sarebbe come un binario dove le rotaie ognuna va per conto suo. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Gesù ha detto chi guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio. Possiamo cambiare una sola virgola di quello che ha detto Gesù. Non credo che se io dico che l’adulterio è peccato vado contro la Chiesa e il suo magistero. “se questi taceranno, grideranno le pietre”. Quindi devo dedurre che per quasi tredici anni io e Sergio abbiamo sbagliato tutto per obbedire alla Chiesa? Che per duemila anni si è fatto così ora nel 2016 le cose sono diverse? Io non credo. Io credo nella Chiesa, Una, Santa, Cattolica Romana, le ho obbedito e continuerò ad obbedire, non me ne pento. Prego per tutti i sacerdoti e le persone che vivono situazioni irregolari. A tutti dico fidatevi di Dio e delle sue leggi eterne e immutabili”.
Due grandi Santi, San Giovanni Fischer e San Tommaso Moro, lottarono con coraggio e diedero la loro vita per difendere l’indissolubilità del matrimonio. Ecco la loro eroica testimonianza per amore di Cristo, nell’interessante articolo di Cristiana De Magistris su Riscossa Cristiana pubblicato alcuni mesi fa:” Anche l’indissolubilità del matrimonio ha i suoi martiri, che la santa Chiesa di Dio celebra ogni anno col fasto dovuto ai suoi figli più illustri. Il 22 giugno, nel martirologio romano si legge: “Santi Giovanni Fisher, vescovo, e Tommaso Moro, martiri, che, essendosi opposti al re Enrico VIII nella controversia sul suo divorzio e sul primato del Romano Pontefice, furono rinchiusi nella Torre di Londra in Inghilterra. Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, uomo insigne per cultura e dignità di vita, in questo giorno fu decapitato per ordine del re stesso davanti al carcere; Tommaso More, padre di famiglia di vita integerrima e gran cancelliere, per la sua fedeltà alla Chiesa cattolica il 6 luglio si unì nel martirio al venerabile presule”. San Giovanni Fisher e san Tommaso Moro furono decapitati per aver difeso l’indissolubilità del matrimonio contro il divorzio di Enrico VIII da Caterina d’Aragona. In tal modo rimasero fedeli al papa come a capo supremo della Chiesa, negando il giuramento di fedeltà al re Enrico VIII che si era proclamato “Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”. In un momento storico come quello attuale in cui par si voglia mettere in discussione anche l’indissolubilità del matrimonio, occorre rispolverare il passato e meditare a fondo sullo scisma d’Inghilterra, originato da un divorzio, e sul sangue dei suoi martiri, che ancor oggi continua a proclamare che il sacramento del matrimonio è di diritto divino. La questione dell’indissolubilità del matrimonio si pose nel 1525 quando il re d’Inghilterra Enrico VIII, non avendo avuto eredi maschi da Caterina d’Aragona, si preoccupò della sua discendenza. Enrico era ancora cattolico al punto di aver meritato dal papa Leone X, nel 1521, il titolo di “defensor fidei” per la sua apologia dei sacramenti della Chiesa cattolica contro l’eresia luterana, titolo che – con ironica incongruenza – rimane coniato tuttora sulle monete inglesi. Poiché Caterina era la vedova di suo fratello, Enrico pensò di poter metter in dubbio la validità del matrimonio. La storia mostrerà che – più che la preoccupazione per il trono – fu la sua passione per Anna Bolena, per altro cortigiana della moglie, che lo condusse al divorzio da Caterina e al susseguente scisma. Infatti, quando papa Clemente VII si rifiutò di annullare il matrimonio, Enrico gli disobbedì e si proclamò “Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra”, incorrendo nella scomunica. Ecco il succedersi degli eventi.
Nel 1527 il re aveva consultato – tra gli altri – Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, circa lo stato del suo matrimonio con Caterina d’Aragona che Enrico riteneva essere invalido. Fisher assicurò il re che non vi era il minimo dubbio sulla validità del matrimonio e che era pronto a difendere tale asserto davanti a chiunque. Per descrivere l’atteggiamento di Giovanni Fisher, il segretario del cardinal Campeggio, legato pontificio, nel 1529 così scrisse di lui: “Per non mettere in pericolo la sua anima, e per non essere sleale col re o mancare al dovere verso la verità in una materia così importante, egli dichiarò, affermò e dimostrò con ragioni probanti che il matrimonio del re e della regina non poteva essere sciolto da nessun potere umano o divino e per questo era disposto a dare la vita”. Nel 1525, il vescovo di Rochester aveva scritto: “Una riflessione che mi colpisce profondamente circa il sacramento del matrimonio è il martirio di san Giovanni Battista, che morì per aver rimproverato la violazione del matrimonio. C’erano crimini in apparenza molto più gravi per la cui condanna il Battista poteva esser giustiziato, ma non c’era crimine più adatto dell’adulterio che potesse causare lo spargimento di sangue dell’amico dello sposo, poiché la violazione del matrimonio non è un insulto di poco consto a Colui che è lo Sposo per antonomasia”. A quel tempo, il problema del divorzio del re e della regina non era ancora stato sollevato. Ma le circostanze della morte di Fisher lo avvicineranno non poco alla sorte del Battista. Entrambi imprigionati, entrambi decapitati, entrambi vittime di donne impure. Ma ciò che Erode fece a malincuore, Enrico VIII compì con piena e crudele deliberazione. Giovanni Fisher scrisse diversi libri in difesa di Caterina. I vescovi, che temevano l’ira del re – indignatio regis mors est, solevano dire –, lo invitarono a ritrattare, ma invano. Egli non poteva negare ciò che sapeva essere la verità. La situazione, intanto, lungi dal sedarsi diveniva sempre più scottante. Il re, con le sue manie dittatoriali, non aveva alcuna intenzione di cedere. Roma aveva inviato i suoi legati per risolvere la complessa vicenda. Il clero inglese – salvo il vescovo di Rochester – era tristemente compatto nella resa, ossia nella desistenza all’autorità del re che finì col proclamarsi “Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”, atto, questo, reso possibile proprio dalla capitolazione dei vescovi con quella che è passata alla storia come la “sottomissione del Clero” del 15 maggio 1532. Il giorno dopo, Tommaso Moro, fino a quel momento gran cancelliere d’Inghilterra, rassegnò le sue dimissioni. Piuttosto che scendere a compromessi, preferì ritirarsi. Nel 1533 Enrico sposò Anna Bolena e nel 1534, attraverso il cosiddetto “Atto di Supremazia”, si proclamò “capo supremo sulla terra della Chiesa d’Inghilterra”.Tutti i vescovi prestarono il loro giuramento sulla supremazia del re in campo religioso tranne uno, Giovanni Fisher, il quale fu subito imprigionato nella torre di Londra, dove, durante i lunghi mesi di cattività, scrisse tre opere, due in inglese (A spiritual consolation e The ways of perfect religion) ed una in latino sulla necessità della preghiera. Nel medesimo giorno, il 13 aprile del 1534, venne fatto arrestare anche Tommaso Moro. Durante la prigionia di Giovanni Fisher e Tommaso Moro (aprile 1534-giugno 1935), Enrico VIII proseguì con tenacia l’organizzazione d’una chiesa nazionale indipendente da Roma. Il re tentò di conquistare Giovanni Fisher alla sua causa attraverso la mediazione di alcuni vescovi che lo visitarono nella sua prigione. Durante uno di questi colloqui, Giovanni Fisher esortò i presuli ad essere uniti “nel reprimere l’intrusione violenta ed illegale fatta ogni giorno contro la comune madre, la Chiesa di Cristo” piuttosto che nel promuoverla. Fu quella l’occasione per pronunciare il suo storico giudizio sui suoi fratelli nell’episcopato: “La fortezza (ossia la Chiesa, ndt) è tradita da coloro stessi che dovrebbero difenderla!”.Il 7 maggio il re inviò uno dei suoi consiglieri per tentare ancora una volta di piegare Fisher al compromesso. Il santo Vescovo ribadì senza mezzi termini che “secondo la legge di Dio, il re non è né può essere il Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”. Enrico non aveva bisogno d’ulteriori prove, e quando papa Paolo III – nella speranza di salvare la vita al vescovo di Rochester – lo nominò cardinale di Santa Romana Chiesa, Enrico VIII, alludendo all’imminente decapitazione del Santo, disse che il Sovrano Pontefice poteva ben inviare la berretta rossa, ma questa non avrebbe trovato più la testa su cui posarsi. La sentenza venne eseguita alle 10 del 22 giugno 1535 nella Torre di Londra: la sua testa rimase esposta all’ingresso del ponte di Londra fino al 6 luglio, quando venne gettata nel Tamigi e sostituita da quella di Tommaso Moro, che nella sua autodifesa, dopo la condanna a morte, disse che la vera causa della sua accusa di tradimento era stato il rifiuto di accettare l’annullamento del matrimonio di Enrico con Caterina.
Prima di morire, mentre nella torre di Londra Fisher meditava sull’incredibile cambiamento di scena avvenuto in Inghilterra negli ultimi 10 anni. “Guai a noi – scrisse nel suo libro sulla necessità della preghiera – che siamo nati in questi tempi maledetti, tempi – e lo dico piangendo – in cui chiunque abbia il minimo zelo per la gloria di Dio [… ] sarà mosso al pianto vedendo che tutto va alla rovescia, il bell’ordine delle virtù è capovolto, la luce spendente della vita è estinta, e della Chiesa non è rimasto nulla se non palese iniquità e falsa santità. La luce del buon esempio è spenta in coloro che dovrebbero brillare come lucerne in tutto il mondo […]. Purtroppo da loro non viene alcuna luce, ma solo tenebre oscure e inganno pestilenziale per cui innumerevoli anime si perdono”. Queste parole erano indirizzate anzitutto ai vescovi che, mancando gravemente al loro dovere di pascere il gregge di Cristo, invece di opporsi, con l’esempio e la predicazione, alla tirannia di Enrico, avevano tristemente cooperato all’apostasia con il loro silenzio colpevole. San Tommaso Moro, nella stessa prigione e nel medesimo tempo, scriveva il suo “De tristitia Christi”, la sua opera sull’infinito amore e l’inesausta misericordia di Dio. Anche lui, riflettendo sull’apostasia dei vescovi inglesi, scriveva: “Se un vescovo è sopraffatto da uno stupido sonno che gli impedisce di compiere il suo dovere di pastore delle anime – come il capitano pauroso di una nave che, atterrito dalla tempesta, si nasconde e abbandona l’imbarcazione alle onde – se un vescovo agisce in questo modo, io non esito a paragonare la sua tristezza a quella che conduce all’inferno. Anzi, la considero assai peggiore poiché tale tristezza in questioni religiose sembra derivare da una mente che dispera dell’aiuto di Dio”. Giovanni Fisher e Tommaso More furono giustiziati e, cogliendo la palma d’un glorioso martirio, volarono dalla prigione terrena ai gaudi dell’eterna beatitudine. Con san Giovanni Battista, essi sono i martiri dell’indissolubilità del matrimonio come non mancò di affermare Pio XI in occasione della loro canonizzazione: essi morirono perché non desistettero di “illustrare, provare e difendere coraggiosamente la santità del casto connubio”. Ma quale fu la sorte di Enrico VIII dopo il suo divorzio da Caterina d’Aragona? Il re “sposò” Anna Bolena che, tre anni dopo, egli stesso fece giustiziare con l’accusa di alto tradimento, incesto e adulterio. Il giorno dopo l’esecuzione, il re “sposò” Jane Seymour, che morì nel 1537, un anno dopo, per complicazioni sopravvenute nel dare alla luce l’unico erede maschio alla corona, Edoardo VI. Enrico sposò allora, nel 1540, Anna di Cleves da cui divorziò pochi mesi dopo per sposare Caterina Howard, anch’essa fatta giustiziare dal re, nel 1542. L’ultima moglie fu Caterina Parr, che scampò alla morte perché questa colse prima Enrico, nel 1547. Durante il suo ultimo connubio, il corpo di Enrico VIII, obeso, iniziò ad essere coperto di ulcere purulente. Morì all’età di 55 anni, nel 1547. Le sue ultime parole furono: “Monaci, monaci, monaci”, che probabilmente manifestavano il suo rimorso per aver espulso tanti monaci dai loro monasteri ed usato i loro beni per le sue guerre. Un frate francescano gli aveva predetto che, come accadde al re Acab che fu maledetto da Dio, anche il suo sangue, dopo la morte, sarebbe stato leccato da cani. E così avvenne. Dalla bara di Enrico VIII fuoriuscì del liquido che subito divenne la bevanda di un cane. A questa macabra fine si aggiunge un fatto storico degno di nota. Enrico VIII aveva giustificato il suo divorzio da Caterina col pretesto di voler dare un discendente maschio alla corona inglese. Ma, nonostante i suoi 5 successivi “matrimoni”, il re – morto l’unico erede maschio a meno di 18 anni – non riuscì a perpetuare la dinastia dei Tudor che, infatti, terminò con Elisabetta I, la quale, rimasta nubile, fece sì che la corona passasse agli Stuart. A chiudere la dinastia dei Tudor fu dunque l’unica figlia di Anna Bolena, colei che Enrico – divorziando da Caterina – aveva sposato per assicurare la discendenza alla corona. Lo scisma anglicano è fondato su un divorzio. Se l’indissolubilità del matrimonio venisse negata, occorrerebbe per logica revocare la scomunica di Enrico VIII e a tutta la chiesa anglicana da lui fondata. Ma rimarrebbe il sangue dei martiri di quell’indissolubilità a testimoniare che il matrimonio è di diritto divino e nessuno, neppure “la Chiesa ha su di esso alcun potere” . I Vescovi inglesi del XVI secolo mancarono gravemente al loro dovere per quella pusillanimità di cui spesso si macchiano gli uomini di Chiesa. Lo scisma della Chiesa inglese fu dovuto non tanto alla forza malvagia di Enrico VIII quanto alla loro desistenza, solennemente manifestata con l’inglorioso Atto di “sottomissione del Clero” del 15 maggio 1532. L’indissolubilità del matrimonio è nell’ora attuale al centro di un acceso dibattito. Memori di ciò che avvenne nel XVI secolo in Inghilterra, non ci stupiremo di trovare nella Chiesa vescovi pavidi e pronti alla resa. Confidiamo che la divina Provvidenza susciti miracolosamente anime generose, pronte a difendere i diritti di Dio, vescovi e laici emuli di san Giovanni Fisher e Tommaso Moro. Ma soprattutto speriamo che, nello scenario decadente che è sotto i nostri occhi, non ci tocchi la cattiva sorta di trovare nelle gerarchie ecclesiastiche qualche novello Erode o Enrico VIII: quod Deus avertat!”.
Nel vangelo di San marco, al capitolo 6, è narrata la testimonianza eroica di San Giovanni Battista, che ha scelto la morte per amore di Cristo, della Chiesa e per difendere l’indissolublità del matrimonio:” “In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro”.
Alcuni mesi fa, fu pubblicata sul “Timone” il testo della splendida “Preghiera dell’amore fedele”, che entrambi i coniugi dovrebbero pregare quotidianamente per rinsaldare la loro fede e il loro amore sotto lo sguardo benevolo del Padre:” Dio Onnipotente, a Te devo tutto. Mi hai creato dal nulla e mi hai dato una vita che non avrà mai fine. Mi hai dato la fede e mi hai chiamato a far parte del tuo popolo santo. Hai tenuto il tuo sguardo su di me e mi hai accompagnato lungo il cammino, anche quando mi sembrava di essere solo. E proprio perché non hai voluto che io fossi solo su questa terra mi hai fatto incontrare la mia/il mio sposa/o. Aiutami Signore a non dimenticare la grandezza di questo dono e a glorificarti ogni giorno amando e onorando mia moglie/mio marito, secondo le promesse che ho recitato il giorno del mio matrimonio, al tuo cospetto. Tu, che hai reso questa unione sacra e indissolubile, dammi la forza di viverla cristianamente, nella fedeltà e nella carità, e la gioia di vederla crescere e fruttificare. Custodisci la mia famiglia. E se sulla via incontrerò delle tentazioni, e se nella mia miseria e nel mio peccato correrò il rischio di violare l’alleanza che tu hai sigillato, di tradire il sommo bene che mi hai affidato, prima che ciò accada ti chiedo con tutto il cuore di chiamarmi a Te. Perché nella morte ti possa abbracciare per sempre, Padre buono e misericordioso, e non abbia a rovinare con il mio egoismo l’opera del tuo amore”.