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Intorno alla nuova via della seta tra Cina e Italia.

(di Giuseppe Pace, coautore di “La Cina e i cinesi in Italia”, leolibri.it) In Italia vi sono poco più di 300 mila cinesi immigrati con prevalenza al settentrione. Il Presidente della Cina, accompagnato dalla moglie e da 500 cinesi è giunto a Roma in visita ufficiale. Sarà ricevuto dal nostro Presidente della Repubblica e poi dai membri del Governo ed infine si recherà a Palermo. 500 persone a seguito con un elites di membri del partito comunista cinese fa pensare ad una sorta d’invasione imperialista di tipo comunista prima ancora che capitalista con le merci a basso costo che la Cina vende al mondo intero. Tutto nasce da un’intesa che il governo italiano
dovrebbe firmare in occasione della visita a Roma di Xi Jinping, segretario generale del Partito
Comunista Cinese e presidente della Repubblica Popolare Cinese. Scrivere e parlare di Cina
significa anche ricordare il veneziano Marco Polo, che ci introdusse nel mondo misterioso cinese.

Nel mio saggio, edito online da leolibri.it, scrivo di una Cina in rapida crescita economica, ma
anche di una società cinese povera con una nuova classe di ricchi occidentalizzati. Inoltre preciso
che in Italia i cinesi non sono molti rispetto ad altre comunità d’immigrati come i romeni, che sono
più del doppio. Sulla nuova via della seta mi è quasi d’obbligo dire qualcosa anche perché la
campagna mediatica anticinese detiene al suo interno il grande rischio di non far comprendere ai
governi occidentali e all’opinione pubblica le vere intenzioni di Pechino. D’altronde per chi non
conosce la Storia è facile confondersi e confondere gli altri. Da prima di Roma caput mundi uno
Stato più grande, ricco e con un grande esercito, ha esercitato il potere d’espansione e d’influenza
su altri stati più piccoli, poveri ecc.. Non c’è dunque da meravigliarsi se lo fa anche la Cina e non
solo gli Usa, la Russia, non ancora l’India pare. Sul memorandum d’intesa tra Italia e Cina si
sarebbe creata “una tempesta in un bicchier d’acqua” secondo il ministro dell’Economia Giovanni
Tria. Ma è davvero così? Tutto nasce da un’intesa che il governo italiano dovrebbe firmare in
occasione della visita a Roma di Xi Jinping, segretario generale del Partito Comunista Cinese e
presidente della Repubblica Popolare Cinese. Come spiega giustamente il ministro Tria si
ribadiscono alcuni principi di collaborazione e di cooperazione economico
commerciale.”Ovviamente , prosegue Tria , nessuna regola commerciale ed economica viene
cambiata, e non sarebbe neppure nelle possibilità italiane, visto che il commercio internazionale è
una competenza europea. Detto questo, forse questo bisogna tenere conto di alcune
preoccupazioni”. Sulla via della seta moderna cosa c’è da sapere? Per tentare di fare chiarezza
bisogna fare un passo indietro. Negli ultimi giorni si è tornati a parlare della Belt and Road
Initiative (Bri) o comunemente rinominata “la Nuova via della seta” è un’iniziativa strategica della
Repubblica Popolare Cinse lanciata nel 2013 per il miglioramento dei collegamenti commerciali
euroasiatici attraverso direttrici terrestri e marittime. Ma come funziona l’iniziativa cinese? In
pratica Pechino cofinanzia infrastrutture utili alla Cina tramite una banca d’investimento, la AIIB di
cui è partner fondatore anche l’Italia, e un fondo ad hoc, il Silk Road Fund. Ovviamente non si
tratta di prestiti “a babbo morto”: se gli stati non rimborsano le quote le infrastrutture diventano di
proprietà degli investitori, in modo non dissimile da quello che sta succedendo in Grecia. L’Italia è
direttamente coinvolta nella Bri come approdo nel Mediterraneo del merci in transito verso il Nord
Europa. Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Gentiloni, durante il Summit di Pechino nel 2017
mise sul piatto i porti di Venezia, Trieste e Genova. Tuttavia quella che appare una iniziativa di
largo respiro ha suscitato molti dubbi, soprattutto derivati dall’attivismo cinese, e nell’aprile del
2018 27 su 28 ambasciatori dell’Unione europea in Cina hanno firmato un rapporto che critica i
metodi della Bri cinese. Nel documento adottato dal parlamento europeo in una votazione che ha
visto il voto favorevole dei rappresentanti dei 5 stelle, e l’astensione della Lega, l’iniziativa cinese
viene etichettata come “la più ambiziosa iniziativa di politica estera che il paese abbia mai adottato,
comprendente dimensioni geopolitiche e legate alla sicurezza e quindi al di là del campo di
applicazione della politica economica e commerciale”. Lo stesso documento europeo ammonisce

rispetto ad alcune anomalie: alcuni progetti infrastrutturali relativi alla BRI hanno già collocato i
Paesi terzi in uno stato di sovraindebitamento; i progetti di infrastrutture cinesi potrebbero creare
ingenti debiti per i governi europei verso le banche statali cinesi che offrono prestiti a condizioni
non trasparenti; creano pochi posti di lavoro in Europa, considerando anche che finora la parte del
leone di tutti i contratti relativi alla Bri sono stati assegnati a società cinesi visto che i progetti
relativi alla BRI non devono essere aggiudicati in una gara non trasparente; gli investimenti fanno
parte di una strategia globale per far assumere alle imprese cinesi controllate dallo stato o finanziate
dallo stato il controllo del settore bancario e dell’energia, nonché di altre catene di
approvvigionamento. Per capire quanto e come vengano usati gli investimenti della Bri basta
analizzare quanto è stato realizzato in questi 5 anni visti anche gli oltre 1000 miliardi di dollari
investiti, e una lunga serie di incongruenze registrate. Se la retorica cinese non si è risparmiata nel
sottolineare i benefici potenziali degli oltre 1000 progetti realizzati o in corso d’opera in oltre 50
Paesi di mezzo mondo, in realtà è in corso un ripensamento diffuso per l’eccessiva influenza
acquisita dalla Cina. I dati ufficiali di fonte cinese enfatizzano l’aumento dell’interscambio tra la
Cina e i partner della Belt and Road (3,7 punti percentuali in più del commercio estero cinese con
tutto il resto del mondo)m tuttavia la bilancia commerciale è tutt’altro che equilibrata: per la Cina si
registra un avanzo commerciale pari a 141,66 miliardi di dollari 0(Export:704,73 miliardi dollari
verso i Paesi B&R; import 563,07 miliardi di dollari); l’import è costituito in buona parte da risorse
naturali ed energetiche; l’export è diretto soprattutto verso paesi con buone prospettive di crescita
della domanda interna. In poche parole ad oggi la Bri conviene di gran lunga alla Cina, un aspetto
che all’arma l’Europa e sopratutto gli Stati Uniti. Come ricorda il documento citato poco sopra,
emerge chiaramente come l’iniziativa di Pechino sia davvero strategica. In tempi di Tav e corridoi
paneuropei, un altro aspetto cui tenere conto è l’interconnessione ferroviaria: alla fine di agosto
2018 il numero di treni merci cinesi-europei operativi aveva superato le 10.000 unità, scambiando
merci per 5mila miliardi di dollari (aumento anno su anno del 34,5%). Inoltre la Cina ha stabilito
rotte navali con oltre 600 grandi porti in oltre 200 paesi in tutto il mondo e ha firmato accordi di
trasporto aereo realizzando voli diretti verso 45 paesi con circa 5.100 voli settimanali. Stati Uniti e
Commissione critici sulla partecipazione italiana alla Bri. La Cina, secondo molti, incoraggerebbe
la dipendenza economica, proporrebbe contratti opachi, incoraggerebbe prestiti che contribuiranno
all’esplosione del debito estero dei Paesi africani e la corruzione, minando le basi di un sviluppo
solido, duraturo e sostenibile. Nel corso dell’ultimo Forum di cooperazione Africa-Cina Pechino si
è impegnata a contribuire allo sviluppo dell’Africa con niente meno che 60 miliardi di dollari tra
prestiti e investimenti in infrastrutture. Un impegno credibile? Certamente sì, visto che un
contributo identico è stato promesso nel 2015 ed elargito negli anni immediatamente successivi. I
60 miliardi di oggi verranno suddivisi su varie aree: 15 finanzieranno aiuti e prestiti a interessi zero,
20 nuove linee di credito, 10 un fondo speciale per lo sviluppo, 5 le importazioni dall’Africa e gli
ultimi 10 progetti privati delle imprese cinesi. La Cina dunque è sempre più vicina? Credo che sia
anche il mondo globalizzato più piccolo che ci fa stravedere la “povera” Cina alle prese con una
tumultuosa classe media che vuole copiare gli stili di vita capitalisti e consumisti. L’ Ue. Pare che
stia alimentando il sospetto che l’apparente opposizione ai progetti cinesi, nasconda viceversa «la
volontà dei Paesi Ue economicamente più forti di dettare, ancora una volta, una loro linea politica».
Perché, ragiona il presidente dell’Adsp ligure, «la Bri sembra essere impostata in modo che i Paesi
dell’Europa meridionale, attraverso i loro porti, diventino i bocchettoni d’ingresso della Cina nella
Ue. E una parte dell’Europa si sta opponendo proprio a questo. Se i cinesi hanno intenzione di
portare merci, poniamo, nel Württemberg attraverso lo scalo di Vado Ligure, dove la grande
compagnia statale di navigazione cinese Cosco e Qingdao port internationl Development di Hong
Kong hanno acquisito (ottobre 2016) rispettivamente, il 40% e il 9,9% del nuovo terminal container
in costruzione (il 50,1% è della danese Apm Terminals-Maersk), i Paesi del Centro e Nord Europa
interessati si muovono in modo da imporre di poter essere loro, invece, a servire il Württemberg».
Sarà, ma l’economia cinese esportata è ancora, in prevalenza, un’economia povera di tecnologia.