Crea sito

I motivi del no alla legalizzazione della prostituzione

(Gianluca Martone) Nel corso di queste ultime settimane, si sta discutendo della legalizzazione della prostituzione anche nel nostro Paese, proposta voluta da diversi partiti, tra cui spicca la Lega del Segretario Federale Matteo Salvini. Nell’analizzare questa delicata problematica, dobbiamo assolutamente far riferimento al pensiero del grande don Oreste Benzi, il quale soleva affermare:”Se non ci fosse la domanda, non ci sarebbe l’offerta. Se gli italiani non chiedessero prestazioni sessuali a pagamento, non ci sarebbe la tratta delle donne che vengono schiavizzate e forzate, da criminali singoli o associati, a dare le prestazioni sessuali richieste. Questa ingente quantità di persone colpite dalla schiavitù, dalla disoccupazione, dalla fame, dalla guerra, sono le vittime di una società disumana, di una società in cui l’uomo è una “cosa” accanto alle altre. » Tuttavia indicò anche altri moventi che spingono alla violenza sulle donne: Oggi aumentano sempre più gli stupri di donne e bambine. La disinibizione di ogni regola morale di comportamento ha gravi conseguenze, fra le quali l’eccitazione sessuale dei maschi fin da adolescenti. È orrore ciò che i maschi fanno, ma un po’ di colpa, forse molta, l’hanno anche le donne che scoprendosi invitano sempre più il maschio ad approfittare del sesso femminile; non solo invitano, ma eccitano il maschio ad approfittare dell’occasione. (Don Oreste Benzi dal Corriere Romagna di domenica 24 luglio 2005). In Francia, come ha riportato Avvenire circa un anno fa, si è deciso di seguire il consiglio di don Benzi in merito alla lotta a questa grave piaga sociale, punendo i clienti:” Anche nella Francia odierna sopravvive una certa tendenza strisciante a edulcorare la piaga planetaria della prostituzione. Il mese scorso, al Musée d’Orsay di Parigi, si è chiusa la mostra ‘Splendori e miserie. Immagini della prostituzione, centrata sui decenni in cui «Parigi è stata la capitale mondiale dei piaceri a pagamento», come ha scritto Le Monde. E commentando alcune scelte espositive, lo stesso quotidiano ha finito per ammettere il proprio fastidio per il ricorrente ‘adescamento’ estetizzante dei visitatori a cui il noto museo sembra aver ceduto nell’affrontare ciò che da sempre è essenzialmente una forma di sfruttamento.  Ma negli ultimi tempi la stessa Francia ha mostrato che un cambio di rotta resta possibile. Fronteggiando proprio un’annosa selva di stereotipi, ambiguità, pregiudizi e ipocrisie di ogni sorta, il Parlamento francese ha intrapreso nell’autunno 2013 una riflessione bipartisan che sembra adesso sul punto di trovare un approdo legislativo definitivo. Partendo dalla constatazione che il cuore del dramma riguarda le ‘persone prostituite’, come denunciano da anni le principali associazioni al fianco delle vittime delle tratte di esseri umani, i parlamentari sono giunti alla conclusione che continuare a sanzionare ‘l’adescamento’ rappresenterebbe una vessazione inutile e codarda inflitta a persone già nella morsa di feroci reti criminali e mafiose internazionali.  Traendo spunto dal cosiddetto ‘modello svedese’, il Parlamento ha invece scelto di spostare il cursore delle sanzioni sui cosiddetti ‘clienti’, secondo l’opzione contenuta nel progetto di legge votato nei giorni scorsi in terza lettura dall’Assemblea Nazionale, in attesa di un esame probabilmente definitivo al Senato. Per chi «acquista atti sessuali», è prevista un’ammenda di 1.500 euro accompagnata eventualmente da stage di sensibilizzazione sul vero volto della piaga.  Nel mirino dei parlamentari transalpini, c’è ormai la volontà di «rafforzare la lotta al sistema prostitutivo» nel suo complesso, come recita lo stesso titolo della riforma. Sullo sfondo è dunque emerso il bisogno di far entrare il Paese nel campo internazionale determinato ad ‘abolire’ la tratta. Secondo La Croix, si assiste in queste settimane all’esito di una «lotta accanita» condotta con un inedito senso di responsabilità. E «si può considerare che gli ‘abolizionisti’ hanno vinto la battaglia. La legge dovrebbe essere votata prossimamente».  In Francia, infatti, gli equilibri fra le Camere non consentono ai senatori di bloccare o stravolgere ciò che i deputati hanno già approvato dopo il passaggio di un testo in commissione bicamerale, come in questo caso.

Rispetto alla cortina d’infingimenti del passato, la Francia sembra pronta a ribaltare il proprio sguardo politico sulla piaga. «La realtà della prostituzione è la violenza. Quella delle mafie, della tratta, degli sfruttatori. Quella di coloro che vengono chiamati clienti», ha ripetuto nell’emiciclo la socialista Pascale Boistard, segretario di Stato per i diritti delle donne. Per lei e per tutto l’esecutivo, la realtà da guardare in faccia senza ipocrisie è quella delle «aggressioni che attentano gravemente all’integrità delle persone prostituite». Le quali sono scaraventate dentro «una quotidianità fatta di atti sessuali ripetuti e non desiderati». A giudicare dai lunghi e appassionati dibattiti in aula, anche fra quanti hanno ardentemente sostenuto il testo, pare forte la consapevolezza che tentare di combattere il dramma in modo radicale non potrà produrre risultati immediatamente visibili su vasta scala, se si pensa all’ampiezza e al potere del ‘sistema prostitutivo’ planetario, sempre pronto a cercare nuove vie per sfuggire anche alle legislazioni più determinate.  Ma nelle ultime ore, tante voci esprimono lo stesso speranza per la maggiore coerenza di questa nuova direzione rispetto a certe facili scorciatoie del passato. Da una parte proseguirà la lotta penale contro lo sfruttamento della prostituzione di ogni tipo. Dall’altra, attraverso le ammende e gli stage di sensibilizzazione per i ‘clienti’, la Francia punta ad inaugurare un duraturo impegno per modificare le mentalità. Senza chiudere prima l’epoca dell’impunità per chi alimenta economicamente il sistema, nessuna lotta futura alla piaga potrà risultare alla lunga davvero efficace, pensano ormai i parlamentari d’oltralpe. Per Parigi, dal momento in cui si riconosce lo statuto di vittime delle persone prostituite, qualunque sia il loro sesso, cade automaticamente la prospettiva di assimilare questa forma di sfruttamento dei corpi umani a un ‘mercato’, come si è invece tentato di fare in altri Paesi anche europei. Anche in nome del pragmatismo, bando dunque alle ambiguità del passato: una volta affiancate dalle associazioni, non di rado anche in Francia d’ispirazione cristiana, delle persone definitivamente riconosciute a livello sociale come vittime saranno meno terrorizzate dalla prospettiva, certo sempre impervia, di sottrarsi alle reti di sfruttamento. Se l’obiettivo dell’abolizione resta estremamente lontano, si possono nondimeno offrire già oggi alle vittime maggiori chance di un «percorso di uscita dalla prostituzione».  «Abolire il sistema prostitutivo» è pure la missione e lo slogan del ‘Movimento del Nido’, storica ong d’ispirazione cattolica particolarmente impegnata al fianco delle vittime, grazie a 34 delegazioni presenti in tutto l’Esagono. Il fondatore, padre André-Marie Talvas (1907-1992), ha denunciato fino all’ultimo la prostituzione come «una delle forme peggiori di disprezzo delle persone». E per i responsabili dell’associazione, veder tornare adesso la parola ‘persona’ al centro della legislazione francese contro la piaga rappresenta una tappa decisiva. In un comunicato, il movimento sottolinea «la lungimiranza dei deputati che si sono preoccupati di preservare la proposta di legge nei suoi quattro pilastri: sostegno e accompagnamento delle persone prostituite, rafforzamento della lotta contro lo sfruttamento, sanzione dei ‘clienti’ e sensibilizzazione verso l’opinione pubblica e i giovani in particolare».

In un interessante articolo pubblicato su Tempi, la giornalista Benedetta Frigerio ha raccontato la straordinaria testimonianza di una ex prostituta, che puo’ far ben comprendere il dramma di queste donne:” Rachel Moran racconta la sua vicenda in contrapposizione alla celebre Ong: «Ci guadagnano sono i criminali e i clienti uomini» Sentire parlare di “lavoratrici del sesso” e dei loro presunti “diritti umani” da parte di chi auspica la legalizzazione della prostituzione può far rabbrividire. È il caso di Rachel Moran, ex schiava della tratta e poi fondatrice di Space International, associazione che combatte contro il traffico sessuale, scossa dalle argomentazioni con cui Amnesty International in estate ha dato il suo appoggio a questi tipi di campagne.COMPRATA E VENDUTA. Moran ha raccontato la sua storia in un libro intitolato Payed For: My Journey Through Prostitution, poi riassunta sul New York Times. «Sono entrata, come accade a molte, nel mondo della prostituzione quando non ero ancora una donna. All’età di 14 anni sono stata messa sotto la tutela dello Stato, dopo che mio padre si era suicidato e dato che mia madre soffriva di disturbi mentali». Nel giro di un anno Moran si ritrovò sulla strada senza nulla: «Avevo solo il mio corpo». Un uomo la indusse a venderlo: «In quanto “carne fresca”, ero una merce molto richiesta». Per sette anni Moran fu «comprata e venduta» anche dieci volte a notte. Il dolore e gli effetti psicologici «sono difficili da descrivere – continua – e nella mia tarda adolescenza cominciai a usare la cocaina per alleviare il dolore», per questo «tremo quando sento la parola “lavoro sessuale”». Infatti, non esiste alcuna correlazione fra «un impiego normale» e «il degrado rituale di estranei che usavano il mio corpo per soddisfare le loro pulsioni». Moran, ha ha parlato anche con l’emittente Rte One, ha raccontato che solo all’età di 22 anni, grazie a un figlio nato quattro anni prima, trovò la forza di cambiare vita, fino a ottenere, dopo un anno vissuto nella povertà e senza droga, la laurea in Scienze della Comunicazione e Sociologia presso la Dublin City University.UN BUSINESS MILIARDARIO. A chi parla di difesa delle donne, Moran domanda cosa può accadere quando le case chiuse diventano legali e gli sfruttatori sono lasciati liberi di agire. E risponde loro che «attuare questa politica servirà solo a rinforzare il diritto degli uomini a comprare il sesso, mentre la decriminalizzazione dello sfruttamento non proteggerà nessuno se non gli sfruttatori». Moran ha ricordato che negli Stati Uniti la prostituzione produce circa 14 miliardi di dollari all’anno e che «la maggioranza di quei soldi non vanno alle ragazze». Inoltre, la prostituzione legale attira la criminalità, tanto che ad Amsterdam sono stati chiusi diversi locali, mentre in Germania è esploso un mercato dove «un milione di uomini paga 450 mila donne ogni giorno».RIPENSATECI. Amnesty International propone un mercato del sesso libero dalla “forza, la frode o la coercizione”. Ma, continua la donna, «so, da quello che ho vissuto e testimoniato, che la prostituzione è inseparabile dalla coercizione». E siccome alla recente votazione di Amnesty seguirà la decisione definitiva il prossimo autunno, Moran ha chiesto ai delegati della Ong di tornare indietro. Perché forse quelli che hanno appoggiato la decriminalizzazione «credono di aiutare le donne», purtroppo però «in nome dei diritti umani, hanno votato per depenalizzare le violazioni di tali diritti su scala globale».

Lo scorso mese di marzo, la collega Elisabetta Longo sul Corriera della Sera ha presentato i motivi del no alla legalizzazione della prostituzione, intervistando Palma Felina, responsabile Caritas Ambrosiana:” Palma Felina, responsabile della Caritas Ambrosiana, spiega a tempi.it la realtà della prostituzione a Milano e come si può davvero aiutare le donne. Palma Felina si occupa per la Caritas ambrosiana della tratta delle prostitute nigeriane dal 1995. In questi 21 anni ha incontrato ogni tipo di donne maltrattate, drammi e schiavitù, e non ha mai smesso di impegnarsi per togliere le ragazze dalla strada. «Solo il 10 per cento di loro smette di prostituirsi. Ma per noi quel 10 per cento è molto più che un “solo”», spiega Felina a tempi.it, reduce dalla Giornata mondiale della tratta, che si è svolta lo scorso 8 febbraio a Milano e in tutto il mondo. Come opera la Caritas a Milano per contrastare la tratta? Ci occupiamo principalmente di prostituzione, che tocca ragazze dell’Est e nigeriane. Abbiamo un’unità di strada che si chiama Avenida, che passa in rassegna le vie della città due volte alla settimana. Il primo contatto con le donne è molto importante, serve a dare loro informazioni pratiche sui diritti che potrebbero avere oppure come potrebbero ricevere assistenza sanitaria. Cerchiamo di spiegare loro che la cosa più importante è ottenere il permesso di soggiorno, con un lavoro pulito, perché senza quello dovranno far ritorno ai propri paesi di origine. Cosa fate per chi si convince a “smettere”? Abbiamo una struttura di accoglienza, dove possiamo ospitare una decina di ragazze che hanno ottenuto il cosiddetto “articolo 18”, il percorso di protezione sociale. La differenza tra le ragazze che ospitiamo e quelle che incontriamo per strada è notevole: solo chi è fermamente deciso a smettere, ribellandosi così al proprio sfruttatore, può farcela. Solo chi non ha più paura può incamminarsi verso un nuovo percorso di vita. Di che nazionalità sono le ragazze che si prostituiscono a Milano? La nostra unità di aiuto Avenida è presente sulle strade dal 1998 e la situazione è molto cambiata. Le più numerose sono ragazze dell’Est, provenienti da paesi che hanno aderito all’Unione europea in anni relativamente recenti. Sono rumene, bulgare, estoni e sono anche quelle che più facilmente smettono, perché fare ritorno alla propria città d’origine è semplice, basta un treno. Sono venute in Italia con una promessa di soldi facili, poi trasformata in schiavitù da qualche fidanzato delinquente. Tra le africane, invece, sono quasi tutte ragazze provenienti dalla Nigeria. Dei 2.571 contatti presi da Avenida l’anno scorso, ben 2.531 sono ragazze nigeriane. Per loro liberarsi dalla schiavitù è più complesso. Perché? Oltre ad avere un debito con il protettore, che è quasi sempre una donna chiamata “madama”, vivono il giogo del rito vudù. Un rituale subìto quando ancora erano in Nigeria e che si rivolterà contro di loro se oseranno ribellarsi, non riuscendo a restituire interamente il debito contratto. Le nuove rotte delle nordafricane passano dagli scafisti, dai centri di accoglienza, dalle richieste di asilo. Una volta ottenuto quello, si apre la strada della prostituzione. Molti politici sono favorevoli alla legalizzazione della prostituzione, con l’abolizione della Legge Merlin e la riapertura delle case di tolleranza. Il tema è molto complesso, nessun politico l’ha ancora analizzato seriamente. Chi sostiene che sia meglio togliere le ragazze dalla strada, perché un appartamento sembra più sicuro, fa solo un discorso di “fastidio alla vista”. Abbiamo notato negli anni che la prostituzione al chiuso è ancora più opprimente per le ragazze che la subiscono, da sole alla mercé della violenza del protettore. Lì noi non possiamo raggiungerle, cosa che invece riusciamo a fare quando sono in strada. Pensiamo poi alle moderne case di tolleranza, mascherate da centri massaggi, nelle quali nemmeno noi della Caritas ambrosiana riusciamo a entrare. Recentemente, nel 2008, l’allora vicesindaco Riccardo De Corato aveva istituito multe fino a 500 euro per i clienti delle prostitute, e il tentativo era stato salutato come vincente da molti. In realtà il fenomeno della prostituzione non è diminuito, si è semplicemente spostato da Milano alle periferie dell’hinterland, dove ai clienti non sarebbe stata comminata nessuna sanzione. Attualmente è rimasto in quelle zone. Molto spesso vengono invece citate le “zoning”, le zone a luci rosse presenti in molte capitali europee, come fossero un esempio positivo, solo perché tutto appare in ordine. A dimostrazione che il dibattito sul tema è lontano da una soluzione”.

Sul sito cattolico “Aleteia”, il giornalista Gelsomino Del Guercio ha raccontato la generosità dei volontari di una parrocchia a Serpantara, simbolo della Chiesa che combatte la prostituzione:” Dal 1996 la parrocchia San Frumenzio, a Serpentara (Roma), assiste giovani prostitute slave e africane costrette a ripagare il loro “debito”. L’unità mobile, una delle poche a Roma, ha anche svolto diversi incontri nelle scuole per spiegare ai più piccoli l’importanza del rifiuto della mercificazione del corpo (Redattore Sociale, 3 gennaio).Le 50 prostitute di via Salaria hanno dai 18 ai 30 anni, anche se c’è il forte sospetto che alcune di loro siano minorenni. L’Unità di strada di San Frumenzio, coordinata da Don Giampiero, si pone come obiettivo quello di mandare alle ragazze un messaggio di speranza cercando di instaurare un rapporto umano. «Vogliamo esprimere – spiegano i volontari – una solidarietà non pietistica o consolatoria. Al primo posto mettiamo l’incontro con ciascuna di loro e la possibilità di stabilire una relazione sempre più profonda nel tempo. Questo significa anche credere alla possibilità di risvegliare in loro il senso della dignità, il rifiuto della violenza e del guadagno facile, il coraggio della denuncia» I volontari, offrendo una bevanda calda, si sincerano delle condizioni delle ragazze e instaurano una relazione tra pari. Con alcune di loro si sono instaurati rapporti profondi e la speranza più intima dei volontari è che queste giovanissime ragazza lascino la strada. L’unico modo per farlo è tramite la denuncia dei loro sfruttatori che permetterebbe alle donne di entrare nel circuito di protezione e di riabilitazione sociale.  Nel frattempo l’Unità mobile di San Frumenzio le indirizza verso un adeguata assistenza medica collaborando con molti volontari che mettono a disposizione la loro professionalità. «E’ bello quando – spiega Giorgio Carosi, responsabile dell’Unità di strada – le ragazze decidono di pregare insieme a noi casomai rifiutando un cliente che si avvicina proprio in quel momento». Testimonianze di una chiesa vicina alle prostitute, la offre anche chi, come padre Jean Philippe Chauveau, 64 anni, fino a pochi mesi fa parroco nella zona di Bois de Boulogne a Parigi. «Quello che conta con una prostituta è la relazione che stabilisci con lei, con uno spirito di misericordia, di tenerezza, di bontà», sostiene padre Jean Philippe, che dal 1982, data dell’ordinazione sacerdotale, ha deciso di scendere in strada a salvare le prostitute (www.gdp.ch, 15 novembre 2015). Oppure chi, come Suor Eugenia Bonetti, 76 anni, da marzo 2003 ogni settimana, con altre suore, visita le immigrate nel Centro di identificazione di Ponte Galeria a Roma e nel 2012 ha fondato l’associazione «Slaves no more» contro la tratta. «Puoi davvero aiutare a generare persone – dice Suor Eugenia – quando offri a quelle donne umiliate, distrutte, la voglia di vivere, di riprendere in mano la loro vita e il loro futuro, di fargli comprendere che sono persone che valgono, che non meritano di essere trattate come schiave» (Il Tempo, 8 marzo 2015)”.

In un suo avvincente editoriale, don Aldo Bonaiuto ha affermato:” Nessuna donna nasce prostituta, ma c’è sempre qualcuno che ce la fa diventare. Con queste parole incessantemente don Oreste Benzi amava introdurre il drammatico tema della Tratta degli esseri umani e quindi della prostituzione coatta. Un fenomeno sempre più in crescita in Italia e in quei diversi Paesi europei dove non è proibito prostituirsi. Infatti anche nella nostra legislatura italiana chiunque voglia vendere il proprio corpo per fini sessuali è libero di poterlo fare.Ciò che invece è ritenuto un comportamento indegno, punito penalmente, è il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione. Pertanto ogni singolo caso andrebbe approfondito e investigato per capire realmente se la persona prostituente esercita il meretricio per libera scelta o per costrizione. Purtroppo la profonda e dilagante ignoranza su questo problema spinge a pensare che la prima ipotesi sia la più veritiera. Un errore colossale, commesso dalla maggior parte dell’opinione pubblica. Pochi sono a conoscenza del reale e grave sfruttamento di cui queste giovani donne restano vittime. Solo le forze di polizia e la magistratura, le associazioni impegnate sul campo e più o meno i cosiddetti clienti ne sono consapevoli. Difficilmente incontriamo ragazze che ci dicono di vivere serenamente sulle strade della schiavitù e di essere contente dei loro schiavisti. Noi andiamo da diversi decenni a recuperare queste donne:mai ci hanno raccontato di essere felici in quell’inferno. Per questo motivo oggi, a Montecitorio sosterremo una proposta di legge realizzata dalla deputata Caterina Bini, insieme a diversi parlamentari; per dire concretamente come sia possibile contrastare lo sfruttamento della prostituzione: punendo il cliente. Soltanto bloccando la domanda – disincentivando quindi il cliente – sarà possibile abbattere il mercato, l’offerta di giovanissime ragazze portate in Europa per diventare macchinette da soldi.

Uno squallore unico e che lascia troppi indifferenti, anche in certe istituzioni e nel mondo femminile; come se dovessero esistere persone di serie B predisposte a farsi merce per soddisfare i bisogni perversi di uomini senza scrupoli. Don Benzi ci ha insegnato a non tacere dinanzi a quelle che, di fatto, sono delle ingiustizie insopportabili. Sì, perché vedere una quindicenne o una ventenne su un marciapiede, calpestata, violentata ogni notte, comprata, usata e gettata peggio di una cosa è sconvolgente. Eppure abbiamo personalità di diverse e alte categorie sociali che vorrebbero risolvere il tutto legalizzando la prostituzione. A qualcuno farebbe comodo per alzare il Pil, ad altri piacerebbe investire su queste ragazzine realizzando, per conto dello Stato, i propri turpi guadagni. Insomma, la liberazione delle donne schiavizzate a pochi interessa realmente ed è per questo motivo che abbiamo, come Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, iniziato una campagna di sensibilizzazione chiamata “Questo è il mio corpo”. In tal modo desideriamo entrare nel cuore e nella mente di quei tanti italiani che magari potranno aprire gli occhi accorgendosi che questi corpi non sono oggetti da acquistare ma sono persone anch’esse con un’anima…magari hanno anche la stessa età delle proprie figlie o sorelle o nipoti. Una legge che fermi il cliente non è solo auspicata dall’Europa e da quei Paesi che hanno adottato il cosiddetto “modello nordico”, ma è innanzitutto un salto di qualità valoriale. Quando l’uomo capirà che non si può comprare per motivi sessuali il corpo di una persona sarà la fine di quell’imperante e degradante maschilismo che vige oggi e l’inizio di una reale parità e dignità per ogni essere umano. Coloro che non sanno cosa dire normalmente li senti ripetere “ma questo d’altronde è il lavoro più antico del mondo”! Noi diciamo che è la vergogna più antica del mondo e non è accettabile e mai da giustificare coloro che si fanno correi dello schiavismo. Per questo fino a quando ci sarà una sola donna costretta a prostituirsi noi non resteremo in silenzio”.

Per comprendere il dramma della prostituzione, occorre far riferimento ad un’intervista in esclusiva rilasciata da un ex prostituta di nome Greta sul sito nazionale “Donne e Uomini”, che pubblico integralmente:” Greta ha 56 anni, madre tedesca, padre italiano, due lauree. Sposata, vive a Karlsruhe dove lavora nell’amministrazione dopo un periodo passato in Italia. Per qualche anno, prima della caduta del Muro, ha esercitato la professione di prostituta in Germania. Oggi si dedica come volontaria ai programmi di recupero e riabilitazione delle “colleghe“Ho cominciato per ragioni economiche. Lo fai sempre e solo per quello: soldi, necessità. Il mio compagno era morto in un incidente stradale e io mi sono trovata in difficoltà. Non alla fame, però nei guai. Ero giovane, mi pareva di poter avere un certo potere sugli uomini. Lavoravo in casa o in hotel. Con il passaparola. Era come stare in un limbo. Staccavo l’interruttore per il tempo necessario, mi sconnettevo da me stessa. Uno sdoppiamento, uno stato di catalessi in cui lasci che la cosa succeda. Ce la facevo senza presidi chimici, ma la gran parte delle ragazze ha bisogno di alcol o droghe. E’ un problema grosso quando lavori per riabilitarle: sono quasi sempre tossiche di qualcosa, borderline, con gravi problemi di autolesionismo. Si tagliuzzano le braccia, o sono preda di una specie di euforia autodifensiva. Tante sono perdute per sempre. In Germania nessuno paga le tasse, nemmeno oggi che in Germania la prostituzione è legale (dal 2002). Dovresti iscriverti alle Camere di Commercio, pagare un forfait fiscale. Si valuta che le prostitute siano almeno 400 mila: ebbene, quelle che si sono registrate sono 44, di cui 4 uomini. Un fallimento assoluto. Con l’ingresso in Europa di Romania, Bulgaria e stati baltici c’è stata un’ondata di ragazze che arrivavano da lì. Tedesche non ne trovi quasi più. Ragazzine in grande parte analfabete che arrivano da paesini sperduti nelle montagne e mantengono tutta la famiglia: sai che libertà! Tante rom, tante ragazze madri: le vedi anche per strada che battono con il bambino, poi quando arriva il cliente il pappone custodisce il piccolo. Una cosa straziante. Poi ci sono quelle che possono permettersi un posto nei bordelli per 140-160 euro al giorno. Sono enormi strutture private a più piani, un business colossale per i proprietari. Di base, un cliente per una cosa normale, paga sui 40-50 euro. Ma quasi mai sono cose normali. Infatti, l’idea un po’ “romantica” e ingenua che gli uomini vadano a prostitute per farsi una s…a e via va dimenticata. Una s….a se la possono fare con chiunque. Mica è “Pretty Woman”: vengono da te per ben altro. Vedono il porno, ti chiedono di indossare falli artificiali, di travestirsi con parrucca o intimo femminile. Ci sono i feticisti, i coprofagi. Vanno molto i giochi con l’urina. Dall’anal sex alla zoofilia, un repertorio sterminato.Sono sporchi, maleodoranti, spesso ubriachi e strafatti. Pagano il diritto di scatenare quello che hanno dentro, e tu sei solo una latrina, né più né meno. Devi tacere, fare e lasciare fare, e saper fingere piacere. Ti pagano, e pretendono anche che tu sia soddisfatta delle loro prestazioni. Non si tratta di sesso. In questione c’è ben altro. E’ un mix tra il potere che ti dà il fatto di pagare e il piacere di umiliarti. Il tutto veicolato da una violenza di base. Hai a che fare con qualcosa di guasto. Una specie di camera di compensazione: mi svesto per un’ora o due dei ruoli che devo sostenere, mi concedo di manifestare una parte di me che normalmente devo tenere compressa e nascosta, un mio doppio impresentabile. Allora ho scelto liberamente. Ma se non avessi avuto problemi di soldi, a questa “libertà” non avrei dovuto ricorrere. Fai quel mestiere perché sei in stato di bisogno. Punto. Quelli erano anche altri tempi. Negli anni ’70-’80 la quota delle “libere” professioniste era significativa. Ancora non c’era il fenomeno della tratta, che oggi copre il 95 per cento della prostituzione. Uno scenario drammaticamente diverso. Appena ho intravisto l’opportunità di uscire dalla prostituzione l’ho fatto. Ma io ho le mie risorse. Parlo 7 lingue, sono riuscita a trovare incarichi come traduttrice, interprete, davo qualche lezione… Poi nel ’92 sono stata assunta nella pubblica amministrazione. Mi sono sposata: mio marito conosce la mia storia. Ne sono uscita viva, ma non ho mai dimenticato. Per questo lavoro nei progetti di recupero. In Germania, ci sono bordelli di uno squallore inimmaginabile. Le case “all you can fuck”, con un ingresso di 90 euro bevande comprese fai tutto quello che vuoi per il tempo che vuoi. Ci sono quelli dove puoi astenerti dal preservativo. E’ veramente dura, credimi. Ne sono uscita, ti dicevo, perché avevo risorse su cui puntare, ma c’è voluta una forza titanica. Anche lavorare nella riabilitazione non è semplice: ricordo il caso di un’ex-prostituta di Amburgo, Domenica Niehoff, che si è data molto da fare in progetti di recupero ma dopo un po’ ha mollato, non ce la faceva a reggere tutta quella miseria e quella disperazione. La legalizzazione è unanimemente riconosciuta come un enorme fallimento. Ma è molto difficile uscirne. E’ un serio problema politico. Paradossalmente, proprio il fatto che c’è una legge ti dà pochi margini di manovra. Il business è floridissimo. A Saarbrücken, ai confini con la Francia, è stato da poco aperto un megabordello, una specie di filiale del famoso “Paradise” di Stoccarda. Lo hanno aperto per intercettare clienti francesi, visto che in quel Paese si stanno muovendo in senso restrittivo. E il proprietario di queste strutture è uno legato alla tratta. Del resto chi apre bordelli se non i malavitosi? Tra l’altro in questi bordelli le donne sono molto meno sicure che per strada! Ci sono state decine e decine di prostitute uccise in questi anni: altro che maggiore sicurezza! Al chiuso i rischi aumentano in modo esponenziale. Bisognerebbe convincersi che la prostituzione oggi è essenzialmente schiavitù e non libera disponibilità del proprio corpo. Ci vorrebbe una forte azione delle forze dell’ordine congiunta alla volontà politica di affrontare la questione: non è difficile individuare le vittime di tratta. Quando vedi ragazze nigeriane, rumene, bielorusse per le strade di Milano che cosa pensi? Che sono libere professioniste? Se sono libere professioniste, bene: che emettano fattura, che si facciano pagare con carte di credito e denaro tracciabile. Si può scegliere la strada svedese o islandese della punibilità del cliente: lì andare a prostitute non è più considerata una faccenda normale. La popolazione andrebbe sensibilizzata: il tema non può essere il decoro urbano, il tema è che migliaia di schiave vivono in mezzo a noi. Ma il business è colossale, verosimilmente la partita è la stessa della droga, delle cooperative “sociali” che sfruttano i migranti. Ci saranno anche politici che difendono questi buoni affari”.

Dinanzi a questa deriva morale, alcuni mesi fa la Chiesa di Scozia, insieme ad altre organizzazioni e gruppi religiosi (compresi i Musulmani, la Chiesa Cattolica e quella Anglicana) ha chiesto al governo scozzese di rendere illegale la compravendita del sesso, la prostituzione, come ha riportato “Pro Vita”:” “Il traffico sessuale non esiste soltanto perché le vittime sono vulnerabili – si legge nella lettera presentata al primo ministro Nicola Sturgeon – esiste perché c’è una domanda di sesso a pagamento che i trafficanti possono sfruttare e da cui possono trarne profitto”. L’appello prende le fila dalla “Human Trafficking and Exploitation (Scotland) Bill” (Legge sul Traffico e lo Sfruttamento di esseri umani), promulgata lo scorso dicembre. Secondo la professoressa Hazel Watson, che ha redatto la lettera, questa meritevole legge che punisce i “clienti”, mancherebbe tuttavia di un elemento fondamentale: la previsione di un sistema attraverso il quale lo Stato possa aiutare le donne a lasciare la prostituzione. Questo appello è stato accolto da Anne McIlveen, coordinatrice di un ente di beneficenza con sede a Glasgow chiamato “Salt and Light”, che fornisce vestiti e cibo alle prostitute e prega con loro. Secondo la McIlveen, molte di queste ragazze sono nel giro della prostituzione perché hanno delle dipendenze (da alcol o droga), vivono in condizioni di estrema povertà e per loro questo è l’unico modo per sopravvivere. In poche parole perché non vedono un’altra scelta. O meglio, perché non gli viene offerta un’altra scelta. A seguito della lettera, il Segretario di Giustizia, Michael Matheson MSP, si è reso disponibile ad un incontro con i rappresentanti della Chiesa di Scozia per discutere la questione.
Nel frattempo, non molto distante dalla Scozia, è stata approvata una legge che vieta l’acquisto di sesso: lo scorso anno infatti, l’Assemblea dell‘Irlanda del Nord, è stata la prima provincia del Regno Unito a promulgare una simile legislazione. Una vera e propria pietra miliare nella lotta contro la schiavitù moderna, dalla quale bisognerebbe prendere esempio”.

Sul sito cattolico “Fede Quotidiana”, lo scorso 4 febbraio è stata pubblicata la forte denuncia della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito al dilagare della prostituzione minorile:” Dall’osservazione effettuata nel periodo dicembre 2016 – gennaio 2017 dalle 31 Unità di strada della Comunità Papa Giovanni XXIII operative in varie città d’Italia emerge un aumento delle minorenni indotte alla prostituzione, che in alcune zone arriva al 50% delle presenze in strada. A Settimo Torinese si è osservata una presenza di 25 vittime di tratta stimate minorenni su un totale di 40, a Trofarello(TO) 15 su 30. L’Unità di strada di Verona sud durante una recente rilevazione dicembre ha segnalato 20 ragazze presunte minorenni su 45. Le vittime, se contattate, dichiarano età tra i 18 e i 21 anni ma i loro tratti somatici e comportamentali consentono di ritenere con ragionevole certezza la minore età.

«A volte sono le stesse vittime presenti da più tempo a segnalarci preoccupate la presenza di ragazzine minorenni, chiedendoci di intervenire» raccontano i volontari delle Unità di strada. Il fenomeno riguarda soprattutto minorenni nigeriane. «Quelle che incontriamo in questo periodo sono tutte nuove – spiegano i responsabili dell’Unità di strada di Verona – Ci raccontano di essere arrivate da uno o due mesi con i barconi, dopo essere passate dalla Libia».«Questa violenza protratta nei confronti di ragazzine è un fatto inaccettabile – dichiara Giovanni Paolo Ramonda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII –. Chiediamo ai responsabili delle forze dell’ordine di applicare l’articolo 600 bis del Codice Penale che punisce con pena da 1 a 6 anni di reclusione chiunque commette atti sessuali nei confronti di minorenni dietro pagamento di corrispettivo con persone di età compresa tra i 14 e i 18 anni, mentre sotto i 14 anni è previsto il reato di pedofilia».

 

Pertanto, bisogna opporsi alla legalizzazione della prostituzione in ogni modo, al fine di evitare drammi sociali come questo riportato da Avvenire alcuni mesi fa:”Mi prostituisco da 5 mesi. Ho perso il lavoro, non sapevo come vivere, ovviamente i mie figli non sanno nulla. E’ sicura che mi sta riprendendo di spalle?». Ha il volto gentile Federica (nome di fantasia), solleva lo sguardo decisa, accavalla le gambe, serra la mascella e insiste, «mi sta riprendendo solo di spalle, vero? Se lo scopre la mia famiglia è finita». Federica, madre single di due figlie si prostituisce da pochi mesi, nel completo anonimato. Nel suo passato un matrimonio fallito, la perdita del lavoro (nel settore della sanità) e anni di disoccupazione. Poi la paura di dormire in macchina e di finire su strada. «Ho solo cercato di dare ai miei figli una vita più decorosa, un anno fa mi sono ritrovata senza casa e ho dovuto fare delle scelte». Dopo la perdita del lavoro ha inizio il calvario: due figlie da mantenere, un nuovo impiego da trovare e l’avviso di sfratto. «Ho fatto tutto da sola, mi sono presa cura della mia famiglia» continua e racconta dei suoi tentativi di rimanere ancorata alla sua vecchia vita: «Ho provato a vedere se c’erano altri impieghi, ma non mi ha aiutato nessuno. Prima ho lavorato come donna di servizio, poi ho ottenuto un lavoro a 500 euro al mese, ma anche qui dopo poco sono stata messa alla porta». Con molta calma sorride, «alla fine c’è crisi per tutti, mi hanno mandato via perché non ce la facevano». Federica parla degli inizi, della sua prima volta da prostituta. «E’ stato drammatico, ma per darmi coraggio ho pensato alle mie figlie». Fa una pausa, trattiene le lacrime e racconta della clientela, che cerca mettendo gli annunci su un sito specializzato presentandosi come «vogliosa signora italiana matura di 47 anni». «Sono tutte persone selezionate, cerco di capire già dal telefono se mi posso fidare; a volte -precisa – mi chiamano anche solo per avere compagnia». Federica ha anche quattro appuntamenti al giorno e l’iter è sempre lo stesso: la contattano dopo aver letto i suoi annunci on-line, decidono l’orario e poi avviene l’incontro, mai a casa sua. «Abito con le mie figlie, sono io ad andare dai miei clienti». Prende fiato, respira a lungo, «scusi, ma è la mia vita». Non ha smesso di cercare lavoro, fa colloqui, l’ultimo una settimana fa. «Lo dica che continuo a cercare, che non ho mai smesso, mica mi piace quello che faccio, è solo necessità». Ripete più volte di non aver paura, abbassa lo sguardo solo quando parla della sua famiglia. «Non posso abbandonare questa vita, vorrei solo tornare a essere la mamma che ero prima, senza nascondermi dietro a mille bugie». L’intervista è finita. «Posso andare ora? Devo incontrarmi con un cliente fuori città, devo fare in fretta poi devo tornare a casa dalle mie figlie».