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LE DAT, LA LEGGE ASSASSINA

(Gianluca Martone) Con 180 voti favorevoli e 71 contrari, il Senato ha approvato l’infame e ignobile normativa sulle DAT ( Disposizioni Anticipate di Trattamento), una delle piu’ ignobili che sia mai stata approvata dalla Repubblicana Italiana. Sulla Nuova Bussola Quotidiana, Stefano Fontana ha tracciato un quadro orribile di questi ultimi cinque anni, caratterizzati dal connubio tra il governo PD e la neo chiesa di Papa Bergoglio, sempre piu’ indifferente e omissiva sui temi della vita e della famiglia:” Un Parlamento incostituzionale in fase terminale e sotto accanimento terapeutico (in cauda venenum) ha prodotto una legge mortifera sull’eutanasia pensando con ciò di tirare a campare. Atto finale di una legislatura disgustosa e di un governo nato moribondo in forma di fotocopia. Questo atto legislativo in extremis conclude un quinquennio terribile, tanto più terribile quanto condotto da governi sedicenti tecnici o di emergenza o di transizione o del presidente. Sono stati i governi di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, governi dei competenti e dei moderati, a darci le leggi più estremistiche della vita repubblicana che alla fine del 2011, quando Berlusconi fu costretto a gettare la spugna, non erano nemmeno minimamente all’orizzonte. Non sono stati i rivoluzionari con la bandiera rossa ma i rassicuranti funzionari in doppio petto. I governi post-ideologici ci hanno dato il peggior frutto che le ideologie politiche ci possano dare: la decisione a maggioranza di cosa sia uomo e donna, di cosa sia famiglia, di cosa voglia dire procreare e, ora, di cosa sia la vita e cosa la morte. Avesse il governo posto almeno la fiducia, la posizione delle coscienze sarebbe rimasta nascosta sotto il dovere di scuderia. Ma il voto “in coscienza” ha dimostrato che non solo la prassi politica bensì anche la coscienza politica di molti parlamentari è profondamente corrotta. Avesse il governo almeno posto la fiducia, la legge non avrebbe avuto i voti dei 5 Stelle, che fondano la loro demolizione della morale naturale proprio sul richiamo alla morale, la demoliscono senza avere il progetto di farlo. Il che è il massimo del tranello politico delle ideologie post-ideologiche. In questi cinque torbidi anni di legislatura, con governi pilotati a tavolino dall’alto e sorretti da frange mutevoli dell’opposizione, l’Italia non ha diminuito il debito pubblico, si è riusciti a fatica a spostare l’8 per cento delle macerie del terremoto, si è esultato per un aumento del pil dell’1 per cento quando questa misura è il possibile errore statistico fisiologico in previsioni di questo genere, si è voluto cambiare la Costituzione tramite un parlamento incostituzionale e si è stati clamorosamente bocciati, si sono finanziate con denaro pubblico le associazioni di compravendita del sesso omosex e la Sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio che ne era politicamente responsabile è ancora al suo posto, si è aperto ad una irresponsabile politica migratoria subendo il ricatto di ONG conniventi con la criminalità degli scafisti, si è approvata una legge, detta maldestramente della buona scuola, che ha intasato le aule-insegnanti di docenti inutilizzati, sono state salvate banche che prestavano ad amici più soldi di quelli che avevano senza spiegare i rapporti politici intessuti con quelle banche stesse. Questo bilancio pessimo comunque è pressoché nulla rispetto alla legge Cirinnà che riconosce la unioni civili omosessuali, l’ondata istituzionale di educazione omosessualista e genderista nelle scuole pubbliche, il divorzio via sms ed ora l’eutanasia. E’ una politica necrofila e in giro si sente una gran puzza. L’Italia va verso un non-domani. Governi sostanzialmente di sinistra durati cinque anni si sono distinti non per le politiche del lavoro o di lotta alla povertà, ma solo per la politica neoborghese dei “nuovi diritti” e ne hanno fatto la propria bandiera col teschio e le quattro ossa attorno. Le gerarchie della Chiesa italiana hanno lasciato fare, hanno dialogato, hanno sostenuto, hanno confortato, hanno invitato i rappresentanti del governo a parlare nelle istituzioni ecclesiali, si sono trovate con loro a cena, hanno pattuito, hanno premuto con grande determinazione per avere da questo governo amico la legge sullo jus soli, il quotidiano Avvenire ha dedicato uno spazio mille volte maggiore al tema immigrati che a quello della famiglia o dell’eutanasia, sono andati in tv ma per parlare dei centri di accoglienza o del clima, hanno intimidito chi era sceso in piazza, si sono dissociati da comportamenti sbagliati nel metodo perché non dialoganti, non hanno pubblicato nemmeno uno straccio di documento ufficiale e collegiale, non hanno chiamato a raccolta, non hanno gridato al pericolo, non si sono messi alla guida di nulla. Non ricordatemi che nel Catechismo c’è scritto quello che c’è scritto e che talvolta il Papa o il cardinale Bassetti hanno detto una parola … questo lo so. Ma la leaderschip dei pastori non c’è stata, la chiarezza degli educatori nemmeno, e men che meno la forza dei profeti. Non c’è stato appello alle coscienze né mobilitazione di popolo. Nessuna supercopertina su Avvenire, nessun presidio davanti al Parlamento. Abbiamo l’eutanasia e non ce ne siamo nemmeno accorti. Abbiamo l’eutanasia e chi doveva tenerci svegli si è addormentato. E ci consoleremo presto perché tanto alla prossima omelia ci ricorderanno che Dio ci ama così come siamo. In questi cinque anni la Chiesa italiana sembra aver messo da parte la legge morale naturale. Come se Dio avesse messo il mondo da Lui creato nelle nostre mani a tal punto da volere che lo costruiamo contro di Lui che lo ha creato. Il “come” del dialogo, del rispetto umano e del discernimento in coscienza ha avuto il sopravvento sul “cosa” della verità e del bene. Tutte le prassi politiche dei cattolici sono state accettate e convalidate. Non solo nessuna indicazione ex ante di fronte alle grandi sfide, ma anche nessun richiamo ex post. Il quarto, il quinto, i sesto, il nono comandamento esistono ancora in politica? Nessuno ce lo dice più. Con l’eutanasia tuttalpiù si pecca contro la solidarietà, non contro l’uomo e la legge divina. Cattolica e Gemelli hanno emesso una dichiarazione, il Livatino ha fatto la sua parte, altre associazioni si sono pronunciate, ma tante altre hanno taciuto. Nel 1974, davanti al referendum sul divorzio, molti cattolici ei erano pronunciati per il no (ossia per il sì al divorzio) “per una scelta di libertà”. Quella scelta di libertà era in realtà una scelta per l’autodeterminazione che dopo di allora ha guidato molti deputati cattolici a votare per l’aborto, per la legge 40, per la Cirinnà ed ora, si suppone, per l’eutanasia. Nel 1974 c’erano Scoppola e Pratesi, Zizola e Masina, La Valle e Carniti … ora ce ne sono altri. Che fare? Il quadro si fa desolante. Non c’è quasi più niente da dare per scontato. Bisogna solo ricominciare. Da zero o quasi”. Su questa questione, lascia amareggiati e delusi il silenzio della CEI, com’è stato riportato correttamente sulla Nuova Bussola Quotidiana:” Ottobre 2009: venti pidiellini firmavano una lettera aperta contro il ddl alla Camera sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento” (Dat, note come “testamento biologico”) spiegando che “l’infinita casistica materiale e morale che emerge nelle relazioni di cura non può essere infilata a forza in una legge fatta di norme astratte”. Ad intervenire ogni giorno furono diversi medici e associazioni, fra cui Verità e Vita e Medicina e Persona, che ricordavano che ogni norma in questo campo era da rifiutarsi come una “relativizzazione della vita”. Ma anche personalità come Giuliano Ferrara e noti bioeticisti come Adriano Pessina ribadivano lo stesso. La legge non passò ma fu ripresentata nel 2011. Anche questa volta diversi intellettuali alzarono la voce di fronte al pericolo. Lucetta Scaraffia, ad esempio, definì l’introduzione del testamento biologico una “forma leggera della legalizzazione dell’eutanasia”.

Insomma, sebbene nel 2008 la Cei aveva aperto alla possibilità di una norma (mentre nel 2007 il cardinal Giuseppe Betori, segretario della Cei, dichiarava giustamente che “una legge sul testamento biologico non serve”), arrendendosi al mondo perché spaventata dall’eventualità di una legge peggiore, l’universo cattolico (e non) discuteva animatamente. Con alcuni movimenti ecclesiali come Comunione e Liberazione e la Comunità Papa Giovanni Paolo II che intervennero, anche a seguito dell’omicidio di Elunana Englaro, riportando la questione al suo livello più profonfo ed educativo, al senso della vita e della sofferenza. Oggi la legge sulle Dat, che per ora prevede la sospensione eutanasica di alimentazione e idratazione e l’assenza dell’obiezione di coscienza e che creerà una cultura che relativizzata la vita trascinandola in tribunale, viene votata nel silenzio generale,così come è stata discussa. La paura della Chiesa di apparire sovversiva, incapace di dialogo e divisiva (quindi vergognandosi di Gesù “segno di contraddizione”), ha probabilmente contribuito a spegnere del tutto i riflettori su un testo normativo di portata epocale, che apre all’omicidio di Stato. Una paura mondana, appunto, che l’ha portata a fallire nella sua missione primaria: annunciare al mondo Gesù Cristo e il suo sguardo sull’uomo e sulla malattia. Quel che è più grave, però, è che l’assenza del giudizio cristiano dei fatti, non manca solo di missionarietà ma viene meno nell’educare i cattolici stessi che, pertanto, non si rendono conto della gravità della situazione. Le uniche parole udite in questi giorni sono quelle del papa, che ha detto “no all’accanimento terapeutico”, e di qualche prelato sulla differenza tra “accanimento terapeutico” ed eutanasia da calibrare bene nella legge. Preoccupandosi più di fare politica (piuttosto ingenua, dato che sappiamo bene che la scusa dell’ “accanimento terapeutico” serve solo a far passare l’eutanasia) che di proclamare la verità cristiana sul valore della sofferenza e del limite. Così, in nome dell’accoglienza e dell’apertura al mondo, sono sempre meno coloro che parlano ai fedeli di come Cristo intenda la sofferenza, del mistero di un’anima anche in un corpo incosciente, delle tentazioni della ribellione nel dolore, del come superarle e del valore di tutto questo per la salvezza dell’anima. Solo di questo i fedeli (e anche il mondo) avrebbero bisogno, non di pastori impegnati in una politica di bassa leva del compromesso, che assicuri al gregge uno spazzietto che presto verrà eroso del tutto, ma di essere educati alla fede. Sì, è solo questo il pane di cui è affamato il popolo cristiano tenuto da anni in astinenza forzata, non di scranni di potere, non di riconoscimenti, non di escamotage per cavarsela, ma della comunicazione della Verità di Gesù Cristo, l’unica che sazia la sua brama di vita eterna ridonandogli il vigore necessario ad infiiammare il mondo”. Sul Giornale, Francesca Angeli ha tracciato un quadro devastante della situazione della Chiesa Cattolica con il Pontificato ambiguo e fluida di Papa Francesco:” Da Ratzinger a Bergoglio lo sguardo della Chiesa sul fine vita è cambiato ed è divenuto più conciliante. E forse ieri in Senato le cose sarebbero andate in modo diverso senza il discorso che Papa Francesco un mese fa ha rivolto a monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Un intervento che, certamente, aveva confermato il Catechismo della Chiesa Cattolica sulle fasi terminali dell’esistenza e la sofferenza che le accompagna ma allo stesso tempo ne aveva rinnovato l’esegesi. Papa Bergoglio aveva ribadito che con la rinuncia all’accanimento terapeutico non si vuole «procurare la morte» bensì «si accetta di non poterla impedire». Ma il Pontefice aveva pure osservato come oggi sia «possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare» rilevando che «gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute», invitando «a non insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona». La dottrina non cambia ma con Bergoglio sembra sia possibile leggerla in modo più conciliante rispetto alla rigida adesione di Benedetto XVI. Papa Ratzinger nel 2009 (proprio nei giorni dell’infuocato dibattito su Eluana Englaro, la ragazza in coma vegetativo da 17 anni per la quale la famiglia chiese ed ottenne l’interruzione dell’alimentazione artificiale) aveva ammonito i fedeli affermando che «la risposta alla sofferenza non può mai essere la morte». In molti si sono affannati a dichiarare che alle parole di Bergoglio era stato attribuito un significato più ampio di quello che intendeva dare il Santo Padre. Ma è pure vero che proprio con l’ approvazione del Biotestamento emergono due visioni all’interno della Chiesa. Non contrapposte ma neppure sovrapponibili. Una è quella di severa condanna della legge, espressa dalla Cei. Per don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute si tratta di una norma che «lascia perplessi su tanti punti» e nella quale «come chiesa cattolica non possiamo riconoscerci in nulla». Per Angelelli «è un errore considerare alimentazione e idratazione come terapia. Bere e mangiare sono diritti inalienabili». Più cauta la posizione dell’Osservatore «Si tratta di una legge controversa, sulla quale molto si è dibattuto». scrive il quotidiano della Santa Sede, aggiungendo che il testo prevede «nel rispetto della Costituzione» che «nessun trattamento sanitario possa essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata». Non una rottura ma un distacco che si riflette anche tra i movimenti di ispirazione cattolica che otto anni fa apparivano coesi e pronti alla protesta di piazza per la difesa della vita mentre ieri in piazza invece c’erano i radicali con l’Associazione Coscioni a festeggiare il passaggio della legge. Molti fra i cattolici che ieri al Senato hanno votato a favore del Biotestamento avranno forse pensato anche all’appello di Michele Gesualdi, uomo convintamente cattolico ed ex allievo di don Lorenzo Milani. Inchiodato dalla Sclerosi laterale amiotrofica, nel marzo scorso Gesualdi lanciò un appello ai presidenti di Camera e Senato affinché approvassero al più presto la legge sul Biotestamento”. Sulla Nuova Bussola Quotidiana, l’Arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi ha analizzato in modo coraggioso l’approvazione di questa ignobile normativa eutanasiaca:” Giovedì scorso14 dicembre il Parlamento italiano ha approvato la legge cosiddetta sulle DAT che apre all’eutanasia, persino in forme più accentuate che in altri Paesi. Durante la fase della discussione in Parlamento e nel Paese anche io, come vescovo e come presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, ero intervenuto, insieme ad altri, come per esempio il Centro Studi Rosario Livatino, per mettere in evidenza la gravità del contenuto di questo testo di legge. Purtroppo ha prevalso un’ideologia libertaria e, in definitiva, nichilista, espressa in coscienza da tanti parlamentari. Così l’Italia va incontro ad un futuro buio fondato su una libertà estenuata e priva di speranza. Questa legge si aggiunge ad altre approvate in questa triste legislatura che hanno allontanato la nostra legislazione sulla vita e sulla famiglia dalla norma oggettiva della legge morale naturale che è inscritta nei nostri cuori, ma che spesso i piccoli o grandi interessi di parte e le deformazioni dell’intelligenza nascondono agli uomini. Coloro che con grande impegno stanno smantellando per via legislativa i principi della legge morale naturale, che per il credente è il linguaggio del Creatore, non sono però in grado di dirci con cosa intendano sostituirne gli effetti di coesione sociale in vista di fini comuni. La libertà intesa come autodeterminazione, che questa legge afferma ed assolutizza, non è in grado di tenere insieme niente e nessuno, nemmeno l’individuo con se stesso. Preoccupa molto che in questa legislatura leggi così negative siano state approvate in un contesto di notevole indifferenza. Esprimo il mio compiacimento e sostegno per tutti coloro che si sono mobilitati, con la parola, gli scritti ed anche con le manifestazioni esterne, per condurre questa lotta per il bene dell’uomo. Devo però anche constatare che molti altri avrebbero dovuto e potuto farlo. Questa mia osservazione vale anche per il mondo cattolico. Ampie sue componenti si sono sottratte all’impegno a difesa di valori così fondamentali per la dignità della persona, timorose, forse, di creare in questo modo muri piuttosto che ponti. Ma i ponti non fondati sulla verità non reggono. In momenti come questo può prevalere un sentimento di scoraggiamento. E’ comprensibile. Tutto si paga in questa vita e le pessime leggi approvate produrranno sofferenza e ingiustizia sulla carne delle persone. Si ha l’impressione di doversi ormai impegnare per ricostruire dalle basi un alfabeto che è stato disarticolato. Nel contempo, occorre anche ricordare che la storia rimane sempre aperta a nuovi percorsi e soluzioni e che nella storia ci si offrono sempre nuove possibilità di recupero e di riscatto. Recupero e riscatto che non ripagheranno, umanamente parlando, le ingiustizie provocate e subite, ma che permetteranno di non consentirne di nuove. Non dimentichiamo che c’è la storia, ma anche il Signore della storia. In Lui confidiamo per essere pronti alle nuove occasioni che Egli ci metterà davanti”. Anche l’Arcivescovo Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara- Comacchio, ha espresso un parere fortissimo e condivisibile contro questa infame normativa:” Di fronte all’approvazione definitiva della legge sul testamento biologico, la prima osservazione, amara, è che la Chiesa italiana ha perso una battaglia che peraltro non ha neanche combattuto. Più in generale non si può evitare un confronto con quanto accadde solo pochi anni fa quando Eluana Englaro è stata uccisa dallo Stato con una operazione infame: allora la realtà popolare cattolica aveva accompagnato questo martirio con una presenza viva e attiva, cercando di impedirlo. Oggi prevale una sostanziale indifferenza non solo da parte dell’istituzione ecclesiastica, c’è stato un silenzio anche per gran parte della realtà popolare cattolica. Non solo: nella frammentazione pubblica, politica, abbiamo cattolici che esultano per quel che considerano un importante passo verso la democrazia occidentale, e altri giustamente preoccupati. Io che sono intervenuto più volte sulla vicenda aggiungerei queste preoccupate osservazioni: La prima osservazione è che con questa legge si consente che lo Stato, istituzione capitale di una società, si occupi di problemi e di dimensioni che sono esclusivamente personali, cioè che coinvolgono la persona e quantomeno il contesto parentale nella quale la persona è nata e svolge passi fondamentali della sua esperienza umana. Nel momento decisivo, laddove si devono prendere decisioni gravi di fronte a dolori permanenti, di fronte alla eventualità reale che siano gli ultimi tempi prima del passaggio definitivo, lì il nostro Stato ritiene di essere – insieme a un gruppo di esperti – il soggetto abilitato su queste decisioni che attengono alla sacralità della persona e al contesto parentale in cui la persona è cresciuta e vissuta.
È una singolare riduzione della persona a soggetto di una comunità statale che si rapporta a lui come un suddito. E la realtà parentale scompare del tutto e viene sostituito da una trama di rapporti istituzionali che decidono circa l’esito della vita di una persona. Persona che, si badi bene, non è nata dallo stato e non è suddito dello stato, ma è nata in un contesto parentale, essenziale per la sua nascita ed essenziale per il suo sviluppo. Siamo di fronte a uno statalismo contro il quale la sana Dottrina sociale della Chiesa – che evoco a quei pochi che ancora ne conoscono i contenuti – ha sempre lottato. Lo Stato non ha ogni diritto, lo Stato deve porre e incrementare le condizioni per la libertà della persona e dei gruppi nella realtà sociale. Se fa altro invece di questo, compie dei gesti che sono totalitari. Seconda osservazione, legata alla prima: una volta che lo Stato inizia ad allargare le sue competenze sugli spazi della vita personale e sociale, l’appetito vien mangiando. Noi abbiamo già conosciuto nella storia recente la pretesa dello Stato di intervenire nelle sfere significativamente private o personali. Basti pensare a come – non in Italia ma altrove – lo Stato è intervenuto sui matrimoni, magari scoraggiando o impedendo il matrimonio fra etnie diverse, tentando di normare la vita delle cosiddette minoranze in modo arbitrariamente riduttivo. Anche Stati che si gloriavano di essere democratici hanno trattato minoranze etniche e linguistiche come cittadini di seconda categoria. Quando lo Stato investe un punto che non gli compete invadendo la sfera della libertà personale e privata, tutta la società è sottoposta alla reale possibilità che lo Stato non si fermi e che in poco o tanto tempo (mi auguro che sia tantissimo) molte altre dimensioni della vita personale e sociale vengano attribuite meccanicamente alla responsabilità dello Stato. Da ultimo mi sembra giusto rilevare che la minoranza cattolica che, in questa frammentazione sociale e politica dei cattolici, ha ancora il senso della propria identità ecclesiale, della propria dignità di figli di Dio e della propria responsabilità missionaria, capisce che quello del fine vita è un tema su cui investire energie culturali e pastorali. Tutta la comunità ecclesiale, e non solo quella ecclesiale, si deve rendere conto di ciò che è accaduto e deve attrezzarsi a una resistenza legittima in modo che questa legge, dato che c’è, sia attuata il meno possibile. Una comunità ecclesiale come quella italiana che ha già dimostrato una maturità enorme nell’ambito della cura e della preoccupazione per la realtà e nell’educazione della sua libertà, deve semplicemente aggiungere alla sua agenda altri ambiti in cui esercitare la stessa vigilanza e capacità di resistenza”. Tuttavia, nella crisi drammatica di questo periodo storico, don Arice, superiore generale del Cottolengo, si è opposto a questa ignobile legge:” Ad appena 24 ore dalla sua definitiva approvazione in Senato, la legge sul testamento biologico rivela i suoi (annunciati) gravi vizi. Il più pesante riguarda l’obiezione di coscienza che, volutamente, il testo non prevede. Omissione che la maggioranza tiene cautamente sotto banco, mentre i giornaloni e i tiggì, imbeccati dall’ufficio stampa del PD, sfacciatamente hanno ripetuto in questi giorni che l’obiezione per il medico c’è, ignorando non solo le argomentazioni dell’opposizione, ma – quel che è più grave – il testo della legge, che su questo punto è chiarissimo . Come ripetutamente sottolineato durante il (breve) dibattito parlamentare, la legge approvata ieri impone che l’esecuzione eutanasica, qualora venga richiesta da un paziente attraverso le Dat, venga assecondata in tutte le strutture pubbliche e private, quindi anche in quelle cattoliche. È per questo che don Carmine Arice, superiore generale del Cottolengo di Torino, uno dei complessi ospedalieri cattolici più grandi e più antichi del Paese, un simbolo, oggi dice con chiarezza: “noi non applicheremo le Dat”. “Non possiamo eseguire – afferma il sacerdote – pratiche che vadano contro il Vangelo, pazienza se la possibilità dell’obiezione di coscienza non è prevista dalla legge: è andato sotto processo Marco Cappato che accompagna le persone a fare il suicidio assistito, possiamo andarci anche noi che in un possibile conflitto tra la legge e il Vangelo siamo tenuti a scegliere il Vangelo”. La richiesta di sospensione delle cure, compresa alimentazione e idratazione, che i cittadini possono liberamente specificare nelle proprie Dat è in evidente contrasto con i principi che orientano ogni giorno il lavoro e la dedizione di uno stuolo di operatori cattolici, a cui questa legge illiberale ha negato il diritto a dire “Io non ci sto”. “In coscienza – prosegue don Arice – non possiamo rispondere positivamente ad una richiesta di morte: quindi ci asterremmo con tutte le conseguenze del caso”. Si annuncia dunque una sorta di resistenza civile, di disobbedienza consapevole che, del resto, era anche prevedibile in un Paese che deve molto, in termini di sostenibilità del sistema sanitario nazionale, all’eccellenza della sanità privata cattolica. Secondo don Arice, che è stato direttore nazionale della pastorale sanitaria della Cei ed è membro dell’organismo vaticano per gli ospedali cattolici, “il tema vero da affrontare, e che non viene affrontato, è quello di creare condizioni che permettano a chi è solo e in condizioni di difficoltà e sofferenza di non invocare la morte, a cominciare dalle persone anziane che si trovano in povertà e afflitte da patologie. Invece vediamo prevalere troppo spesso la cultura dello scarto che spinge le persone più deboli a dire ‘tolgo il fastidio’. Per fortuna ci sono sacerdoti come don Arice che non la mandano a dire. Anche la dottoressa Silvana De Mari si è espressa in modo durissima su questa normativa, che diffonde la cultura della morte in Italia:” Anche un cervello danneggiato, non più in grado di percepire sofferenza, una mente non più in grado di ricordare il proprio nome, sono in grado di sentire questo dolore ancestrale e totale e di esserne devastati ogni istante. Dolore e sofferenza non sono propriamente sinonimi. Il dolore è una percezione fisica, mediata dal fascio spio talamo corticale, la sofferenza è l’elaborazione corticale di questa percezione. Per esempio il dolore per i muscoli addominali troppo allenati in palestra è dolore, il dolore per una colica è sofferenza, perché si somma la paura della malattia. Il dolore della disidratazione è uno dei dolori la cui percezione ci salva la vita, quindi è un dolore totale, non si disinserisce mai. Il cervello lo percepisce sempre. Un nuovo diritto umano si è aggiunto alla già notevole lista di quelli che già avevamo. La morte per disidratazione”.