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Napoli. La salma di Dracula. Svelato il mistero della principessa, Maria Balsa, di Acerenza.

(Giuseppe PACE). (TERZA PARTE).NAPOLI  Tra esoterismo, templari e ricerca dell’occulto esiste una sottile e complessa relazione. Indubbiamente la ricerca, in tale terreno semifantastico, minato dall’incertezza, Napoli, ha avuto campioni eccellenti come il principe Raimondo di Sangro, mecenate del Cristo Velato nella celebre Cappella di SanSevero nonché mecenate delle statue della Pudicizia e del Disinganno, dedicate rispettivamente, alla madre Cecilia ed al padre Antonio. Per la ricerca su Dracula è utile riportare le tante dicerie o leggende sul principe R. di Sangro e sulla cappella di SanSevero che ideò: i laboratori situati nelle cantine del palazzo di famiglia, adiacente alla cappella, gli improvvisi bagliori che ne scaturivano e le invenzioni che lì avevano origine stimolavano infatti la fervida fantasia dei napoletani. Alcune di queste leggende erano tutt’altro che lusinghiere: si dice, ad esempio, che il Principe «fece uccidere due suoi servi» per «imbalsamarne stranamente i corpi» (riferendosi alle macchine anatomiche; «ammazzò nientemeno che sette cardinali» utilizzando la loro pelle e le loro ossa per realizzare delle sedie; accecò lo scultore Giuseppe Sanmartino per far sì che non fosse in grado di riprodurre per altri un’opera straordinaria come il Cristo velato; «entrava in mare con la sua carrozza e i suoi cavalli senza bagnare le ruote» e «riduceva in polvere marmi e metalli». Un’altra leggenda riguarda invece le circostanze della morte di Raimondo. La riporta B. Croce): «Quando sentì non lontana la morte, provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò tagliare a pezzi e ben adattare in una cassa, donde sarebbe balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso; senonché la famiglia cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e il principe, come risvegliato nel sonno, fece per sollevarsi, ma ricadde subito, gettando un urlo di dannato». La diceria più famosa riguarda infine nuovamente il Cristo Velato, affermando che il velo fosse in origine un vero tessuto, trasformato in marmo da Raimondo per mezzo di un qualche misterioso processo alchemico. Nel XVIII secolo Raimondo vide la propria fama farsi sempre più solida: ideò un cannone leggerissimo (pesava centonovanta libbre in meno rispetto ad esemplari della stessa specie) e con una gittata molto elevata; nel 1744, ammesso tra i colonnelli di uno dei reggimenti di Carlo III di Borbone, fu valoroso combattente a Velletri contro gli Austriaci, distinguendosi per la destrezza ed il coraggio. Frutto di quest’esperienza militare fu la Pratica di Esercizj Militari per l’Infanteria, data alle stampe nel 1747: l’opera rifletteva conoscenze esperte nell’ambito dell’arte militare. Divenuto Accademico della Crusca con il nome di Esercitato, Raimondo ottenne il consenso del Papa Benedetto XIV per poter leggere i libri proibiti: gli furono quindi aperte le porte di numerose biblioteche, dove divorò gli scritti di Pierre Bayle, le opere degli illuministi radicali e dei philosophes francesi, testi fitti di suggestioni alchemiche e massoniche ed i trattati scientifici più disparati. Ma se da un lato Raimondo in questi anni ebbe fame insaziabile di letture, dall’altro non trascurò l’attività inventiva, ideando coloratissimi teatri pirotecnici e tecniche di stampa simultanea a più colori, preparando farmaci considerati portentosi e realizzando panni completamente impermeabili, che pure regalò a Carlo di Borbone. Nell’agosto del 1750 Raimondo aderì pure all’associazione segreta Massoneria, che, mediante procedure iniziatiche ed esoteriche, provvedeva al riverbero degli ideali dell’Illuminismo europeo; in breve la cosa si seppe, suscitando un «intrigo» che parve «il maggior del mondo». Neanche un anno dopo, infatti, Carlo III – indotto dalla pubblicazione della bolla “Providas Romanorum” del Papa Clemente XII, che promulgò un editto con il quale condannò i membri della «rispettabile Società» e chi li frequentasse: a Raimondo non restò che rinunciare, sotto la fede del giuramento, all’appartenenza alla Massoneria. Tale nobile, nipote di Aurora Sanseverino sposa del duca Gaetani di Piedimonte d’Alife, oggi Matese (la biblioteca civica di Piedimonte M. è intitolata ad Aurora Sanseverino) fu uno studioso di esoterismo e studiò pure la circolazione sanguigna in un periodo dominato ancora dal concetto di malattia causata dal peccato divino. Eppure siamo già nel secolo dell’Illuminismo, che precedette quello della Scienza con la teoria cellulare e le cause fisiche, chimiche e biologiche che determina le malattie. Ma nei secoli precedenti l’esoterismo, l’alchimia e la magia, padroneggiavano nei discepoli da Maestri indiscussi. A Pietro d’Abano, prof. dell’Università di Padova, nel XIV sec., gli bruciarono i resti mortali, per il reato di eresia, solo perché aveva visto una causa, esterna, astronomica che avrebbe influenzato le malattie. Eppure Pietro d’Abano fu un cultore anche dell’oroscopo, rappresentato nel Salone della Ragione a Padova, ex Tribunale con Giudici (della Signoria dei Carraresi prima e della Serenissima poi) che prima di emettere la sentenza consideravano anche il segno zodiacale dell’imputato. Nella prima metà del 1800 fece capolino, tra le altre discipline scientifiche, la teoria cellulare (ogni essere vivente è costituto di cellule, unità basilare della vita), le teorie evoluzionistiche (Darwin con “Origine della specie e selezione naturale” nonché ”l’origine dell’uomo”) e L. Pasteur, che utilizzò bene il microscopio aprendo la conoscenza del microcosmo, che avrebbe spiegato l’origine batterica di molte malattie, anche ematiche. Attualmente tre studi pubblicati recentemente su Science e Nature Medicine sembrano proprio dar ragione a Dracula e ai suoi cultori? Esperimenti condotti, per ora sui topi, dimostrerebbero, infatti, che la trasfusione di sangue di animali giovani in animali più anziani invertirebbe i processi di invecchiamento con effetti positivi sia a livello muscolare che cerebrale. Trovato l’elisir dell’eterna giovinezza? Entriamo un po’ nel dettaglio con la lanterna accesa della scienza. All’University of California di San Francisco il gruppo di ricerca coordinato da Saul A. Villeda, attraverso un procedimento detto di parabiosi eterocronica (con cui vengono collegati chirurgicamente i sistemi circolatori di due animali della stessa specie ma di età diverse) e iniezioni di plasma da topi giovani a topi vecchi, ha osservato la possibilità di contrastare e invertire gli effetti dell’invecchiamento cerebrale a livello strutturale, funzionale e cognitivo. L’area del cervello sotto esame era quella deputata alla percezione degli odori. “Qualcosa nel sangue dei topi giovani – sottolinea Villeda – induce l’attivazione del fattore di trascrizione Creb, il principale regolatore dell’attività dei geni nel cervello, che è associato alla formazione di nuove connessioni tra i neuroni implicati nei processi di memoria e apprendimento”. L’attivazione del fattore di trascrizione Creb, che diminuisce con l’avanzare dell’età e in patologie come l’Alzheimer, influirebbe sulla plasticità delle sinapsi e migliorerebbe dunque i deficit cognitivi legati all’età. Ad Harvard si arriva alle stesse conclusioni. Nel sistema nervoso centrale adulto, evidenziano i ricercatori guidati da Lee Rubin, la vascolarizzazione delle parti del cervello (le nicchie neurogeniche) in cui vengono generati nuovi neuroni (neurogenesi) regola il comportamento delle cellule staminali neurali. Il declino della neurogenesi e delle funzioni cognitive legato all’età è associato alla riduzione del flusso sanguigno e alla diminuzione delle staminali neurali. Sulla base di queste premesse gli scienziati ipotizzarono che ripristinando la funzionalità di quelle aree cerebrali si potessero contrastare gli effetti dell’invecchiamento. E in effetti la conferma è arrivata. La ricerca ha dimostrato che il sangue giovane induce un aumento delle staminali neurali e dei cambiamenti a livello vascolare che incrementano la neurogenesi. Responsabile di questi effetti, sostengono i ricercatori, è la proteina GDF11, presente in quantità superiore nel sangue dei giovani. Questa proteina, poi, avrebbe effetti rigeneranti non solo a livello cerebrale, ma anche muscolare. A sostenerlo Amy Wagers dell’Harvard Stem Cell Institute e il suo gruppo. Gli esperimenti sono stati condotti anche in questo caso attraverso parabiosi e iniezioni di GDF11 nei topi anziani. Ebbene, dopo quattro settimane è stato osservato un aumento delle cellule staminali muscolari (le cellule satelliti) e una diminuzione del materiale genetico danneggiato dall’età. Con effetti positivi sulla forza e la resistenza muscolare. Wagers non è nuova del resto a questo campo di ricerca, se si considera che già nel 2013 aveva dimostrato come il sangue di topi giovani avesse effetti positivi anche sul muscolo cardiaco. “La scoperta di sostanze nel sangue di topi giovani che fanno ‘ringiovanire’ gli anziani e, viceversa, di altre negli animali anziani che fanno invecchiare i giovani (ricerche di Thomas A. Rando della Stanford University del 2005, ndr) – spiega Enzo Manzato, direttore della clinica geriatrica dell’azienda ospedaliera di Padova – non è conquista recente”. E in effetti fu Clive M. McCay della Cornell University, negli anni Cinquanta del Novecento, a dare inizio a questo genere di studi attraverso esperimenti di parabiosi. “Ciò che vi è ora di nuovo è l’individuazione delle cause che stanno a monte, l’aver stabilito cioè quali sono le cellule coinvolte nei processi osservati”. Si tratta di un buon punto di partenza, anche se la strada per arrivare all’uomo è ancora lunga. “Gli orizzonti che si aprono sono estremamente interessanti – continua – in quanto si potrebbero usare queste informazioni per cercare dei mezzi con cui influenzare l’invecchiamento nell’uomo: una sostanza chimica, una proteina (come la GDF11 ad esempio), un preparato”. Ma sarà prima necessario continuare gli studi sul modello animale e, in un secondo momento, traslare e verificare le conoscenze acquisite sull’uomo. Sarà importante prima conoscere l’uomo e il processo di invecchiamento, perché solo con queste premesse si può pensare di intervenire. Alla biologia molecolare, sottolinea Manzato, sarà fondamentale unire la pratica clinica sul paziente. Sulla stessa linea Livio Trentin ematologo dell’università di Padova che sottolinea: “La proteina GDF11 ha un ruolo molto importante a livello cerebrale e muscolare sull’angiogenesi (lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni a partire da altri già esistenti ndr), poiché migliora l’ossigenazione e il mantenimento dei tessuti. Tanto che in futuro, dopo che gli studi saranno stati condotti anche sull’uomo, potrebbe costituire un possibile bersaglio terapeutico”. Dunque una qualche, sia pure malefica per le modalità d’uso del sangue della contessa Elisabetta Batory (forse raffigurata nel noto dipinto di E. Munch “The Vampyre”, come riportato nel mio libro online, “Romania e Vampiri”, leolibri.it), che uccise circa 600 vergini in Transilvania, intuizione profetica sul potere del sangue giovane, c’è stata nel corso del medioevo con il sonno della ragione? Sembra di si e il vampirismo ne è una prova: trovare spiegazione nell’occulto è più facile che nella razionalità non adoperata bene, come fa il metodo scientifico galileano, che sostiene la lettura matematica dela natura e dei suoi segreti da svelare piano piano senza salti pindarici. Dal culto dell’esoterismo al quale fece ricorso anche il nazismo con Himmler-vedremo dopo- al sangue misterioso dove si nascondeva la sorgente vitale del passato al semplice tessuto citologico ematico ne è trascorso del tempo nella storia evolutiva dell’Homo sapiens con la sua formidabile evoluzione culturale che primeggia su quella naturale, secondo lo scopritore del virus HIV che causa l’AIDS. Ma passiamo ad altre notizie per collegarci a Dracula, morto a Napoli, e ricercato anche dal criminale nazista Himmler. Recentemente Rai Uno Mattina (Link Video) e la trasmissione MISTERI (Mediaset LinkVideo) si sono occupati dell’l’ipotesi che la princpessa di Acerenza, Maria Balsa, o Barsa, fosse una discendente di Vlad III Tepes, più noto come Dracula. Ecco la vicenda. E’ stata analizzata la storia della famiglia dei Conti Ferrillo –Balsa, Signori di Acerenza, che realizzarono nel 1524 nella Cattedrale della cittadina Lucana una magnifica cripta rinascimentale. Sulla famiglia dei nobili Napoletani, Ferrillo, tutto era noto, per aver ottenuto Matteo Ferrillo dal Re di Napoli, Ferdinando D’Aragona, il titolo di Signore di Acerenza, A Matteo Ferrillo era succeduto il figlio Giacomo Alfonso , che convolò a nozze con Maria Balsa una principessa che proveniva dai Balcani. Oggi siamo in grado di dare altre indicazioni e le conclusioni sono a dir poco sorprendenti. Spostiamo la nostra attenzione a Napoli, e a quello che ivi avvenne nel corso dell’ultima guerra mondiale precisamente nella Basilica_di_Santa_Maria_del_Carmine_Maggiore. Si premette che proprio in questa Chiesa esiste ancora oggi una delle cappelle della famiglia Ferrillo- Balsa. Nel 1670, dovendosi abbassare il pavimento della chiesa, furono trovate due casse di piombo: una portava l’iscrizione Regis Corradini Corpus, all’interno avvolto in un lenzuolo usurato dal tempo, lo scheletro con il teschio sul petto e una spada al fianco. Sull’altra cassa non vi era alcuna indicazione, cosa davvero curiosa ed inusuale. Le casse di piombo erano usate per personaggi importanti , quindi ben potrebbe appartenere ad un membro della famiglia Ferrillo, ma come mai non era indicato il nome ? Nel settembre del 1943 si presentò in chiesa un gruppo di soldati tedeschi delle SS agli ordini di Himmler intenzionati a portare via le due casse di piombo, si pensò quindi ai resti mortali di Corradino, e intimarono padre Elia Alleva (unico religioso rimasto in custodia del tempio) di mostrargli il luogo della sepoltura. Il religioso pensò bene di portarli nel luogo ove si trova ancora oggi la lapide, frantumata per chi sa quali motivi e mutila delle parti che hanno indotto all’errore. Il sesto rigo, inizia con le seguenti parole: il piedistallo. Manca evidentemente la parte precedente; secondo il Quagliarella la parola mancante è dietro, ma in realtà dovrebbe essere dentro il piedistallo. I tedeschi interpretarono la lapide mutila secondo le indicazioni di Quagliarella ed in pochissimo tempo tolsero il cancelletto che è davanti al monumento e spostarono la statua con tutto il piedistallo due o tre metri dal suo posto. Furono spezzate le tre lapidi che erano a terra ma senza trovare niente; non si arresero e fecero anche un grosso buco nel muro del pilastro alle spalle del monumento, anche stavolta senza esito positivo. Cosa cercavano in realtà le SS ? Com’è noto Himmler, insieme ad Hitler fu un fanatico dell’occulto e del paganesimo, stante la comune partecipazione giovanile alla Società Thule. Himmler si considerava come il fondatore di un nuovo Ordine pagano Neopaganesimo, che sarebbe giunto a diffondersi per tutta l’Europa. La grande passione per la storia tedesca, i cui ideali dovevano formare le nuove generazioni, spinsero Himmler a fondare la Ahnenerbe Forschungs und Lehrgermeinschaft (“Associazione per la ricerca e la diffusione dell’eredità ancestrale”), che avrebbe dovuto svolgere ricerche nel campo della storia antica. Questa associazione finanziò una serie di scavi alla ricerca di antiche presenze nordiche per tutta l’Europa e una missione tedesca in Tibet. Notissime le ricerche per l’acquisizione di reliquie , quali il Santo Graal, la spada di Longino, sicchè questa incursione a Napoli fa sorgere il dubbio che le SS andassero alla ricerca del corpo di Dracula, e si può ipotizzare che connessa fosse la ricerca dell’elisir della vita eterna, anche per il tramite del vampirismo . Forse Himmler voleva portare le reliquie nella la fortezza di Wewelsburg, quartier generale delle SS. , un vero sacrario, con decine di statue di Enrico I l’Uccellatore Enrico_I_di_Sassonia, di Federico di Hohenstaufen Federico_I_del_Sacro_Romano_Impero> e di reliquie ; la parte più importante era il “Sacrario dei defunti”, una sorta di rifacimento della tavola rotonda Tavola_Rotonda di re Artù, che doveva ospitare le spoglie dei 12 più importanti generali delle SS Himmler era noto per le sue teorie esoteriche ed in clebre discorso disse “ molto meglio essere pagani, che cristiani […] molto meglio adorare le entità tangibilmente presenti nella natura e quelle degli antenati, che non una divinità invisibile e i suoi fasulli rappresentanti in terra […] poiché un popolo che onora i propri antenati, e cerca di onorare se stesso, avrebbe sempre dato vita a nuovi figli e perciò avrebbe vissuto in eterno.». Le SS potrebbero quindi aver individuato la storia della figlia di Dracula, anche perché proprio Himmler in Italia organizzo una celebre cena con una nobile Lucana di Laurenzana, e possiamo quindi anticipare l’esistenza di questo un eccezionale documento che attesta l’interesse di Hitler e di Himmler proprio per la Basilicata . Ma di questo si parlerà in un altro articolo, per ora accenniamo solo a Himmlerchi e al suo ruolo nel nazismo hitleriano. Heinrich Luitpold Himmler è stato un criminale di guerra tedesco, e, tra i tanti incarichi, comandò la polizia e le forze di sicurezza del Terzo Reich (RSHA) o Ufficio centrale della sicurezza del Reich). Dopo la fuga all’estero e la caduta in disgrazia di R. Hesse (fino ad allora “delfino” del Hitler) nel 1941, Himmler fu considerato il numero due della Germania nazista assieme a H. Göring; essi erano gli ufficiali unici e ineguagliabili più alti in grado di tutte le forze tedesche di quel tempo, perciò considerati gli uomini più potenti e influenti dopo Hitler. Nel 1943 Himmler fu nominato Ministro dell’Interno del Reich. Come Göring, cercò di trattare la resa separata con gli alleati e perciò fu destituito da Hitler, ormai senza potere, nell’aprile 1945. Catturato dalle forze inglesi per essere giudicato, dal Tribunale militare internazionale di Norimberga, come criminale di guerra, si diede la morte con del cianuro il 23 maggio 1945. Fu uno dei maggiori responsabili della disumanità nazista come diretto organizzatore della “soluzione finale” della questione ebraica all’origine dell’Olocausto di 6 milioni di Ebrei. Himmler era attratto dalla ricerca dell’esoterismo, insieme ad Hitler ed altri. Tale ricerca tendeva a giustificare l’eroismo, negativo, dei capi nazisti che sarebbero stati motivati da antenati come i Templari ed altri eroi dell’umanità antica. Himmler educava con discorsi macabri e inneggianti all’occultismo, i suoi fedelissimi delle SS, che avrebbero poi obbedito ad ordini assurdi, secondo la comune morale. La ricerca della tomba di Dracula si inserisce in tale filone esoterico di Himmler. Ma perché cercò il Principe Vlad III detto Dracula a Napoli e non in Romania, forse dalla ricerca dei Templari? E non si sbagliava visto che i nobili di alto lignaggio Sigismondo, Aragona, Scanderberg, Vlad II e III erano stati eroi nazionali nel difendere con ardore l’Europa cattolica dal dominino degli Ottomani. Ma quali sono le fonti storiche su Maria Balsa e Dracula cui avrebbero avuto accesso? Grazie a questa prova di coraggio e in virtù delle sue abilità politiche dimostrate negli anni, intensissimi, che intercorsero dal 1450 alla data del conclave, Enea Silvio Piccolomini fu eletto pontefice il 19 agosto del 1458. Si schierarono in suo favore il cardinal Colonna e i due cardinali nipoti di Callisto III. Incoronato il 3 settembre, il nuovo papa scelse come nome pontificale “Pio” in omaggio non tanto a San Pio I, quanto al tanto amato Enea virgiliano, il cui appellativo era ”Pius”. Nonostante i soli 53 anni d’età, la salute del papa umanista non era buona: affetto da gotta e da altri acciacchi, Pio era consapevole del suo precario stato di salute, e proprio per questo motivo si buttò anima e corpo per realizzare il vasto piano di riforme e la creazione della grande coalizione europea volta a scacciare i turchi da Costantinopoli. Dopo aver riconosciuto Ferdinando d’Aragona (figlio di Alfonso V d’Aragona) quale erede al trono napoletano, nell’ottobre del 1458 Pio riunì un congresso dei rappresentanti dei principi cristiani a Mantova con la bolla Vocavit nos, per intraprendere un’azione comune contro i Turchi Ottomani che avevano conquistato definitivamente Costantinopoli e stavano per prendere possesso di tutto l’Impero bizantino, sotto la guida di Maometto II. A tal fine, il 19 gennaio 1459 il Papa istituì un nuovo ordine religioso cavalleresco, l’Ordine di Santa Maria di Betlemme. Il congresso invece fallì gli obiettivi per cui era stato ideato: Milano era assorbita dal tentativo di prendere Genova; Firenze consigliò cinicamente al Papa di lasciare che turchi e veneziani si logorassero a vicenda; i regni di Francia e Inghilterra erano impegnati l’uno nella lotta mortale con il Ducato di Borgogna, l’altro nella guerra civile (chiamata guerra delle due rose). Inoltre Luigi XI di Francia, risentito per il fatto che Pio II preferì Ferdinando d’Aragona al candidato francese Renato I d’Angiò per il trono di Napoli, continuò nella sua politica anti-romana sbandierando la pragmatica sanzione di Bourges del 1438, manifesto estremo del gallicanesimo francese. Infine, la Germania, dal Tirolo alla Pomerania, era agitata da complotti antipapisti e anti-imperiali. Pio II venne coinvolto suo malgrado in una serie di dispute con il re di Boemia e vertice del movimento hussita Giorgio Podiebrady, che aspirava a diventare re dei Romani al posto di Federico d’Asburgo. Il pontefice dovette fronteggiare anche Sigismondo conte del Tirolo, che si oppose alla linea riformatrice propugnata da Niccolò Cusano. Di fronte allo scarso interesse delle potenze occidentali a partecipare ad una nuova crociata contro gli Ottomani, Pio II fece circolare in Europa, a scopo polemico, una lettera al Sultano, Maometto II, in cui offriva al signore turco – una volta convertitosi al cristianesimo romano – il titolo di imperatore romano, per il quale in occidente nessuno era più degno agli occhi di Pio II. Convinto che il declino dell’influenza papale fosse dovuto all’aumentato prestigio dei Concili”, Pio II rinnegò il suo passato conciliarista in una serie di documenti ufficiali volti a rafforzare l’assolutismo spirituale del pontefice. Il più importante di questi fu sicuramente la bolla Execrabilis, pubblicata il 18 gennaio 1460, con cui Pio II condannava l’invocazione dei Concili contro l’autorità del Papa stesso. Non pago di questa ritrattazione ufficiale, Pio II il 26 aprile 1463 emise una seconda bolla, chiamata Bulla retractationis, nella quale il Papa pregava i suoi antichi avversari di “rifiutare Enea e dare ascolto a Pio”. Per usare le parole del Rendina. Pio II dovette usare le maniere forti contro suoi vassalli laziali e romagnoli tra cui i Malatesta, analogamente fece Vlad III contro alcuni dei suoi boiari (come la famosa Pasqua di sangue del 1461 Cronaca di Terminio 1500 circa. Il cronista storico Terminio, descrive Maria Balsa quale figlia del Desposta di Serbia, ed effettivamente la sorella di Andronica Commeno ( colei che porto la bambina in Italia) ,Angelina sposò Stefano- III Branković ,Despota di Serbia. E’ da specificare che Angelina Arianit Komneni e Stefano ebbero cinque figli tra i quali una di nome Maria (1466-1495), che pero’ sposò il marchese del Monferrato Bonifacio III. E’ evidente quindi che la nostra Maria non è la figlia del Desposta di Serbia.  Si tenga però a mente che un’altra figlia di Angelina, dal nome Milica (1554), sposò il voivoda di Valacchia Basarab V Neagoe. Altra cosa importantissima è che il fratello di Brankovic, fu l’ultimo alleato e amico di Dracula nella guerra contro i Turchi 1476, anno della sparizione di Vlad . Si può quindi tranquillamente pensare ad una adozione da parte di tale famiglia della figlia di Dracula, come era del resto uso nel mondo slavo. Cronaca del 1535. Un Testo del 1873: (Breve memoria de li discendenti de nostra casa Musachi. Per Giovanni Musachi, despoto d’Epiro. Published in: Chroniques gréco-romanes inédites ou peu connues publiées avec notes et tables généalogiques, ed. Charles Hopf, Berlin, 1873, p. 270 340. Translated from the Italian by Robert Elsie. First published in R. Elsie: Early Albania, a Reader of Historical Texts, 11th – 17th Centuries, Wiesbaden 2003, p. 34-55.] , la indica invece figlia di Comita Commena , settima sorella di Andronica , che andò a sposare Gojko Balsha Signore di Misia (remota regione dell’Asia Minore) , privo del grado di Voivoda. Gojko Balsa era infatti figlio di Đurađ, figlio illegittimo di Durad I signore di Zeta . La dinastia ufficiale dei Balsa si era infatti estinta con Balsa III nel 1421, che non aveva lasciato eredi, sicchè Gojko non poteva fregiarsi del titolo di Voivoda e tanto meno la di lui figlia. E tale riferimento non convince anche per altri motivi : Comita e Gojko Balsa, morirono in tarda età , non vengono mai menzionati dalla presunta figlia , non intervengono nella sede dei patti matrimoniali con i Ferrillo , e non vi era alcun motivo per il quale la religiosissima Maria Balsa, che si descrive quale orfana , dovesse interrompere drasticamente i rapporti con i genitori. Del resto Maria è indicata quale Principessa e figlia di un Voivoda, ed a ciò si aggiunga che la stessa non fa mai riferimento al titolo e ai possedimenti in Misia. Ma andiamo al 1531 per conoscere sulla dote romena di Maria Balsa. Occorre evidenziare che gli studiosi ritengono molto più attendibile un testo scritto del 1531 redatto in ambito familiare, vivente Maria, con valenza giuridica e dinastica, nel quale dovendo dare atto dei possedimenti in dote alla figlia di Maria Balsa, Donna Beatrice, in sposa del Principe Ferdinando Orsini, viene indicata la Romania. Il testo è riportato nello studio più prestigioso pubblicato sulla storia di Acerenza, e precisamente nel volume “La Cattedrale di Acerenza “ D’Elia / Gelao edizioni Osanna e pubblicato da Prandi nel 1958 alle pag. 289/290. Occorre poi considerare una altra circostanza: un altra sorella di Andronica, Donna Voisava aveva sposato il Giovanni Cernovichi (Černetić /Cernojevic), Signore di Montenegro e di Zeta. La loro figlia Caterina (Ekaterina e/o Catalina Černetić Principessa di Zeta) andò in sposa a Radu IV cel Mare (1467),Voivoda di Valacchia, figlio di Vlad Călugărul (Vlad il Monaco fratello di Dracula, i Vlad di Monaco detto il pio per la sua bontà): Radu IV successe al padre nel 1495 e restò al potere fino al 1508, anno in cui venne spodestato da Mihnea cel Rău, figlio naturale di Dracula l’Impalatore (cui condivise la nomea ed il fato) e di una non specificata nobildonna romena. Sono quindi evidentissimi i rapporti continui ed i comuni interessi tra i Commeni, i Brankoviuc ed i Dracula, evidenziati da ben due matrimoni, cui si aggiunse quello di Maria Despina, figlia di Despina, altra sorella di Andronica Commena che spòso Mircea III Dracul, Voivoda di Valachia, figlio di Mihnea “il cattivo” (cel Rău) cui subentrò. E’evidente quindi che la piccola Maria, fu indicata quale figlia di Angelina Commena o di Brankovic, sfruttando l’omonimia con la figlia di questa, al fine di farla entrare in Italia quale figlia di un Voivoda Slavo, quindi con il grado dovuto di Principessa. A questo punto, stante la rivendica dei possedimenti romeni nel 1531, l’ipotesi più plausibile è che la Maria Balsa, fosse pervenuta in Italia adottando il suo titolo di Signora di Barsa, citta della Transilvania, ed è verosimile che nel 1479/80 vi sia stato un accordo tra Donna Voisava Commena, Brankovic e Vlad il Monaco, fratello di Dracula, per sottrarre la bambina ad una sicura morte e per allontanarla dalla Romania, per evitare competizioni dinastiche. E’ innegabile che tra i Commena, Brankovic ed i Dracula ci fosse una stretta alleanza, stante ben tre matrimoni successivi, e non si può escludere che la misteriosa madre di Mihnea cel Rău, figlio dell’Impalatore, lo sia anche della nostra Maria, e che tale sai origine dei possedimenti in Romania che diversamente non avrebbero spiegazione. Stante la scomunica di Dracula, Maria non avrebbe mai potuto indicare tale discendenza in un paese cattolico, pena la perdita dei sacramenti, la possibilità di un matrimonio e della stessa protezione. Tuttavia il suo rango principesco doveva essere certo poichè le sue due figlie andranno in spose alle famiglie dei Principi più importanti del Regno, gli Orsini e i Gesualdo In merito alla tomba sepolcrale di Vlad III il mistero continua con Carlo Gesualdo da Venosa, grande artista dai costumi a dir poco curiosi, tanto da aver attirato l’attenzione , dello scrittore Helmut Krausser , tra i maggiori autori tedeschi contemporanei,che ha scritto sullo stesso un best seller dal nome la Musica del Diavolo (Barbera editore ). Se l’ipotesi circa la figlia di Dracula si rivelasse esatta, Gesualdo da Venosa sarebbe diretto discendente di Dracula, cui lo accomunano, abitudini e fatti a dir poco singolari. Gesualdo da Venosa era poi un grande amico del Principe di Sangro San Severo (famoso per il Cristo velato e per le sue passioni esoteriche) e di Torquato Tasso. Ma questa è un’altra storia, che però si collega alla prima e non è da trascurare in seguito. Adesso è il caso di concentrarsi sulla città cattedrale: fra storia e leggenda, la magica cripta del Duomo di Acerenza, che merita la ricerca della verità obliata. Della cripta e del duomo suddetto sono interessanti particolarmente aspetti del pilastro reggi-colonna nella Cripta del XVI sec.; sirena bicaudata con corona del XVI sec.; Volta della cripta cinquecentesca della Cattedrale di Acerenza (Pz), 1524. Il presunto profilo di Vlad Tepes III, il conte Dracula. S. Marina martire di Antiochia vince il demonio in forma di drago (part.) – Giovanni Todisco da Abriola, XVI sec., Cripta della Cattedrale di Acerenza (Pz); Al centro della facciata lo stemma con cimiero a foggia di drago della famiglia Ferrillo che nel ‘500 fece restaurare la cattedrale. Cripta della Cattedrale di Acerenza (Pz). Part. di pilastro con il doppio stemma Ferrillo-Balsa, 1524. La prima sensazione entrando nella cripta Ferrillo-Balsa della Cattedrale di Acerenza (Potenza) è stata – almeno per noi – quella di sentirsi improvvisamente proiettati fra le pagine di un libro. Sì, un libro. Precisamente quello da molti considerato il più bello del Rinascimento italiano: si tratta della Hypnerotomachia Poliphili (l’amoroso combattimento onirico di Polifilo); un romanzo allegorico edito nel 1499 da Aldo Manuzio il Vecchio, celebre umanista e tipografo veneziano; un’opera che un acrostico contenuto nel testo sembra attribuire al frate umanista Francesco Colonna, mentre le 172 xilografie che magnificamente lo illustrano sarebbero, azzarda qualcuno, di Andrea Mantegna. Anche ad Acerenza, nello spazio rettangolare della cripta, ci si muove in un universo di figure simboliche non meno fantasmagorico, nel quale l’immaginario pagano si fonde con quello cristiano fra centauri, sirene bicaudate, croci, démoni, santi e draghi. La cripta fu voluta nel XVI sec. dall’allora signore di Acerenza Giacomo Alfonso Ferrillo e da sua moglie Maria Balsa, figure determinanti per il restauro della cattedrale devastata qualche decennio prima da un terribile terremoto. Questo spazio sotterraneo e il turrito campanile sono gli elementi aggiunti a quel meraviglioso palinsesto di pietra che è il duomo di fondazione medievale. La cripta, come anticipato nel precedente articolo dedicato alla cattedrale di Acerenza, fu costruita sui resti del tempio pagano di Ercole Acheruntino e consacrata nel 1524, come si deduce dalla data incisa nella pietra sotto il timpano dell’ingresso a cui si arriva tramite due brevi rampe a gradini. E’ un significativo pezzo di Rinascimento nel cuore della Lucania, dove gli stilemi più tipici di questo straordinario periodo di fioritura delle arti appaiono per certi versi filtrati attraverso una patina di persistente arcaismo derivante dalla distanza fra parte del Sud (a Napoli però già le cose vanno diversamente) e i grandi flussi artistici europei. Forte infatti è ancora l’imprinting – soprattutto in alcuni elementi scultorei – del linguaggio espressivo del tardo medioevo. Ma ciò nulla toglie alla bellezza e al gusto con cui artisti e scalpellini locali seppero dar forma a questo che nelle intenzioni dei committenti doveva essere uno spazio funerario privato. Al nostro arrivo la cripta era al buio. Ma ci si è rivelata in tutta la sua bellezza non appena siamo riusciti a procurarci gli spiccioli per attivare il sistema di illuminazione. L’ambiente non è molto grande ma densa è la quantità di sollecitazioni estetiche e simboliche che vi piovono addosso appena vi ritrovate nel centro della sala la cui volta – affrescata a figure monocromatiche racchiuse in tondi su brillante fondo color azzurro lapislazzuli – è sorretta da quattro colonne antiche centrali, appartenute al tempio pagano di Ercole. Le pareti laterali sono abbellite da 4 affreschi di Giovanni Todisco da Abriola: una S. Marina martire d’Antiochia vincitrice del demonio in forma di drago; una adorazione dei Magi; un S. Matteo e un San’Andrea. Incassato nella parete di fronte all’ingresso è un piccolo vano che ospita quello che avrebbe dovuto essere il sarcofago di Giacomo Alfonso Ferrillo (sul coperchio si vedono gli stemmi Ferrillo e Balsa) ma che, a quanto pare, il legittimo titolare decise di conservare come semplice cenotafio, offerto in omaggio a S. Canio vescovo, titolare della cattedrale insieme all’Assunta. Stelle a cinque e a sedici punte, unitamente agli stemmi di famiglia, decorano la piccola volta a botte del vano, a sua volta circondato sui tre lati da una cornice con teste aggettanti di cherubini e, in alto, sulla parete di fondo, da due angeli a figura intera posti ai lati, a mo’ di guardiani, di un piccolo vano quadrangolare oggi murato; a cosa servisse non è dato saperlo, il che – potete immaginarlo – ha scatenato le più fervide fantasie intorno al suo possibile contenuto. Non dimentichiamoci che ci troviamo in zona a frequentazione templare ed a breve distanza da quella Forenza che alcuni studiosi ritengono essere il luogo delle lontane origini familiari di Hugues de Payns (o Ugo de’Pagani – 1070 ca. – 1136) cavaliere e fondatore dell’ordine dei Templari. A proposito di misteri e di storia accertata – due estremi di quel fantastico gioco che insieme alle bellezze ambientali rende particolarmente appetibili certe località del nostro amato Sud – vogliamo parlarvi dell’enigma che negli ultimi anni ha aleggiato intorno a questa cripta ricollegandola a uno dei personaggi più crudeli ed affascinanti della storia europea: Vlad Tepes III, voivoda di Valacchia (Romania), alias il Conte Dracula della elaborazione letteraria di fine ‘800 dovuta allo scrittore irlandese Bram Stoker. Si tratta di un collegamento che ha affascinato molti cultori del mistero ma che di recente – a nostro avviso legittimamente e plausibilmente – è stato sfatato ne “Il Lupo e la Cometa”, una piccola pubblicazione promossa dagli stessi responsabili della cattedrale di Acerenza ed intervenuta ad argomentare puntualmente ed in chiave confutativa, la suggestiva correlazione. Un mistero in meno che però nulla toglie alla bellezza del luogo. Ma vediamo di riassumere in breve la vicenda. La neo legenda. Due anni fa circa la televisione italiana si è occupata di una leggenda generata da un articolo relativo a ricerche condotte in un antico archivio privato lucano, secondo il quale la principessa Maria Balsa, andata in sposa al conte Ferrillo, Signore di Acerenza, altri non sarebbe che la figlia di Vlad Tepes III, più noto al mondo come Dracula, dal nome dell’Ordine del Drago (in rumeno ‘dracul’), del quale fece parte insieme ad altri importanti dignitari europei. Tutto sarebbe partito dal rinvenimento di un libro del 1666, intitolato “Della famiglia Dragona”, sulla cui base è stata analizzata la storia della famiglia dei Conti Ferrillo – Balsa, Signori di Acerenza, che nella Cattedrale hanno realizzato appunto la magnifica cripta rinascimentale in occasione del restauro dell’edificio danneggiato da un terremoto nel 1456. Premettiamo che i Ferrillo erano nobili napoletani, insediatisi poi in Basilicata, avendo Matteo Ferrillo ottenuto dal Re di Napoli, Ferdinando D’Aragona, il titolo di Signore di Acerenza. Morto Matteo nel 1499, gli successe il figlio Giacomo Alfonso, che presto convolò a nozze con una principessa proveniente dai Balcani, di nome Maria Balsa. La ragazza, orfana, sarebbe arrivata in Italia nel 1480, all’età di circa 7 anni al seguito di Andronica Cominata, moglie e vedova dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skandeberg, e di suo figlio, giunti profughi alla corte del loro alleato, il Re di Napoli Ferrante D’Aragona, sovrano che aderiva all’Ordine del Drago, una lega di mutuo soccorso nata proprio per contrastare l’espansione dei Turchi. Da qui la certezza di un sicuro asilo. Di questo ordine avevano fatto parte anche Vlad II e suo figlio e successore Vlad III Tepes, più noto come Dracula, nome derivato proprio dall’adesione all’Ordine e dall’aver – si dice – adottato nel suo blasone il simbolo del Drago. Al suo arrivo in Italia la ragazza era stata presentata come figlia della sorella della donna che l’accompagnava, e del Despota di Serbia. Ma è proprio questo il punto messo in discussione dai sostenitori della presunta origine romena della ragazza che si basano, per questo aspetto, su un documento del 1531: in altri termini Andronica l’avrebbe presentata come principessa serba per essere sicura di farle ricevere asilo, in quanto come figlia di Vlad – nel frattempo ucciso dagli scherani del suo successore – avrebbe certo avuto problemi in un paese cattolico come l’Italia dato che suo padre era stato già scomunicato dalla chiesa di Roma. Il seguito della storia sarebbe che Maria fu adottata dal re di Napoli pronto a darla in sposa al suo parente Giacomo Alfonso Ferrillo, considerato l’alto lignaggio della fanciulla. Dopo il matrimonio ritroviamo la donna intenta col marito a finanziare la ricostruzione della cattedrale di Acerenza con ben 16.000 ducati. I sostenitori della sua presunta origine romena dichiarano inoltre che lo stemma che compare sulla facciata della cattedrale di Acerenza, col drago nella parte alta, sarebbe un ibrido fra le armi della Balsa (il drago di presunta derivazione paterna) e quelle dei Ferrillo (scaglione sormontato da tre stelle e un elmo) sui quali la donna prevarrebbe per importanza di lignaggio. Lo stesso viene detto dello stemma doppio che compare su alcuni dei pilastri della cripta, ritenendosi che le figure a destra (alla sinistra dello scudo, in araldica) siano la stella e il drago, ritenute tipiche di Vlad. I riferimenti all’oscuro signore romeno però non terminano qui: secondo la citata ricostruzione, il suo volto sarebbe identificabile nel profilo maschile con barba ricurva, naso porcino e denti in vista, che appare nell’angolo posteriore sinistro del fregio che adorna le pareti della cripta. Vlad comparirebbe anche nelle vesti dell’uomo inginocchiato davanti alla Vergine con Bambino nel secondo affresco della parete sinistra, in una sorta di atto di contrizione per i propri peccati. Inoltre il cappello dell’uomo, adorno di perle, una parte del fregio del suo mantello e la pietra preziosa incastonata su una stella appesa al collo della Vergine, ricondurrebbero ad attributi simili presenti nella iconografia nota di Vlad III. In quest’ottica la cripta sarebbe una sorta di voto della Balsa in suffragio dell’anima del padre, a riscatto delle sue malefatte. Indizio rilevante è considerata poi anche la presenza di effigie di S. Giorgio e S. Andrea (molti sono ancora oggi i nomi romeni di Gheorghe e di Andrea), estranei all’area lucana, attuale Basilicata, e diffusi in Romaniae in tutta l’area balcanica.