Crea sito

Il Sistema solare ha un altro inquilino (2014 UZ224)

(Giuseppe PACE). PADOVA. Sono trascorsi circa 4 secoli da quando Galileo Galilei puntando il suo cannocchiale al cielo scopri le macchie solari, la superficie della Luna, i satelliti di Giove o pianeti medicei. Da Padova, dove visse i suoi migliori 20 anni (1582-1610), Galileo ebbe molti onori ed in particolare la protezione della Repubblica di Venezia, governata dal Doge, figura illuminata e non bigotta. Da Venezia, in Piazza San Marco, il Doge guardò il Sole e dichiarò di vedere le macchie. Era stato rivoluzionato il dogma della Chiesa che le stelle erano immacolate, senza macchie. Il Papa non poteva prendersela con il Doge, che era pur sempre un altro Capo di Stato, mentre con un professore, sia pure del calibro di Galileo si, infatti rientrato a Firenze lo costrinse all’abiura e ne determinò la fine con la povertà e la malattia. Ma la storia dell’Astronomia deve non poco a Galileo Galilei. Da poco tempo un nuovo pianeta nano è stato scoperto nel Sistema solare. Si trova oltre Plutone e ha un diametro di 530 chilometri. Se arriverà anche il riconoscimento ufficiale dell’Unione astronomica internazionale (Iau), 2014 UZ224 diventerà il sesto pianeta nano del Sistema solare, dopo Plutone, Eris, Haumea, Makemake e Cerere. Secondo gli astronomi, però, ce ne sarebbero ancore più di un centinaio da scoprire. Il condominio del Sistema solare si fa sempre più affollato: l’ultimo inquilino è il nuovo pianeta nano 2014 UZ224, un sasso spaziale del diametro di 530 chilometri appena scoperto alle spalle di Plutone dall’astrofisico David Gerdes, dell’Università del Michigan. Il primo riconoscimento ufficiale della nuova scoperta arriva dal Minor Planet Center, la massima autorità internazionale in materia, che opera presso lo Smithsonian Astrophysical Observatory (Sao). Il nuovo pianeta nano ‘2014 UZ224’ si trova a 13,7 miliardi di chilometri dal Sole e completa un’orbita in 1.100 anni terrestri. La sua presenza è stata individuata grazie a uno speciale strumento, chiamato Dark Energy Camera (DECam), che è stato commissionato dal Dipartimento per l’Energia del governo statunitense per mappare galassie distanti. Nell’ambito del progetto Dark Energy Survey, Gerdes ha cominciato a vagliare le mappe della DECam insieme ad un gruppo di studenti alla ricerca di nuovi oggetti celesti in movimento non ancora identificati nel Sistema solare: l’obiettivo è stato raggiunto grazie a un nuovo software che ha permesso di mettere a confronto osservazioni fatte a intervalli di tempo irregolari. Se arriverà anche il riconoscimento ufficiale dell’Unione astronomica internazionale (Iau), 2014 UZ224 diventerà il sesto pianeta nano del Sistema solare, dopo Plutone, Eris, Haumea, Makemake e Cerere. Secondo gli astronomi, però, sarebbero più di un centinaio quelli ancora da scoprire. Il primo riconoscimento ufficiale in merito a 2014 UZ224 è arrivato dal Minor Planet Center, la massima autorità internazionale in materia, che opera presso lo Smithsonian Astrophysical Observatory. 2014 UZ224 si trova a 13,7 miliardi di chilometri dal Sole e completa un’orbita in 1.100 anni terrestri. La sua presenza è stata individuata grazie a uno speciale strumento, chiamato Dark Energy Camera (DECam), commissionato dal Dipartimento per l’energia del governo statunitense per mappare galassie distanti. Gerdes ha cominciato a vagliare le mappe con degli studenti, alla ricerca di nuovi oggetti celesti in movimento non ancora identificati nel Sistema solare. Gerdes lo ha individuato alle spalle di un altro pianeta nano, Plutone, “declassato” nel 2006 dall’Unione astronomica internazionale. Il diametro dello stesso Plutone è di circa 2.280 chilometri, mentre quello di 2014 UZ224 è di circa 530. Per avere un’idea delle dimensioni, il diametro della Terra è di 12.472 chilometri. Quello della Luna è di 3.474 chilometri. La fonte primaria è un interessante articolo di Batygin e Brown, del Caltech (California Istitute of Technology) pubblicato sull’Astronomical Journal. Lo studio dei due ricercatori è meramente teorico; non è stato fisicamente osservato alcun nuovo pianeta. Sebbene quindi l’approccio sia puramente fisico-matematico, è comunque interessante e insieme possiamo cercare di capire meglio la situazione. Negli ultimi anni si sono continuati a scoprire nuovi corpi celesti remoti. Molti di questi fanno parte della grande famiglia chiamata fascia di Kuiper (detti KBO, Kuiper Belt Objects): un serbatoio di oggetti ghiacciati, delle vere e proprie potenziali comete giganti, il cui capostipite è Plutone. Altri corpi celesti sono ancora più interessanti perché sembrano essere un collegamento tra la fascia di Kuiper e il gigantesco alone che circonda tutto il Sistema Solare, fino a oltre un anno luce di distanza, chiamato nube di Oort. Il capostipite di questi oggetti è Sedna, un corpo celeste alquanto misterioso che ha un’orbita molto allungata che lo porta fino a quasi 146 miliardi di km dal Sole. Il numero crescente di corpi celesti, in particolare di nuovi KBO, ha permesso ai ricercatori del Caltech di cominciare a fare uno studio statistico approfondito sulle loro proprietà orbitali. In pratica hanno tracciato le orbite di tutti questi corpi celesti e hanno cercato di capire se ci fosse qualcosa che li accomunasse. Con un po’ di sorpresa hanno scoperto che i corpi della fascia di Kuiper finora conosciuti tendono ad avere un’orientazione delle orbite concentrata attorno ad alcuni valori particolari. Poiché la fascia di Kuiper si pensa essere costituita da milioni di corpi celesti che possiedono orbite differenti e che non dovrebbero avere alcun collegamento le une alle altre, il fatto che invece queste sembrano avere delle proprietà comuni ha fatto venire più di un sospetto. Inoltre, Batygin e Brown hanno scoperto (e dimostrato) che non solo questi corpi celesti hanno orbite con orientazioni simili ma non sono neanche disposti in modo uniforme nello spazio, preferendo raggrupparsi in determinate regioni. Insomma, i KBO, come gli esseri umani, preferiscono stare in gruppi. Se per noi è una cosa normale, per degli oggetti grandi decine o centinaia di chilometri, non dotati di cervello, non è scontato, anzi. Calcoli alla mano, infatti, la probabilità che questi corpi celesti abbiano assunto in modo casuale questa disposizione orbitale è dello 0.007%. Esagerando un po’, in pratica è come mischiare un mazzo di 52 carte e sperare che casualmente queste si dispongano tutte in fila: difficile, molto difficile. Se quindi dovessimo trovare un mazzo in cui tutte le carte fossero messe in ordine crescente e divise per semi, cosa ci verrebbe da pensare? Che non c’entra il caso: qualcuno le ha ordinate di proposito. A una conclusione del genere sono arrivati i due ricercatori del Caltech: qualcosa, molto probabilmente, ha ordinato le orbite altrimenti disordinate degli oggetti della fascia di Kuiper. Ma chi è stato a mettere ordine in questa remota stanza del Sistema Solare e a mantenerlo per miliardi di anni? Dopo complesse simulazioni al computer, Batygin e Brown sono arrivati a una possibile soluzione. Se si inserisce nel Sistema Solare esterno un pianeta 10 volte più massiccio della Terra e lo si colloca nella giusta orbita, questo può svolgere la mansione che mia madre, per 19 lunghi anni, ha sperato io facessi con la mia stanza. Da qui la previsione, del tutto teorica, che nella periferia del Sistema Solare potrebbe trovarsi un altro pianeta, che è sfuggito a tutte le osservazioni fatte fino a questo momento. Tra tutti gli scenari esplorati, questo sembra essere quello che, sulla base delle attuali conoscenze delle periferie del Sistema Solare, appare più probabile. Come potete vedere, la scoperta trionfale con cui è stato annunciato il nuovo corpo celeste si è ridimensionata, anche se lo studio effettuato è molto intrigante e non fa che confermare le sensazioni di molti planetologi. Il nuovo pianeta spiegherebbe in modo naturale il flusso di nuove comete dalla nube di Oort, il comportamento bizzarro delle orbite di Sedna e della famiglia che si porta appresso e anche la presenza di alcuni oggetti della fascia di Kuiper con orbite fortemente inclinate. Insomma, mettendo ad hoc un pianeta con queste caratteristiche per giustificare l’allineamento orbitale degli oggetti della fascia di Kuiper, molte delle anomalie presenti e passate dei corpi celesti remoti si spiegherebbero in modo relativamente semplice. Naturalmente, tra l’ipotizzare qualcosa che riesce a spiegare delle anomalie di un gruppo di oggetti che conosciamo a malapena (e a cui mancano ancora migliaia, se non milioni, di corpi all’appello) e parlare di scoperta c’è di mezzo il metodo scientifico, ovvero l’osservazione di questo fantomatico pianeta. Sono gli stessi Batygin e Brown a concludere il loro articolo con una chiamata alle armi, come per dire: “Signori, questi sono i nostri calcoli, ora cerchiamo il pianeta e vediamo se c’è o no”. Il pianeta ipotizzato potrebbe essere una superterra, un oggetto che si pensa sia una via di mezzo tra un corpo roccioso e un pianeta gassoso. Di superterre ne conosciamo diverse in altri sistemi stellari ma non abbiamo idea delle loro caratteristiche perché non ne abbiamo a disposizione (a questo punto FORSE) nel Sistema Solare. Un simile oggetto non dovrebbe essere difficile da rivelare con i moderni grandi telescopi date le sue, ipotetiche, generose dimensioni e un’orbita che non dovrebbe essere troppo diversa da altri, remoti KBO (e qui lancio un dubbio che tra poco proverò a spiegare: abbiamo scoperto oggetti di qualche centinaio di km di diametro con un’orbita simile, come ha fatto a sfuggire un pianeta che risulterebbe migliaia di volte più brillante?). Il grosso problema sarà riconoscerlo tra le milioni di stelle del cielo. Come si fa infatti a distinguere una stella da un pianeta tanto lontano che risulterebbe sempre un punto indistinto? L’unico modo è osservarlo per un intervallo di tempo sufficientemente lungo e rivelare il lento moto attraverso le stelle, segno che si tratta di un corpo celeste molto più vicino che orbita attorno al Sole. Intanto le scoperte astronomiche si susseguono. la NASA terrà una conferenza alle ore 19 italiane del 22 febbraio 2017 in cui rivelerà nuove scoperte compiute “al di là del nostro Sistema Solare”. Nella nota mancano riferimenti dettagliati su quello che possiamo attenderci, ma si parla solamente di “nuove scoperte su pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal nostro Sole, chiamate esopianeti”. E c’è già chi parla di un annuncio legato ad altre forme di vita extra-terrestri, ma sarebbe meglio aspettare altri dettagli utili. Per ora la vita la conosciamo esistere solo sul pianeta Terra, che ospita la vita da 3,6 miliardi di anni e l’Homo sapiens da meno di mezzo milione di anni.