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I GRAVI DANNI DELLA LIBERALIZZAZIONE DELLA CANNABIS

(Gianluca MARTONE) E’ arrivata in aula alla Camera lo scorso 25 luglio la legge sulla legalizzazione della cannabis. A Montecitorio le commissioni congiunte di Giustizia e Affari sociali hanno adottato il testo unico da portare in votazione ai deputati, il cosidetto «testo Giachetti», sebbene quella proposta sia stata in realtà materialmente redatta da un folto intergruppo formato da deputati e senatori creato e coordinato dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova. Come funzionerebbe la legge? Il testo in pillole cambia molto le attuali regole sulla detenzione della cannabis, partendo dal concetto di legalizzarla. E così sarà possibile tenere in casa fino a quindici grammi di cannabis senza dover chiedere il permesso a nessuno, né comunicare alcunché a enti e autorità. Se invece si sta in giro e non a casa la quantità lecita di possesso scende a cinque grammi. Si possono anche derogare questi limiti, ma l’importante in questo caso è dimostrare che il possesso di cannabis è per uso terapeutico e non ricreativo. Particolare la regolamentazione relativa alla coltivazione (prevista nella legge all’articolo 1). O, meglio, l’autocoltivazione. Nella legge di oggi è completamente proibita, nel testo Giachetti si prevede la possibilità di coltivare fino a cinque piantine e anche quella di coltivarle in forma associata sul modello spagnolo dei «cannabis social club».

Questa iniziativa legislativa ha suscitato molte polemiche. Per la presidente di Scienza & Vita, Paola Ricci Sindoni, si tratta soltanto dell’“ennesimo atto di un’offensiva che perdura da anni, volta alla liberalizzazione delle droghe. Ma uno Stato che rende lecito un comportamento dannoso non fa il bene dei propri cittadini e di questo se ne deve assumere la responsabilità”. Sono noti gli effetti deleteri di questa droga – prosegue Ricci Sindoni – chiamata falsamente ‘leggera’ e l’espressione per ‘uso ricreativo’ è una ingenuità ipocrita che nasconde dietro le parole le drammatiche conseguenze del suo uso irresponsabile. Allo stesso modo, liberalizzare tout court evoca un messaggio pericoloso: che la droga non fa male e che lo spinello, in fondo, è innocuo. Una legge non dovrebbe forse avere anche un fine educativo?” Un conto è prescrivere farmaci cannabinoidi in determinate condizioni di gravi disturbi, tutt’altro è giocare in maniera volutamente ambigua con la scarsa dimestichezza dei non addetti ai lavori e contrabbandare la cannabis come panacea in grado di curare le più svariate patologie”, ha aggiunto la presidente di Scienza & Vita. Non è inusuale, soprattutto sui social network, leggere false informazioni ed esagerazioni legate alle proprietà terapeutiche della cannabis che ne dovrebbero favorire una pronta liberalizzazione, dimenticando che persino un banale antibiotico si assume solo sotto controllo medico. Intrecciare due livelli differenti – quello medico e quello legato all’uso indiscriminato della droga – serve solo a intorbidire la verità dei fatti avvolgendola in una sconcertante confusione”, ha poi concluso Ricci Sindoni.Secondo il presidente del Centro Italiano di Solidarietà “Don Picchi”,invece, la nuova proposta per legalizzare la cannabis è “demagogica e disastrosa” e “rischia di minare alla base la coesione sociale del Paese”. In questo momento – prosegue Mineo – l’Italia ha bisogno di un cambio di passo da parte della politica che rimetta al centro di ogni azione la persona umana con i suoi inalienabili diritti e non i proclami populistici e liberisti che non porteranno nulla di positivo se non una maggiore insicurezza e profondi conflitti sociali. Per questo motivo noi ci dichiariamo contrari alla liberalizzazione dell’uso di droghe di qualsiasi genere”. La legalizzazione delle droghe leggere – aggiunge il presidente del CEIS “Don Picchi” – avrà lo stesso effetto negativo del fenomeno del gioco d’azzardo e la crescita di nuove forme di povertà e di criminalità. Per questo motivo credo doverosa una riflessione da parte di chi è in Parlamento prima di prendere decisioni che rischierebbero altrimenti di aggravare ulteriormente la complessa situazione sociale ed economica in Italia”. Tutto questo se dovesse diventare legge, avrà a nostro avviso un alto costo sociale soprattutto perché aprirà idealmente la porta al consumo di droghe più pesanti e devastanti. In tale contesto, non può assolutamente passare l’idea che una consuetudine pur se sbagliata, come l’uso di cannabis, debba diventare legge”, ha poi concluso Mineo”.
«Legalizzare la cannabis è un errore, provoca danni sociali per miliardi». Parola di Antonio Maria Costa, classe 1941, per anni direttore a Vienna dell’Ufficio Onu per la lotta a droga e criminalità organizzata.In un intervento pubblicato ieri dalla Stampa, Costa spiega innanzitutto come la «cannabis danneggia la mente», frenando il funzionamento dei recettori sensoriali. Se il rischio di danno psichico è pari al 10% in media, nei giovani che consumano in modo «saltuario» la marijuana «sale al 20%», mentre per i giovani che ne fanno uso abituale si va dal 20% al 50%. Purtroppo il consumo è sempre più frequente a causa della diminuita percezione dei rischi nei giovani, dovuta anche ai «mezzi di info-trattenimento (media, musica e cinema) glorificano la droga, fino a deriderne il rischio». Il risultati è che solo il 40% di giovani europei e americani (dieci anni fa erano l’80%) pensa che la marijuana sia dannosa. Non a caso, «in Italia e Spagna, dove l’apprezzamento del rischio tra i giovani è basso (36%), il consumo è più alto (28%). A livello europeo, 3 milioni di persone fanno uso quotidiano di cannabis, e 10% di loro (circa 300 mila) necessitano di cure ospedaliere». Negli Stati Uniti la marijuana, senza i tanti giri di parole che si leggono sui nostri quotidiani, è stata legalizzata per soldi e «la lobby pro-droga fa milioni vendendo l’erba e ingegnosi derivati». I consumi però sono aumentati e non solo. Conclude Costa: «In Colorado l’uso tra i giovani è salito dal 27% al 31% (contro il 6-8% della media nazionale), la richiesta di assistenza al Pronto soccorso è aumentata del 31%, i ricoveri in ospedale del 38%. In crescita anche i morti su strada. Malgrado le buone intenzioni del legislatore, il mercato illecito prospera (40% del consumo), mentre gli introiti fiscali languiscono all’1% (110 milioni di dollari, su un bilancio di 11 miliardi)».Se si aggiunge, come ben spiegato da Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro che vive sotto scorta per le sue inchieste contro la ‘ndrangheta, che la legalizzazione non danneggia affatto le mafie («Il guadagno che si sottrarrebbe alle mafie è quasi ridicolo», con buona pace di Saviano), si capisce bene che la proposta di Benedetto Della Vedova è del tutto strumentale.
“C’è una schizofrenia: da una parte cresce vertiginosamente il proibizionismo sulla nicotina e il consumo del tabacco viene represso, colpevolizzato, scoraggiato e dall’altra si decide di immettere sul mercato una sostanza immensamente più pericolosa: non si capisce sulla base di quale logica”. Così Alessandro Meluzzi, psichiatra e criminologo, sull’approdo in parlamento della legge sulla liberalizzazione della cannabis. Nell’intervista con Intelligonews spiega il suo no sul piano scientifico puntando la lente sull’aumento di consumo tra gli adolescenti. “No, perché penso che legalizzare la cannabis voglia dire semplicemente aumentare e rendere più massiccio il consumo di tetra-idrocannabinolo nei giovani. Non è una sostanza innocua, è un psico-dislettico, modifica la percezione del tempo, dello spazio, peggiora immensamente le performance di guida e Dio sa quanti giovani finiscono vittime di incidenti stradali, ha un’interazione perfetta con l’alcol che i giovani assumono massicciamente e, soprattutto, l’aumento della successibilità non può che comprovatamente aumentare il consumo. E’ una stupidaggine dire che se una sostanza diventa più accessibile è meno appetibile. Il contrario: diventa più consumata, inserita all’interno di un circuito di consumo ordinario e così come i giovani la sera del sabato non si accontentano di bere una birra ma ne bevono dieci, per poter sbordare, alla fine per poter sperimentare quella sensazione di sballo e di abbandono, non essendo più sufficiente un’assunzione industriale di tetra-idrocannabinolo, si tenderà per una specie di corsa agli armamenti, ad assumere altre sostanze ancora più pericolose: cocaina, crack”. “Si comprova il fatto che l’accesso alle sostanze avvenga maggiormente in età sempre più basse e in quantità sempre più elevate e in concentrazione nel prodotto che viene venduto, tipo hashish, circa 20 volte quello che qualche decennio fa. C’è un incremento di dosaggio perché c’è anche un meccanismo di tolleranza, nel senso che per poter avere lo stesso effetto sul cervello provi a incrementare la dose. E’ un meccanismo pericolosissimo, perverso, che produce effetti molto negativi e che tra l’altro, se c’è una predisposizione, contribuisce a slatentizzare la psicosi. E chi dice che è una sostanza che va bene per i malati terminali, dice una cosa vera ma un ragazzo a 14 anni non è un malato terminale”. “Non abbiamo studi prospettici su un periodo così lungo, cioè su una persona che si è fatta 50-60 anni di canne, anche perché molti di quelli che si facevano le canne da giovani sono poi diventati tossicomani. E’ difficile trovare qualcuno che si è fatto 50 anni di canne di cui si possa parlare come di un pensionato sano”. C’è una cosa che trovo singolare. Da una parte cresce vertiginosamente il proibizionismo che riguarda la nicotina; cioè il consumo del tabacco viene represso, colpevolizzato, scoraggiato e dall’altra nel frattempo si decide di immettere sul mercato una sostanza immensamente più pericolosa. C’è una schizofrenia: il proibizionismo in materia di sigarette e la liberalizzazione in materia di canapa. Non si capisce sulla base di quale logica. E’ un atteggiamento politcally correct californiano… L’oncologo Umberto Tirelli in un’intervista su Tempi ha illustrato i gravi rischi per la salute connessi all’uso marijuana. E critica il collega Veronesi che elogia l’antiproibizionismo come moltiplicatore di introiti fiscali: «Non si possono dire cose simili a cuor leggero» Secondo il medico, direttore del dipartimento di Oncologia medica e primario della divisione di Oncologia medica A al Centro di riferimento oncologico (Cro), Istituto nazionale tumori di Aviano (Pn), le argomentazioni usate per portare avanti quella che lui definisce «una follia indifendibile», non reggono. «Ad esempio – dice a tempi.it – come si fa a sostenere che la soluzione alla diffusione della droga sia legalizzarla? Stiamo contraddicendo perfino la logica più semplice». Come si fa a non capire che se l’uso della droga diventerà legale il problema aumenterà? Allora, visto che gli omicidi proseguono nonostante la legge li punisca, perché non li legalizziamo? Perché non si fa lo stesso ragionamento con il femminicidio, i furti e tutti i comportamenti ingiusti e quindi perseguibili? Inoltre, si alimenterebbe comunque un altro mercato proibito, fatto di sostanze nuove, come quelle chimiche. Altrettanto assurdo è sostenere che è giusto legalizzare la marijuana perché anche l’alcol e il fumo non sono proibiti. È come dire: risolviamo questi problemi aggiungendone un altro che è pure peggiore, dato che alcol e fumo non sono nocivi quanto lo è la marijuana. La marijuana, a differenza del tabacco, può provocare alterazioni cerebrali, senza contare le conseguenze a medio e lungo termine sulla funzionalità del cervello e sul sistema immunitario. La cannabis poi danneggia i polmoni in maniera molto più violenta del tabacco, aumenta il rischio di cancro, indebolisce le facoltà cognitive, la memoria, l’attenzione, e quindi fa aumentare il rischio di incidenti stradali. Aggiungerei che, contrariamente a quanto si pensa, i giovani sono molto inclini ad assuefarsi. La marijuana li rende ansiosi, angosciati, sonnolenti, il che si ripercuote sul loro rendimento scolastico, sui rapporti interpersonali e sulla loro vita in generale. Infine, aumentano i casi di schizofrenia. Se negli anni Settanta la quantità di principio attivo della cannabis era del 5 per cento, oggi siamo al 50-80. Non esistono droghe leggere e la cannabis è superpotente, spacciata soprattutto fra i giovani incoscienti dei rischi che corrono. Persino il quotidiano britannico The Independent, dopo aver condotto per anni una campagna antiproibizionista, nel 2007 fece pubblica ammenda, spinto proprio dai dati allarmanti che hanno dimostrato il collegamento fra uso di cannabis e schizofrenia. Tutti gli studi scientifici più seri rilevano gravi problemi vascolari alle arterie del cervello. Per quanto riguarda il cancro, invece, la British Lung Foundation tre anni fa ha pubblicato un rapporto in cui emerge come il rischio di tumore al polmone provocato dalla cannabis è 20 volte maggiore rispetto a quello causato dalla sigaretta. Ci vuole un gran coraggio per mettere nero su bianco una proposta del genere. In questo modo nell’immaginario collettivo si abbassa la percezione della pericolosità della cannabis, ma sopratutto si fanno affermazioni che non hanno nulla a che vedere con la scienza: l’uso terapeutico della marijuana riguarda l’assunzione di compresse con effetti del tutto differenti dallo spinello. Se i politici avessero davvero a cuore i malati, anziché liberalizzare la cannabis farebbero pubblicità a determinati farmaci, la cui efficacia nella terapia dolore è di gran lunga superiore. Di sicuro il problema dei giovani esiste. Ma se volessimo risolverlo credo che tutti, dai genitori ai medici fino ai politici, per prima cosa dovrebbero opporsi con forza all’uso delle droghe e alla loro legalizzazione. È come dire: lo Stato si arricchisce sulla pelle dei suoi cittadini e noi siamo contenti. Non si possono fare affermazioni simili a cuor leggero. Sì, con la legalizzazione lo Stato risparmierà anche i vent’anni di pensione che non dovrà pagare a quanti moriranno di tumore, ma a lungo andare uno scenario del genere sarà deleterio per tutti, perché avremo una società debole, fatta di drogati, malati e schizofrenici. Anche Papa Francesco si scaglio’ nel 2013 a Rio De Janeiro durante la GMG contro la liberalizzazione delle droghe con queste durissime parole:” “Oggi, in questo luogo di lotta contro la dipendenza chimica – ha detto Francesco – vorrei abbracciare ciascuno e ciascuna di voi, voi che siete la carne di Cristo. Abbracciare. Abbiamo tutti bisogno di imparare ad abbracciare chi è nel bisogno, come san Francesco. Spesso, invece, nelle nostre società ciò che prevale è l’egoismo. Quanti “mercanti di morte” che seguono la logica del potere e del denaro ad ogni costo! La piaga del narcotraffico, che favorisce la violenza e semina dolore e morte, richiede un atto di coraggio di tutta la società. Non è con la liberalizzazione dell’uso delle droghe, come si sta discutendo in varie parti dell’America Latina, che si potrà ridurre la diffusione e l’influenza della dipendenza chimica. È necessario – ha aggiunto il Papa – affrontare i problemi che sono alla base del loro uso, promuovendo una maggiore giustizia, educando i giovani ai valori che costruiscono la vita comune, accompagnando chi è in difficoltà e donando speranza nel futuro”. Poi il Papa ha continuato: “Ma abbracciare non è sufficiente. Tendiamo la mano a chi è in difficoltà, a chi è caduto nel buio della dipendenza, magari senza sapere come, e diciamogli: puoi rialzarti, puoi risalire, è faticoso, ma è possibile se tu lo vuoi. Cari amici, vorrei dire a ciascuno di voi, ma soprattutto a tanti altri che non hanno avuto il coraggio di intraprendere il vostro cammino: sei protagonista della salita; questa è la condizione indispensabile! Troverai la mano tesa di chi ti vuole aiutare, ma nessuno può fare la salita al tuo posto. Ma non siete mai soli! La Chiesa e tante persone vi sono vicine. Guardate con fiducia davanti a voi, la vostra è una traversata lunga e faticosa, ma guardate avanti”.
“La legalizzazione non farà male alle mafie. Nessuno può garantire che un pilota di aereo che si fa 4 canne sia perfettamente lucido. In età evolutiva comporterà dei problemi: i ragazzi già oggi sono abbastanza ‘accannati’ e poi l’uso crescerà…”. “E’ evidente che la cannabis produce un effetto nell’organismo e l’effetto dipende anche dalla risposta individuale che va da zero alla psicosi”. Concetti che Paolo Crepet, psichiatra, mette in fila e argomenta nella conversazione con Intelligonews. “Non conosco il testo nel dettaglio ma penso che non farà molto male alla criminalità organizzata, perché le organizzazioni malavitose di 5 grammi di marjuana non gli interessa nulla; il business lo fa con la cocaina, l’eroina, con le droghe di sintesi. Per quanto riguarda l’uso terapeutico non ho alcun dubbio a essere d’accordo, ma l’uso terapeutico è una cosa specifica”. “Non credo che nessuno possa garantirlo. Questo poi non so cosa voglia dire per il futuro… io non prenderei un aereo con un pilota che si è fatto quattro canne. Del resto, avrei paura anche ad andare in autostrada sapendo che ci possono essere dei camion o auto con persone che hanno ‘fumato’. Credo che ci sia un pericolo oggettivo anche perché chi dice che la cannabis non fa niente allora mi deve spiegare perché la compra. E’ evidente che fa e quello che fa dipende anche dalla risposta individuale che va da zero alla psicosi. Chi fa il mio mestiere sa che c’è un certo numero di casi in cui l’uso della cannabis ‘slatentizza’, cioè fa emergere un nucleo psicotico che c’è e che fino a quel momento non si è sviluppato. A me sfugge il pro di questa cosa, non capisco proprio a che pro e chi ci guadagna. Se vogliamo dire che come è stato tante volte detto, che la legalizzazione taglia i piedi alla camorra e alla mafia, questa è una pia illusione; non credo che Matteo Messina Denaro piangerà tutta la notte una volta fatta questa legge. Dal punto di vista educativo, poi, mi sembra una cosa abbastanza inquietante…”. “La marijuana ha effetti comportamentali noti: abbassa la soglia dell’attenzione e della memoria, è un antidolorifico, quindi tutto quello che è necessario per non fare niente”. “Se lo Stato italiano dice che si possono fare le canne, domani non si potrà dire a qualcuno che anziché 4 se ne fa 5 io ti do l’ergastolo… Nel momento in cui questa cosa è ammessa, evidentemente è ammesso anche un certo uso. In età evolutiva questo comporterà dei problemi, ma del resto lo vediamo già oggi perché i ragazzi sono già abbastanza ‘accannati’ adesso…”. Liberalizzare la droga per combattere il traffico clandestino? «È da dilettanti di criminologia».
Sono le parole con cui Paolo Borsellino nel 1989 rispondeva ad una domanda che una ragazza le faceva durante un incontro pubblico a Bassano del Grappa. Già allora si pensava che la soluzione migliore per mettere il bastone tra le ruote alla mafia nei suoi affari di sostanze stupefacenti fosse legalizzare la droghe leggere, così da sottrarre alle organizzazioni criminali questo mercato. L’analisi che fece il giudice palermitano è molto chiara, e risulta valida ancora oggi che si torna a parlare di legalizzazione della marijuana. «Forse non si riflette che la legalizzazione del consumo di droga non elimina affatto il mercato clandestino, anzi avviene che le categorie più deboli e meno protette saranno le prime ad essere investite dal mercato clandestino». Inevitabile sarebbe creare fasce che non potrebbero accedere a questi prodotti, che sarebbero quelle più deboli su cui la criminalità tenterebbe di costruire i propri traffici: «Resterebbe una residua fetta di mercato clandestino che diventerebbe estremamente più pericoloso, perché diretto a coloro che per ragioni di età non possono entrare nel mercato ufficiale, quindi alle categorie più deboli e più da proteggere. E verrebbe ad alimentare inoltre le droghe più micidiali, cioè quelle che non potrebbero essere vendute in farmacia non fosse altro perché i farmacisti a buon diritto si rifiuterebbero di vendere. Conseguentemente mi sembra che sia da dilettanti di criminologia pensare che liberalizzando il traffico di droga sparirebbe del tutto il traffico clandestino e si leverebbero queste unghia all’artiglio della mafia».
Nel libro” Libertà dalla droga”, scritto dal medico Giovanni Serpelloni, attivo da trent’anni nell’ambito delle neuroscienze, con la collaborazione del giurista Alfredo Mantovano e del sociologo Massimo Introvigne e pubblicato dalla casa editrice Sugarco nello scorso mese di aprile, sono stati confutati tutti i punti di vista (giuridico, scientifico e sociologico), votati alla sistematica minimizzazione del problema delle droghe e favorevoli alla loro liberalizzazioni. Ecco alcuni passaggi significativi dell’opera. “Dagli studi scientifici esaminati, risultano evidenti le gravi conseguenze, ad oggi troppo sottovalutate, che possono comparire a seguito dell’uso di [cannabis] e dei suoi derivati. Tali conseguenze sono tanto più gravi quanto più precoce è l’inizio dell’assunzione e quanto maggiori sono la frequenza e la durata dell’uso Secondo uno studio longitudinale di coorte (1.265 soggetti: nascita-25 anni), condotto in Nuova Zelanda da Fergusson (2006), la variabile “età di inizio” gioca un ruolo chiave: a 15 anni coloro che consumano cannabis settimanalmente hanno una probabilità di passare all’uso di altre sostanze illecite 60 volte maggiore rispetto a chi non la usa; a 25 anni, la probabilità si abbassa a 4. (…) Anche considerando le variabili legate alla devianza sociale, chi usa marijuana ha 3-5 volte più probabilità di usare altre droghe illecite, rispetto a chi non la usa (Rebellon, 2006). (…) Le alterazioni cerebrali Secondo Ameri (1999), la tossicità della marijuana è stata sottovalutata per molto tempo. Tuttavia, recenti scoperte hanno rivelato che il principio attivo della cannabis (Thc, ndr) induce la morte cellulare con restringimento dei neuroni e la frammentazione del Dna nell’ippocampo. Le evidenze in letteratura indicano che l’esposizione ai fitocannabinoidi può alterare la sequenza temporalmente ordinata di eventi che si verificano durante lo sviluppo dei neurotrasmettitori, oltre ad incidere negativamente sulla sopravvivenza e sulla maturazione delle cellule nervose. (…) L’uso prolungato di cannabis in adolescenza o nella prima età adulta è pericoloso per la materia bianca cerebrale secondo uno studio (Zalescky et al., 2012) che, per la prima volta, ha indagato specificatamente il suo impatto sulla connettività delle fibre assonali attraverso la risonanza magnetica. È emerso che la connettività assonale risulta compromessa nelle seguenti aree cerebrali: fimbria destra dell’ippocampo (fornice), splenio del corpo calloso e fibre commissurali che si estendono fino al precuneo. È stata inoltre riscontrata un’associazione tra la gravità delle alterazioni e l’età in cui ha avuto inizio l’uso regolare di cannabis. L’uso precoce e prolungato di cannabis risulta quindi particolarmente pericoloso per la materia bianca del cervello in fase di sviluppo, portando ad alterazioni della connettività cerebrale che, secondo gli sperimentatori, potrebbero essere alla base dei deficit cognitivi e della vulnerabilità ai disturbi psicotici, depressivi e d’ansia dei consumatori di cannabis. Sotto effetto della cannabis, l’attività cerebrale diventa scoordinata e imprecisa, portando a disturbi neurofisiologici e comportamentali che ricordano quelli osservati nella schizofrenia. È quanto afferma uno studio inglese condotto dai neuroscienziati dell’Università di Bristol, e pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience. (…) Secondo uno studio (Heron J., Barker Ed., Joinson C., et al., 2013), volto ad indagare i fattori di vulnerabilità associati all’uso di cannabis, l’uso di cannabis sarebbe associato al disturbo della condotta, caratterizzato da comportamenti antisociali e da violazioni ripetute dei diritti fondamentali degli altri, oppure delle norme o regole della società. L’indagine è stata effettuata su un ampio gruppo di adolescenti (4.159 ragazzi di 16 anni, di cui 2.393 femmine) ed ha indagato fattori quali lo status socio-economico, l’uso di sostanze da parte della madre, eventuali problemi psichiatrici dei genitori e la presenza o meno di diagnosi di disturbo della condotta nei figli tra i 4 e i 13 anni. (…) Gli studi sugli effetti cognitivi dell’uso di cannabis riportano deficit nell’attenzione sostenuta, nell’apprendimento, nella memoria, nella flessibilità mentale e nella velocità di processamento delle informazioni (Pope & Yurelun, 1996; Solowij et al., 2002). (…) Gli studi sugli umani indicano che più precoce è l’inizio d’uso di cannabis, maggiori e più gravi sono le conseguenze cognitive associate (Ehrenreich et al., 1999). (…) La demolizione della mente L’uso persistente di cannabis tra gli adolescenti sotto i 18 anni porta ad un declino del funzionamento neuropsicologico, che persiste anche dopo aver interrotto il consumo della sostanza. Sono questi i risultati di uno studio (Meier et al., 2012) che ha indagato l’associazione tra consumo persistente di cannabis e declino neuropsicologico in 1.037 soggetti seguiti dalla nascita fino all’età di 38 anni. Sono stati valutati con test sull’attenzione, la memoria e l’intelligenza, quando avevano 13 anni, prima di un eventuale inizio d’uso di cannabis, e poi a 38 anni, dopo aver sviluppato una modalità di consumo persistente di cannabis. Dai risultati è emerso che l’effetto sul funzionamento neuropsicologico del consumo di cannabis era più dannoso se l’inizio d’uso della sostanza avveniva prima dei 18 anni, quando il cervello è ancora in fase di sviluppo. Inoltre, la cessazione del consumo di cannabis non ha pienamente ripristinato il funzionamento neuropsicologico tra coloro che avevano iniziato a consumare cannabis precocemente. (…) Uno studio condotto dai ricercatori della Università di Leiden nei Paesi Bassi (Colzato L. et al., 2014) ha evidenziato che fumare cannabis può anche ostacolare la creatività. Dai risultati è emerso che i soggetti esposti ad alta dose di Thc mostrano prestazioni significativamente peggiori sul compito del pensiero divergente rispetto agli altri gruppi (bassa dose o placebo) e che nel gruppo esposto a bassa dose non si osservano differenze con il gruppo che aveva assunto placebo. I risultati suggeriscono che la cannabis danneggerebbe il pensiero divergente, peggiorando così le performance creative. Il consumo di cannabis ha effetti molto gravi in età adolescenziale: studi recenti confermano che le alterazioni conseguenti all’uso di cannabis alterano la capacità dei neuroni di svilupparsi in maniera appropriata, con il risultato che il cervello di un adulto che da adolescente ha consumato cannabis risulta più vulnerabile ed esposto all’insorgere di disturbi mentali (depressione, psicosi e disturbi affettivi). (…) Uno studio condotto tra il 1992 e il 1998 in Australia ha dimostrato l’esistenza di una relazione tra l’utilizzo quotidiano di cannabis e l’insorgenza di depressione sia negli adolescenti che negli adulti (Patton et al., 2002) e di paranoia (Freeman D. et al., 2014). Questa associazione risultava più comune nelle donne piuttosto che negli uomini. In particolare, l’uso di cannabis nelle ragazze di età inferiore ai 15 anni aumentava in modo significativo il rischio di sviluppare idee o tentativi di suicidio nei 15 anni successivi. (…) Con quale autorità?
Nessun’altra sostanza al mondo, con queste caratteristiche così ben documentate da studi tanto autorevoli, verrebbe altrettanto classificata come “leggera” (…). È evidente che esistono altri fattori, al di là della razionalità e della semplice logica, che sottostanno alle ragioni di chi ritiene queste sostanze scevre da rischi e pericoli per la salute e promuove e pretende la loro esclusione dalla lista delle sostanze proibite. Questi fattori sono più di ordine ideologico e culturale, forse quasi antropologico, e quindi poco hanno a che fare con la semplice razionalità. Inoltre, non vanno dimenticati il grande business e i forti interessi economici che il nuovo mercato della cannabis è in grado di generare. (…)
Nonostante la drammaticità di questa grave piaga sociale, non bisogna assolutamente dimenticare che la vita di ciascuno è saldamente nelle mani di Dio, come si puo’ desumere da questa significativa testimonianza di un ex tossicodipendente, salvato dall’infinita Misericordia di Dio. “Mi chiamo Beppe, e sono nato a Cremona in una famiglia di sani principi, dove mi hanno insegnava a frequentare buone amicizie ed essere educato con le persone che mi stavano vicino. Fino all’età di tredici anni sono stato sempre ubbidiente, ascoltando i consigli dei miei genitori. All’età di quattordici anni con alcuni amici cominciai a frequentare l’ambiente delle discoteche, a bere e quasi sempre dopo queste uscite quasi sempre tornavo a casa alle due o alle tre del mattino, ubriaco e sconvolto. Nello stesso tempo lavoravo in un panificio dove conobbi altri ragazzi con i quali cominciai a fumare marijuana e per molti anni sono andato avanti così, bevendo e fumando. I miei genitori non sapevano nulla perché mi nascondevo il più possibile e non mi aprivo mai con loro. Nel 1974, il grande salto, con alcuni amici cominciammo a fare uso di eroina. Ricordo ancora la prima dose che mi fu presentata, eravamo in un giardino, e un mio amico sciolse la roba nel cucchiaino. Ricordo ancora le sue parole mentre mi chiedeva di porgergli il braccio. Era la prima volta che mi bucavo e avevo meno di 17 anni. Cominciai così a cercare soldi in casa mia per procurarmi l’eroina. Mio padre ben presto venne a sapere che facevo parte di un gruppo di ragazzi che giravano insieme per andare a rubare. Così un giorno venne da me e mi disse: “È vero che tu fai uso di eroina?” Io cercai in tutte le maniere di negare l’evidenza perché avevo paura di mio padre e gli raccontavo un sacco di frottole, fino a che un giorno venne verso di me, mi alzò le maniche della camicia, e vide le mie braccia segnate dalle siringhe che usavo. Mi pose delle condizioni: se volevo continuare a vivere in casa dovevo smettere di bucarmi, altrimenti avrei dovuto prendere la mia strada. Decisi di lasciare la mia casa e andai a vivere con un mio amico che al tempo spacciava droga.
Era una casa dove c’era un via vai di tossicodipendenti che veniva sia per comprare che per bucarsi. Mi inoltrai in quella strada che non abbandonai se non dopo 10 anni, facendo cose assurde, continuando a rubare e finendo anche in carcere. Lì dentro avevo molto tempo e cominciai a riflettere domandami che cosa stavo facendo della mia vita, il dispiacere provocato ai miei genitori, ecc… Ma neanche questo riusciva a fermarmi, continuavo ad usare eroina nonostante tutto, arrivai fino al punto di raccogliere siringhe per la strada, ero completamente stravolto e un giorno mi trovai mezzo morto, buttato sopra un marciapiede. Ricordo ancora quando venne l’ambulanza a prendermi, per portarmi in ospedale, pensai: “questa volta muoio”. Quando mi risvegliai mi arrabbiai con gli infermieri dicendo: “Ma cosa mi avete fatto, io stavo così bene dove mi trovavo”. Mi avevano tolto lo sballo e mi avevano rimesso in sesto. Cominciai a gridare e a battere i pugni sul tavolo. Scappai dall’ospedale e tornai per la strada, la mattina seguente ero di nuovo in cerca di eroina. Alle volte non mangiavo per due giorni, ero così legato e immerso nella droga che arrivai a pesare 45 chili, ogni giorno dovevo recuperare dalle 200 alle 300 mila lire per soddisfare il mio bisogno. Per 10 anni questo è stato il mio incubo. Mio padre diverse volte ha cercato di venirmi incontro, e una volta mi portò in ospedale per farmi disintossicare, ma quando uscivo tornavo a fare quello che facevo prima, e pensavo che ormai quella fosse la mia vita. Un giorno, mi trovavo in un giardino di Milano ed ero seduto su una panchina pensando a come potevo far soldi, perché stavo male e avevo bisogno della mia dose giornaliera. Due ragazzi si avvicinarono a me e mi invitarono ad andare con loro in una comunità. Io dissi loro che avevo ormai provato con ogni mezzo ad uscirne, ma niente aveva potuto aiutarmi. Poi decisi di di seguire il consiglio, quando arrivai vidi dei ragazzi che avevano fatto la mia stessa esperienza e mi raccontarono cose meravigliose di come erano stati trasformati e perdonati da ogni peccato. Il responsabile della comunità mi disse che Gesù avrebbe potuto cambiare anche la mia vita, mi disse che c’era speranza anche per me e da quella sera stessa decisi di andare a vivere in questa comunità, che attualmente sta aiutando molti giovani. Una sera, proprio in questa comunità, gridai a Dio chiedendogli di perdonarmi i miei peccati, e Dio lo fece, dandomi la gioia di vivere. Ora io posso affermare che Dio è fedele perché mi conduce avanti superando ogni difficoltà. Dio è potente, può veramente cambiare il cuore dell’uomo. Forse questa soluzione ti sembrerà semplicistica e inadeguata ma è l’unica strada per uscire fuori dalla morsa della droga”.