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I MEDICI COSA DICONO DELL’OMOSESSUALITA’

(Gianluca Martone) Il continuare ad analizzare la delicata tematica dell’omosessualità, bisogna porsi una domanda significativa: Gay si nasce o si diventa? Recentemente, il quotidiano on line “Corrispondenza Romana” ha riportato all’attenzione questa grave problematica, citando l’illustre parere del dott. Neil Whitehead che, dopo avere prestato servizio per 24 anni come ricercatore scientifico per il governo della Nuova Zelanda,
e aver lavorato alle Nazioni Unite e all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, attualmente ricopre il ruolo di consulente per alcune università giapponesi.Il medico ha sottolineato il ruolo irrilevante della genetica nella scelta dell’orientamento sessuale, affermando che quest’ultima rappresenta un fattore secondari. I gemelli monozigoti derivano da una singola cellula uovo fecondata e ciò significa che essi sono nutriti in condizioni prenatali uguali e condividono il medesimo patrimonio genetico.Da qui dovrebbe conseguire che, se l’omosessualità fosse una tendenza innata, stabilita dai geni, ci si dovrebbe sempre aspettare che tale attrazione fosse sempre identica nei gemelli monozigoti. Come ha notato infatti il dott. Whitehead, dal momento che hanno DNA identici, dovrebbero essere identici al 100%.Tale ipotesi è però smentita dalla realtà dei fatti che attestano che se un gemello identico ha attrazione per lo stesso sesso la possibilità che il co-gemello abbia la stessa attrazione è solo di circa l’ 11% per gli uomini e del 14% per le donne. Il dott. Whitehead ha concluso dunque escludendo categoricamente che l’omosessualità possa dipendere da fattori genetici: “nessuno nasce gay. Le cose predominanti che creano l’omosessualità in un gemello identico e non negli altri sono fattori post-parto».

Secondo lo specialista, l’attrazione per lo stesso sesso (SSA) è determinata da «fattori non condivisi», cose che accadono ad un gemello, ma non l’altro, o da una differente reazione personale ad un specifico evento da parte di uno solo dei gemelli. Pornografia, abusi sessuali, particolare ambiente familiare o scolastico sono tutti elementi che possono influenzare in modo diverso l’uno rispetto all’altro. Un gemello potrebbe non essere in grado di interagire socialmente come l’altro gemello, provocandosi una sensazione di solitudine, che potrebbe poi portare alla necessità di essere accettato da un gruppo di persone, e in alcuni casi, tale gruppo diventano le comunità LGBT. Secondo il dott. Whitehead infatti, “queste risposte individuali e idiosincratiche a eventi casuali e ai fattori ambientali comuni predominano”.Nel 2002 la coppia di sociologi americani Peter Bearman e Hannah Brueckner ha pubblicato uno studio che ha coinvolto 5.552 coppie di gemelli degli Stati Uniti, mettendo in evidenza come l’attrazione per persone dello stesso sesso tra gemelli identici fosse comune solo al 7,7% per i maschi e al 5,3% per le femmine.La stessa ricerca ha preso in esame anche il cambiamento di orientamento sessuale durante il corso della vita, osservando come la maggior parte di questi mutamenti, avvenuti per via “naturale” piuttosto che terapeutica, sono indirizzati verso un’esclusiva eterosessualità, con il 3% della popolazione eterosessuale che afferma di essere stata in passato anche bisessuale o omosessuale. Tali dati hanno quindi fatto emergere un dato curioso, per il quale il numero delle persone che hanno cambiato il loro orientamento sessuale verso una totale eterosessualità risulta più alto dell’attuale numero di bisessuali e omosessuali messi insieme. Pertanto, gli ex gay superano per numero gli attuali gay.Anche la prof.ssa Giorgia Brambilla ha analizzato sulla rivista “il Timone” gli aspetti bioetici e scientifici dell’omosessualità con queste importanti riflessioni.
“Le affermazioni “quest’uomo è omosessuale”o “questa donna è lesbica” danno l’idea che la persona in questione appartenga a una variante della specie umana, diversa dalla variante eterosessuale. Le conoscenze di cui disponiamo ci indicano che le persone con inclinazioni omosessuali sono nate con la stessa dotazione fisica e psichica di chiunque altro e che omosessuali non si nasce. E neanche lo si diventa. Semmai si può parlare di persone, uomini o donne, che hanno, a seconda dell’intensità, sensazioni, tendenze e comportamenti omosessuali. Sul piano epistemologico, infatti, non è possibile parlare delle diversità sessuali, ma solo della diversità sessuale, perché la diversità sessuale è una sola ed è irriducibile: quella tra uomo e donna. Sebbene, in maniera ciclica, spuntino sui giornali notizie, come in questi giorni, su basi genetiche dell’omosessualità, andando a fondo si comprende facilmente la realtà dei fatti: l’uomo e la donna con tendenze omosessuali sono un uomo o una donna per determinazione genetica e hanno tendenze omosessuali per acquisizione. Una cattiva integrazione nel gruppo dei coetanei dello stesso sesso e un senso profondo di esclusione farebbero maturare nell’individuo frustrazione e, quindi, un complesso d’inferiorità quanto alla propria mascolinità o femminilità. Una realtà che nasce dall’intimo della persona e non dall’esterno, quasi fosse causata da esclusione o denigrazione. Gli atti discriminatori che, laddove ci fossero sono da considerare sempre e in ogni luogo deplorevoli, in realtà non causano questo complesso e vanno considerati in quanto tali. Invece, tale è la confusione nel dibattito, che siamo arrivati al punto che, chiunque osi mettere in discussione slogan, proposte di legge, o proposte didattiche su questo argomento, è messo a tacere a volte in termini ideologici, a volte con mezzi più meno intellettuali, il tutto intriso di inestinguibile vittimismo dei militanti gay”.La dott.ssa Brambilla, professore aggregato della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, ha poi esaminato accuratamente l’incidenza del rapporto con i genitori sull’omosessualità.“Questa diversità sessuale dipende dai genitori e, in particolare dal genitore dello stesso sesso secondo tre aspetti. Il primo riguarda la presenza della differenza. Ognuno di noi costruisce la propria personalità confrontandosi con identità e differenza. Da un lato, il bambino comprende se stesso imitando il genitore dello stesso sesso, dall’altro osservando quello del sesso opposto. E questo avviene non solo a livello cognitivo, ma prima di tutto emotivo e affettivo: vedo e “sento” che mamma mi parla, mi coccola, gioca con me in un modo diverso da come lo fa papà e anche che mamma e papà si relazionano alle stesse persone, per esempio agli amici, in modi diversi. L’assenza di un genitore o la mancanza della diversità (come nel caso della “omogenitorialità”) ha dunque delle conseguenze.Il secondo punto riguarda le abilità sociali. Saper giocare come giocano i coetanei dello stesso sesso aiuta ad apprendere le modalità relazionali tipiche dei pari e ad essere “riconosciuti” dai bambini dello stesso sesso. E ciò avviene nella piena spontaneità. È esperienza comune arrivare in una classe della scuola dell’infanzia e trovare i bimbi che giocano divisi tra maschi e femmine, non perché una “maestra omofoba” glielo ha imposto, ma semplicemente perché maschi e femmine hanno attitudini al gioco differenti. Dunque, il genitore giocando col bambino lo aiuta ad interagire con disinvoltura con i bambini dello stesso sesso, evitando quel complesso d’inferiorità che si genera in adolescenza che, secondo vari studiosi, sarebbe proprio alla base della genesi delle sensazioni omosessuali. Queste ultime partono da una idealizzazione dei tratti riconosciuti come non propri degli individui dello stesso sesso, fino all’attrazione erotica verso di essi.
Il terzo infine riguarda i genitori come coppia che si ama nel rispetto sereno e gioioso dei ruoli. Ruoli, tutt’altro che artificiali o svilenti che, ancora una volta, rappresentano una manifestazione naturale della propria indole di maschio o femmina nel rapporto con se stessi e con il mondo e, nel contempo, uno strumento per amarsi profondamente nell’accoglienza reciproca. Diverse scuole di psicanalisi sottolineano, in merito alle principali cause riscontrabili all’origine dell’omosessualità, il tema del padre assente. “Assente” è da intendersi non propriamente nel senso fisico di non presente, quanto piuttosto estromesso, il più delle volte dalla moglie, dalla vita familiare, espropriato del suo ruolo di capo forte e premuroso, oppure denigrato o umiliato a parole o nei fatti dalla moglie stessa, spesso di fronte ai figli. E la “madre-tipo” che emerge è quella prevaricatrice nei confronti del marito, molto ansiosa e preoccupata, spesso dominatrice ma senz’altro molto insicura, proprio perché priva di qualcuno, un uomo, che la guidi e la sostenga”.Anche lo psicologo olandese Van den Ardweg ha rilasciato questa interessante intervista sulla “Nuova Bussola Quotidiana”.“La proibizione a livello internazionale della terapia dell’omosessualità è da anni uno degli obiettivi del movimento gay. Non può essere altrimenti, visto che pretendono di far riconoscere l’omosessualità come normale, naturale e immutabile, in tutto equivalente alla sessualità (etero) normale; parlare di “terapia” significa, infatti, che qualcosa non va, che non è una manifestazione di sessualità normale o sana, e che è suscettibile di cambiamento, di “guarigione”. La loro conclusione è che la terapia è eticamente inaccettabile, e per di più impossibile, perché non si può cambiare la natura di una persona: si può tutt’al più farle violenza. Al contrario, un atteggiamento umano sarebbe quello del presidente Obama: riconoscere alle persone il diritto di “amare come vogliono”. Persino cattolici ortodossi assimilano a poco a poco questo modo di pensare. Non c’è da stupirsene: il lavaggio del cervello è continuo; non sentono e leggono nient’altro. Sono sempre di più a pensare che la morale sessuale della Chiesa in materia di omosessualità sia superata e soprattutto poco misericordiosa, e che sia necessario cercare soluzioni responsabili ispirate a comprensione e accettazione. In questo clima l’idea di “terapia” acquista una risonanza negativa. Tra i cristiani – e i cattolici non fanno eccezione – una giusta comprensione per le reali difficoltà di persone con tendenze omosessuali esorbita in molti casi trasformandosi in una compassione inopportuna. Ciò è in gran parte l’effetto di una propaganda che gli ha inculcato una certa immagine assolutamente irreale dell’omosessuale e dei rapporti omosessuali, ma non vanno dimenticati altri fattori, tra i quali una concezione sentimentale di amore del prossimo dominante in molti cattolici (e altri cristiani) nei confronti del loro prossimo omosessuale. Ciò non può non influire sull’atteggiamento del cattolico medio, bombardato dalla propaganda, nei confronti dell’omosessualità. Si comprende, pertanto, come sia possibile che in Occidente l’opposizione della gioventù cattolica al “matrimonio omosessuale” stia sparendo rapidamente . In uno dei paragrafi del Catechismo della Chiesa Cattolica è incastonata una frasetta surrettizia che aggrava l’incomprensione in ambienti cattolici nei confronti della “terapia” (psicoterapia) delle tendenze omosessuali. Al numero 2357 si legge: «La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile». Perché mai una persona dovrebbe ricorrere alla terapia di qualcosa la cui genesi psichica è sconosciuta? Questa frasetta fallace porta acqua al mulino della mistificante propaganda che il movimento gay conduce contro la terapia («L’omosessualità non si può ‘guarire’»; «Non ne conosciamo le cause, come nemmeno conosciamo quelle dell’eterosessualità»; «La terapia è nociva», e simili).
Il lettore accorto di questa frasetta, anche se magari non sa gran che di omosessualità, dovrebbe aggrottare le sopracciglia: com’è entrata un’affermazione del genere nel Catechismo, all’interno di una trattazione morale di questa materia? Detto con tutta chiarezza: dal punto scientifico quella frase è una sciocchezza. Ma intanto: chi l’ha scritta? Un ingenuo che ha fondato la sua saggezza su fonti gay (che in quel tempo certamente non mancavano)? Ma a quanto pare neanche i responsabili della redazione finale avevano idee chiare sulla letteratura specialistica in materia. Oppure… la frasetta è stata contrabbandata dolosamente in un tentativo di mistificare il tema dell’omosessualità? Si sa che è una tecnica collaudata della propaganda gay fare dell’omosessualità un mistero, e impedire in tal modo che conclusioni della psicologia che sono una minaccia per l’agenda gay – conclusioni già disponibili ben prima degli anni Ottanta del secolo scorso – godano di notorietà tra il pubblico. C’è un’altra frase nella quale si avverte un’eco della propaganda gay. Al numero 2358 si legge: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate». Lo slogan gay degli anni Ottanta recitava: «Una persona su dieci è omosessuale»; più tardi lo slogan è stato riformulato cautamente in «Una su cinquanta», perché ormai era risaputo che si poteva parlare di al massimo 1 su 50 adulti. Di conseguenza il Catechismo del 1992 avrebbe dovuto dire: «Le persone con tendenze omosessuali sono molte meno di quanto afferma la propaganda per la normalizzazione dell’omosessualità». Coloro che scrivono hanno la presunzione di presentare la loro opinione personale su una questione scientifica come se fosse un elemento della dottrina della Chiesa! Ciò è ridicolo e allo stesso tempo fuorviante: i fedeli considerano giustamente molto affidabili i testi di un Catechismo ufficiale, e i più non si rendono conto che qui vengono presi in giro. È paradossale che, proprio mentre Giovanni Paolo II esprimeva pubblicamente il suo rammarico per come alcuni organi ecclesiastici avevano agito nel caso di Galileo, questi autori del Catechismo cadessero nello stesso errore! Alcuni anni più tardi ne ho parlato in un colloquio personale con il cardinale Ratzinger, che ha detto di essere d’accordo con me: la Chiesa non è competente su questioni che devono essere risolte dalla scienza. Tanto più che «genesi psichica […] in gran parte inspiegabile» è un’espressione equivoca. Con un po’ di buon senso si potrebbe dire: se ‘la Chiesa’ dice che c’è una causa psichica che ancora non si conosce bene, perché non esorta a fare chiarezza su questa causa? Vale a dire: perché non incoraggia un lavoro di consulenza e psicoterapia, dato che tutte le conclusioni importanti della psicologia derivano proprio dall’esperienza della psicoterapia? A quanto pare, però, una conclusione del genere era esclusa a priori. La frase in questione potrebbe essere stata intesa anche come un tentativo di insinuare che probabilmente una causa psichica non si può trovare perché non esiste, all’unisono con la propaganda gay secondo la quale l’omosessualità sarebbe congenita. Ho constatato personalmente come un’idea del genere sia condivisa da alcuni alti dignitari ecclesiastici, che si sono chiusi ermeticamente a una critica motivata, e hanno evitato il dibattito pubblico; una forma di clericalismo che si pensava appartenesse al passato. Sono passati venticinque anni. Naturalmente il giudizio della morale cattolica sul comportamento omosessuale non è cambiato. Il Catechismo deve essere comunque ripulito da queste frasi, perché sono sbagliate e inopportune . Proprio la Chiesa – sacerdoti, vescovi e laici – dovrebbe favorire e incoraggiare forme ragionate di consulenza e terapia per persone con problemi di omosessualità, come ha sempre promosso la ricerca e la cura di malattie, sofferenze e menomazioni. È un dovere di amore del prossimo, per molte ragioni. La Chiesa insegna alle persone con sentimenti omosessuali che «sono chiamate alla castità» (Catechismo n. 2359); ma le conoscenze e i mezzi che permettono che ciò si realizzi li fornisce proprio una consulenza e una terapia mirata al cambiamento e fondata sulla concezione cristiana dell’uomo.
I sentimenti omosessuali non sono tendenze isolate. Sono connessi a uno sviluppo psichico incompleto della natura maschile/femminile, a fissazioni emotive e mentali ancorate all’adolescenza (pubertà), a emotività nevrotica (sentimenti di inferiorità, depressioni, ad ansie, a disturbi psicosomatici, ad egocentrismo eccessivo) e a problemi nella vita di relazione. Quanto più si supera questa nevrosi sessuale, tanto più si indeboliscono le tendenze omosessuali. Lo psicoterapeuta è in gran parte un ‘allenatore’ che assiste il cliente nella sua attività di autoeducazione. Il suo lavoro è fondato su tutte le virtù umane, perché per vivere castamente non basta concentrare l’attenzione solo sulla castità. Ma, d’altra parte, aspirare alla castità è già di per sé terapia, un passo in direzione di una maggiore maturità psichica e ‘denevrotizzazione’. Il ricorso alla psicoterapia è sempre libero e volontario. Si stima che sia una quota del 20% delle persone con tendenze omosessuali a sentire il bisogno di una forma di consulenza o terapia costruttiva, mirata al cambiamento; tra le persone che vogliono vivere secondo la morale sessuale cattolica la percentuale è molto maggiore. Per quanto riguarda il cambiamento dell’orientamento sessuale: il cambiamento è profondo in una esigua percentuale (sono quelli che sviluppano sentimenti eterosessuali normali), e la maggior parte presenta notevoli miglioramenti. Ma esistono anche altre ragioni a favore della terapia. L’assistenza regolare di persone che ne hanno l’esperienza riduce o previene gli inevitabili aspetti autodistruttivi dello stile di vita gay: promiscuità insaziabile, malattie veneree, depressioni, suicidi, drastica riduzione della durata della vita, dipendenza da stupefacenti e alcolici. I cattolici dovrebbero fare di più per conoscere meglio la situazione problematica di persone bene intenzionate affette da sentimenti omosessuali. Sono assediate da tutto un mondo che le esorta a vivere da gay. Con grande ingenuità certi sacerdoti e laici cattolici pensano che la soluzione sia “una relazione fedele”: questa, in realtà, non è che il primo passo verso la promiscuità. Per chi cerca aiuto sono pochissimi gli psicoterapeuti e i consulenti competenti. È un dato di fatto doloroso: il mondo cattolico nel suo complesso brilla per la sua assenza. Quale contributo costruttivo offrono in questo campo istituzioni e università cattoliche? Tanti bei discorsi moraleggianti, ma gli interessati, i loro genitori e i loro familiari, amici e conoscenti sono abbandonati al loro destino. E il peggio è che ci sono persino prelati e intellettuali cattolici che non vogliono avere a che fare con piccole e coraggiose associazioni che vorrebbero prestare assistenza pratica e costruttiva ed eventualmente assistenza terapeutica, nonostante un clima politico e sociale che le reprime e rigetta. C’è molta incomprensione e ignoranza, molta vigliaccheria e paura dei media”.Analisi di notevole importanza, che sono dirette a tutti gli uomini di buona volontà, per fare definitivamente chiarezza su questa delicata questione, che riguarda tutta la nostra società e le coscienze di ciascuno.