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Nel Sannio il grano dell’Ucraina e dal Canada riduce il reddito agricolo

(di Giuseppe PACE). Da tempo il granaio dell’impero romano si è spostato nel nord Europa ed in Canada, che esporta grano a 18 centesimi di euro al kg. Tutti ricordano il grano che spesso l’Urss importava dagli Usa. Nel territorio del Sannio il frumento ha sempre costituito reddito per gli agricoltori, ma adesso, come sostiene anche la Coldiretti, è a prezzi troppo bassi. Già è stato segnalato dalle colonne di questo Quotidiano online, il libro del Dir. Scolastico N. Lombardi:”La battaglia del grano”. Un altro libro da segnalare in merito al grano del Sannio è: “Campo di grano con ciminiera”. Il lavoro in Italia nel secondo lungo dopoguerra: il Sannio’, a cura di Rossella Del Prete, Amerigo Ciervo, Gaetano Cantone, edito da Ediesse e con la prefazione del segretario generale della Cgil Susanna Camusso. Un volume che indaga non solo la storia del lavoro e delle attività produttive, del movimento sindacale e dei lavoratori ma anche quella trasformazione che tra gli anni ’60 e i ’70 mutò in profondità il Sannio: da società agricola a postindustriale. Un libro pubblicato anche grazie al contributo della Camera Commercio I. A. di Benevento. A disegnare il percorso nel volume gli approfonditi interventi di Ilaria Zilli, storica economica dell’Università del Molise e di Riccardo Realfonzo, economista dell’Università del Sannio. Tali libri sono precursori di un dibattito tutto europeo sulla’attuale crisi dei prezzi del grano. Le speculazioni che si spostano dalle banche ai metalli preziosi come l’oro fino ai prodotti agricoli hanno fatto crollare il prezzo del grano su valori che sono inferiori a quelli di 30 anni fa provocando una crisi senza precedenti. E’ quanto emerge dal dossier preparato da Coldiretti per la “guerra del grano” con il blitz di migliaia agricoltori nella Capitale davanti al Ministero delle Politiche Agricole, dove è stato convocato il tavolo nazionale della filiera cerealicola con i rappresentanti delle Regioni e della filiera. Le quotazioni dei prodotti agricoli – sottolinea Coldiretti – dipendono sempre meno dall`andamento reale della domanda e dell`offerta e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie speculative che trovano nel Chicago Board of Trade il punto di riferimento del commercio mondiale delle materie prime agricole su cui chiunque può investire anche con contratti derivati. Il risultato è che oggi il grano duro per la pasta – continua Coldiretti – viene pagato anche 18 centesimi al chilo, mentre quello tenero per il pane è sceso addirittura ai 16 centesimi al chilo, su valori al di sotto dei costi di produzione che mettono a rischio il futuro del granaio Italia. In pericolo – precisa Coldiretti – non ci sono solo la produzione di grano e la vita di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano, ma anche un territorio di 2 milioni di ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione “Made in Italy”. Da pochi centesimi al chilo concessi agli agricoltori dipende la sopravvivenza della filiera più rappresentativa del “Made in Italy” mentre – denuncia Coldiretti – dal grano alla pasta i prezzi aumentano di circa del 500% e quelli dal grano al pane addirittura del 1400%. «Dai campi agli scaffali ci sono dunque margini da recuperare per non far chiudere le aziende agricole e non pesare su un sistema produttivo che ha bisogno del “Made in Italy” per essere credibile sui mercati nazionali ed esteri – ha affermato il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo, -. Occorre investire nella programmazione strutturale per non perdere definitivamente il patrimonio di qualità e biodiversità dei grani italiani che rappresenta il un valore aggiunto della produzione nazionale». L’Italia è il principale produttore europeo di grano duro, destinato alla pasta, che assume un’importanza rilevante data l’elevata superficie coltivata, pari a circa 1,3 milioni di ettari per oltre 4,9 milioni di tonnellate di produzione che si concentra nell`Italia meridionale, soprattutto in Puglia e Sicilia che da sole rappresentano il 42% della produzione nazionale. Più limitata – conclude Coldiretti – è la produzione del grano tenero che si attesta su 3 milioni di tonnellate su 0,6 milioni di ettari. Sulla situazione del mercato del grano pesano anche le importazioni in Italia che sono praticamente quadruplicate (+315%) dall’Ucraina, paese che è diventato nel 2016 il terzo fornitore di grano tenero per la produzione di pane, mentre per il grano duro da pasta il primato spetta al Canada che ha aumentato del 4% le spedizioni. Complessivamente le importazioni di grano duro e tenero in Italia – sottolinea Coldiretti – sono aumentate del 14% nel primo trimestre del 2016 rispetto all’anno precedente ma la dipendenza dall’estero determinata dall’insufficiente remunerazione della produzione nazionale potrebbe ulteriormente aggravarsi. «Con questi prezzi gli agricoltori non possono più seminare e c’è il rischio concreto di alimentare un circolo vizioso che, se adesso provoca la delocalizzazione degli acquisti del grano, domani toccherà gli impianti industriali di produzione della pasta con la perdita di un sistema produttivo che genera ricchezza, occupazione e salvaguardia ambientale – ha avvertito Moncalvo -. Non è un caso che il Ministro dell’agricoltura russo Alexander Tkachev abbia appena annunciato che la Russia, dopo essere diventata nel 2015 il principale esportatore di grano, ha iniziato a produrre pasta di grano duro che sarà presto esportata all’estero». A pesare sono le importazioni in chiave speculativa che – precisa Coldiretti – si concentrano nel periodo a ridosso della raccolta e che influenzano i prezzi delle materie prime nazionali anche attraverso un mercato non sempre trasparente. L’Italia nel 2015 ha importato circa 4,3 milioni di tonnellate di frumento tenero mentre sono 2,3 milioni di tonnellate di grano duro che arrivano dall’estero. Il risultato – denuncia Coldiretti – è che più di un pacco di pasta su tre e più della metà del pane in vendita in Italia è fatto con grano straniero, ma i consumatori non lo possono sapere perché non è ancora obbligatorio indicare la provenienza in etichetta. «E questo nonostante il fatto che la consultazione pubblica on line promossa dal ministro delle Politiche agricole abbia certificato che ben l’85% dei consumatori italiani ritiene importante che l’etichetta riporti sempre l’indicazione del Paese di origine delle materie prime – ha affermato Moncalvo -. La qualità del grano italiano peraltro non è certo in discussione ed è confermata dalla nascita e dalla rapida proliferazione di marchi che garantiscono l’origine italiana del grano impiegato al 100%. Un percorso che è iniziato nei primi anni della crisi sotto la spinta dell’iniziativa del progetto di Filiera Agricola Italiana (FAI) e che si è esteso ad alcune etichette della grande distribuzione (da Coop Italia a Iper) fino ai marchi più prestigiosi (Ghigi, Valle del grano Jolly Sgambaro, Granoro, Armando, ecc.) fino all’annuncio dello storico marchio napoletano “Voiello”, che fa capo al Gruppo Barilla, che ora vende solo pasta fatta da grano italiano al 100% di varietà “aureo”». L’area di Napoli ha sempre avuto una diffusa rete di pastifici ed il pane è sempre stato di buona qualità, poi molti di tali pastifici si sono spostati in settentrione. Oggi il pane e la pasta italiani non calano di prezzo, mentre il cereale si. Perché? Il solito problema della lunga filiera tra produttore e distributore, ma qua subentra anche il problema dell’importazione di grano a basso costo. Come porvi rimedio? L’Unione europea provvederà, si spera, al più presto.