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LE BUFALE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI

(Gianluca Martone) Nel corso di queste ultime settimane, si sta parlando molto della decisone clamorosa del neo presidente americano Donald Trump di non accettare piu’ gli accordi di Parigi sul clima firmati nel 2015 dal suo predecessore Barack Obama. Ma è veramente reale il pericolo connesso ai cambiamenti climatici? Sulla Nuova Bussola Quotidiana, alcuni giorni fa il direttore Riccardo Cascioli ha cosi analizzato questa delicata questione:” «Gli accordi di Parigi non riguardano tanto il clima quanto il vantaggio finanziario che altri paesi guadagnerebbero sugli Stati Uniti». È stato molto chiaro il presidente americano Donald Trump ieri sera nello spiegare i motivi del ritiro degli Usa dagli accordi di Parigi sul clima siglati nel dicembre 2015 (qui il testo integrale in inglese). Si tratta di una decisione che, come previsto, ha subito provocato reazioni internazionali negative, dall’Unione Europea alla Cina, dall’India perfino alla Russia (che pure era una storica oppositrice del Protocollo di Kyoto, il “papà” degli accordi di Parigi). Ma alla demagogia – che fa ingannevolmente dipendere dagli accordi di Parigi la salvezza del pianeta – Trump ha risposto con la realtà di chi sa di essere stato «eletto per rappresentare i cittadini di Pittsburgh, non di Parigi». E gli interessi americani dicono che gli accordi di Parigi, così come sono, sono un grosso inganno a danno dei cittadini americani. Per cui gli Stati Uniti si ritirano e immediatamente riaprono i negoziati, o per modificare gli accordi di Parigi o per trovare un accordo completamente nuovo che non penalizzi gli Stati Uniti. Una posizione perfettamente ragionevole, se si considera – come ha ricordato Trump – che si stima che l’applicazione degli accordi di Parigi potrebbe frenare il riscaldamento globale di appena due decimi di grado (in realtà non è per niente sicuro neanche questo) da qui al 2100: un nulla a fronte di un impegno finanziario di miliardi e miliardi di dollari. «Gli Accordi di Parigi sul clima – ha detto Trump parlando dal giardino della Casa Bianca – sono solo l’ultimo esempio di Washington che entra in un accordo a totale sfavore degli Usa e a beneficio di altri paesi». Il tasto dell’economia americana è stato quello più battuto nel discorso del presidente, che ci ha tenuto in apertura a sintetizzare quanto in questo campo abbia già fatto in pochi mesi, compreso il recente viaggio in Europa che per gli Usa hanno significato anche contratti per 350 milioni di dollari, vale a dire «centinaia di migliaia di posti di lavoro». E davanti al compito di rimettere sul giusto binario l’economia americana, è ovvio che non si può dare seguito ad accordi che avrebbero l’unico risultato di mettere fuori mercato tante industrie americane. Trump ha citato uno studio del National Economic Research Associates, secondo cui le restrizioni energetiche implicate negli Accordi di Parigi si risolverebbero nella perdita di 2.7 milioni di posti di lavoro entro il 2025, con relativa decimazione delle industrie americane. Trump se l’è presa soprattutto con il Green Climate Fund delle Nazioni Unite, che prevede l’esborso di 100 miliardi di dollari l’anno da parte dei paesi industrializzati a favore dei paesi in via di sviluppo. Una parte consistente di questo fondo sarebbe pagata degli Stati Uniti («decine di miliardi» ha detto Trump) e si aggiungerebbe agli altri fondi che il governo americano distribuisce nei paesi in via di sviluppo. Ma già è stato calcolato che dopo il 2020 sarà necessario far crescere i fondi disponibili fino a 450 miliardi di dollari. Pura follia, e Trump lo ha spiegato bene, aggiungendo che oltretutto non si è in grado di sapere neanche dove vanno a finire tutti questi soldi. Nel 2040, dice ancora Trump, a questo ritmo avremmo un crollo delle industrie manifatturiere americane, con 3mila miliardi di dollari di costi globali e la perdita di 6,5 milioni di lavori nell’industria. Non solo, gli Stati Uniti sono la principale vittima di tutto questo meccanismo perché sarebbe il paese a subire il maggior numero di restrizioni delle emissioni mentre il più grande emettitore di CO2, la Cina, non deve fare proprio nulla fino al 2030. E l’India riceverà miliardi e miliardi di dollari in aiuti allo sviluppo. Questo e molti altri esempi fanno dire a Trump che gli accordi di Parigi sono in realtà «una massiccia redistribuzione della ricchezza degli Stati Uniti verso altri paesi». Ecco perché tutti erano contenti della firma degli Usa e ora si stracciano le vesti, ha detto ancora Trump. Anche questo governo vuole mantenere la leadership mondiale in fatto di politiche ambientali, ha insistito Trump, ma senza impoverire la popolazione americana. Per questo si è impegnato a cercare il dialogo con tutte le parti coinvolte, inclusi i Democratici in casa, con l’obiettivo di trovare nuovi accordi che non siano una rapina agli Stati Uniti.Difficile pensare che ci sia davvero la possibilità di un accordo diverso: India e Cina hanno firmato l’accordo soltanto per i grandi vantaggi economici che gli assicura, e l’Europa da tempo ha puntato su ambiente e clima per giocare una leadership mondiale. Trump con l’annuncio di ieri ha dimostrato che «il Re è nudo»: gli accordi di Parigi sono figli di una ideologia che ritiene la presenza dell’uomo negativa per il pianeta e si concretizzano in misure “punitive” nei confronti dei paesi ricchi, Usa in testa. Rivendicando per gli Usa il ruolo di paese con i migliori indici ambientali, Trump ha anche fatto capire che non si deve fare confusione tra inquinamento e cambiamenti climatici, che è il punto di maggiore equivoco sul tema: come abbiamo spiegato molte volte la CO2 non solo non è inquinante ma è elemento fondamentale per la vita.  Indubbiamente il presidente americano ha avuto notevole coraggio a prendere questa posizione, tenendo conto dell’avversione che gli attirerà a livello mondiale e anche interno, che si aggiungerà ai continui tentativi di delegittimarlo. Trump ha dovuto superare anche l’opposizione di sua figlia Ivanka e di suo genero, che sconsigliavano caldamente di ritirare la firma dagli accordi di Parigi. La sua decisione verrà certamente letta come una forma di isolazionismo e nazionalismo, ma si può sperare invece che – infranto il tabù – altri governi seguano l’esempio e contribuiscano a smontare questa truffa globale chiamata “cambiamenti climatici”. 

Sempre lo stesso Cascioli, con grande attenzione, si è soffermato alcuni giorni fa sulla dura posizione del Vaticano nei riguardi di Trump in merito alla decisione sugli accordi di Parigi sul clima, legata ad un’ideologia che ha rinnegato il messaggio di salvezza di Nostro Signore Gesu’ Cristo:” È peggio l’ignoranza, l’ideologia o il conformismo? È una domanda inevitabile quando leggi – esterrefatto – dichiarazioni e interviste di alti prelati che commentano scandalizzati il ritiro degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi sul clima. Ha cominciato l’ineffabile monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, presidente delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze sociali, parlando di «un disastro per il mondo intero», di scelta irrazionale perché va contro la scienza e contro l’evidenza indiscutibile secondo cui i cambiamenti climatici «hanno conseguenze negative sulla salute dei popoli in tutto il mondo». Evidenza indiscutibile? Forse mons. Sorondo potrebbe dare un’occhiata ai tanti interventi, a suo tempo fatti anche in Vaticano, del professor Antonino Zichichi, fondatore della Federazione Mondiale degli Scienziati, che in quanto a scienza ha qualche titolo in più del monsignore e che da anni bolla come bufala la teoria del Riscaldamento globale antropogenico. Perché è di questo che stiamo parlando, ovvero della teoria per cui esisterebbe oggi una alterazione del clima causata dalle attività umane che sta portando al disastro l’intero pianeta. Oppure potrebbe ascoltarequesto breve video del professor Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica, che prova a spiegare alla Commissione ambiente del Senato, le idiozie su clima ed energia che vengono spacciate per scienza. Sorondo ovviamente non è stato il solo: a ruota è seguito il cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per lo Sviluppo umano, che ha accusato il presidente americano Donald Trump di «politicizzare» la questione del clima che è «un bene pubblico globale». Politicizzare? Ma è proprio la teoria del riscaldamento globale antropogenico che è “politica”, come dimostra la storia di come questo concetto si è affermato (per una storia completa vedi R. Cascioli, Il clima che non t’aspetti. Edizioni Bussola, acquistabile qui). Poi non poteva mancare il cardinale Reinhard Marx che, in qualità di presidente delle Conferenze episcopali della Comunità Europea (Comece), ha parlato di «duro colpo inflitto al clima di fiducia globale che aveva generato» l’Accordo di Parigi. Ma il cardinale Marx ha mai letto l’Accordo di Parigi? Perché se uno crede davvero alla teoria del Riscaldamento globale antropogenico e alla catastrofe prossima ventura, bé, l’accordo di Parigi può solo gettare nella disperazione, altro che fiducia: diminuzione delle emissioni di anidride carbonica ma su base volontaria e con tempo fino al 2100. Da ridere. Infine a sorpresa ha voluto dire la sua anche il cardinale Gianfranco Ravasi, non si sa bene a che titolo. Infatti accusa Trump di non aver tenuto in considerazione «il tutto, l’interconnessione, il generale, il mondo», perché la persona umana è «relazione». Insomma Trump si è «isolato», ha cancellato la «solidarietà», come se la solidarietà fosse un valore in sé e non invece legato al bene comune da perseguire.
E poi, ancora la confusione tra cambiamento del clima e inquinamento dell’aria. Non se ne può più, proviamo a rispiegare: l’anidride carbonica (CO2) non solo non è inquinante, ma è il mattone della vita, senza CO2 non ci sarebbe vita. L’anidride carbonica è invece un gas serra, considerata da una parte di scienziati responsabile del riscaldamento globale. Ma sul totale dei gas serra l’anidride carbonica non conta più del 5% perché il principale gas serra (circa il 90% del totale) è il vapore acqueo. Sebbene l’uso di combustibili fossili provochi sia l’inquinamento sia le emissioni di CO2 non c’è relazione diretta, tanto è vero che nel mondo occidentale l’inquinamento dell’aria diminuisce mentre le emissioni di CO2 aumentano. Ma anche il rapporto tra CO2 e cambiamenti climatici è tutto da verificare, tanto è vero che da 15 anni c’è una pausa nell’aumento delle temperature globali mentre le emissioni di CO2 continuano ad aumentare. Ignoranza, approccio ideologico, conformismo. Forse è un misto di tutti e tre i fattori a determinare le dichiarazioni di questi eminenti rappresentanti della Chiesa. Ma alla fine non è neanche questo il punto più importante. Ciò che crea veramente scandalo è la riduzione della Chiesa di Cristo a braccio esecutivo dell’ONU; è vedere la Santa Sede impegnatissima non ad annunciare Cristo, a renderlo presente a tutti gli uomini, ma ad organizzare il consenso attorno a politiche globali, oltretutto discutibili. Nelle sedi internazionali fino a poco tempo fa, la Chiesa cattolica era l’unico punto di resistenza a un’ideologia globalista; non per partito preso ma perché aveva a cuore soltanto l’uomo, la sua dignità, la sua libertà, messe in discussione da tale ideologia. Oggi non solo ha cessato di resistere, sembra stia tentando di prendere addirittura la guida del Nuovo ordine mondiale. Da qui la rabbia dei suddetti prelati per la posizione assunta da Trump, che da questo globalismo senza senso si è sfilato. Anche questo è un effetto della protestantizzazione in corso nella Chiesa: il catastrofismo ecologista infatti nasce nel mondo di tradizione protestante e origina dalla concezione totalmente negativa dell’uomo che proviene da Lutero e successori. E noi ci stiamo cascando dentro”.

Nel maggio 2014, sul quotidiano on line Imola Oggi fu pubblicato un interessante articolo, che mostra in modo evidente la bufala connessa al catastrofismo climatico:” Durante un meeting sul clima a Berlino, Robert Stavins, professore all’università americana di Harvard, ha messo sotto accusa le manovre dei governi, delle istituzioni legate alle Nazioni Unite e delle diverse organizzazioni ecologiche per far credere al riscaldamento climatico e ai cambiamenti del clima. Al meeting di Berlino il professore era uno dei due coordinatori di un rapporto chiave che sarebbe dovuto essere pubblicato dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Il rapporto era legato alla cooperazione fra i paesi per la riduzione di emissioni di carbonio. Nel gruppo di lavoro Stavins era affiancato da un altro scienziato e entrambi erano attorniati da una cinquantina di rappresentanti governativi. La maggior parte di questi funzionari aveva fatto notare che il rapporto non era conforme ai loro interessi e ai negoziati multilaterali che erano stati condotti in altre sedi. Le conclusioni a cui giungevano i due scienziati disturbavano i loro piani ed era stato loro imposto di cancellare almeno i due terzi di quanto avevano scritto. Gran parte di questi politici stanno lavorando a un nuovo trattato che sostituirebbe il protocollo di Kyoto nel 2015.

Una delle conclusioni fatte da Stavins è che i rapporti sul clima sono essenzialmente dettati dai politici e i cittadini non hanno accesso alle vere informazioni. I rapporti sul clima che vengono pubblicati hanno poco valore scientifico, sono profilati da interessi politici e finanziari e servono a impaurire le persone facendo temere loro le cosiddette “catastrofi climatiche”. In questo modo sono state già annunciate diverse false situazioni catastrofiche : • La temperatura del globo è in aumento : è completamente sbagliato. La temperatura media del pianeta non si è mossa da almeno 17 anni. • Il CO2 è responsabile del cambiamento climatico : è falso. Si sa che gran parte del CO2 serve alla crescita vegetale e che gli oceani ne assorbono in parte, il che porta alle precipitazioni di carbonato. I veri scienziati sanno che è il Sole che determina il clima. • L’acqua degli oceani sale : sì, ma di pochi millimetri. Siamo ben lontani dalle previsioni catastrofiche che annunciano la scomparsa di intere regioni. In realtà l’altezza degli oceani ha sempre fluttuato nel corso dei secoli. Si devono rivedere le conoscenze sulle placche tettoniche e sul vulcanismo. La Terra è un pianeta tellurico, in apparenza i politici lo ignorano. • I ghiacciai fondo al Polo Nord : sì, parzialmente, ma al Polo Sud aumentano la superficie. Tutte le presunte calamità sono pretesti per tassare la popolazione : tasse sul riscaldamento, sul carburante, sull’energia elettrica, ecc, ha spiegato il professor Robert Stavins dell’Università di Harvard, una delle più prestigiose al mondo.

Uno studioso americano del Mit lancio’ alcuni fa dalla tribuna di Erice la sua tesi provocatoria, ERICE (Trapani) – L’effetto serra? Tutta una montatura dell’Ipcc, il gruppo scientifico internazionale dell’Onu che da anni studia gli effetti dell’aumento dell’anidride carbonica  nell’atmosfera. Dati di partenza arbitrari, calcoli sbagliati, conclusioni esagerate. Altro che febbre del pianeta, scioglimento dei ghiacci e inondazioni. male che vada, il termometro salirà appena di mezzo grado fra cento anni, senza effetti negativi di sorta. Sono giudizi pesanti quelli che il professor Richard Lindzen lascia cadere dalla tribuna dei seminari sulle «emergenze planetarie» di Erice. Proprio mentre a Ginevra si discute come attuare la convenzione di Rio sul clima, che sollecita i Paesi industrializzati a ridurre le emissioni di Co2, e quindi l’uso dei combustibili fossili. Provocazioni di un eretico in controtendenza rispetto a valutazioni maturate dopo anni di studio? La domanda è legittima, ma Lindzen replica «La certezza dell’effetto serra non può essere questione di opinioni. Si deve basare su dati scientifici legittimi. E allo stato attuale non c’è nessuna evidenza che l’uomo, con le sue emissioni, provochi fenomeni di surriscaldamento dell’ampiezza di quelli descritti dall’Ipcc». Lindzen, look monacale, barba fluente e calvizie galoppante, ha al suo attivo un curriculum ineccepibile. E’ professore in fisica dell’atmosfera presso il prestigioso Mit, l’istituto di tecnologia del Massachusetts. Dove sbaglierebbero gli esperti dell’Ipcc? «Prospettano per il 2100 un aumento medio delle temperature di tre-quattro gradi – risponde Lindzen – E arrivano a questa catastrofica conclusione dando per scontato che ci sarà almeno un raddoppio  di Co2 nell’atmosfera accompagnato da un “feedback positivo” da parte del vapor d’acqua: cioè una sorta di effetto moltiplicatore del surriscaldamento. Ma tutto ciò è arbitrario». Al contrario, secondo Lindzen, più che un feedback positivo ce ne sarà uno negativo: di solito, i sistemi naturali complessi reagiscono opponendosi alle variazioni  di stato. Rincara la dose il fisico del Mit:  non è escluso che chi soffia sul fuoco dell’effetto serra lo faccia per avere finanziate le proprie ricerche climatologiche, un settore che, prima dello spauracchio dell’anidride carbonica, riscuoteva scarso interesse da parte del management scientifico.Lindzen non è nuovo alle invettive anti-effetto serra. Qualche anno fa fu quasi processato dai verdi americani per le sue posizioni estreme. Ma, dopo i più recenti rapporti, ultimo quello del Wwf  internazionale,, che conferma le preoccupazioni della comunità scientifica, ci si sarebbe aspettata maggiore cautela. E infatti cauta è la reazione dell’organizzazione dei seminari di Erice, il fisico Antonino Zichichi, il quale ha sottolineato la necessità di un approfondimento scientifico su un argomento che presenta ancora molti lati controversi. E che, a parte le posizioni radicali di Lindzen, sta suscitando discussioni anche tra coloro che condividono la tesi dell’effetto serra”.

Sul Foglio, nel mese di dicembre 2015, il collega Piero Vietti analizzo’ in modo ottimale le tante bufale legate al surriscaldamento globale:” La sintesi più appropriata ai summit sul clima che da anni l’Onu organizza in giro per il mondo per salvare il pianeta (l’ultimo, ovviamente quello decisivo, in corso in questi giorni a Parigi) l’aveva data con qualche secolo di anticipo sant’Agostino: “I nostri antenati si lamentarono dei loro giorni, e gli avi loro si lamentarono dei loro giorni. A nessun uomo sono mai piaciuti i giorni della sua vita. Piuttosto, ai posteri piacciono i giorni degli avi (…). Ogni anno, quando sentiamo freddo, di solito diciamo: ‘Non ha mai fatto un freddo così’; e se sentiamo caldo diciamo: ‘non ha mai fatto un caldo così’”. Questa citazione si trova all’inizio di “Climatismo: una nuova ideologia” (21mo Secolo, 20 euro, [email protected]), libro appena uscito di Mario Giaccio, ordinario di Tecnologia e innovazione e Tecnologia ed economia delle fonti di energia all’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara. Il saggio è un concentrato perfetto di tutto quello che la vulgata catastrofista da anni nega o non dice, anche se contenuto in documenti, ricerche e rapporti di pubblico dominio. Si parte da un’osservazione banale quanto fondamentale: le variazioni climatiche sono dovute a una molteplicità di fattori che l’uomo non può controllare: il Sole, l’irregolarità dell’orbita terrestre, l’influenza del mare e la presenza delle nuvole. Tutte cose che la scienza conosce ancora poco. Invece “le cause di origine antropica vengono ricondotte quasi esclusivamente alle emissioni di anidride carbonica conseguente l’utilizzo dei combustibili fossili, ma questa rappresenta soltanto il 5 per cento dell’anidride carbonica presente in atmosfera (ed è una frazione irrilevante in rapporto a quella sciolta negli oceani e a quella presente nei sedimenti sotto forma di carbonati o di bicarbonati)”. Eppure ci stanno convincendo che basterà ridurre un poco le emissioni prodotte dalle attività umane per rallentare i cambiamenti climatici. Il libro di Giaccio spiega passo per passo i punti oscuri su cui si basano le “certezze” della lotta al clima che cambia: l’inaffidabilità dei modelli matematici che fanno previsioni presentate come infallibili sulla temperatura che farà tra mezzo secolo; gli effetti del Protocollo di Kyoto, quasi inutili sul clima, molto pesanti invece su economia e finanza; il cosiddetto consenso universale sulla teoria del global warming causato dall’uomo, in realtà non così universale; l’ultilizzo politico di molte “uscite” scientifiche del panel di esperti dell’Onu, l’Ipcc; le innumerevoli truffe legate al mercato dei crediti del carbonio. Come spesso capita di osservare occupandosi di lotta ai cambiamenti climatici, la scienza tende a fare da sfocato sfondo a discussioni e scontri a carattere quasi unicamente politico ed economico. Il climatismo però è una ideologia in tutto e per tutto, spiega ancora Giaccio, e come tutte le ideologie diventa scimmiottamento di una religione, apparato liturgico annesso compreso: come scriveva qualche anno fa il climatologo francese Marcel Leroux, l’origine antropica dell’innalzamento delle temperature deve considerarsi dogma a tutti gli effetti: ci sono i “buoni”, che credono a quanto viene loro detto senza porsi troppe domande, e i “cattivi”, che dubitano degli annunci catastrofisti. L’ambientalismo ha di fatto sostituito il socialismo come religione laica, scrive Giaccio citando il fisico Freeman Dyson, i crediti di carbonio sono le nuove indulgenze per pulirsi la coscienza, e i media in tutto questo hanno giocato e giocano un ruolo fondamentale sia per la trasmissione del verbo, sia per la teorizzazione del culto ambientalista. Richard Lindzen, che è considerato attualmente il maggior fisico dell’atmosfera ed è stato proclamato “climate scientist” nel 2007, ha dichiarato: “Le generazioni future si chiederanno, con perplesso stupore, come mai il mondo sviluppato degli inizi del XXI secolo è caduto in un panico isterico a causa di un aumento della temperatura media globale di pochi decimi di grado. Si chiederanno come, sulla base di grossolane esagerazioni di proiezioni altamente incerte di modelli matematici, combinate con improbabili catene di interferenze, è stata presa in considerazione la possibilità di ritornare all’era preindustriale”.