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I dubbi sull’Instrumentum Laboris del prossimo Sinodo

papa Francesco 3(Gianluca Martone) Lo scorso 23 giugno, sono state rese note le linee-guida dell’Instrumentum laboris del 14.mo Sinodo generale ordinario sulla famiglia, che si svolgerà nel prossimo mese di ottobre in Vaticano, ossia le sfide, la vocazione e la missione della famiglia. Il documento di lavoro ha riportato interamente la Relatio Synodi – testo conclusivo del precedente Sinodo sulla famiglia, svoltosi nel mese di ottobre del 2014 –
integrato con la sintesi delle risposte al questionario proposto, nel corso dell’anno, dalla Segreteria sinodale a tutte le Chiese del mondo. Data l’importanza della questione, di fondamentale importanza per il futuro della Chiesa e della nostra società, occorre analizzare alcuni articoli dell’Instrumentum, che mostrano una certa tendenza per il superamento di alcune prassi tradizionali.Prima di scorrere gli articoli, è interessante notare che la conclusione dell’Instrumentum indica che non “si può dimenticare che la celebrazione del prossimo Sinodo si situerà nella luce del Giubileo Straordinario della Misericordia indetto da Papa Francesco, che avrà inizio l’8 dicembre 2015.” Al numero 68 del documento si ricorda però che “la Misericordia non toglie nulla alla Verità”, perchè “è strettamente legata con le Verità fondamentali della Fede”. Iniziamo ad analizzare i vari punti dell’Instrumentum.

1) (Contraccezione e responsabilità generativa)
N°137: Tenendo presente la ricchezza di sapienza contenuta nella Humanae Vitae, in relazione alle questioni da essa trattate emergono due poli da coniugare costantemente. Da una parte, il ruolo della coscienza intesa come voce di Dio che risuona nel cuore umano educato ad ascoltarla; dall’altra, l’indicazione morale oggettiva, che impedisce di considerare la generatività una realtà su cui decidere arbitrariamente, prescindendo dal disegno divino sulla procreazione umana. Quando prevale il riferimento al polo soggettivo, si rischiano facilmente scelte egoistiche; nell’altro caso, la norma morale viene avvertita come un peso insopportabile, non rispondente alle esigenze e alle possibilità della persona. La coniugazione dei due aspetti, vissuta con l’accompagnamento di una guida spirituale competente, potrà aiutare i coniugi a fare scelte pienamente umanizzanti e conformi alla volontà del Signore.
Il Salmo 127 recita:” Ecco, i figliuoli sono un’eredità che viene dall’Eterno; il frutto del seno materno è un premio. Quali le frecce in man d’un prode, tali sono i figliuoli della giovinezza. Beati coloro che ne hanno il turcasso pieno! Non saranno confusi quando parleranno coi loro nemici alla porta”.
Angelus Papa Giovanni Paolo II 17 luglio 1994:” In realtà, nella generazione della vita, gli sposi realizzano una delle dimensioni più alte della loro vocazione: sono collaboratori di Dio. Proprio per questo sono tenuti ad un atteggiamento estremamente responsabile. Nel prendere la decisione di generare o di non generare essi devono lasciarsi ispirare non dall’egoismo né dalla leggerezza, ma da una generosità prudente e consapevole, che valuta le possibilità e le circostanze, e soprattutto che sa porre al centro il bene stesso del nascituro. Quando dunque si ha motivo per non procreare, questa scelta è lecita, e potrebbe persino essere doverosa. Resta però anche il dovere di realizzarla con criteri e metodi che rispettino la verità totale dell’incontro coniugale nella sua dimensione unitiva e procreativa, quale è sapientemente regolata dalla natura stessa nei suoi ritmi biologici. Essi possono essere assecondati e valorizzati, ma non “violentati” con artificiali interventi”.
Esortazione Apostolica Papa Giovanni Paolo II “Familiaris Consortio”:
”Una preziosa testimonianza può e deve essere data da quegli sposi che, mediante l’impegno comune della continenza periodica, sono giunti ad una più matura responsabilità personale di fronte all’amore ed alla vita. Come scriveva Paolo VI, «ad essi il Signore affida il compito di rendere visibile agli uomini la santità e la soavità della legge che unisce l’amore vicendevole degli sposi con la loro cooperazione all’amore di Dio autore della vita umana» (“Humane Vitae”).
2) Integrazione dei divorziati risposati nella vita della Chiesa
n°121: “si richiede da molte parti che l’attenzione e l’accompagnamento nei confronti dei divorziati risposati civilmente si orientino verso una sempre maggiore loro integrazione nella vita della comunità cristiana, tenendo conto della diversità delle situazioni di partenza. Fermi restando i suggerimenti di Familiaris Consortio 84, vanno ripensate le forme di esclusione attualmente praticate nel campo liturgico-pastorale, in quello educativo e in quello caritativo. Dal momento che questi fedeli non sono fuori della Chiesa, si propone di riflettere sulla opportunità di far cadere queste esclusioni.”
Una via penitenziale per l’accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati.
N°123: “Per affrontare la tematica suddetta, c’è un comune accordo sulla ipotesi di un itinerario di riconciliazione o via penitenziale, sotto l’autorità del Vescovo, per i fedeli divorziati risposati civilmente, che si trovano in situazione di convivenza irreversibile. In riferimento a Familiaris Consortio 84, si suggerisce un percorso di presa di coscienza del fallimento e delle ferite da esso prodotte, con pentimento, verifica dell’eventuale nullità del matrimonio, impegno alla comunione spirituale e decisione di vivere in continenza. Altri, per via penitenziale intendono un processo di chiarificazione e di nuovo orientamento, dopo il fallimento vissuto, accompagnato da un presbitero a ciò deputato. Questo processo dovrebbe condurre l’interessato a un giudizio onesto sulla propria condizione, in cui anche lo stesso presbitero possa maturare una sua valutazione per poter far uso della potestà di legare e di sciogliere in modo adeguato alla situazione.
La tradizione ortodossa
n°129: Il riferimento che alcuni fanno alla prassi matrimoniale delle Chiese ortodosse deve tener conto della diversità di concezione teologica delle nozze. Nell’Ortodossia c’è la tendenza a ricondurre la prassi di benedire le seconde unioni alla nozione di “economia” (oikonomia), intesa come condiscendenza pastorale nei confronti dei matrimoni falliti, senza mettere in discussione l’ideale della monogamia assoluta, ovvero dell’unicità del matrimonio. Questa benedizione è di per sé una celebrazione penitenziale per invocare la grazia dello Spirito Santo, affinché sani la debolezza umana e riconduca i penitenti alla comunione con la Chiesa.
Esortazione Apostolica Familiaris Consortio Papa Giovanni Paolo II.
“Esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza. La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi».Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.
Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità”.
Vangelo di San Matteo, capitolo 19.
“Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «E’ lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi». Gli obiettarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?». Rispose loro Gesù: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio».
Vangelo di San Marco, capitolo 6.
“In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro”
Testimonianza eccezionale di Luna Simms, protestante e convertita al Cattolicesimo.
La Chiesa cattolica, continua, «offre una dottrina ricca e bella sul matrimonio in tutta la sua pienezza, specialmente come immagine del matrimonio di Cristo con la Sua sposa, la Chiesa». Questa visione, «ci ha portato lentamente a prendere in considerazione le altre posizioni della Chiesa». Nel suo cammino di conversione, Luma Simms ha avuto «alti e bassi», «come ogni convertito sa». Molte volte «mi sono alzata nel cuore della notte pensando: come è possibile che sia arrivata a prendere in considerazione il cattolicesimo? Ma poi alla mattina durante la Messa quotidiana, pregando la liturgia, sperimento la presenza profonda di Dio, anche se non ricevo l’eucarestia».
Come sia possibile, Simms lo spiega così: «È attraverso la comunione spirituale che continuo ad essere spiritualmente nutrita dal Signore». E pensare che «questa sia una comunione di serie b», precisa, significa «sminuire uno dei modi in cui Cristo nutre la Sua gente». Perché, come chiarisce il grande teologo Hans Urs von Balthasar, la comunione spirituale «è l’atto di preghiera della fede vivente e intelligente, che comunica con Cristo, verità vivente ed eterna, entra con lui in partecipazione e comunione vivente». Cioè, sottolinea Simms, non si tratta innanzitutto «dell’assenza di qualcosa ma della Sua presenza», per questo «non mi permetto di autocommiserarmi mentre viene distribuita l’Eucaristia. E Dio non voglia che mi arrabbi con il mio sacerdote o con la Chiesa».
Simms afferma poi che «non è la Chiesa» a negarmi la comunione, «sono io che (…) ho disobbedito a Dio abbandonando il mio primo matrimonio», nonostante fossi «immatura» e «le circostanze mi abbiano portato a questa drastica misura». Forse «alcune persone potrebbero rimanere scioccate dall’idea di sottomettersi a una Chiesa in cui non posso prendere la comunione perché sono divorziata e risposata. Ma a meno che riescano a dimostrare il contrario, ogni compromesso sulla comunione ai divorziati e risposati corromperebbe la dottrina del matrimonio e, riducendo l’immagine della Chiesa come sposa di Cristo, svilirebbe la Chiesa. Io ho trovato riparo presso la Chiesa. Ora prego, per la mia salvezza e per quella dei miei figli, che la Chiesa non vacilli».
3) Elementi positivi nelle convivenze.
“Il n°98 dell’Instrumentum riprende il n°41 della Relatio. “Una sensibilità nuova della pastorale odierna, consiste nel cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze. Occorre che nella proposta ecclesiale, pur affermando con chiarezza il messaggio cristiano, indichiamo anche elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più ad esso.” Nel n°99 si fa esplicito riferimento all’accompagnamento “di quanti vivono il matrimonio civile o la convivenza nella graduale scoperta dei germi del Verbo che vi si trovano nascosti, per valorizzarli, fino alla pienezza dell’unione sacramentale.”
Esortazione Apostolica Familiaris Consortio Papa Giovanni Paolo II.
b) Unioni libere di fatto
Si tratta di unioni senza alcun vincolo istituzionale pubblicamente riconosciuto, né civile né religioso. Questo fenomeno – esso pure sempre più frequente – non può non attirare l’attenzione dei pastori d’anime, anche perché alla sua base possono esserci elementi molto diversi fra loro, agendo sui quali sarà forse possibile limitarne le conseguenze. Alcuni, infatti, vi si considerano quasi costretti da situazioni difficili – economiche, culturali e religiose – in quanto, contraendo regolare matrimonio, verrebbero esposti ad un danno, alla perdita di vantaggi economici, a discriminazioni, ecc. In altri, invece, si riscontra un atteggiamento di disprezzo, di contestazione o di rigetto della società, dell’istituto familiare, dell’ordinamento socio-politico, o di sola ricerca del piacere. Altri, infine, vi sono spinti dall’estrema ignoranza e povertà, talvolta da condizionamenti dovuti a situazioni di vera ingiustizia, o anche da una certa immaturità psicologica, che li rende incerti e timorosi di contrarre un vincolo stabile e definitivo. In alcuni Paesi le consuetudini tradizionali prevedono il matrimonio vero e proprio solo dopo un periodo di coabitazione e dopo la nascita del primo figlio. Ognuno di questi elementi pone alla Chiesa ardui problemi pastorali, per le gravi conseguenze che ne derivano, sia religiose e morali (perdita del senso religioso del matrimonio, visto alla luce dell’Alleanza di Dio con il suo popolo: privazione della grazia del sacramento; grave scandalo), sia anche sociali (distruzione del concetto di famiglia; indebolimento del senso di fedeltà anche verso la società; possibili traumi psicologici nei figli; affermazione dell’egoismo). Sarà cura dei pastori e della comunità ecclesiale conoscere tali situazioni e le loro cause concrete, caso per caso; avvicinare i conviventi con discrezione e rispetto; adoperarsi con una azione di paziente illuminazione, di caritatevole correzione, di testimonianza familiare cristiana, che possa spianare loro la strada verso la regolarizzazione della situazione. Soprattutto, però, sia fatta opera di prevenzione, coltivando il senso della fedeltà in tutta l’educazione morale e religiosa dei giovani, istruendoli circa le condizioni e le strutture che favoriscono tale fedeltà, senza la quale non si dà vera libertà, aiutandoli a maturare spiritualmente, facendo loro comprendere la ricca realtà umana e soprannaturale del matrimonio-sacramento. Il Popolo di Dio si adoperi anche presso le pubbliche autorità affinché resistendo a queste tendenze disgregatrici della stessa società e dannose per la dignità, sicurezza e benessere dei singoli cittadini, si adoperino perché l’opinione pubblica non sia indotta a sottovalutare l’importanza istituzionale del matrimonio e della famiglia.
c) Cattolici uniti col solo matrimonio civile
82. E’ sempre più diffuso il caso di cattolici che, per motivi ideologici e pratici, preferiscono contrarre il solo matrimonio civile, rifiutando o almeno rimandando quello religioso. La loro situazione non può equipararsi senz’altro a quella dei semplici conviventi senza alcun vincolo, in quanto vi si riscontra almeno un certo impegno a un preciso e probabilmente stabile stato di vita, anche se spesso non è estranea a questo passo la prospettiva di un eventuale divorzio. Ricercando il pubblico riconoscimento del vincolo da parte dello Stato, tali coppie mostrano di essere disposte ad assumersene, con i vantaggi, anche gli obblighi. Ciò nonostante, neppure questa situazione è accettabile da parte della Chiesa. L’azione pastorale tenderà a far comprendere la necessità della coerenza tra la scelta di vita e la fede che si professa, e cercherà di far quanto è possibile per indurre tali persone a regolare la propria situazione alla luce dei principi cristiani. Pur trattandole con grande carità, e interessandole alla vita delle rispettive comunità, i pastori della Chiesa non potranno purtroppo ammetterle ai sacramenti”.
Vangelo di San Matteo, capitolo 7.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!”.
4) Lo snellimento delle procedure di annullamento

Al n°115 dell’Instrumentum laboris si evidenzia che “si rileva un ampio consenso sull’opportunità di rendere più accessibili ed agili, possibilmente gratuite, le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità matrimoniale. Quanto alla gratuità, alcuni suggeriscono di istituire nelle Diocesi un servizio stabile di consulenza gratuita. Circa la doppia sentenza conforme, larga è la convergenza in ordine al suo superamento, fatta salva la possibilità di ricorso da parte del Difensore del vincolo o di una delle parti. Viceversa, non riscuote unanime consenso la possibilità di un procedimento amministrativo sotto la responsabilità del Vescovo diocesano, poiché alcuni ne rilevano aspetti problematici. Diversamente, c’è maggiore accordo sulla possibilità di un processo canonico sommario nei casi di nullità patente.Riguardo alla rilevanza della fede personale dei nubendi per la validità del consenso, si rileva una convergenza sull’importanza della questione e una varietà di approcci nell’approfondimento.”
Osservazioni Luisella Scrosati sulla “Nuova Bussola Quotidiana”.
“Qualcuno afferma alle volte che, quando una coppia si sposa in chiesa senza impegnarsi autenticamente nella fede della Chiesa o senza comprendere la dimensione sacramentale del matrimonio (ad esempio, una coppia istruita male nel catechismo, formata da persone solo nominalmente cattoliche ma per il resto prive di un impegno personale con la fede), vi è qualcosa di mancante nel sacramento stesso, nonostante le parti abbiano manifestato il proprio consenso in modo formalmente valido per la Chiesa cattolica. Tale argomentazione è incompatibile con la dottrina cattolica e la prassi pastorale, per tre ragioni. In primis, la Chiesa proclama che vincoli matrimoniali indissolubili e sacramentali possono essere contratti tra cattolici e non cattolici che siano battezzati (ad es., ortodossi o protestanti) (1). In tali casi, il non cattolico non professa la fede cattolica nella piena integrità dpapa Francesco 3i questa. Allo stesso modo, quando una coppia protestante diviene cattolica, la Chiesa considera il matrimonio della coppia medesima come sacramentale e indissolubile, anche se i coniugi, prima di convertirsi, non credevano che il matrimonio fosse un sacramento e ne intendevano solo le finalità naturali. Eppure, l’argomentazione di cui sopra suggerisce che la professione integrale della fede cattolica sia necessaria per la validità sacramentale. Questo renderebbe di fatto non sacramentali tutti i matrimoni misti e quelli tra non cattolici. In secondo luogo, un siffatto ragionamento minerebbe un pilastro centrale dell’economia sacramentale: la validità dei sacramenti non dipende dal fatto che il ministro sia in stato di grazia (cosa che, in definitiva, non è conoscibile) ma dalla correttezza della forma e dalla materia. Gli sposi sono i ministri del matrimonio. Se gli sposi mancano di fede formata (ad es., se essi non sono in grazia di Dio), allora potrebbero non beneficiare degli effetti del sacramento derivanti dalla grazia, tuttavia il sacramento in sé è valido, assumendo che essi si siano scambiati un valido consenso ed abbiano manifestato l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa, come ha espressamente dichiarato Benedetto XVI .Infatti, tale questione è stata risolta nella controversia del IV secolo con i donatisti, i quali avevano affermato, così come l’argomentazione di cui sopra, che i ministri non in stato di grazia non potevano impartire validamente i sacramenti. In terzo luogo, questa visione delle cose andrebbe a modificare l’insegnamento esplicito della Chiesa, che cioè un valido matrimonio richiede solamente che una persona intenda i beni naturali del matrimonio medesimo. Come spiegato da Giovanni Paolo II, «La Chiesa non rifiuta la celebrazione delle nozze a chi è bene dispositus, anche se imperfettamente preparato dal punto di vista soprannaturale, purché abbia la retta intenzione di sposarsi secondo la realtà naturale della coniugalità. Non si può infatti configurare, accanto al matrimonio naturale, un altro modello di matrimonio cristiano con specifici requisiti soprannaturali». Invero, nel suo discorso alla Rota Romana del 2013, Benedetto XVI ha risposto direttamente all’osservazione secondo cui la mancanza di fede invalida il matrimonio ed ha palesemente riaffermato l’insegnamento di Giovanni Paolo II, per il quale intendere le finalità naturali del matrimonio è sufficiente”.
5) Accoglienza delle persone omosessuali.

N°131” Si ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con sensibilità e delicatezza, sia nella Chiesa che nella società. Sarebbe auspicabile che i progetti pastorali diocesani riservassero una specifica attenzione all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale e di queste stesse persone”.
Intervista dello psicologo Van den Ardweg sulla “Nuova Bussola Quotidiana”.
“La proibizione a livello internazionale della terapia dell’omosessualità è da anni uno degli obiettivi del movimento gay. Non può essere altrimenti, visto che pretendono di far riconoscere l’omosessualità come normale, naturale e immutabile, in tutto equivalente alla sessualità (etero) normale; parlare di “terapia” significa, infatti, che qualcosa non va, che non è una manifestazione di sessualità normale o sana, e che è suscettibile di cambiamento, di “guarigione”. La loro conclusione è che la terapia è eticamente inaccettabile, e per di più impossibile, perché non si può cambiare la natura di una persona: si può tutt’al più farle violenza. Al contrario, un atteggiamento umano sarebbe quello del presidente Obama: riconoscere alle persone il diritto di “amare come vogliono”. Persino cattolici ortodossi assimilano a poco a poco questo modo di pensare. Non c’è da stupirsene: il lavaggio del cervello è continuo; non sentono e leggono nient’altro. Sono sempre di più a pensare che la morale sessuale della Chiesa in materia di omosessualità sia superata e soprattutto poco misericordiosa, e che sia necessario cercare soluzioni responsabili ispirate a comprensione e accettazione. In questo clima l’idea di “terapia” acquista una risonanza negativa. Tra i cristiani – e i cattolici non fanno eccezione – una giusta comprensione per le reali difficoltà di persone con tendenze omosessuali esorbita in molti casi trasformandosi in una compassione inopportuna. Ciò è in gran parte l’effetto di una propaganda che gli ha inculcato una certa immagine assolutamente irreale dell’omosessuale e dei rapporti omosessuali, ma non vanno dimenticati altri fattori, tra i quali una concezione sentimentale di amore del prossimo dominante in molti cattolici (e altri cristiani) nei confronti del loro prossimo omosessuale. Ciò non può non influire sull’atteggiamento del cattolico medio, bombardato dalla propaganda, nei confronti dell’omosessualità. Si comprende, pertanto, come sia possibile che in Occidente l’opposizione della gioventù cattolica al “matrimonio omosessuale” stia sparendo rapidamente . In uno dei paragrafi del Catechismo della Chiesa Cattolica è incastonata una frasetta surrettizia che aggrava l’incomprensione in ambienti cattolici nei confronti della “terapia” (psicoterapia) delle tendenze omosessuali. Al numero 2357 si legge: «La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile». Perché mai una persona dovrebbe ricorrere alla terapia di qualcosa la cui genesi psichica è sconosciuta? Questa frasetta fallace porta acqua al mulino della mistificante propaganda che il movimento gay conduce contro la terapia («L’omosessualità non si può ‘guarire’»; «Non ne conosciamo le cause, come nemmeno conosciamo quelle dell’eterosessualità»; «La terapia è nociva», e simili).
Il lettore accorto di questa frasetta, anche se magari non sa gran che di omosessualità, dovrebbe aggrottare le sopracciglia: com’è entrata un’affermazione del genere nel Catechismo, all’interno di una trattazione morale di questa materia? Detto con tutta chiarezza: dal punto scientifico quella frase è una sciocchezza. Ma intanto: chi l’ha scritta? Un ingenuo che ha fondato la sua saggezza su fonti gay (che in quel tempo certamente non mancavano)? Ma a quanto pare neanche i responsabili della redazione finale avevano idee chiare sulla letteratura specialistica in materia. Oppure… la frasetta è stata contrabbandata dolosamente in un tentativo di mistificare il tema dell’omosessualità? Si sa che è una tecnica collaudata della propaganda gay fare dell’omosessualità un mistero, e impedire in tal modo che conclusioni della psicologia che sono una minaccia per l’agenda gay – conclusioni già disponibili ben prima degli anni Ottanta del secolo scorso – godano di notorietà tra il pubblico. C’è un’altra frase nella quale si avverte un’eco della propaganda gay. Al numero 2358 si legge: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate». Lo slogan gay degli anni Ottanta recitava: «Una persona su dieci è omosessuale»; più tardi lo slogan è stato riformulato cautamente in «Una su cinquanta», perché ormai era risaputo che si poteva parlare di al massimo 1 su 50 adulti. Di conseguenza il Catechismo del 1992 avrebbe dovuto dire: «Le persone con tendenze omosessuali sono molte meno di quanto afferma la propaganda per la normalizzazione dell’omosessualità». Coloro che scrivono hanno la presunzione di presentare la loro opinione personale su una questione scientifica come se fosse un elemento della dottrina della Chiesa! Ciò è ridicolo e allo stesso tempo fuorviante: i fedeli considerano giustamente molto affidabili i testi di un Catechismo ufficiale, e i più non si rendono conto che qui vengono presi in giro. È paradossale che, proprio mentre Giovanni Paolo II esprimeva pubblicamente il suo rammarico per come alcuni organi ecclesiastici avevano agito nel caso di Galileo, questi autori del Catechismo cadessero nello stesso errore! Alcuni anni più tardi ne ho parlato in un colloquio personale con il cardinale Ratzinger, che ha detto di essere d’accordo con me: la Chiesa non è competente su questioni che devono essere risolte dalla scienza. Tanto più che «genesi psichica […] in gran parte inspiegabile» è un’espressione equivoca. Con un po’ di buon senso si potrebbe dire: se ‘la Chiesa’ dice che c’è una causa psichica che ancora non si conosce bene, perché non esorta a fare chiarezza su questa causa? Vale a dire: perché non incoraggia un lavoro di consulenza e psicoterapia, dato che tutte le conclusioni importanti della psicologia derivano proprio dall’esperienza della psicoterapia? A quanto pare, però, una conclusione del genere era esclusa a priori. La frase in questione potrebbe essere stata intesa anche come un tentativo di insinuare che probabilmente una causa psichica non si può trovare perché non esiste, all’unisono con la propaganda gay secondo la quale l’omosessualità sarebbe congenita. Ho constatato personalmente come un’idea del genere sia condivisa da alcuni alti dignitari ecclesiastici, che si sono chiusi ermeticamente a una critica motivata, e hanno evitato il dibattito pubblico; una forma di clericalismo che si pensava appartenesse al passato. Sono passati venticinque anni. Naturalmente il giudizio della morale cattolica sul comportamento omosessuale non è cambiato. Il Catechismo deve essere comunque ripulito da queste frasi, perché sono sbagliate e inopportune . Proprio la Chiesa – sacerdoti, vescovi e laici – dovrebbe favorire e incoraggiare forme ragionate di consulenza e terapia per persone con problemi di omosessualità, come ha sempre promosso la ricerca e la cura di malattie, sofferenze e menomazioni. È un dovere di amore del prossimo, per molte ragioni. La Chiesa insegna alle persone con sentimenti omosessuali che «sono chiamate alla castità» (Catechismo n. 2359); ma le conoscenze e i mezzi che permettono che ciò si realizzi li fornisce proprio una consulenza e una terapia mirata al cambiamento e fondata sulla concezione cristiana dell’uomo.
I sentimenti omosessuali non sono tendenze isolate. Sono connessi a uno sviluppo psichico incompleto della natura maschile/femminile, a fissazioni emotive e mentali ancorate all’adolescenza (pubertà), a emotività nevrotica (sentimenti di inferiorità, depressioni, ad ansie, a disturbi psicosomatici, ad egocentrismo eccessivo) e a problemi nella vita di relazione. Quanto più si supera questa nevrosi sessuale, tanto più si indeboliscono le tendenze omosessuali. Lo psicoterapeuta è in gran parte un ‘allenatore’ che assiste il cliente nella sua attività di autoeducazione. Il suo lavoro è fondato su tutte le virtù umane, perché per vivere castamente non basta concentrare l’attenzione solo sulla castità. Ma, d’altra parte, aspirare alla castità è già di per sé terapia, un passo in direzione di una maggiore maturità psichica e ‘denevrotizzazione’. Il ricorso alla psicoterapia è sempre libero e volontario. Si stima che sia una quota del 20% delle persone con tendenze omosessuali a sentire il bisogno di una forma di consulenza o terapia costruttiva, mirata al cambiamento; tra le persone che vogliono vivere secondo la morale sessuale cattolica la percentuale è molto maggiore. Per quanto riguarda il cambiamento dell’orientamento sessuale: il cambiamento è profondo in una esigua percentuale (sono quelli che sviluppano sentimenti eterosessuali normali), e la maggior parte presenta notevoli miglioramenti. Ma esistono anche altre ragioni a favore della terapia. L’assistenza regolare di persone che ne hanno l’esperienza riduce o previene gli inevitabili aspetti autodistruttivi dello stile di vita gay: promiscuità insaziabile, malattie veneree, depressioni, suicidi, drastica riduzione della durata della vita, dipendenza da stupefacenti e alcolici. I cattolici dovrebbero fare di più per conoscere meglio la situazione problematica di persone bene intenzionate affette da sentimenti omosessuali. Sono assediate da tutto un mondo che le esorta a vivere da gay. Con grande ingenuità certi sacerdoti e laici cattolici pensano che la soluzione sia “una relazione fedele”: questa, in realtà, non è che il primo passo verso la promiscuità. Per chi cerca aiuto sono pochissimi gli psicoterapeuti e i consulenti competenti. È un dato di fatto doloroso: il mondo cattolico nel suo complesso brilla per la sua assenza. Quale contributo costruttivo offrono in questo campo istituzioni e università cattoliche? Tanti bei discorsi moraleggianti, ma gli interessati, i loro genitori e i loro familiari, amici e conoscenti sono abbandonati al loro destino. E il peggio è che ci sono persino prelati e intellettuali cattolici che non vogliono avere a che fare con piccole e coraggiose associazioni che vorrebbero prestare assistenza pratica e costruttiva ed eventualmente assistenza terapeutica, nonostante un clima politico e sociale che le reprime e rigetta. C’è molta incomprensione e ignoranza, molta vigliaccheria e paura dei media”.