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Napoli. La chiesa di S. Maria la Nova con i resti del principe Dracula e re Corradino

(Giuseppe PACE). (SECONDA PARTE). Per comprendere appieno, o almeno in modo non superficiale, la chiesa e la sua cappella, nella centrale città di Napoli, contenente i resti mortali del Principe di Valacchia Vlad III Tepes detto Dracula, è bene immergersi nella storia dell’arte napoletana dei secoli precedenti e successivi al XV. Napoli è stata, oggi appare offuscata dalla cronaca non edificante l’evoluzione sociale ma l’involuzione, nel passato capitale europea di fatti storici, di nobili signori, di matrimoni nobiliari, di dinastie regnanti, di commerci, di cultura e di urbanistica, di arte non affatto secondaria ad altre parti europee. La prima metà del XV secolo, a Napoli e nel resto del Regno l’arte rinascimentale, nell’accezione legata alle influenze toscane, si ritrova in alcuni esempi illustrissimi come il monumento funebre del cardinale Rainaldo Brancaccio (14261428) in Sant’Angelo a Nilo, opera di Donatello e Michelozzo, oppure nella cappella Caracciolo del Sole, in san Giovanni a Carbonara, nella quale hanno lavorato Andrea Ciccione, Leonardo da Besozzo e tra i locali il Perinetto. Dominarono la scena artistica essenzialmente le influenze franco-fiamminghe, legate a rotte politiche e, in parte, commerciali. I numerosi artisti stranieri fecero della città un punto di scambio e di contaminazione artistica, nell’ambito della cosiddetta “Congiuntura Nord-Sud”, cioè quella commistione di modi mediterranei e fiamminghi che interessò un’ampia parte del bacino del Mediterraneo occidentale, comprese le regioni non costiere di transito, e che ebbe proprio in Napoli il suo epicentro. Questa felice situazione si manifestò già dal regno di Renato d’Angiò (14381442), che portò in città il suo gusto dagli ampi orizzonti culturali, culminato nell’attività di Barthélemy d’Eyck.Nella seconda metà del XV secolo Napoli fa emergere anche l’umanesimo tra gli interessi di re Alfonso, come dimostra la presenza a corte di famosi intellettuali come Panormita, Francesco Filelfo, Bartolomeo Facio e Lorenzo Valla, nonché l’importante biblioteca da lui costituita. Il nuovo sapere restò però essenzialmente confinato alla corte, mancando ad esempio un’attenzione del sovrano all’Università, che avrebbe potuto diffondere la nuova cultura nel regno. La stessa letteratura ebbe un carattere prevalentemente encomiastico. La prima metà del XVI secolo vide, il primo quarto, architetti con varie formazioni culturali impegnati a rinnovare il volto della capitale. Novello da San Lucano, che fu discepolo di Angelo Aniello Fiore, si recò a Roma per poter studiare meglio le architetture antiche per poter meglio proporzionare le sue opere, creando al suo ritorno la facciata dell’allora Palazzo Sanseverino (poi chiesa del Gesù Nuovo), dove usò per la prima volta il bugnato a punta di diamante in piperno. Gabriele d’Agnolo concepì con Palazzo Gravina la realizzazione di un palazzo nobiliare secondo i dettami del classicismo romano; suoi sono anche Palazzo Carafa di Nocera e la riedificazione in modi rinascimentali della chiesa di Santa Maria Egiziaca all’Olmo. Giovanni Francesco Mormando progettò e ricostruì vari edifici cittadini, ispirandosi all’architettura classica e a Leon Battista Alberti. Il suo allievo Giovanni Francesco di Palma contribuì all’ultimazione delle opere rimaste incompiute del maestro. Mentre crescevano le realizzazioni rinascimentali in città, continuavano ad arrivare architetti di formazione estranea a quella locale come nel caso nella cappella Caracciolo di Vico in San Giovanni a Carbonara, di un architetto della scuola di Bramante. La Cappella del Succorpo nel Duomo potrebbe essere stata disegnata, secondo alcune fonti, dallo stesso Bramante o dal lombardo Tommaso Malvito. Nel secondo decennio del secolo arrivò in città anche il Settignanese Romolo Balsimelli, che fu incaricato della realizzazione della chiesa di Santa Caterina a Formiello, dove venne usata una pianta innovativa, con pianta una croce inscritta in un quadrilatero, per mantenere dimensioni contenute. Dalla vicina Nola arrivò Giovanni da Nola, già studioso a Roma della scultura e dell’architettura classica. Egli, come architetto, progettò due palazzi in stile romano ma con forti influssi meridionali. Nel secondo quarto Ferdinando Manlio si mise in mostra con la realizzazione della basilica della Santissima Annunziata Maggiore e, con Giovanni Benincasa, realizzò la trasformazione da castello a tribunale di Castel Capuano. Dei due architetti è anche il piano urbanistico di Via Toledo e dei Quartieri Spagnoli, su commissione del viceré Pedro de Toledo, che permise l’espansione della città verso la collina del Vomero. Intanto, dopo la Controriforma si realizzano edifici sacri ad aula unica e senza transetti sporgenti, prendendo come modello la chiesa di Santa Caterina. Dopo il 1550 l’architettura puramente rinascimentale cadde in secondo piano con l’avvento del manierismo. Proseguirono comunque i cantieri degli edifici del centro antico iniziati nel cinquantennio precedente, come la chiesa del Gesù delle Monache, dalla facciata che ricorda un arco trionfale. In questo periodo nell’edilizia civile si sviluppò l’uso di decorazioni marmoree bianche in contrasto col piperno. Verso la fine del secolo l’architettura si arricchì di influssi classici portati dagli architetti Domenico Fontana, Giovanni Antonio Dosio e Gian Battista Cavagni. L’ultima opera rinascimentale può dirsi il rimaneggiamento su progetto di Giovanni Cola di Franco della chiesa di Santa Maria la Nova. La nobiltà cittadina di Napoli, al pari di quella municipale francese “Noblesse de cloche” ha partecipato al secolare funzionamento del sistema di governo urbano e di quello del Regno, mantenendo nel tempo un evidente livello di autonomia, rispetto al potere centrale reale e papale, nonché garantendo il rispetto dei princìpi di decentramento e partecipazione nell’amministrazione. La storia di Napoli, capitale del regno è, quindi, legata da un vincolo simbiotico con quella delle tante famiglie patrizie, con loro genealogie ed ascendenti ivi residenti nel corso dei secoli. Questi gruppi familiari, che scelsero di vivere in determinate aree della città e del regno con proprie regole e nel rispetto di tradizioni e costumanze locali sin dall’origine dell’antica Partenope, sono stati presenti quali importanti protagonisti della crescita urbanistica e sviluppo economico dell’Urbe. Difatti, tale ceto nobiliare ha lasciato diverse tracce del proprio livello socio-culturale, degne del lignaggio di appartenenza, nella compagine cittadina partenopea, edificando maestosi ed artistici palazzi gentilizi, imponenti cappelle familiari, suntuose chiese e contribuendo pure alla nascita di famose opere pie assistenziali. Tra gli enti caritatevoli-assistenziali, sorti a Napoli, si annovera il Pio Monte della Misericordia, fondato dai nobili Cesare Sersale, Giovan Andrea Gambacorta, Girolamo Lagni, Astorgio Agnese, Giovan Battista d’Alessandro, Giovan Vincenzo Piscicelli, Giovan Battista Manso. Altro esempio fu il piccolo conservatorio, prima, Eremo di Suor Orsola Benincasa, poi, di cui le cronache riferiscono che “presero esempio gli Eletti della città, e tutti i cittadini…uomini e donne, giovani e vecchi nobili cittadini, e plebei, si spogliarono di tutt’il meglio che avevano per impiegarlo in limosina di questa fabbrica”. E’altrettanto noto il contributo di taluni nobili allo sviluppo di un’economia pre-capitalista locale, tramite la fondazione di rinomati “banchi”, specializzati nell’attività creditizia già dal XV secolo. Il latifondismo feudale, inoltre, ha garantito nei secoli un micro-sistema economico locale, basato su un’agricoltura sviluppata e su varie attività di allevamento collegate. Il mecenatismo dell’aristocrazia, inoltre, favorì la presenza in Napoli di famosi artisti (architetti, pittori, scultori) e letterati che produssero capolavori di grande successo. In sostanza, il patriziato napoletano ha contribuito all’abbellimento, seguendo le mode raffinate del tempo, così come alla crescita urbana (strade, quartieri, edifici pubblici) ed economica della città e delle province del regno. La fama di tanto splendore, raggiunto dalla città di Napoli nel corso dei secoli, si diffuse rapidamente in tutti gli stati esteri e fu tale da incuriosire ed invogliare molte personalità straniere nel visitare la corte partenopea e suoi luoghi cittadini. E’, inoltre, opportuno ricordare i numerosi personaggi, dai nobili natali, che dettero grande impulso alla poesia, alla musica ed alle arti, partecipando alla formazione di illustri accademie culturali, frequentate, poi, anche da studiosi di altri paesi. Memore delle antiche tradizioni politiche ellenico-romano, legate alle forme di governo democratico-libertario-repubblicano, il suddetto ceto non accettò tanto facilmente il dispotismo e le monarchie assolutiste (La città di Napoli “in tutto il medio evo erasi retta a municipio bizantino, con forme repubblicane. Solo nel 1130 Ruggiero Normanno v’introdusse le forme monarchiche. Combattuta, all’interno del ceto, tra il sentimento di fedeltà e devozione all’autorità monarchica e l’ideale progettualità di un governo oligarchico in un regno autonomo ed indipendente, il patriziato napoletano si trovò in diversi avvenimenti politici non unito, per tale divergenza. Nonostante il susseguirsi delle varie regnanze, favorevoli o meno alla presenza di un cotale sistema di potere familiare oligarchico, è opinione comune ritenere la “schiatta” napoletana non “vano avanzo d’una spenta istituzione, ma un potente ordine d’uomini, ai quali era commesso il conservare le usanze ed i privilegi della Città e del Regno di Napoli”. Tale potente ceto dimostrò nel corso delle varie monarchie, succedutesi nel regno di Napoli, di essere in grado di sollevare ben organizzate rivolte politiche, coinvolgendo le masse popolari. Ciò è quanto avvenne nel 1485, allorquando la nobiltà baronale, comandata dal principe Roberto Sanseverino, sollevò grande tumulto contro Ferdinando I d’Aragona, chiedendo l’aiuto del duca Giovanni d’Angiò e dello stesso Papa. La causa, scatenante la rivolta, fu il tentativo della corona Aragonese di rinsaldare il prestigio ed il potere monarchico nel regno. I principali nomi dei baroni ribelli furono: Pirro del Balzo (principe di Altamura), Antonello Sanseverino (principe di Salerno), Girolamo Sanseverino (principe di Bisignano), Piero di Guevara (marchese del Vasto), Giovanni della Rovere (duca di Sora), Andrea Matteo Acquaviva (principe di Teramo), Giovanni Caracciolo (duca di Melfi), Angliberto del Balzo (duca di Nardò), Antonio Centenelli (duca di Melfi), Giovan Paolo del Balzo (conte di Nola), Pietro Bernardino Gaetano (conte di Morcone). Francesco Coppola (conte di Sarno), Francesco Petrucci (conte di Carinola), Giovanni Antonio (conte di Policastro). L’alleanza dei baroni tenne testa all’esercito aragonese per circa un anno di combattimenti, riportando clamorosi successi. La divisione interna al gruppo dei feudatari, causata anche dalla presenza di una nobiltà rampante di recente formazione mercantile, gli odi feroci ed una profonda rivalità sviluppatasi tra taluni esponenti portarono il principe di Salerno, rappresentante la vecchia casta feudale, a commettere vari errori. La monarchia soffocò, così, nel sangue questa prima rivolta di cortigiani (Tra il 1486 ed il 1487 furono condannati e giustiziati Francesco Coppola, conte di Sarno, Antonello Petrucci e suoi figli Francesco, conte di Carinola, e Giovanni Antonio, conte di Policastro. Mentre vari baroni congiurati finirono nelle prigioni di Castelnuovo, ove nella notte del natale 1491 vennero soppressi. Contro il governo assoluto dell’imperatore Carlo V, nuovamente la nobiltà cittadina ed i baroni si schierarono, parteggiando per l’armata francese, comandata dal Lautrec, scesa in Italia per volere sia del re di Francia che d’Inghilterra e della Svizzera, per liberare papa Clemente VII dalle prigioni di Castel S. Angelo. Nel 1528, molti casati filo-francesi, “ricordevoli di quel dominio sotto la casa d’Angiò”, parteggiarono per Odetto de Foix, visconte di Lautrec, causa il “tedio ed odio del dominio spagnuolo”. Tra i nobili anti-spagnoli, che particolarmente emersero nel conflitto, si ricordano Andrea Matteo Acquaviva, duca d’Atri, “il principe di Melfi, il conte di Conversano, e Federico Gaetani figlio di Onorato duca di Traetto e conte di Fondi, ed Errico Pandone duca di Boiano e conte di Venafro, cognato del conte di Conversano ed Alfonso Sanseverino duca di Somma”. Bisogna approfondire la ricerca storica per capire chi era il lucano, vivente a Napoli, Matteo Ferrillo, che sposò la figlia di Dracula, Maria Balsa. Tale ricerca deve avere l’obiettivo di capire i legami tra il lucano genero di Dracula, il nobile di Fondi e di Piedimonte d’Alife e il duca di Bojano Pandone. La storia, spesso affetta dagli intrighi e diplomazia da alto “bizantinismo” di Napoli, era analoga a quella dei principati di Valacchia, di Moldavia e di Transilvania, dove il nobile Vlad III (nato a Sighisoara nel 1431-e morto a Napoli? nel 1489), aveva il suo feudo traballante nel XV secolo e successivamente. Comunque il Lautrec trovò concreti sostegni e supporti da parte di questa aristocrazia, allorquando cominciò ad invadere il regno con le sue truppe. Le adesioni alla causa francese furono numerose ed importanti, come testimoniano gli elenchi dei ribelli, redatti dal governo vicereale al termine della contesa ispano-francese. Tra gli esponenti più rinomati della nobiltà del regno vengono citati: Sergianni Caracciolo (principe di Melfi), Antonio Carafa (principe di Stigliano), Alberico Carafa (duca d’Ariano), Andrea Matteo Acquaviva (duca d’Atri), Errico Pandone (duca di Boiano), Ferrante Orsino (duca di Gravina), Alfonso Sanseverino (duca di Somma), Ferrante Castriota (duca di S. Pietro in Galatina), Giovan Bernardino Zurlo (duca di Nocera), Giovan Vincenzo Carafa (marchese di Montesarchio), Roberto Bonifazio (marchese d’Oria), Niccolò Maria Caracciolo (marchese di Castellaneta), Giacomo Maria Gaetani (conte di Morcone), Giovan Francesco Carafa (conte di Montecalvo), Raimondo Orsino (conte di Pacentro), Giulio Antonio Acquaviva (conte di Conversano), Francesco Sanseverino (conte di Capaccio), Giacomo d’Alessandro (barone di Cardito), Antonio di Somma (barone di Castigliano) e decine e decine di altri feudatari. Molti di costoro non usufruirono degli indulti di Carlo V del 24 aprile 1529 e del 28 aprile del 1530, tanto da essere fatti morire in segreto. E’, poi, da ricordare anche un altro significativo episodio di intolleranza del patriziato partenopeo verso il dispotismo vicereale. La famiglia Ferrillo risulta ascritta al Patriziato napoletano nel Seggio di Nido sin dai tempi di re Carlo I d’Angiò con Rogerio e Filippo Ferrillo. Nel 1345 Nardo Ferrillo fece parte della Deputazione, insieme a Bartolomeo Carafa, Roberto d’Arminio, Andrea di Toro, Filippo Coppola, Giovanni Barrile e Mastro Leonardo Terracciano, convocata da Luigi re d’Ungheria che era giunto a Napoli col suo potente esercito per vendicare la morte del fratello Andrea, assassinato dalla moglie Giovanna I d’Angiò. I Deputati, subito dopo aver ascoltato l’elenco dei riscatti e balzelli che il re d’Ungheria voleva imporre, fecero armare la città i cui abitanti, venuti a conoscenza che tra le file nemiche vi erano alcuni ammalati di peste, erano determinati ad uccidere e dare fuoco a tutti gli ungheresi per evitare che il morbo si diffondesse anche in città. Il re nemico si impaurì a tal punto che fuggì precipitosamente. Niccolò Ferrillo, presidente della Regia Camera, sposò Angela Moccia, figlia di Tommaso cavaliere del Seggio di Nido. Dragonetto Ferrillo nel 1442 fu tra gli uomini d’arme di re Alfonso I d’Aragona. Mazzeo Ferrillo nacque verso la metà del secolo XV, da Giacomo Andrea Luogotenente del Gran Camerario nel 1440 e da Caterinella de Majo; fu Camerlengo di re Ferdinando I d’Aragona e nel 1468 precettore di Alfonso II, duca di Calabria e futuro re di Napoli. Nel 1463 ottenne un vitalizio di 100 ducati sugli incassi delle saline di Altomonte in Calabria; nel 1466 armò a sue spese una galea, nel 1474 fu castellano di Caramanico in Abruzzo e poi castellano di Capri. Il 10 marzo del 1477 acquistò dalla Regia Corte per 10.000 ducati il feudo di Muro (oggi Muro Lucano), in Terra di Basilicata, ed ottenne in data 8 aprile 1483 su detto feudo il titolo di conte. Nel 1479 acquistò per 12.000 ducati i feudi di Genzano ed Acerenza, sempre in Terra di Basilicata; nel 1480 per la guerra di Otranto armò a sue spese un’altra galea comandata da Alessandro di Capri. L’8 maggio 1494, quale eletto del seggio di Nido, partecipò cerimonia di incoronazione di Alfonso II d’Aragona, reggendo l’elmo del sovrano. Nello stesso anno comprò la terra di Ruoti e nel 1495 riscattò la città di Spinazzola per 5.000 ducati. Sposò Maria Anna Rossi e quando rese l’anima a Dio fu sepolto in Napoli nel sepolcro fatto da lui stesso costruito nel 1499. Fin qua, per ora, la storiografia degli affini di Maria, figlia del Principe di Valacchia, Vlad III dell’ordine cavalleresco del Drago, ereditato dal padre Vlad II, che lo fondò insieme al Re aragonese di Napoli. Vlad III ha, per i suoi metodi cruenti, senza pietà, in guerra contro gli ottomani invasori della sua Valacchia e non solo, e, in pace, verso i suoi boiari ribelli, fu appellato da romeni il Diavolo o Dracul poi diventato Dracula e dai romanzieri e cineasti Vampiro. I vampiri fanno parte del nostro immaginario e non hanno bisogno di presentazioni: morti in modo accidentale o violento e quindi desiderosi di essere ancora in vita, i vampiri sono richiamati in vita dal loro stesso spirito o da riti magici, e vanno in giro di notte a succhiare il sangue dei vivi per sopravvivere. Il vampiro per eccellenza è senza dubbio il Conte Dracula, protagonista dell’omonimo romanzo gotico nato dalla penna dell’autore irlandese Bram Stoker nel 1897. Stoker si ispira, per il suo personaggio, alla figura di Vlad III principe di Valacchia, noto per la sua pratica di impalare i nemici, e riprende il mito del racconto breve “Il vampiro” di John Polidori, pubblicato nel 1819, in cui questa creatura leggendaria appare per la prima volta nella letteratura moderna. Il vampiro per eccellenza è senza dubbio il Conte Dracula, protagonista dell’omonimo romanzo gotico nato dalla penna dell’autore irlandese Bram Stoker nel 1897. Stoker si ispira, per il suo personaggio, alla figura di Vlad III principe di Valacchia, noto per la sua pratica di impalare i nemici, e riprende il mito del racconto breve “Il vampiro” di John Polidori, pubblicato nel 1819, in cui questa creatura leggendaria appare per la prima volta nella letteratura moderna. È facile riconoscere un vampiro: di giorno dorme in una bara, da cui esce dopo il tramonto, a volte trasformandosi in un pipistrello. La sua immagine non si riflette in uno specchio. Non sopporta la visione di un crocifisso, l’odore dell’aglio e la luce diretta del sole e per ucciderlo metodi infallibili sono trafiggergli il cuore con un paletto di frassino o staccargli di netto la testa con una spada. Studiando la letteratura si può capire l’origine dei vari tratti salienti dell’identikit del vampiro: i canini appuntiti, per esempio, apparvero per la prima volta nel XIX secolo con i denti sporgenti di Varney il vampiro e del Conte Dracula, mentre la paura della luce del giorno venne introdotta con il vampiro Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau nel 1922. Il mantello apparve in produzioni teatrali degli anni venti del XX secolo, con un alto collare bianco introdotto dallo sceneggiatore Hamilton Deane per aiutare Dracula a svanire dal palcoscenico. Potendo risalire alla nascita di ogni dettaglio dell’immaginario comune, sembra evidente che i vampiri sono nati dalla fantasia di vari autori e non esistono nella realtà. Pare, invece, che essi siano tra noi: il vostro vicino di casa, collega d’ufficio, istruttore in palestra potrebbero essere vampiri: in fondo avete sempre notato che preferiscono dormire la mattina e star svegli di notte! Stephen Kaplan (19 settembre 1940 – 9 luglio 1995), celebre vampirologo e fondatore del Vampire Research Center a Elmhurst, NY, iniziò a studiare i vampiri nel 1972, convinto che dietro ogni mito e leggenda ci fosse una base di realtà. Si convinse che dei “vampiri umani”, persone, cioè, costrette a bere sangue umano per necessità fisiologica, esistessero davvero. Kaplan portò avanti anche alcuni censimenti, i cui risultati, quando vennero pubblicati, ebbero risonanza anche su alcuni giornali italiani (ad esempio su Il Manifesto del 7 novembre 1992). Nel 1981 Kaplan condusse il primo censimento ufficiale dei vampiri. Distribuì una serie di questionari, grazie ai quali individuò coloro che, secondo lui, rientravano nel profilo dei vampiri. Dato il numero di vampiri che era riuscito a trovare attraverso il suo censimento, a cui si aggiungevano lettere spontanee da parte di persone che dicevano di esserlo o di conoscerne, fece una prima stima che nel Nord America dovessero esserci tra i 150 e i 200 vampiri. Nel 1992 contava ce ne fossero circa 850 in tutto il mondo. I quotidiani italiani scrissero anche della presenza di vampiri che erano stati trovati alcuni anni prima all’idroscalo di Milano, dove pare fossero state rinvenute tracce di quello che sembrava un vero e proprio “banchetto per vampiri”: una tovaglia bianca, tre cuori di vitello disposti su tre piattini. In uno erano conficcati due coltelli da cucina, nel secondo un solo coltello, mentre il terzo, più piccolo, era integro e avvolto in un coprifasce bianco da neonato. Al centro, un cero rosso in parte consumato (La Nazione, 7 novembre 1996). Chi sono quindi i vampiri secondo Kaplan? Non dormono in bare, non sono morti viventi, non mordono le loro vittime sul collo. Contro di loro non valgono nulla croci e corone d’aglio. Sono particolarmente sensibili alla luce e preferiscono dormire di giorno e lavorare di notte. E ovviamente la caratteristica principale: bevono sangue. Per loro questa è una necessità che deriverebbe da una malattia, la porfiria. Oltre a tanti mitomani o persone con disturbi mentali, Kaplan affermava di aver trovato anche centinaia di persone che hanno davvero bisogno di bere alcuni decilitri di sangue umano ogni giorno, in aggiunta alla loro normale dieta. Queste persone ritengono che bere sangue li aiuti a mantenersi giovani e allunghi la vita. Se non bevono la loro dose quotidiana di sangue, diventano irritabili, depresse, deboli e particolarmente aggressive. Alcuni avrebbero anche ammesso di essere disposti a uccidere per ottenere sangue umano. Kaplan sosteneva che siano diversi gli omicidi imputabili ai vampiri in quanto ai cadaveri manca molto sangue, come se fosse stato risucchiato, ma la polizia, per non essere derisa, non diffonderebbe tale informazione. Tra i casi documentati da Kaplan c’è per esempio Randy Belaire, una ragazza che vive in un seminterrato con le finestre dipinte di nero, che non si sveglia mai prima delle 2 di pomeriggio e va a dormire prima dell’alba. Ma non immaginatela mentre afferra qualcuno per il collo e gli succhia il sangue dalla gola. La ragazza racconta di aver scoperto la sua passione per il sangue da piccola, quando, come tanti coetanei, aveva fatto un patto di sangue con una amica e, al momento di succhiare il dito per fermare la piccola emorragia, provò una crescente eccitazione. Da allora, di nascosto, ha sempre cercato sangue fresco da bere, trovando amiche a cui l’idea di farsi succhiare il sangue dal braccio non dispiaceva affatto. La malattia a cui Kaplan imputa la necessità fisiologica di bere sangue è la porfiria, una patologia del sangue piuttosto rara ed ereditaria. Essa è dovuta a un’alterazione dell’attività di uno degli enzimi che sintetizzano il gruppo eme nel sangue, un composto che trasporta l’ossigeno nei globuli rossi. Tra le conseguenze, vi è la riduzione dei tessuti intorno alle labbra e alle gengive, che fa apparire i denti più grandi del normale, quindi simili ai canini pronunciati dei vampiri, un’iper-sensibilità alla luce solare e una bassa resistenza dei tessuti ai raggi ultra-violetti. In uno stadio avanzato, questa malattia provoca lo scurimento della pelle, che successivamente tende proprio a piagarsi se esposta ai raggi solari, arrivando anche allo sfiguramento dei tratti somatici, in quanto le labbra spaccandosi si ritirano e il naso si appiattisce. Come si può notare le similitudini con i tratti tipici del vampirismo sono già moltissime. A questo si aggiunga che l’aglio, che nelle persone sane agevola la produzione dell’eme, in quelle affette da porfiria aumenta i sintomi della malattia stimolando le tossine presenti nel sangue. Anticamente, la medicina popolare suggeriva come rimedio per alleviare il dolore fisico di assumere oralmente sangue animale. L’idea che la porfiria potesse essere all’origine della figura dei vampiri si diffuse negli anni ’60 e ’70 con la pubblicazione sui Proceedings of the Royal Society of Medicine di uno studio “On Porphyria and the Aetiology of Werwolves” a opera di L. Illis e, nel 1985, con la pubblicazione dello studio “Porphyria, Vampires, and Werewolves: The Aetiology of European Metamorphosis Legends” pubblicato su “American Association for the Advancement of Science” del biochimico canadese David Dolphin. Negli ultimi anni, tuttavia, tale teoria è stata oggetto di polemiche, non essendo in grado di spiegare adeguatamente le correlazioni tra la malattia e il fenomeno delle credenze popolari. Per esempio, non ci sono certezze sul fatto che l’antica medicina popolare suggerisse di bere sangue per alleviare i sintomi della porfiria, e oggi sappiamo che tale suggerimento è privo di fondamento e che assumere oralmente sangue non dà alcun beneficio ai malati in quanto l’enzima mancante non può essere assunto per via orale. Inoltre l’idae di Kaplan che i malati di porfiria sentano la necessità fisiologica di bere sangue non trova alcun riscontro nella realtà. È difficile dire se a ispirare la figura mitica del vampiro sia stato qualche persona. Un professore di chimica in una Università statunitense sostiene che di porfiria erano molte persone malate, soprattutto in Transilvania nei sec. XV-IXX. Di queste soprattutto donne, l sole nuoceva alla pelle durante il di e uscivano di sera e di notte, ma venivano scambiate per vampiri, amplificandone la visione collettiva quando strofinavano l’aglio sulle ferite della loro pelle, che si irritava e le faceva soffrire e gridare. Questa spiegazione è, al momento, la più realistica sulle cause della nascita del vampirismo romeno. Recentemente si sono occupati dell’ l’ipotesi che la principessa di Acerenza, Maria Balsa, o Barsa, fosse una discendente di Vlad Tepes, più noto come Dracula. Ecco la vicenda. E’ stata analizzata la storia della famiglia dei Conti Ferrillo –Balsa, Signori di Acerenza ,che realizzarono nel 1524 nella Cattedrale della cittadina Lucana una magnifica cripta rinascimentale. Sulla famiglia dei nobili Napoletani, Ferrillo tutto era noto, per aver ottenuto Matteo Ferrillo dal Re di Napoli, Ferdinando D’Aragona, il titolo di Signore di Acerenza, A Matteo Ferrillo era succeduto il figlio Giacomo Alfonso, che convolò a nozze con Maria Balsa una principessa che proveniva dai Balcani. Le cronache la descrivono arrivata orfana, in Italia nel 1480 all’età di circa 7 anni, al seguito di Androniaca Cominata (Comnena ) vedova dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skandeberg, despota di Albania, giunta profuga alla Corte dell’ alleato Ferrante D’Aragona, Re di Napoli, in quanto membri dell’ordine del Dragone, lega di mutuo soccorso cui aveva aderito anche Dracula. La bambina, indicata quale figlia di una sorella di Andronica Commena ,era stata salvata dall’invasione turca dei Balcani, che nei paesi slavi in quel periodo metteva a rischio la stessa sopravvivenza degli stati cristiani, crebbe quindi alla corte del Re di Napoli. Dall’analisi di un documento del 1531, e dall’analisi dei dipinti della cripta, nei quali la Principessa narra la sua vita e spiega il perché avesse sovvenzionato la ristrutturazione della cattedrale, si è arrivati all’ipotesi che si trattasse della figlia di Dracula, anche per la coincidenza dei gioielli rappresentativi della dinastia usati dalla stessa puntualmente rappresentanti nelle cripta, identici a quelli del notissimo padre e, arrivando infine ad ipotizzare che quest’ultimo avesse raggiunto al figlia dopo la cattura da parte turchi. La ricerca storica si sposta a Napoli, e a quello che ivi avvenne nel corso dell’ultima guerra mondiale nella Basilica di S. Maria del Carmine Maggiore. Si premette che proprio in questa Chiesa esiste ancora oggi una delle cappelle della famiglia Ferrillo-Balsa. Nella fase di abbassare il pavimento della chiesa, furono trovate due casse di piombo: una portava l’iscrizione Regis Corradini Corpus, all’interno avvolto in un lenzuolo usurato dal tempo, lo scheletro con il teschio sul petto e una spada al fianco. Sull’altra cassa non vi era alcuna indicazione, cosa davvero curiosa ed inusuale. Le casse di piombo erano usate per personaggi importanti quindi ben potrebbe appartenere ad un membro della famiglia Ferrillo, ma come mai non era indicato il nome ?