Ritratto di San Luca. Patrono dei medici, dei giornalisti e degli artisti

(di Paolo Mesolella – MIRACOLI) Con i guadagni della sua professione aiutava il povero San Paolo.
San Luca è stato innanzitutto un medico. E nessun altro medico può vantare l’enorme successo editoriale dei suoi due libri: il terzo Vangelo, che iniziò a scrivere il 62 d. C. e gli Atti degli Apostoli: né Ippocrate né Cronin né altri. Le sue opere sono state tradotte in un migliaio di lingue, incluse quelle dei selvaggi dell’Amazzonia. E’ stato scelto come patrono di Facoltà di Medicina ed è patrono dell’Associazione Medici Cattolici Italiani. Le scuole di medicina, ai tempi di Luca d’Antiochia, erano ad Alessandria, Rodi, Pergamo e Cnido di Coo. Lo studente si recava in “ospedale” e si metteva a servizio di un professore: lo accompagnava nella visita ai malati e si esercitava alle operazioni più disparate. Nell’isola di Coo c’era la celebre scuola di medicina degli Asclepiadi dove insegnò Ippocrate. Nel bosco che sovrasta la città, c’è ancora un tempio in onore del Dio della Salute, tra porticati e camere per i malati.
Il medico – Qui il giovane Luca, siriano, studiò medicina, alla scuola di Ippocrate e ne era fiero. Quella dei medici era considerata una categoria illustre dai Romani: guadagnavano molto e Giulio Cesare aveva concesso loro anche la cittadinanza romana. Per questo Luca è considerato anche patrono dei medici. La tradizione vuole che seguisse san Paolo con due bisacce: una contenente gli strumenti del mestiere (unguenti, porzioni di erbe, rasoi), l’altra gli effetti personali per il viaggio. Dal suo Vangelo si evidenzia un uso appropriato di termini medici quando descrive le guarigioni operate da Gesù (emorroissa, epilettica..) e le cure con olio e vino che seguono l’uso del tempo, prima di bendare le ferite. La sua città natale, Antiochia, era una metropoli e contava almeno 800 mila abitanti. Qui per la prima volta i seguaci di Gesù furono chiamati “Cristiani” . Ospitava il governo della Provincia di Siria e quattro legioni romane. Qui un giorno dell’anno 37 dopo Cristo, arrivò un gruppetto di ebrei cacciati da Gerusalemme: cercavano rifugio per sfuggire alla morte. Luca li ascoltò e rimase affascinato dalle loro parole. Parlavano di un altro medico di nome Gesù, che aveva fatto miracoli, aveva guarito mali incurabili, e diventò anche lui cristiano intorno all’anno 43. Questo Gesù non solo guariva i malati come lui, ma addirittura resuscitava i morti. Luca, il cui nome voleva dire “luce”, ascoltava i cristiani, annotava tutto e decise di documentare i tre anni che Gesù aveva trascorso con gli Apostoli.
La Resurrezione di Tabità
Ricordò ad esempio la Resurrezione di Tabità: un giorno si trovava con alcuni amici a Giaffa. Sapendo che era un medico lo chiamarono al capezzale di una giovinetta di nome Tabità, che aveva la febbre alta che non scendeva. Lui aveva cercato in ogni modo di guarirla, ma non c’era riuscito e la giovane donna era morta tra le sue mani. Dopo qualche ora però arrivò San Pietro, si inginocchio, pregò e la donna si alzò mettendosi sul letto guarita. Lui aveva constatato che era morta e poi era miracolosamente guarita per intercessione di Gesù. Poi ricordò un altro miracolo che aveva visto a Listra. San Paolo, durante uno dei suoi discorsi tenuti al mercato, guarì uno storpio che miracolosamente iniziò a camminare. Poi ricordò Cleopa, fuggito da Emmaus, che si riuniva in preghiera con la famiglia e la comunità cristiana ad Antiochia il primo giorno dopo il sabato. E che aveva conosciuto Gesù e gli aveva raccontato gli episodi del Buon Samaritano e dell’incontro di Emmaus. Un giorno arriva ad Antiochia un ebreo di Cipro di nome Barnaba. Prima era stato in Cilicia alla ricerca di san Paolo, un uomo piccolo, barbuto, malato. E poi tutti e due sono ricomparsi ad Antiochia. Luca con i guadagni della sua professione di medico aiutava il povero Paolo. Una notte, ad Alessandria, Paolo vede in sogno uno sconosciuto, vestito da macedone, che gli chiede di salvarlo. Entrambi vanno a Filippi. Ma Paolo viene arrestato e bastonato e deve andare via. Vi lasciò però Luca per sei anni che anche da lontano mandò offerte in denaro per il povero Paolo. Sei anni dopo, nel 57, Paolo, di ritorno da Corinto e da Atene, ripassa per Filippi e porta con se Luca. Ma a Gerusalemme esplode una rivolta nel tempio. E il tribuno della coorte romana sottrae san Paolo al linciaggio dei giudei. Durante la notte viene condotto prigioniero dal procuratore Felice nella capitale Cesarea. Vi rimane prigioniero due lunghi anni e Luca gli resta sempre accanto. Aveva trovato alloggio proprio nei pressi della prigione e si guadagnava da vivere facendo il medico. All’ora di pranzo mangiavano insieme e insieme preparavano il Vangelo e gli Atti. Intanto scrive il suo Vangelo in greco e annota le gesta di Paolo per gli Atti. Nell’agosto dell’anno 60 Paolo si appella all’imperatore. E con un lungo viaggio, interrotto da un terribile naufragio, parte da Cesarea, si ferma a Malta e a Pozzuoli. E di qui arriva a Roma insieme a Luca, attraversano a piedi la via Appia. A Roma Luca lo assiste durante la prima e la seconda prigionia e rimane con l’apostolo fino a che questi subirà il martirio. Tertulliano addirittura afferma che il Vangelo di Luca è attribuibile a Paolo come “illuminatore di Luca”.
La Grotta di San Paolo a Malta
Durante l’inverno del 60 d. C, Luca e Paolo si imbarcano da Cesarea Marittima con altre 276 persone. Ma la tempesta li ferma a Malta. Qui rimasero tre mesi e san Paolo fu protagonista di vari miracoli, tra cui quello a Publio, il magistrato che amministrava l’isola, al quale guarì il padre gravemente infermo. Convertitosi al Cristianesimo fu anche consacrato vescovo ed il suo Palazzo è stato identificato nel luogo in cui sorge l’attuale cattedrale, che oltre a dipinti e tele di San Paolo, conserva anche dipinti che raffigurano il martirio di San Luca ed una statua in marmo dell’evangelista. La tradizione vuole che San Paolo ed il suo accompagnatore Luca abbiano vissuto e dormito per tre mesi nella stessa grotta all’interno del fossato, fuori le mura della vecchia città romana, oggi chiamata “Grotta di San Paolo”.
Pozzuoli – Ripreso il viaggio in un piovoso mattino del febbraio dell’anno 61, arrivarono a Puteoli, il porto mediterraneo di Roma. La nave mercantile alessandrina, portava grano, orzo, legumi e a prua, l’insegna dei Dioscuri. Entrava in un porto di mare dove, erano presenti la comunità ebraica e numerose comunità orientali, trale quali era molto diffuso il culto egizio a causa degli stretti rapporti economici che legavano Pozzuoli ed Alessandria. Lo stesso mercato cittadino era dedicato alle divinità egizie. A Pozzuoli rimasero sette giorni. Poi si incamminarono verso Roma e Luca nei suoi Atti ricorda l’incontro con i cristiani di Roma al Foro Appio e alle Tre Fontane dopo il lungo cammino dell’Appia e il tragitto in barca lungo il canale.
A Roma alla Regola – A Roma San Paolo, tra l’anno 61 ed il 63 d. C. , nell’attesa del processo, abita nel luogo in cui oggi c’è la chiesa di San Paolo alla Regola. Viveva in regime di “custodia militaris”, con la sorveglianza di un militare. Luca che si trovava insieme a lui, così ricorda negli Atti: ”Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia. Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, annunciando il regno di Dio e insegnando cose riguardanti il Signore Gesù Cristo” (28, 16-30). Qui, vicino al Tevere, c’era un quartiere noto per la tessitura e la tintura dei tessuti. Paolo, che era un abile tessitore di tende, si guadagnava da vivere proprio con questo lavoro e nel quartiere aveva affittato un grande granaio dove abitava e predicava ai cristiani romani.
S.Maria in Via Lata – Paolo in seguito avrà una seconda dimora a Roma nel luogo dove oggi c’è la chiesa di Santa Maria in Via Lata. Nel 63 d. C. infatti, Paolo al termine del processo viene prosciolto e lascia Roma per andare in Spagna. Tornerà alcuni anni più tardi durante la persecuzione di Nerone e si stabilisce in Via Lata. Secondo la tradizione, in questo posto, avrebbero abitato, non solo Paolo, ma anche Pietro e gli evangelisti San Giovanni e San Luca che sono raffigurati sopra una parete nella cripta sotterranea della chiesa. Luca ricorda anche Aquila e Priscilla, collaboratori di Paolo, negli Atti. Di loro aveva in grande stima perché esercitavano lo stesso mestiere di tessitori di tende e lo avevano accolto nella loro casa prima a Corinto, poi ad Efeso, infine a Roma. Anche Luca quindi aveva certamente frequentato la loro casa a Corinto e a Roma sull’Aventino, dove oggi c’è la chiesa di Santa Prisca. La chiesa di Santa Maria in Via Lata a Roma è quindi particolarmente importante perché nei suoi sotterranei ospita la casa di San Luca evangelista e la prigione di San Paolo.
San Paolo ricorda Luca – In carcere a Roma, san Paolo, parla di Luca nelle sue lettere ai Colossesi, a Filemone, a Timoteo. In quest’ultima, in particolare, rivela tutto il suo affetto per il “caro medico” e scrive: ”Tutti mi hanno abbandonato. Dema ha preferito questo mondo e se ne è andato… Nella mia prima difesa in tribunale nessuno si è trovato al mio fianco; tutti mi hanno abbandonato. Luca solo è con me” (I Tim. 4,11). Tanti anni prima, quando era un giovane medico a Coo, Luca aveva giurato di amare il suo maestro come un padre e di soccorrerlo con la sua arte ed i suoi averi, qualora ne avesse avuto bisogno. E mantenne la promessa fin quasi alla morte avvenuta a Roma alle tre fontane nel 67 d. c. Luca intanto era ritornato in missione in Grecia dove la notizia lo aveva raggiunto. E dove, qualche anno più tardi, sarebbe morto martire anche lui a Tebe. Nei primi due anni di arresti domiciliari a Roma, con un soldato di guardia, quindi, Paolo aveva avuto sempre Luca vicino. La casa era stata presa in affitto nel quartiere dei funari e san Paolo pagava il l’affitto esercitando proprio la sua professione di funiere che aveva esercitato a Tarso Gli Atti parlano della sua partecipazione al secondo viaggio di Paolo (iniziato attorno al 50 e durato 4-5 anni, con partenza da Antiochia e predicazione nelle attuali Turchia e Grecia) e al terzo viaggio (attorno al 54-58 con le stesse mete del precedente), e che termina con l’arrivo a Gerusalemme dove Paolo viene arrestato attorno al 57-58 e detenuto a Cesarea. Sempre gli Atti ricordano la sua presenza di fianco a Paolo durante il suo viaggio verso Roma, in attesa di essere giudicato dall’imperatore, e dove rimase in una sorta di arresti domiciliari per almeno due anni. Durante questo soggiorno forzato di Paolo a Roma, attorno al 60 -62, la vicinanza di Luca all’apostolo è testimoniata in tre diversi passi: Col4,14; Fm 24; 2Tim 4,11.
La misericordia – Nei suoi scritti Luca presta molta attenzione all’umanità di Cristo, soprattutto alla sua mitezza, (Dante nel “De Monarchia” lo ha definito “Scriba mansuetudinis Christi, scrittore della mansuetudine di Cristo) e alla sua predilezione per i poveri, i peccatori, i malati e le donne maltrattate. Per questo il suo simbolo è il bue, la principale vittima che si offriva nei sacrifici del tempio. Luca descrive un nuovo tipo di società basata sull’amore fraterno e sulla condivisione dei beni. Auspica l’assenza di discriminazione tra giudei e samaritani, tra giusti e peccatori (pubblicani) e per la prima volta, tra uomini e donne. Le numerose donne presenti nel suo Vangelo (Maria, Elisabetta, Anna la profetessa, la vedova di Naim, l’emorroissa e tante altre) ci lasciano un profondo ricordo. Luca ci propone una nuova visione della società, quella annunciata da Gesù: senza barriere di ceto, di nazionalità, di religione, di sesso, che era difficile comprendere ai suoi tempi. Nel suo Vangelo da grande spazio al tema della misericordia con parabole di grande impatto emotivo. A lui dobbiamo il racconto dell’infanzia di Gesù, il ricordo della Madonna, dell’Annunciazione, della Visitazione, della Natività, che ci fa capire di aver conosciuto personalmente la Madonna. Si suppone l’abbia incontrata a casa di Giovanni al quale Gesù, prima di morire in Croce, l’aveva affidata.
Il Giornalista – I suoi Atti degli Apostoli, invece, scritti in prima persona verso l’anno 80, sono considerati il primo giornale della Chiesa e lui un giornalista. Viaggiava e raccontava in un buon greco i viaggi che faceva insieme agli apostoli e a San Paolo. Fu il primo “cronista” del Cristianesimo, dalla nascita alla sua diffusione nel mondo, da Gerusalemme a Roma. E’ diventato per questo anche il patrono dei giornalisti che ogni anno il 18 ottobre ne celebrano la festa. Faceva il cronista annotando i fatti in prima persona. Come quando andò ad Arimatea dov’era ancora in vita Giuseppe, ex membro del sinedrio che in aperta opposizione ai suoi colleghi aveva difeso Gesù nel finto processo che ne aveva decretato la morte. E aveva chiesto al procuratore Ponzio Pilato il suo corpo per dargli una degna sepoltura. Un altro giorno si recò a Gerico dove era stato invitato dal figlio di Zaccheo, l’esattore dei romani, morto l’anno prima. Gli raccontò del padre salito sul sicomoro per guardare Gesù e l’invito a casa sua. Il Maestro che chiedeva ospitalità al grande peccatore. E lui aveva visto tutto. Un’altra volta si trovava a far visita a San Paolo in prigione a Cesarea quando intervistò Giulio, il Centurione che aveva assistito agli insulti e agli scherni che i suoi soldati avevano fatto a Gesù. E alla morte in croce di un uomo giusto che aveva perdonato e sopportato tutto senza un lamento. Scrisse in greco per far conoscere Gesù anche ai non ebrei. E sebbene in quegli anni già circolavano i Vangeli di Matteo e Marco, lui preferì essere “un inviato speciale”, per testimoniare in prima persona fatti inediti. Luca è testimone di fatti che racconta. E non teme di essere smentito, in quanto non pochi di quelli che assistettero a quei fatti sono ancora vivi e in grado di confutare. Cosa che non avvenne mai: non è mai stato trovato un documento in cui qualche pagano o giudeo contemporaneo contestasse i miracoli, le parole, le azioni di Gesù ricordate da Luca. Luca poi aggiunse notizie sull’infanzia di Gesù che gli altri Evangelisti non ricordano. Il che ci fa desumere che sia andato a “intervistare” personalmente la Madonna, la sola che poteva dire qualcosa al riguardo. 
Il Pittore – Il suo ruolo di medico si evince anche dalla familiarità con la pittura, che nella tradizione tardo-antica era ritenuta imprescindibile strumento per la riproduzione illustrata, di piante officinali e del corpo delle persone. Agli stessi artisti è stata sempre necessaria una certa competenza in ambito botanico. La più antica attestazione iconografica di San Luca è il “Trattato sulle sante immagini” di Andrea da Creta dell’ VIII secolo, in esso l’autore si dichiara certo dei ritratti lucani. Segue la testimonianza di Simeone Metafraste (950-1022), che nella sua raccolta di vite di santi ordinate secondo il calendario liturgico, sottolinea come l’evangelista, per le sue opere, si sia avvalso di “cera e colori” (la cosiddetta pittura ad encausto, la più diffusa in età antica), dimostrando in questo modo consapevolezza della sua pratica artistica. La tradizione gli attribuisce il dipinto di numerose Madonne venerate ancora oggi come la Vergine di Vladimir, la Madonna di Cestochowa, quella di San Luca a Bologna, quella detta Salus Populi Romani nella Basilica di Santa Maria Maggiore e la Madonna Hadighitria (che indica la via) del XII sec. conservata nella Basilica di Santa Giustina a Padova. E’ considerato il primo iconografo ed è venerato dagli artisti come loro patrono. Dal 1300 gli è stato dedicato anche il settore artistico dell’Università di Padova.
Da Costantinopoli a Bologna – Si racconta che un pellegrino avesse portato da Costantinopoli un dipinto della Madonna, attribuito all’evangelista. Gli era stato affidato da alcuni sacerdoti della Basilica di Santa Sofia, per portarlo in Italia, al monte della Guardia, nei pressi di Bologna. Il pellegrino portò il dipinto della Madonna sul monte della Guardia, dove si trova oggi, nel Santuario della Madonna di San Luca. Anche la Madonna Costantinopolitana che si trova nella Basilica di santa Giustina a Padova, viene da Costantinopoli.
Il sepolcro – Secondo l’agiografia orientale san Luca sarebbe morto all’età di 74 anni ad Antiochia o a Patrasso, mentre secondo la tradizione sarebbe morto martire a 84 anni e sepolto a Tebe. Da li le sue ossa sarebbero state trasportate a Costantinopoli nel IV sec. e poi nell’VIII secolo a Padova dove fu trovato nel 1177 in una cassa contenente un’iscrizione con il nome e il simbolo di tre vitelli. Le spoglie sarebbero state portate a Padova al tempo dell’imperatore Giuliano l’Apostata nel 362 d. C. insieme alle reliquie di San Mattia. I monaci benedettini poi nel 1313 realizzarono l’arca di marmo.
Le reliquie – Il corpo del santo fu rinvenuto all’interno di una cassa di piombo nel cimitero di Santa Giustina il 14 aprile 1177. Una seconda ricognizione è avvenuta nel 1562, quando, terminata la costruzione della basilica, l’Arca di San Luca fu collocata nel transetto sinistro. Una parte del suo cranio fu traslata dalla basilica di Santa Giustina alla cattedrale di San Vito a Praga nel 1354 per volontà di Carlo IV di Lussemburgo, allora re di Boemia. Nel 1992 poi al vescovo di Padova, mons. Mattiazzo arrivò una richiesta dall’Arcivescovo ortodosso di Tebe Heronymos, venuto pellegrino a Padova per venerare s. Luca, per avere in dono una reliquia. Per questo motivo il 17 settembre 2000 il vescovo Mattiazzo ed un monaco dell’Abazia di Santa Giustina donarono al Metropolita di Tebe una costola posta all’altezza del cuore. Esiste un’altra reliquia della testa del santo evangelista nel museo storico del Tesoro nella basilica di San Pietro in Vaticano. Un reliquiario contenente un’altra parte della testa è custodito a Cremona nella chiesa del santo gestita dai padri barnabiti.
Il Vangelo – Il Vangelo di Luca è il più lungo e curato dei quattro: è composto di ben 19.404 parole ed è il più ricco di vocaboli, con ben 2.055 termini diversi. E’ il più raffinato dal punto di vista stilistico e presenta un prologo che prende spunto da quelli dei grandi storici greci Tucidide e Giuseppe. Ma soprattutto è l’unico che riporta nel dettaglio gli avvenimenti che riguardano Maria, Giovanni e Giuseppe prima e durante la nascita di Gesù ed è il solo Vangelo che riporta l’ episodio di Gesù tra i dottori dl tempio prima che compisse trent’anni: il viaggio la sua visita al Tempio di Gerusalemme. Il suo Vangelo riporta episodi che solo la Madonna poteva confidargli: l’Annunciazione, la visita alla cugina Elisabetta, la presentazione di Gesù al tempio, la profezia di Simeone (“Anche a te una spada trafiggerà l’anima”), il suo ritrovamento nel tempio. Ma il suo è soprattutto un Vangelo della semplicità, dell’umiltà e del perdono. Basta pensare alla parabola del Buon Samaritano e alle tre parabole della misericordia (la pecora smarrita, la dracma persa e il figlio prodigo), alla salvezza offerta al corrotto funzionario Zaccheo, alla costante scelta degli ultimi, dei poveri, degli esclusi, al perdono finale dato al malfattore pentito e ai suoi stessi crocifissori. L’altra caratteristica del discepolo secondo Luca è quella della povertà. Quel “Beati i poveri in spirito” di Matteo diventa per Luca “Beati voi, poveri” senza l’aggiunta spirituale. Poveri e basta. come il povero Lazzaro e la povera vedova che dà “tutto quanto aveva per vivere”. 
San Luca e gli angeli – Luca nelle sue opere parla anche degli angeli.
All’inizio del Vangelo ricorda l’apparizione dell’angelo Gabriele al sacerdote Zaccaria e alla Vergine a Nazaret. Ricorda poi l’apparizione dell’angelo e di un esercito celeste davanti ai pastori di Betlemme. Ricorda ancora gli angeli negli insegnamenti di Gesù: “Inoltre vi dico: Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio.
Poi ricorda Gesù che parla degli angeli in due parabole: in quella della dracma perduta paragona la gioia della donna che trova la moneta con “la gioia tra gli angeli di Dio per un peccatore che fa penitenza”. E nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, dove Gesù afferma che quest’ultimo è stato “portato dagli angeli nel seno di Abramo”. Luca del resto è l’unico Evangelista a dirci che Gesù fu confortato da un angelo durante la sua agonia al Getsemani: “Gli apparve un angelo del cielo che lo confortava”. Due angeli appaiono nel racconto di Luca anche nel sepolcro vuoto di Gesù. Negli Atti degli apostoli, gli angeli vengono almeno otto volte, a dimostrazione , di quanto fosse convinto san Luca sull’esistenza e dell’ apparizione degli angeli durante vita di Gesù, e la nascita della Chiesa.
San Luca nell’arte – Sono numerosi i pittori che ritraggono il santo alle prese con i pennelli: dai fiamminghi Roger van der Weyden e Jan Gossaert ai nostri Mattia Preti, Guercino, Simone Martino, Giorgio Vasari, Michele Annoni, Paolo Curtaz. Particolarmente interessante è il ritratto di San Luca di Andrea Mantegna, conservato presso la pinacoteca di Brera. Nel corso del Quattrocento i monaci dell’abbazia di Santa Giustina a Padova affidarono a Giovanni Storlato il compito di narrare sulle pareti della trecentesca cappella di San Luca – che allora conservava le reliquie – gli episodi salienti della vita del santo. La pala d’altare però fu commissionata ad un giovanissimo Andrea Mantegna. Era l’agosto1453. Ma la pala a causa delle soppressioni napoleoniche, arrivò alla Pinacoteca di Brera di Milano, dove si trova tuttora .  Mantegna presenta San Luca come un amanuense, intento a scrivere con la penna appena intinta nel calamaio ciò che lui, che non era stato discepolo di Gesù, aveva appreso da testimoni oculari ma, soprattutto, da Paolo di cui fu fedele discepolo. Ma la rappresentazione più insolita è certamente il Mosaico raffigurante la testa di san Luca, conservato nella Pinacoteca Vaticana. Fu probabilmente eseguito, nella prima metà del XIII secolo, per la Basilica di San Pietro. Il ritratto più antico diSan Luca, invece è in affresco della seconda metà del VII secolo conservato nella catacomba di Commodilla a Roma.

Il sito caserta24ore.it è verificato dall'Ordine dei Giornalisti