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Con la sonda Perseverance la cultura dei terrestri studia l’ambiente di Marte

(di Giuseppe Pace) PADOVA Se i marziani non vengono dai terrestri siamo noi ad andare nel loro ambiente? Studiare l’Ambiente significa percepire e comprendere non solo la natura, ma anche la cultura. Ambiente dunque come insieme di Natura e Cultura dove la seconda regola o plasma la prima e non più viceversa. Il primo a farci conoscere, fuori dalla mitologia, Marte fu la cultura di Galileo Galilei, da Padova, dove insegnò matematica dal 1592 al 1610. Egli fu il primo studioso dell’ambiente di Marte per la cultura innovativa che professava ed applicava puntando il telescopio nel 1609 verso il pianeta Marte, che dista 225 mln di km. Emozionante è stato vedere con la tecnologia digitale (di cui il vicentino Federico Faggin, laureato in Fisica a Padova, è un precursore) l’ammaraggio della sonda Perseverance sul suolo di Marte. A me spesso capita di approfondire lo studio dell’Ecologia Umana che analizza il sistema Ambiente, che non è la somma di Natura e Cultura, spesso le relazioni si intersecano e si duplicano come nel confine sottile, ed ancora con nebbia del mistero non noto, tra la lunga storia naturale e quella breve sociale. Anche per l’ambiente di Marte l’Ecologia Umana potrebbe dire qualcosa d’insolito. Per ora registriamo una grande emozione tutti ed in particolare anche qualche lacrimuccia degli scienziati della Nasa nel ricevere, a sette minuti dal poggiare di Perseverance su Marte, il segnale che era andato tutto bene. Ora la sonda e il mini elicottero Ingenuity potranno cominciare la loro missione: andare a cercare la vita in uno dei luoghi più suggestivi del pianeta, il cratere Jazero, il bacino di un antichissimo lago che potrebbe conservare tracce di vita passata. Anche la terza e ultima delle navicelle spaziali automatiche terrestri partite nel 2020 ha raggiunto Marte. La sonda della Nasa Mars 2020 con a bordo il rover Perseverance, è scesa nell’area del cratere già citato alle 21.55, con ricezione del segnale attorno alle 22.07. Al centro spaziale Jpl di Pasadena si sono vissuti momenti di ansia, che gli ingegneri e scienziati del centro spaziale californiano hanno battezzato “Sette minuti di terrore”: Gli interminabili istanti dell’attraversamento atmosferico di un veicolo spaziale che non è pilotato dall’uomo, ma è automatico e deve auto-gestirsi, poiché tra Terra e Marte i segnali radio impiegano un tempo non inferiore a 12 minuti. Perseverance è diventato il quinto rover della Nasa a muovere le sue ruote su Marte, dopo il Sojourner arrivato nel 1997 con la missione Mars Pathfinder e che funzionò meno di tre mesi, i rover gemelli Spirit e Opportunity, della missione Mars Exploration Rover arrivati nel gennaio 2014 e attivi rispettivamente per sei e quasi 15 anni, e Curiosity arrivato il 6 agosto 2012 ed è ancora attivo lassù, tra i “marziani”. Lanciata il 30 giugno 2020, la missione Mars 2020 del Jet Propulsion Laboratory della Nasa ha percorso quasi 3,9 milioni di chilometri in poco più sette mesi ed è la terza a raggiungere Marte nell’arco di dieci giorni, dopo la missione Hope degli Emirati Arabi e la Tianwen-1 della Cina. Delle tre missioni è però la prima a rilasciare un rover sul suolo marziano, considerando che l’altra missione programmata per farlo, la Tianwen-1, lo farà solo in maggio. Dopo Galileo bisogna attendere circa 3 secoli per risentire parlare dell’ambiente di Marte con i “Canali di Schiapparelli”. Infatti popolari presso il grande pubblico furono le osservazioni al telescopio di Marte compendiate dall’Ing. piemontese Schiaparelli in tre pubblicazioni: “Il pianeta Marte” 1983, “La vita sul pianeta Marte” 1895 e “Il pianeta Marte” del 1909. Nel 1877 Giovanni Schiaparelli osservò sulla superficie del pianeta Marte una fitta rete di strutture lineari che chiamò “canali”. I Canali di Marte o di Schiaparelli divennero famosi, dando origine a non poche ipotesi e folklore sulle possibilità che il pianeta rosso potesse ospitare forme di vita senzienti. Direttore dell’Osservatorio astronomico di Brera, G. Schiaparelli dal 1862 al 1900, si mostrò cauto nell’esprimersi riguardo all’ipotesi di una civiltà intelligente sul pianeta rosso. Nonostante ciò, anche lui si lasciò contagiare almeno una volta dalla “febbre marziana“: in un articolo scritto nel 1895 per la rivista divulgativa Natura e Arte, Schiaparelli molla un po’ i freni e lascia che la sua fantasia sia sedotta da ipotesi sulla struttura sociale e politica di una civiltà marziana tecnologicamente avanzata. L’evoluzione della vita sulla Terra, su Marte e altrove fu l’articolo che pubblica il 22 gennaio 2013 su “Caserta 24 ore…”. Marte è il IV pianeta in ordine di distanza dal Sole e somiglia per alcuni aspetti ambientali naturali alla Terra: solido, durata del giorno, inclinazione dell’asse, ecc. Marte è stato appellato come pianeta rosso per l’ossidazione del ferro presente in superficie. Nel 2013 un gruppo di scienziati guidati dal professore di Oxford Bernard Wood hanno dichiarato che, 4 miliardi di anni fa, Marte era provvisto di un’atmosfera ricca d’ossigeno. Il gruppo, dopo aver messo a confronto meteoriti provenienti da marte e rocce esaminate dai rover, hanno rilevato evidenti segni di ossigenazione, tuttavia non è certo se sia frutto di un processo biologico o di una reazione chimica. Bisogna considerare anche che la vicinanza tra la Terra e Marte potrebbe aver contribuito a diffondere la vita da un pianeta all’altro. Infatti molte creature terrestri (batteri ed organismi unicellulari come alcun spore di invertebrati, tardigradi (classificati dall’emiliano Spallanzani di cui ho ammirato il museo a Reggio Emilia) potrebbero sopravvivere nello spazio per lunghi periodi di tempo e raggiungere, spinti dal vento solare, Marte. Tutto sommato sono molti gli organismi che vivono una parte del loro ciclo vitale negli strati alti dell’atmosfera: si tratta per lo più di organismi unicellulari, spore di muschi, funghi e licheni, alcuni ragni microscopici ed altri organismi nani, la maggior parte dei quali è adatta ad ambienti estremi solo per una, più o meno breve, fase del ciclo vitale e deve poi ritornare negli strati bassi dell’atmosfera per riprodursi o crescere; ve ne sono comunque alcuni in grado di vivere la loro intera esistenza negli strati alti dell’atmosfera. La maggior parte dei tardigradi morirebbe “rapidamente” (le spore resistono per poco più di un decennio) in mancanza di acqua liquida, oppure non potrebbero risvegliarsi dal torpore e sopravvivere con il livello di radiazioni marziane. In milioni e milioni di anni una colonizzazione sarebbe però possibile; una volta sopravvissuti, gli organismi potrebbero rapidamente adattarsi alle condizioni del pianeta e sfruttare gli habitat disponibili (per esempio quelli sotterranei: nessun microbo terrestre potrebbe vivere in superficie su Marte, ma basta un millimetro di terreno sabbioso per proteggerli dalle radiazioni). D’altro canto anche qualche chilometro sotto la superficie della Terra è stata di recente scoperta una ricca biosfera di microrganismi capace di adattarsi a condizioni estreme che potrebbero trovare un analogo sotto la superficie di Marte. La tecnologia, ultimamente digitale anche, ha permesso molto per scoprire l’ambiente di Marte come le due calotte polari con il loro periodico avanzamento e ritiro ha fatto sorgere l’ipotesi, oggi confermata, che Marte fosse soggetto ai cicli stagionali. Altri aspetti di somiglianza al pianeta Terra, come la lunghezza del giorno la quasi simile inclinazione dell’asse di rotazione, la durata dell’anno siderale (pressappoco doppia rispetto a quella terrestre) hanno alimentato speranza umana dell’esistenza di forme viventi addirittura di marziani sul pianeta rosso. “La vita nell’Universo” è un articolo che scrissi per la romena Rivista “Lux carti” o Voce dei libri, della Biblioteca regionale di Deva/Hunedoara “Ovidiu Densusian”, in Transilvania occidentale. Adesso si ritorna sul tema per gli oltre 4 milioni di potenziali lettori di questo ospitale ed aggiornato Quotidiano on line edito nel Mezzogiorno italiano. Tale mass media moderno nasce a poche decine di Km (territorio del paesetto di Pietraroja, sul Matese beneventano) da un importante reperto di Storia naturale dalla specie Scipionix samniticus, piccolo Celurosauro di circa 120 milioni di anni denominato “Ciro” (dopo la scoperta dell’ ”Australopitecus afarensis” appellata come “Lucy” o nonna Lucy, nel triangolo dell’Afar in Etiopia, a molti fossili si dà un nomignolo per il più vasto pubblico). Nella Storia naturale e sociale della specie Homo sapiens si registra, mediante i reperti documentali, che vi è stata una lenta e difficile conquista, da parte di pochi eroi del pensare interrogativo, di concezioni sull’evoluzione biologica e sulla vita oltre la Terra. Per millenni è stata dominante il principio della fissità della specie biologica, della creazione antropocentrica e del geocentrismo conseguente, che Copernico, Galileo e Darwin, tra gli altri minori, rivoluzionarono. Solo nel 1800 hanno potuto fare capolino le teorie evoluzionistiche e solo nel 1969 abbiamo, con l’astronave Apollo 11, messo il piede sulla Luna che dista solo circa 1 secondo luce dalla Terra, mentre il Sole 8 minuti e la stella più vicina 4,2 anni luce, “Alfa del Centauro”. Per poter comprendere pienamente la natura dell’evoluzione, è necessario prima considerare la materia che è alla base della vita….i sistemi viventi sono organizzazioni complesse di materia non vivente, che ubbidiscono agli stessi principi biochimici validi per il mondo inorganico. Ecco perché F. Faggin ricerca la coscienza nei quanti d’energia studiati dalla meccanica quantistica. La sua ricerca è interessante perché è nella materia universale che cerca una qualità dei viventi come la consapevolezza-coscienza di sé. La vita sul pianeta Terra è presente da almeno 3,6 miliardi di anni, su Marte non è stata ancora trovata nonostante speranze e delusioni. Altrove nell’Universo è probabile che la vita esista, ma è difficile contattarla per le enormi distanze per la nostra lentissima tecnologia dei trasporti elettromeccanici. Il teletrasporto esiste solo nella navicella fantascientifica Enterprise. Anni fa gli astrofisici ci informavano che circa 5-15% le stelle dell’universo sono planetarie. Ciò significa che non è irrilevante la probabilità di esistenza di pianeti simili alla Terra che è un pianeta del sistema planetario solare, terzo dopo Mercurio e Venere seguito da Marte (tutti e 4 solidi o terrestri), Giove, Saturno e Urano e Nettuno (tutti e 4 gassosi). Plutone è stato declassato dal ruolo di pianeta da poco tempo. Se si considera la percentuale suddetta più bassa si calcola che solo nella Via Lattea vi sono circa 10 miliardi di stelle planetarie. Dunque la vita non è solo sulla Terra, ma è alta la probabilità che possa esistere anche intorno ad altre stelle planetarie, dove le condizioni ambientali di qualche pianeta siano quelle che permettono la vita terrestre da oltre 3,6 miliardi di anni con il genere Homo da 2-3 milioni di anni e la specie Homo sapiens da solo da poco più di mezzo milione di anni. Ma la storia, da noi inventata di Marte, ha permesso addirittura ad alcuni scienziati spaziali di parlare del ‘demone marziano’, una forza immaginaria che sabota i veicoli spaziali in rotta per il Pianeta Rosso! I veicoli spaziali che invece ce l’hanno fatta hanno scoperto un mondo di meraviglie con intriganti similitudini ed esotiche differenze rispetto al nostro. La prima missione su Marte riuscita, Mariner 4, venne lanciata dalla NASA il 28 novembre 1964. Passò a 9844 km da Marte, scattando, come programmato, 22 immagini. Il primo veicolo spaziale a orbitare intorno a Marte fu la sonda russa Mars 2 nel 1971. La sonda sorella, Mars 3, riuscì anch’essa nell’impresa e lasciò cadere con successo un lander sulla superficie. Fu operativo per soli 20 secondi: gli esperti sospettano che a distruggerlo sia stata una tempesta di polvere marziana. Nello stesso anno anche il primo orbiter della NASA raggiunse l’orbita di Marte. Le missioni spaziali che tuttavia fecero dell’esplorazione di Marte un obiettivo fondamentale furono indubbiamente quelle delle sonde gemelle Viking a metà degli anni ’70. Entrambe erano composte da un orbiter e da un lander e scattarono le prime foto dettagliate della superficie marziana. Mostrarono un paesaggio desertico che, per la temperatura, era effettivamente più simile alla tundra terrestre. Gli orbiter riuscirono a mappare il 97% del pianeta. L’ulteriore esplorazione di Marte conobbe poi una pausa di oltre vent’anni, interrotta solamente da alcuni tentativi falliti o parzialmente riusciti (orbiter/lander sovietico Phobos 1, perso sulla rotta verso Marte nel 1989, Phobos 2, perso anch’esso vicino a Phobos, una luna di Marte e la sonda statunitense Mars Observer, persa prima dell’arrivo su Marte nel 1993). Mars Global Surveyor è stata la prima missione su Marte ad avere successo in un arco di 20 anni. Lanciata nel 1996, raggiunse l’orbita nel 1997. Adesso ci resta da combattere contro il coronavirus pandemico, ma l’ambiente di Marte avrà pure i virus, che sono costituiti da una parte soltanto del materiale cellulare: un acido nucleico e un po’ di proteina tanto che sono parassiti obbligati di altri organismi completi. L’ambiente naturale dei terrestri è stato modificato non poco, ma la cultura che si è prodotta ed elaborata lungo l’evoluzione culturale dell’Homo sapiens lascia ben sperare di risolvere problemi ambientali impossibili nel passato storico anche non remoto.