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Annotazioni ambientali di Napoli, del quasi postcovid19, tra cittadini e sudditi.

EDITORIALE (Prof. Giuseppe Pace, esperto internazionale di Ecologia Umana) Un antico luogo comune dice:”Vedi Napoli e poi muori. Esso vuole eufemisticamente rendere omaggio ad una delle città più tipiche del mondo. Si potrebbe morire per la dolce bellezza (stereotipo inossidabile nel tempo) oppure per altro? Per rispondere all’interrogativo basta ricorrere all’eufemismo di Seneca: ”per parlare di morte, prima bisogna morire! L’ambiente naturale di Napoli, o territorio comunale, è esteso 117,27 kmq ed è abitato, a fine 2019, da 962.589 residenti (nel 1971 Napoli ne aveva 1.200.000), mentre la città metropolitana ha 3.084.890 ab. su 1.179 kmq con 2.617 ab/kmq e 92 comuni. Il suo ambiente naturale è composto da molti rilievi collinari ad iniziare da quello più elevato, la Collina dei Camaldoli di 457 metri di quota e da isole (Capri, Ischia, Procida) e penisole (quella sorrentina con la costiera amalfitana è nota per la bellezza anche nelle sue canzoni come Torna a Surriento) quasi a strapiombo sul Mare dei Tirreni, antico popolo che abitavano a Cava dei Tirreni e dintorni, dove condussi in visita studenti veneziani nel 1983 e romeni nel 2004. L’ambiente naturale di Napoli è delimitato da un’ampia e fertile pianura (con primati di produttività di vari ortaggi) a nord macchiata dalla gomorristica Terra dei Fuochi, mentre a occidente e ad oriente da 2 vulcani storicamente molto noti: Campi Flegrei ad ovest e Vesuvio ad est: tra i due sistemi vulcanici non vi è connessione. Il substrato geologico su cui poggia la città, ricco di tufo, è vulcanico, ed è il prodotto solido di una serie di eruzioni dei due, minacciosi, complessi magmatici. Direi che il substrato inquieto del golfo di Napoli sembra che si sposi bene con l’indole dinamica e mutevole di molti napoletani, che si alimentano anche del mito della vicina Sibilla Cumana. Tale mito è percepibile visitando la trapezoidale grotta nel tufo, dove è forte il sensazionale richiamo mitico per la stupendamente luce tra il chiaro-oscuro. Quella lumina lina (titolo di una rivista romena prodotta a New York da Damian Theodor che ho conosciuto al Cenacolo di Eminesco nel 2005) o luce sottile è, almeno per me, ancora ricca di mistero soprattutto nella sottile luce dorata del tramonto con il tempio di Apollo sopra, e, la vicina, nel paesaggio marino, Ischia dove si insediarono i Greci quando i Latini cominciavano ad espandersi nel basso Lazio. Il centro storico di Napoli nel 1995 è stato riconosciuto dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità, per i suoi eccezionali monumenti, che testimoniano la successione di culture sia mediterranee che europee. Nel 1997 l’ambiente fisico del sistema montuoso Vesuvio (il più noto vulcano del mondo grazie alla descrizione dell’eruzione del 79 d.C. del nipote di Plinio il Vecchio, grande naturalista nonché comandante della flotta romana a Capo Miseno) è stato eletto tra le riserve mondiali della biosfera, la rete delle riserve naturali della biosfera è attualmente composta di oltre 700 riserve in 124 dei 196 Paesi del globo terracqueo. L’eruzione del monte Somma scaglio nel cielo oltre 1000 metri di montagna seppellendo Pompei, Ercolano, Oplonti ecc.. del territorio circostante. Ma più che l’ambiente naturale meno difficile da delineare è l’ambiente sociale ed economico napoletano che si dovrebbe tentare di conoscere e rendere noto agli indigeni e ai turisti di ogni dove. L’Ambiente napoletano ha avuto come artefice una borghesia medio-alta locale e da lunga data. Ad essa si è sempre contrapposta un popolo (che va, ancora oggi, poco a scuola ed alto è l’abbandono scolastico con record europei) che ha tutte le caratteristiche più del suddito che del cittadino. Il centro cittadino ha visto sempre la presenza di più ghibellini che guelfi e furono i primi a osannare anche Tommaso Aniello o Masaniello nella rivolta popolare verso il re e i nobili, anche se la stessa borghesia poi lo lascio in mano al popolo senza guida che viene domato più facilmente dai nobili regnanti. Non mi stancherò mai di ribadire che per Ambiente bisogna intendere non solo quello naturale, ma anche quello culturale, sociale e politico. Ambiente come sistema di Natura e Cultura dunque. L’ambiente costiero partenopeo è vario e diversificato e abbellisce il paesaggio cittadino tanto da far cantare “E Duie in Paravise” : classica canzone napoletana composta da E. A. Mario su versi di Ciro Parente interpretato da Sergio Bruni. Ricordo di averla fatta ascoltare a studenti veneziani in visita a Napoli e costiera sorrentina con tappa a Cava dei Tirreni dove alloggiamo alcune notti con alta ospitalità degli indigeni, nipoti degli evoluti Tirreni. Nel 2006, mentre insegnavo in Transilvania, lessi un quotidiano locale dal titolo in prima pagina Immondizia diffusa per le strade di Atene, mi sembrò di leggere Napoli che deriva da Neapolis, come l’ing., napoletano per antonomasia, Luciano De Crescenzo, spesso rammentava al mondo intero insieme all’indole mutevole dei suoi concittadini. Anche Napoli allora- di quasi 4 lustri fa- come ora, è afflitta dall’irrisolto problema dell’immondizia per strada o dal rifiuto del rifiuto tra vecchi e nuovi amministratori, popolo indisciplinato e malavita endemica, come il colera del 1973 che per poco non mi contagiò. Solo il milanese Silvio Berlusconi, da leader politico e Primo Ministro, riuscì nella titanica impresa di convocare a Napoli il Consiglio dei Ministri per tentare di risolvere il problema dell’immondizia napoletana che ancora viene esportata fino al centro Europa in milioni di ecoballe per essere bruciate! Sembra che neanche i partiti dei verdi napoletani riescono a emergere dai rifiuti, oltre una cifra percentuale di consenso, tra tanta immondizia e allora si dedicano a gridare o a manifestare per ripulire la Galleria Umberto I, sporcata forse dalle feste tradizionali del popolo napoletano come il matrimonio celebrato, recentemente, sull’opaco marmo della Galleria tra palazzo reale e via Roma con i quartieri spagnoli contigui. Il 20 e 21 settembre c.m. 1.177 su circa 8 mila comuni e 7 Regioni italiane, delle 20 complessive, sono chiamate al voto: Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto. Si tratterà di una prova generale del mutato ambiente politico italiano, visto che le regionali stando al decreto Elezioni, saranno accorpate al primo turno delle amministrative e al referendum sul taglio dei parlamentari. Ormai, è risaputo e non da poco tempo, che il cittadino residente nel Settentrione italiano, a maggioranza, vota i partiti del centrodestra e quello residente nel Mezzogiorno vota, a maggioranza, i partiti del centrosinistra, dove il mito dell’egalitarismo dogmatico è più duro ad essere offuscato e dove i feudi elettorali sono più vistosamente impiantati sul voto di scambio, sia pure illegittimo se vi sono prove gravi, convergenti e plurime. Per il modo di fare da feudo elettorale, diffuso nell’ambiente politico dell’Italia Repubblicana e più vistoso nel napoletano, le cronache campane sono piene. Vediamone una recentissima di critica al centrodestra e un’altra al centrosinistra riportate anche da questo media che ha per motto “la stampa è l’artiglieria della libertà” ed è pe questo che vi scrivo volentieri: «Stefano Caldoro mente sapendo di mentire. E parla delle ecoballe soltanto ora che è costretto a rincorrere disperatamente il governatore Vincenzo De Luca in campagna elettorale». Lo ha dichiarato la deputata di Italia viva, Michela Rostan. «Caldoro nulla ha fatto durante i suoi cinque anni a Palazzo Santa Lucia su questo problema specifico, è questa la sola verità. Un immobilismo, il suo, peraltro censurato dallo stesso ex premier Matteo Renzi, già nel dicembre del 2013, quando accompagnato da Raffaele Cantone, fu a Taverna del Re, nella zona della Terra dei Fuochi, dove erano stoccati milioni di tonnellate di rifiuti. Quella che si è trovata a gestire l’amministrazione del governatore Vincenzo De Luca è un’eredità pesantissima. Forse è il caso di ricordare a Caldoro che, grazie proprio al sostegno di Matteo Renzi, nel maggio del 2016, avvenne la prima storica rimozione di ecoballe da Giugliano. Successivamente, ma anche su questo Caldoro tace, a dicembre del 2016 è stato liberato da altre 18.500 tonnellate il sito di Ponteselice a Marcianise», ha sottolineato Rostan. «Le ultime dichiarazioni del candidato di centrodestra – ha affermato la deputata di Iv – sono figlie di una paura che si chiama sconfitta. Dell’altra campana sentiamo ben altri rintocchi crritici: ”Vincenzo De Luca, governatore della Regione Campania, è indagato per falso e truffa. Secondo i giudici, avrebbe favorito quattro vigili urbani di Salerno, diventati poi suoi autisti. L’indagine sarebbe iniziata prima del lockdown e l’ipotesi a carico di De Luca è che abbia inserito gli ex vigili (non indagati) come membri dello staff delle relazioni istituzionali in Regione, nonostante fossero privi dei titoli adatti. Per la difesa non c’è stata alcuna violazione della legge. “Sono garantista e l’indagato De Luca risponderà all’autorità giudiziaria. Io parlo del profilo politico – accusa il suo competitor alle lezioni regionali prossime, Stefano Caldoro. Lui ha una logica da klan: i suoi autisti possono essere privilegiati e la sua famiglia deve essere aiutata. Io parlo del profilo politico, a prescindere dalle indagini in questo caso. Una denuncia politico-istituzionale fatta dal centro destra, come sapete da un consigliere regionale del centro destra. E’ il modello del clan De Luca, a prescindere dalle indagini giudiziarie. Il clan De Luca che favorisce solo gli amici, poi rispettando la legge questo lo decide la magistratura. Per noi è una denuncia politica enorme – continua Caldoro. I suoi autisti possono essere aiutati e privilegiati, la sua famiglia deve essere aiutata e privilegiata, i figli e tutta la famiglia allargata, il suo segretario particolare, capo segreteria diventa sindaco di Salerno: come vedete, è il clan che favorisce, a prescindere se si viola o no la legge, solo i suoi amici”. Adesso che anche Clemente Mastella e Ciriaco De Mita scendono in campo, per riconfermare il salernitano, V. De Luca Governatore campano, cosa diranno i cittadini che combattono giornalmente per non essere più sudditi? Ho da poco terminato di scrivere un saggio che evidenzia il divenire storico dei cittadini dai sudditi e in esso cito l’art. 4 della Costituzione: ”La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Mi sorge spontaneo l’interrogativo: ”Ma il cittadino dell’ambiente sociale e politico napoletano denuncia continuamente le inefficienze o i disservizi pubblici?” A me non sembrò che lo facesse circa 50 anni fa, ed oggi non saprei dire se lo fa anche spronato dal dinamico Sindaco, che è un ex magistrato, positivamente attivo quando esercitava in Calabria, sfidando anche i poteri forti. La distanza, che definirei elegante, del Sindaco di Napoli dalla competizione elettorale in corso non lo trattiene nel difendere il cittadino e non il suddito, ma leggiamo la cronaca: ”Il Sindaco Luigi de Magistris ancora una volta interviene a gamba tesa contro il governatore della Campania Vincenzo De Luca. Lo accusa di essere troppo distratto dalla sua campagna politica e di non alleggerire le misure restrittive in una regione come la Campania che ha ormai giunto un bassissimo livello di contagio da Coronavirus. Queste le parole di Luigi de Magistris: “L’argomento movida comincerei a toglierlo dal vocabolario, è diventato un poi condizionante di temi generali. Ci tengo a precisare che da molti è stato sottolineato che anche il secondo decreto del TAR riguardasse la movida, ma non c’entra nulla. Credo che il clima messo in campo da De Luca non è favorevole alla ripresa per la nostra comunità. Che senso ha oggi, che è caduto anche lì’obbligo delle mascherine, mantenere il divieto di consumare all’esterno dei locali dopo le 10? Sono provvedimenti punitivi, insensati e illogici. L’esasperazione è data anche dal fatto che quando c’è un’incertezza normativa, uno dice una cosa e uno dice un’altra. Cioè la criminalizzazione del cittadino e dell’operatore economico è frutto della politica del lanciafiamme che poi ha deposto lo stesso De Luca. Lo si è visto nella vicenda della tifoseria. Qualcuno avrebbe dovuto dire tu che sei il produttore del lanciafiamme politico-mediatico, “Addò le mis o’ lanciafiamme?”. Adesso avremmo bisogno di un sostegno economico e di un tavolo del lavoro, oltre a dover sfruttare la collaborazione con un Sindaco che i è messo a disposizione. Io credo che sia completamente distratto dagli incontri politici.” Sull’uso del bavaglio o della mascherina c’è un dibattito mondiale in corso, che vede il centrosinistra per la mascherina (anche quando si dorme da soli direi per rendere meglio la posizione ideologica) e il centrodestra che la chiama bavaglio e non la invita a mettere per difendere le libertà individuali. Entrambe le posizioni estreme trovano la mediana via maestra del buon senso che è l’uso e il non uso della mascherina a seconda delle circostanze nelle ore e minuti giornalieri anche se media della sinistra moderata illuminata milanese si battono troppo contro la museruola. Imporre continui dpcm che non sanno andare oltre l’allarmismo a me dispiace e mi sembra di essere trattato da suddito dal potere governativo in un Paese fatto anche di cittadini pensanti che vogliono i tre poteri democratici equilibrati e funzionanti e non un sistema sperequato con eccessi del potere governativo anche perchè quasi tutti gli italiani sono scolarizzati oltre il minimo di base e sono stufi di sentire il 75% dei media televisivi in bocca a sinistri moderatori, che incanalano tutto in un’unica direzione politica dell’ambiente Italia.

La Sinistra statalista continua a trattare gli italiani sudditi della propria ideologia egalitari sta a parole e neocapitalista nei fatti sia pure di un capitalismo solo assistito e spendaccione. La destra, invece, non premia il liberismo economico e sociale ed imita la Sinistra populista anche se nel settentrione più laborioso la pressione fiscale eccessiva non viene condivisa e si sta imponendo il federalismo fiscale, prima o poi. Dico ciò anche per sfatare il mito dell’osservatore che debba essere sempre ed in ogni caso imparziale, ma non è così perché anche il presunto studioso e parte dell’ambiente che osserva non al di sopra di esso poiché lo sorvolerebbe troppo superficialmente senza dare al lettore indigeno o esterno più elementi di lettura possibile della realtà ambientale.
L’on. Pietro Calamandrei diceva che “solo la scuola può compiere il miracolo di fare diventare cittadino il suddito”. Ma se tanti napoletani non vanno neanche a scuola come si può sperare nel fatto miracoloso prima citato. Il monito, riportato, dell’amato Presidente ex partigiano, S. Pertini, nell’ambiente Napoli si dovrebbe appendere in ogni classe ed ufficio pubblico per sperare in un miracolo, come si specificava prima riportando il pensiero ritico di P. Calamandrei, favorito da due laici santificabili:Calamandrei e Pertini! Restando nell’attualità napoletano centrica i protagonisti più centrali del dibattito politico restano De Magistris come Sindaco di Partenope e De Luca come Governatore della Campania non più Felix e ricchissima di problemi irrisolti ma non irrisolvibili non certo con la bacchetta magica salviniana di estirpare subito la camorra, che è endemica e ha bisogno di anticorpi nella popolazione non solo napoletana e popolare ma anche nelle pieghe grigie dell’immenso apparato pubblico italiano, che fa registrare alla Corte dei Conti, ogni anno e puntualmente, più di 60 miliardi di corruzione, soprattutto per tangenti intascate negli appalti dei lavori pubblici. Interessante, per un appassionato di Ecologia Umana (scienza pluridisciplinare e transdisciplinare, quasi come la politica) è poter dare un contributo positivo sia pure attraverso un sommario sguardo all’ambiente sociale e politico di un territorio vasto e complesso come quello di Napoli: metropoli che con le cittadine periferiche è baricentro di servizi sociali, sia commerciali che scolastici e ospedalieri in prevalenza, di quasi 4 milioni di persone. L’ambiente napoletano ed universitario l’ho frequentai spesso con il coetaneo Filippo Barbieri, pure divenuto naturalista. L’ambiente napoletano attuale mi appare sia ricco di cittadini che di sudditi, dove lo spirito del tumulto e della rivolta alla Tommaso Aniello o Masaniello aleggia, in sordina, sempre? Napoli è, per non pochi meridionalisti classici, la città per antonomasia, detta stella polare del Mezzogiorno, quasi capitale di uno stato povero rispetto a Roma-Milano che sono capitali di uno stato più ricco? Napoli ha avuto un passato più glorioso in Europa di quanto appare attualmente, a mio giudizio insindacabile. Un mio più vetusto collega patavino, umanista e saggista con premi rilevanti, nativo di Ercolano, mi spiega, durante la passeggiata mattutina sulle rive del fiume Brenta, come Napoli, a differenza di altri ambienti storici meridionali non sia stata mai conquistata dalla corte dell’imperatore Federico II e come sia rimasta più con uno spessore popolare e di humus culturale greca e bizantina, rispetto ad altri ambiente del Sud Italia. Essendo egli uno storico di professione e anche di diverso orientamento ideale del mio, che di storia mi diletto da autodidatta, mi trova spesso molto incuriosito più che consenziente (anche se la sua verità storica è da approfondire, non da escludere) perché io uso il bisturi non di una sola disciplina come potrebbe essere la sola Storia. Poi ho la presunzione di pensare che noi, formati dalle discipline scientifiche e non umanistiche, siamo meno succubi delle ideologia unilaterali oppure siamo meno sensibili al sociale, diffido sia dei miti dell’egalitarismo dogmatico (marxismo, cattolicesimo e delle altre religioni monoteiste e politeiste) che da quello del liberismo non moderato. In Italia il bizantinismo politico riflette le culture dominanti di sottofondo dei vari ambienti territoriali? Forse? Il dubbio è il mio credo perché le certezze le lascio ad altri bisognosi dell’inamovibile, del certo.
Il feudo elettorale di Napoli, sia città che periferia, prima dei miei anni universitari, fu del Sindaco monarchico, Achille Lauro, che diede voce alla città al di sopra delle rime nel bene e nel male com’è tipico l’ambiente culturale napoletano di sempre. Lauro fu un dinamico e popolare Amministratore della res publica, capace di esprimere una sola voce ai potentati correntizi romani e pertanto era riuscito anche a tentare di fare non poco bene a Napoli, con la rinascita di interi quartieri, nuove periferie urbanizzate, nuove strade, palazzi, servizi, eccetera, eccetera. Intorno ai miei primi 20 anni, ricordo, di avere conosciuto non pochi napoletani doc sia della media e piccola borghesia che del popolo. Quest’ultimo era quasi assente nell’ambiente universitario di via Mezzocannone, a differenza dell’ambiente patavino dove il popolo è meno lontano dalle aule universitarie anche se la borghesia spesso è meno scolarizzata e titolata perché impegnata, in primis, nel mito del produttivistico. Napoli, dopo della mia esperienza universitaria, è cambiata non di poco con nuovo centro direzionale, nuove tangenziali, nuove università, ecc. ecc.. A me sembra che Napoli sia sospesa tra miseria e nobiltà come gli artisti partenopei amano rappresentare nella commedia non solo buffa più nota al mondo non provinciale. Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in occasione del 27° Anniversario dell’omicidio di don Pino Puglisi, 15 settembre 1993, intende ricordarne la figura e il messaggio sociale. Don Pino Puglisi è stato un uomo la cui integrità morale e dedizione per il prossimo hanno costituito veramente l’essenza dello spirito evangelico. Ha rappresentato il volto più bello della Chiesa, quello autenticamente veicolo dell’insegnamento di Cristo. Si è speso per i diseredati; per i dimenticati; per i fanciulli abbandonati, di cui per primo ricordò la potenzialità umana e preziosità nella loro individualità nonché come futuri componenti della società. Don Pino Puglisi coniugava allo slancio umanitario di certi mistici del popolo alla lucidità dell’uomo attento alle problematiche sociali e alle loro complesse interrelazioni; comprendeva quanto l’ignoranza e il degrado costituissero l’humus ideale per la proliferazione delle organizzazioni malavitose a Brancaccio guidate dai fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella. La cultura gastronomica napoletana non può fare a meno della pizza e della mozzarella di bufala con ampi allevamenti nel retroterra napoletano e nel basso Volturno soprattutto. La penultima volta che ho frequentato Napoli è stato come commissario d’esame al liceo scientifico “Caccioppoli”, presso i Salesiani sulla salita che va da piazza Carlo III a Capodichino. Allora riconobbi la Napoli dei docenti, uno dei presidenti di commissione era friulano ed insegnava zoologia in via Mezzocannone. Gli altri erano provinciali campani, come me anche se vivevo da un decennio a Padova. Quell’esperienza lavorativa mi fece vedere la Napoli reale, senza l’alone romantico e l’aureola paradisiaca, grazie anche alle qualità dell’amico scrittore di Caiazzo, Pasquale Cervo. L’ultima volta che ho visitato la metropoli partenopea ho rivisto meglio la galleria Umberto I di Napoli, dove ho incontrato anche due amici, entrambi romanzieri, il primo puteolano e il secondo molisano. Il primo ha scritto anche “la grammatica del dialetto napoletano” da autodidatta senza fregiarsi di titoli accademici, come me. Quella volta, 2004, ero in visita d’istruzione con dirigenti, colleghi e studenti romeni. Ai discendenti dei Daci, e dei Romani dopo Traiano, gli feci ammirare non poco dell’ambiente partenopeo, e tra le meraviglie il centro storico con l’Università, Spaccanapoli, via Roma, Pignasecca, Galleria Umberto I, Piazza Plebiscito, Maschio Angioino, Santa Lucia, Castel dell’Ovo, Fuorigrotta, Pompei, Cava dei Tirreni, ecc.. Al Ministero degli Esteri, dove eravamo andati il giorno prima per una visita, gli dissero alcuni funzionari dell’Ufficio IV, che Roma è più ricca di storia, ma Napoli è più bella e la pizza è migliore. A Napoli ho frequentato l’Università “Federico II”, a cavallo degli anni ‘60-‘70, e la ricordavo meno caotica di come l’ho rivista poi, idem la Galleria Umberto I, che da salotto della Napoli bene o borghese è divenuta meno distinta e più popolare, che alcuni politici “verdi” in competizione regionale attuale vorrebbero tutelare, come riportato da questo media. Napoli è, nel bene e nel male, sempre una città emblematica. Dopo anni mi è più chiaro sia il suo marcato provincialismo che la sua megalomania transnazionale. Napoli trova qualche analogia con parte dell’attuale Istanbul per la vita caotica e per le tante miserie in vendita nei vicoli cittadini popolani. Il napoletano si differenzia molto dal non napoletano anche di solo 30 km, ma questo avviene anche a Venezia o in qualunque altra città del mondo. Il rapporto città campagna resta sempre in gran parte valido. Ma torniamo all’attualità ambientale napoletana, in tempo di elezioni amministrative regionali locali.
Leggendo la cronaca della competizione elettorale noto che i Verdi si scandalizzano del popolo che imbratta la Galleria Umberto I si dividono in più liste anche se poi correranno in soccorso di De Luca cioè resteranno nell’alveo di centrosinistra e confermano la frecciatina di Andreotti: “i verdi sono come i pomodori che maturando diventano rossi”! Napoli e l’Italia, a me sembra, siano afflitti dalla ricerca del padre perduto e lo trovano nello statalismo padronale, la sinistra nel pronipote di Stalin e la destra in quella di Mussolini, pronipote senza riferimenti a persone. Invece, il cittadino dovrebbe trovare il padrone in se stesso non all’esterno perché egli è lo stato se paga le tasse, lavora onestamente, dà un contributo alla comunità in cui vive, ecc.. Ma andiamo a vedere l’ambiente degradato della Galleria Umberto I di Napoli, fiore all’occhiello della nobiltà e borghesia napoletana vilipeso dai cafoni! La storia della Galleria di Napoli si rifà all’unità nazionale e ad un’altra costruzione milanese ad essa molto affine, edificata circa venti anni prima: la Galleria Vittorio Emanuele II. Traendo ispirazione proprio da qui, nell’Ottocento, nel Quartiere San Ferdinando, nel cuore di Napoli, venne costruita questa “gemella napoletana” un po’ più piccola (solo la cupola, progettata dall’ingegnere Paolo Boubeè, è più alta di quella milanese di ben 10 metri). La sua inaugurazione è avvenuta il 10/11/1892, per mano del sindaco Nicola Amore, attraverso un’esposizione di prodotti artistici, artigianali e industriali: fu proprio così che divenne, sin da subito, polo commerciale dell’intera città  di Napoli, anche grazie all’ubicazione favorevole, nei pressi di via Toledo, del Teatro San Carlo e di Piazza Plebiscito. Il Salotto partenopeo dell’800, ritrovo di famosi artisti e crocevia di importanti strade della città. Definita dai più il “Salotto di Napoli”, la Galleria Umberto I fu costruita a fine 1800 e realizzata in soli 3 anni, dopo la grave epidemia di colera e venne inaugurata nel 1892.
I suoi meravigliosi pavimenti policromi hanno una particolarità , che si svela in corrispondenza della cupola: mostrano i mosaici con i segni dello zodiaco, realizzati dalla ditta veneziana Padoan, avvenuta nel 1952, per sostituire la pavimentazione originale, danneggiata dalla guerra. Un ambiente, quello della galleria, che ha visto, insomma, personalità  semplici mescolate a figure di rilevanza storica ed artistica, visto che ospitava anche il famoso Salone Margherita, che è stato il primo cafè-chantant d’Italia della Belle epoque, luogo d’incontro d’intellettuali come Gabriele D’Annunzio, Matilde Serao o Salvatore Di Giacomo, ma anche di tanti studenti universitari della Federico II, l’Università statale più antica di tutte, Bologna e Padova non sorsero statali ma privatistiche. Non solo ambiente commerciale, ma anche ambiente mondano, che ha fatto della Galleria Umberto I quella che non è più oggi, agli occhi dei residenti e dei turisti. L’area, della Galleria, era già  intensamente urbanizzata nel XVI sec., formata da un groviglio di strade parallele raccordate da piccoli vicoli, che da via Toledo sboccavano di fronte al Maschio Angioino. Si trattava di vicoli con una pessima fama, pieni di taverne e case di malaffare, dove avvenivano delitti di ogni tipo. Alla fine del XIX secolo il degrado era al massimo, con edifici a 6 piani in cui la situazione igienica era pessima e tra il 1835 ed il 1884 fu teatro di 9 epidemie di colera. Dopo l’ultima di queste, si cominciò a considerare un intervento governativo e, nel 1885, fu approvata la Legge per il risanamento della città  di Napoli, grazie alla quale vennero presentate varie proposte. Alla fine, il progetto vincente fu proprio quello dell’ing. Emmanuele Rocco, ripreso in seguito da Antonio Curri ed ampliato da Ernesto di Mauro, che prevedeva una galleria a quattro braccia che si intersecavano in una crociera ottagonale coperta da una cupola. Le demolizioni degli edifici preesistenti (ad esclusione del palazzo Capone) iniziarono il 1º Maggio 1887 ed il 5 Novembre dello stesso anno fu posta la prima pietra dell’edificio. La galleria, come abbiamo visto, è stata inaugurata dopo soli 3 anni ed ha dato nuova dignità  a quelle strade e a quei vicoli tanto malfamati in passato.
La Galleria Umberto I era brulicante di vita a tutte le ore. Da 130 anni ospita nei suoi imponenti corridoi marmorei, negozi, studi professionali ed eleganti appartamenti. La galleria è una monumentale galleria commerciale edificata tra il 1887 ed il 1890 per volontà del re Umberto I, due anni dopo l’approvazione della Legge per il Risanamento della città di Napoli. La Galleria fu la sede storica della loggia massonica Grande Oriente d’Italia, così come rappresentato dalla Stella di Davide che domina il tamburo della cupola. Nella splendida galleria, accessibile attraverso 4 ingressi di cui il principale affaccia sul teatro di San Carlo, hanno lavorato per più di 50 anni gli sciuscià, i lustrascarpe della città. Più giovane della “sorella” milanese, la galleria Dedicata al Re d’Italia dati i suoi interventi per la città durante il colera. Doveva essere un potente simbolo della presenza dello stato e del sovrano in una Napoli con ancora vivide memorie dell’ Unità garibaldina e della Repubblica di Napoli del 1799, quando il fior fiore del ceto intellettuale borghese napoletano, con la poliglotta Eleonora de Fonsega Pimentel, fu ucciso dai nobili campani e dai Borboni, che erano nobili spagnoli al potere regio, che si diede lustro con la Reggia di Caserta e la ferrovia tra Portici e Napoli, tra due palazzi reali.
Uno dei simboli della città partenopea, motivo di vanto per il capoluogo campano, la Galleria Umberto I, è imponente e maestosa, realizzata negli stessi anni in cui, a Parigi, veniva realizzata la Torre Eiffel. Lunga 147 metri, larga 15 e alta quasi 35 metri, la Galleria è un prodigio di architettura e arte allo stesso tempo con tantissime opere da scoprire. Se “tutte le strade portano a Roma”, a Napoli, “tutte le strade portano in Galleria”. La Galleria Umberto I, infatti, ha ben 4 ingressi: Via San Carlo, Via Santa Brigida, Via Toledo e Vico Rotto San Carlo. Il numero 4 è ricorrente nella costruzione e nella storia: sulle colonne ai lati dell’arco di sinistra c’è una rappresentazione in marmo delle 4 parti che compongono il globo terrestre. Partendo da sinistra si possono riconoscere l’Europa, l’Africa, l’Asia e una figura che dovrebbe rappresentare le nuove scoperte. L’Europa è rappresentata da una figura di una donna che impugna una lancia, l’Asia invece è raffigurata da una donna che stringe una coppa. L’Africa è un figura che ha un casco di banane e ha una mano sopra un sfinge. La quarta figura ha tra le mani un grosso volume di tavole geografiche con su scritto “Colombo”, una chiara allusione alle nuove scoperte geografiche. Non solo Geografia, ma anche Fisica e Chimica rappresentate nelle nicchie sovrastanti e proseguendo il giro ci sono altre 4 statue che raffigurano le stagioni, e altre 2 rappresentati la Scienza e il Lavoro. Chi conosce un po’ la storia di Napoli sa sicuramente che i frequentatori della Galleria (persone benestanti a parte), erano soprattutto attori e musicisti in cerca di un contratto. Era in uso “fare la posta” a impresari o colleghi, in cerca di una buona opportunità lavorativa. Non solo artisti e personaggi discutibili, la galleria Umberto I di Napoli è stata anche la casa degli Sciuscià, ovvero dei lustrascarpe napoletani, bene rappresentati da Vittorio De Sica. Farsi lustrare le scarpe in Galleria divenne un vero e proprio rito negli anni in cui, frequentare questo luogo di Napoli, era ritenuto motivo di vanto da parte dell’aristocrazia e alta borghesia napoletana. La galleria, da progetto, prevedeva di radere al suolo il Rione Santa Brigida, un’area descritta come malfamata, sovraffollata e malsana. In uno di quegli edifici, sul finire del 1700, abitò anche Goethe. Furono risparmiate alla distruzione per una forte opposizione della curia le chiese di San Ferdinando, da cui prende il nome il quartiere e quella di Santa Brigida, ultimo ricordo dell’antico rione. Fu totalmente riorganizzata la rete fognaria locale, costruito un ampio soffitto in metallo e vetro, a 57 metri da terra, ad opera dell’ architetto Boubèe, realizzate le decorazioni di muri e pavimenti, oltre che un impianto di illuminazione per l’ intera galleria e l’ area circostante e, infine, fu decisa l’ aggiunta di una serie di dettagli successivi alla stesura finale del progetto, tra cui la costruzione di un nuovo teatro cittadino, proprio di fianco al San Carlo: il Salone Margherita, primo Cafè Chantant d’Italia anche se non raggiunse mai il successo dei vicini Teatro San Carlo e Mercadante. Fu distrutto insieme a buona parte dell’area circostante dai bombardamenti del 1943. Nel 1960 fu riaperto come locale a luci rosse, per poi essere destinato ad un lungo abbandono fino agli anni ’80 Dopo un’altra breve riapertura, chiuse fino a tempi recenti. Oggi è frammentato: una parte è un’ elegante sala per eventi, un’ altra parte ospita un ristorante. La struttura ha subito varie ristrutturazioni nel tempo, tra cui, in periodo fascista, l’aggiunta alle pareti dei busti degli ingegneri ed architetti che hanno contribuito alla sua creazione.
La struttura presenta quattro ingressi, da Via Verdi, Via Santa Brigida, Via Toledo e Via San Carlo. Quest’ultimo è quello principale. È costituito da una facciata ad esedra, che in basso presenta un porticato architravato, retto da colonne e due archi ciechi, l’uno d’accesso alla galleria, l’altro aperto sull’ambulacro. Le colonne dell’arco di destra mostrano l’Inverno, la Primavera, l’Estate e l’Autunno, mentre l’arco di sinistra le immagini dei quattro continenti. Nel soffitto del porticato si notano una serie di tondi con divinità classiche. Gli dei raffigurati sono Diana, Crono, Venere, Giove, Mercurio e Giunone. Le facciate degli altri tre ingressi hanno una struttura simile ma presentano unicamente decorazioni in stucco. Ai tempi della mia frequenza universitaria, sembrava quasi impossibile visitare la città e non affacciarsi, anche solo per una breve passeggiata, in via Roma e passare ad ammirare una struttura architettonica talmente bella. La galleria offriva più spunti non sono da un punto di vista architettonico, ma anche per le vetrine dei negozi e per sorbire un buon caffè o mangiare una sfogliatella o un babà. La galleria partenopea, collegava le principali strade dove avveniva il famoso “struscio” (consuetudine diffusa in tutti le cittadine del sud Italia e di riflesso anche al settentrione anche se in forma minima), motivo per cui, divenne ben presto fulcro commerciale della città. Non mancano le bellezze pittoriche che riguardano i dipinti del settecento della chiesa di santa Brigida. L’elegante pavimento a intarsi marmorei, si sposava bene con gli imponenti archi dell’entrata. La sua copertura, in ferro e vetro, riempie la galleria di luce ed è stata idealizzata da Paolo Boubèe. La cupola è facilmente visibile, vista la sua altezza, dagli edifici del centro storico. Sul tamburo della cupola, decorato con finestre a semicerchio, è visibile la Stella di Davide, riproposta in tutte e quattro le finestre. La Galleria Umberto I è la sede storica della massoneria napoletana, in particolare della loggia massonica Grande Oriente d’Italia. La stella di David in questo caso, rappresenta il simbolo della massoneria. Ma c’è qualcos’altro che rende la galleria un posto davvero speciale. L’aver ospitato nel 1896, la prima sala cinematografica della città, nonché una delle prime in Italia, voluta dal padovano Mario Recanati (che messi da parte i suoi studi giuridici, partì per gli Stati Uniti per un soggiorno,poi si stabilì a Napoli dove, al civico 90 della Galleria Umberto, acquistò alcuni locali-che diventarono poi la cosiddetta “Sala Recanati”- che adibì alla vendita di grammofoni e dischi) dove furono proiettati i primi film dei fratelli Lumière. Ed inoltre, alla struttura si collega, la figura dello Sciuscià, il lustrascarpe della città. Solo ai nobili o agli uomini ricchi era consentito l’usanza di farsi lustrare le scarpe da tali figure, che per 60 anni hanno trovato spazio nella Galleria napoletana. La struttura durante il periodo natalizio, ospitava un accogliente e grande albero di Natale, insieme ad una serie di pensieri e letterine di speranza da parte dei cittadini partenopei. Famosa in passato come luogo di ritrovo di artisti e intellettuali, la Galleria Umberto I, potrebbe essere un punto attrattivo cittadino sia dalla borghesia che dai “cafoni” (negli anni ‘60, vi erano i ristoranti ”dei cafoni”) visto che la nobiltà vive in provincia come il mio ex compagno di classe dei duchi d’Aragona, che mi ha presentato il recente saggio ”Canale di Pace. Covid19 chi parla di pace non vuole la guerra ma uno stato globale”.

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