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Inizia un altro anno scolastico tra incertezze e divaricazione con il sud lassista, che non va a scuola subito.

(Giuseppe PACE, Partito Pensionati) PADOVA Bisogna aspettare ancora di sciogliere il nodo del noto art. costituzionale che libera le scuole, ma senza oneri per lo stato? Il nostro Stato spende 50 miliardi di euro per mantenere in piedi il suo sistema d’istruzione pubblica, cioè circa 500 euro a studente. Questi soldi sertvono in gran parte per pagare il personale della scuola, che alcune regioni, come il Veneto, vorrebbero regionalizzare fregandosene della possibile perdita dell’imparzialità del docente che potrebbero offuscare con i propri feudi elettorali. Bisogna,invece, dare ai genitori i 500 euro e questi scelgano bene se iscrivere i figli a scuole statali o regionali, che vanno gestite da privati, controllati da un comitato di genitori che con l’aiuto di prof. universitari in pensione e magistrato, assumono il dirigente, che seleziona i docenti, ma tutti a contratto triennale, rinnovabile o meno. Chi giudicherà? Sara l’utenza che usufruirà del servizio, come già avviene per il medico della mutua, lo specialista ed altri servizi. La Regione avrà il compito di pagare il personale della scuola e controllare, a distanza ragguardevole, il funzionamento fisiologico della scuola con precise norme del Legislatore che ha delegato l’autonomia scolastica. Allo studente la libertà di scegliere la scuola ed indicare la scelta del docente disciplinare, magari resa obbligatoria dal secondo anno. L’utenza selezionerà la qualità. Altri potrebbero diventare la brutta copia della scuola di stato attuale, come alcune scuole, legalmente riconosciute, attuali. Ma torniamo alla realtà e lasciamo il sogno! Prove generali per il suono della prima campanella dopo 6,6 mesi di stop forzato dovuto alla covid19. Regna sovrana l’incertezza nel mondo della scuola e, a questo punto, l’Italia, ancora una volta, si divide in due. Le Regioni del Nord hanno già deciso di riaprire il 14 c.m., quelle del Sud, come Puglia, Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Campania e Calabria, vogliono invece posticipare l’inizio al dopo le elezioni regionali, previste per il 20 e 21 c.m., quindi tra il 22 e il 24 c.m. Cosa, questa, che, secondo i media meridionalisti, porterebbe dei vantaggi evidenti, a cominciare dal risparmio di dispendiose sanificazioni alle classi ed ancora più tempo per adottare tutte le necessarie misure cosiddette anti-Covid. I media però non si pongono l problema dei discenti a casa nullafacenti e per le strade. Il Veneto, invece, manda i suoi giovani a scuola subito, eppure potrebbe fare come nelle regioni meridionali che pure votano a settembre. Il primo c.m. i primi docenti sono rientrati per la presa di servizio e programmare l’anno scolastico che verrà: dunque, collegi dei docenti e corsi di recupero, che interesseranno circa 500mila studenti per recuperare le insufficienze avute in pagella nonostante siano stati tutti promossi. Una prima prova che fotografa le novità e le criticità dell’avvio del nuovo anno scolastico. Non semplici le nuove norme anti-Covid, giacchè serviranno spazi e banchi monoposto, per entrare a scuola i discenti saranno scaglionati, non in gruppo quindi, necessaria la mascherina, si segue un percorso indicato da segnaletica e si arriva al proprio banco, mantenendo la distanza di almeno un metro e 2 metri dai docenti. Da stabilire anche l’area-Covid, dove isolare eventuali casi sospetti, i disinfettanti, le pulizie e l’areazione continua degli spazi, se c’è più di 1 positivo in classe scatterebbe la quarantena per l’intera classe. I banchi devono essere monoposto e distanziati, ma diverse scuole sono ancora interessati da lavori di edilizia leggera, per organizzare ambienti didattici dove sono sprovvisti, tutto questo in attesa dei circa 2milioni e 400mila banchi monoposto, la cui consegna è prevista per fine ottobre. C’è chi è contrario all’uso della mascherina che chiama bavaglio e non nasconde che un uso prolungato di tale misura aumenta la quantità di anidride carbonica inalata a scapito dell’ossigeno più necessario. Una respirazione dello studente, delle circa 20 al minuto, emette il 4% di anidride carbonica, che, invece, inspira solo lo 0,04% in aria salubre. La scuola riaprirà ma i principi cardine sui quali è basata l’offensiva anti Covid devono restare inalterati, sono i tre “pilastri” condivisi da tutta la comunità scientifica: distanziamento, dispositivi di protezione, igiene. DISTANZE. I banchi monoposto ci saranno e il distanziamento tra i banchi deve essere di almeno un metro, “scordiamoci le deroghe all’italiana”; MASCHERINE Sono individuate tre fasce d’età: 0-6 anni nessun obbligo di mascherine per i bambini. Sì per il personale scolastico, il Comitato sta valutando e validando le mascherine con la parte anteriore trasparente che potrebbero utilizzare gli insegnanti per il tempo necessario (non sono traspiranti ma sicuramente “comunicativamente” migliori); Bambini dai 6 ai 10 anni: suggeriscono che indossino la mascherina nel movimento da casa a scuola, all’entrata di scuola e nel movimento fino in classe. Quando sono al banco, se sono distanziati di almeno un metro non devono indossarla. Sopra i 10 anni: in classe ai banchi con distanziamento non necessarie, per il resto da utilizzare. In sintesi, niente mascherine per tante ore consecutive.

IGIENE. Il Commissario Arcuri ha l’incarico di assicurare alle scuole 10 milioni di mascherine al giorno, più igienizzanti e disinfettanti. Con la secolarizzazione o indifferenza verso il sapere dei giovani non si va avanti, né con i sussidi governativi, lo dice anche Mario Draghi. In molti Paesi d’oltralpe i servizi pubblici funzionano meglio e il cittadino non è considerato più suddito dello stato paternalista come in Italia. A settembre le nostre scuole e università rischiano di restare chiuse come lo scorso anno. La causa è lo scaricabarile di responsabilità tra governo, presidi e opposizioni: doppi turni, banchi nuovi, mascherine si e no da mettere. Una de statalizzazione del sistema d’istruzione si rende necessario per sburocratizzarlo almeno. Alcuni docenti non vogliono regionalizzare il servizio e la qualità della scuola statale per timore inerente la perdita dell’imparzialità d’insegnare. Non hanno tutti i torti: il docente regionalizzato potrebbe essere preda più facile, come gli Ata, dei feudi elettorali regionali. Molti, purtroppo, non vogliono in ogni caso poichè hanno paura del “demone privato” e preferiscono lo stato padronale, che li massifica, li sottopaga e non ne controlla la qualità. A mio parere di già prof. con 41 anni d’esperienza in Italia e all’estero, la scuola bisogna affidarla alla libertà d’impresa, tipica dell’ambiente non collettivista, viceversa c’è lo statalismo padronale? Perché no. E’ su questa base concettuale che bisogna iniziare o meno la regionalizzazione del sistema scolastico. Bisogna mettere in sana competizione leale le scuole e le università statali e libere. A queste seconde, bisogna dare dignità di essere sullo stesso piano di partenza e non nascondersi dietro alla foglia di fico del ”senza oneri per lo stato”. La Regione paghi le rette-in tutto o in parte a seconda del reddito- a chi si iscrive e riscrive non alle scuole di stato, ma alle scuole regionalizzate. Le scuole medie superiori devono costare molto di più dei circa 100 euro soltanto d’iscrizione. Chi controllerà le scuole libere? L’utenza, basta solo non esagerare con aprire le confessionali, come oggi in gran parte. Le Università libere devono garantire prestiti agli iscritti che lo chiedono, da restituire nei primi anni di lavoro. Sia pure con un margine d’approssimazione minimo, se dividiamo gli oltre 50 miliardi annui spesi dallo Stato per garantire la scuola a circa 8 milioni di studenti, ne risulta che ogni studente costa al contribuente italiano più di 6mila euro, pari a 500 euro mensili, tolto il periodo delle vacanze. Per la Regione è facile fare il conto di quanto può chiedere per il servizio che poi dovrà regolamentare a distanza (libertà di scelta della scuola tra statale e non, quest’ultima in mano ai privati e non ai funzionari regionali, similmente alla scelta di altri servizi), non da vicino come una sorta di nuovi feudi elettorali di personale scolastico (75 mila in Veneto, con stipendi regionalizzati dunque più elevati) ma lasciare libertà di gestione a genitori e studenti maggiorenni che controlleranno la libertà di scelta del docente, della presidenza, del comitato di gestione (con due prof. universitari di area umanistica e tecnico-scientifica in veste di osservatori delle presidenze). Nelle aule dei saperi, in Regione Veneto, a settembre, devono entrare 586 mila discenti e oltre 110 mila studenti iscritti nei 4 atenei veneti con prevalenza nella storica università di Padova che ha superato, da sola, i 70 mila iscritti. Il servizio scuola italiana costa più di 50 miliardi annui al contribuente tartassato dallo Stato, l’imposizione fiscale è oltre il 44%, e l’ attuale Governo, a me pare, esuberi di potere con i continui decreti del Premier e le minacce di carcerare chi non ottempera la prevenzione obbligata per la pandemia del ministro Speranza. Uno studente costa allo Stato, fino alla maturità liceale, oltre 100 mila euro, nel Veneto con il 65% di scuole non statali fino a 6 anni, invece, lo Stato risparmia 500 milioni l’anno. Gli oltre 50 miliardi spesi annualmente per aprire le aule a 8 milioni di studenti e a 800 mila docenti non bastano più per mantenere l’attuale sistema statale e statalista di uno Stato vassallo che tratta il cittadino ancora come un suddito. Secondo i media nazionali servono altri miliardi fino al 4,5% del Pil come in altri paesi europei. Così scrivono valenti opinionisti dell’intellighenzia di moda corrente, ma nemmeno una parola per marcare le differenze di qualità dei diversi sistemi scolastici esistenti in Francia, Olanda, Svezia, Gran Bretagna e Germania. In nessun Paese c’è il primato, incontrato, di una scuola che vieta i diritti basilari degli studenti come il poter scegliere il docente disciplinare come si sceglie il medico generico della mutua o lo specialista. Le nuove disposizioni del Ministero dell’Istruzione sono riuscite a far rimanere tutti scontenti, a cominciare dai docenti e assistenti, tecnici e amministrativi, e per finire ai genitori. Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera lancia un’idea controcorrente che la classe dirigente privata deve smettere di lamentarsi e assumersi le proprie responsabilità pubbliche. In Veneto lo scorso anno almeno il 10% degli studenti ha potuto recarsi a scuola e non tutti in vacanza come nelle altre regioni italiche. “Purtroppo non è stato possibile concedere a ragazzi e insegnanti di ritrovarsi in classe nemmeno per un giorno, a fine anno scolastico. Ma così si rischia di arrivare impreparati anche a settembre”. Caos Gps! Punteggi inesatti, valutazioni dei servizi errate: migliaia di precari perdono la cattedra. L’ira dei sindacati. Un pasticciaccio come lo ha definito Rino di Meglio coordinatore della Gilda, un  errore grossolano a sentire la Cisl scuola. Certo è che quanto sta avvenendo con le graduatorie provinciali è a dir poco sconcertante. Soprattutto dopo l’enorme investimento di immagine fatto dalla ministra Azzolina che aveva definito la GPS “il suo più grande orgoglio”. Ora, però, a meno di due settimane dalla riapertura la situazione rischia di diventare catastrofica: la procedura, infatti, coinvolge oltre 250.000 persone e servirà a immettere in ruolo un docente su quattro. Un enormità. Ma i problemi sono altrettanto grandi. Da tutte le regioni arrivano le proteste di centinaia di precari che non ritrovano il riconoscimento dei loro titoli. Errori, punteggi sballati, valutazione dei servizi inesatta, neanche l’algoritmo di Renzi fece tanto, che osannava la”sua” buona scuola! La scuola soffre di secolarismo o indifferenza alla trasmissione ed elaborazione culturale, direi quasi come la religione e il sistema ospedaliero. Il docente si sente troppo spesso un impiegato, che poco prende e poco dà. E’ bene liberarlo da questo stato demotivato, fatte le dovute e non pochissime eccezioni. All’estero ad esempio, dove ho insegnato, i docenti più selezionati dall’utenza, vengono pagati di più come in qualunque ciclo produttivo materiale ed immateriale o invisibile come quello culturale.
Giuseppe Pace (V.Seg. Prov. Partito Pensionati Padova con delega al decentramento regionale veneto)

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