Crea sito

Madonne precristiane sul Matese e la notte universale di San Lorenzello

(di Giuseppe Pace) BOJANO (CB) Tra religiosità ed astrologia ed astronomia c’è un filo rosso che connette culture temporali interessanti e non accademiche cioè ridondanti. Il fenomeno delle cosiddette stelle cadenti della notte di San Lorenzo, è già in atto da alcune settimane (durerà almeno fino al 24 agosto). Il picco per le meteore appartenenti allo sciame delle Perseidi si registrerà tra le ore 16 del 12 agosto e le ore 4 della mattina del 13 agosto. È forse uno degli appuntamenti estivi italiani più Covid free di tutti. Ma perché le stelle ‘cadono’ proprio il 10 agosto? E cosa c’entra San Lorenzo? Ecco alcune curiosità da sapere della notte più magica dell’anno. Gli agiografi, riporta Famiglia Cristiana, sono concordi nel riconoscere in Lorenzo il titolare della necropoli della via Tiburtina a Roma. E’ certo che Lorenzo e’ morto martire per Cristo probabilmente sotto l’imperatore Valeriano. Ma pare sia una leggenda il fatto che sia stato arso vivo. Tuttavia, la tradizione cristiana vuole che le stelle cadenti siano evocative dei carboni ardenti. Un’altra interpretazione vuole che le Perseidi siano le lacrime versate dal Santo durante il suo supplizio. E le lacrime sono anche quelle immaginate da Giovanni Pascoli nella sua “X agosto”, la poesia dedicata alla morte del padre. La sera del 10 agosto 1867, Ruggero Pascoli fu ucciso con una fucilata mentre tornava a casa dal mercato portando in dono due bambole per le sue bambine. Ed e’ il cielo intero, per il poeta, a piangere la scomparsa dell’uomo: “San Lorenzo, io lo so perchè tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perchè si gran pianto nel concavo cielo sfavilla”.  Tra il divino e l’umano, tra il reale, e l’irreale, tra il passato e il futuro, tra la verità e l’illusione spesso corre un sottile confine. Esso può essere visto ricorrendo, a volte, al mito di quando eravamo più magici e meno razionali. Sulle nuvole alte del Matese natio, vi danzava una Dea dei Sanniti Pentri che faceva piovere all’occorrenza nei terreni secchi dall’arsura estiva. Bojano come ad Alife, a Venafro come a Cossa, Ciatia, Saepinum veneravano la Dea, che la cristianità, dopo Costantino, ha assorbito nel monoteismo riservando alla Madre di Cristo gli stessi poteri della Dea matesina. Il mito delle stelle cadenti della notte di San Lorenzo veniva spiegato prima del medievo dalla cultura religiosa cristiana e precedente come quella Sannita politesista. A Letino il culto mariano della Madonna a Castello, oggi trasformato in Santuario del Matese dal prete originario di Valle Agricola, altro non è che l’antica venerazione dei Sanniti alla Dea che passeggiava sulle nuvole matesine e faceva piovere all’occorrenza. Fino agli Sessanta i gallesi chiedevano in prestito ai letinesi, d’estate, la statua della Madonna a Castello per portarsela in territorio di Gallo Matese e fare la processione premonitrice di pioggia. Un anno ricordo che non la restituirono subito come concordato e per poco non scoppio una sorta di guerra tra i due popoli diversi per costumi, lingue vernacolare ed indole. Nella frazione di Bojano, Civita, c’è una madonnina molto simile a quella di Letino anche se meglio stilizzata dall’artista creativo. Ebbene essa ha la medesima origine: la religiosità dei Sanniti, incorporata poi da quella Romana e dunque dal monoteismo cristiano. Nel comune di San Lorenzello (BN), sito alle falde di monte Erbano, alto 1.385 metri, festeggiano spesso con concerti quando quasi tutti i presenti intravvedono qualche stella cadente con le note sinfoniche e la vista sembra esserne potenziata. Anni fa ci andai con amici da Piedimonte Matese e 6 anni fa uno di loro è prematuramente morto. Ricordandolo mi sembra che hanno più valore le poetiche parole: “Siamo così presi a guardare il nulla, da dimenticare la vera bellezza, come il manto di stelle che illumina ciò che ci sovrasta e forse anche la nostra vita”. La notte di San Lorenzo, ci vede in non pochi con il naso all’insù alla ricerca di stelle cadenti, le famose Perseidi, uno sciame di meteore così romantiche che altro non sono che detriti di polvere e ghiaccio. La frequenza massima di meteore osservabili in condizioni ottimali di circa 100/120 all’ora. Il 10 sera se ne stimano all’incirca 60/ all’ora.  Detto così, con l’aridità scientifica, sembra perdere tutta la sua magia, ma è una di quelle rare notti che ci fa riscoprire il cielo infinito e ci ricongiunge al divino, che è in tutti noi della specie Homo sapiens: 7,4 miliardi di individui sul pianeta Terra, il terzo pianeta in ordine di distanza dalla stella Sole. Una leggenda narra che la comunità civile di San Lorenzello sarebbe stata fondata da Filippo Lavorgna nell’864. Il giovane Lavorgna, salvatosi dalla distruzione di Telesia ad opera dei Saraceni, si rifugiò con la sua famiglia su monte Erbano, nella grotta di Futa. Scendendo dal rifugio un giorno, in località la Cupa, avrebbe incontrato degli Zingari. Una Zingara, avvistato il giovane, gli propose di predirgli il futuro e Filippo avrebbe acconsentito. La Zingara predisse: «Nobili sono i tuoi natali, belli i tuoi lineamenti, forte il tuo braccio e generoso il tuo cuore; hai fuggito la patria e ti sanguina l’anima; i tuoi dolori non sono finiti… però risplenderà su te la stella, due stelle, due occhi di profuga sventurata come te, ma dolce come il miele e bella come il sole. Sarai con lei il fondatore di una città e il tuo nome rimarrà immortale». Poco tempo dopo arrivò alla grotta una giovane donna in lacrime, Rosita, che chiese aiuto perché suo padre si era si era sentito male. Filippo seguì Rosita sino al rifugio dove ella abitava ma arrivato lì trovò il padre di Rosita senza vita. Il giovane, tornato nella sua grotta, si trovò davanti ad una scena orribile: tutta la sua famiglia era stata sterminata. La leggenda termina narrando che Filippo e Rosina, la notte del 10 agosto, decisero di fondare un villaggio che intitolarono a San Lorenzo. Storia e leggenda si intrecciano ma il racconto è da ritenersi solo un mito. A Filippo Lavorgna sono intitolati alcuni ruderi di antiche mura (le “mura Filippo”) ed ancora in tempi recenti il cognome Lavorgna è il più diffuso nel comune. San Lorenzello sarebbe stata fondata storicamente da alcuni profughi scampati alla distruzione saracena di Telesia nell’Ottocento. Costoro si raccolsero alle falde di monte Erbano dove edificarono le mura e due torri didifensive. Il paese venne citato per la prima volta nel 1151 quando Guglielmo I Sanframondo, figlio del Normanno, Raone, dichiarò di possedere diversi feudi fra i quali Cerreto Sannita con i casali (centri minori o frazioni) di San Lorenzello e di Civita Licinio, dove si producono ottime castagne. Da allora sino al 1800 il casale di San Lorenzello seguì le vicende di Cerreto Sannita e nel 1483 divenne possedimento dei Carafa che governarono queste terre fino al 1806 quando Napoleone abolì d’imperio il feudalesimo per liberare i sudditi dai loro vassalli, ma per farli propri sudditi e non ancora cittadini, dico io che sto scrivendo un saggio globale sull’evoluzione da suddito a cittadino. San Lorenzello attuale venne chiamato “San Lorenzo Minore” per distinguerlo dal vicino centro di San Lorenzo Maggiore. Ma vediamo cosa ci tramanda la leggenda della notte di San Lorenzo. In una galassia sconosciuta, c’era una volta il Mondo, un luogo meraviglioso e disabitato, gli dei ne vennero a conoscenza per puro caso. Affascinati da tale meraviglia, decisero che doveva essere popolato. Zeus convocò l’intero Olimpo, ignaro del fatto che Venere, la dea dell’amore, avesse già scelto oculatamente i destinatari per tale missione. “Divinità tutte, siamo qui per decidere chi popolerà il Mondo”. Zeus con la sua voce imponente diede il via all’assemblea. Venere con la sua solita impulsività, andando contro tutte le regole intervenne: “È mio desiderio che il Mondo sia inondato d’amore, per questo propongo Splendore, non c’è donna che possa eccellere più di lei in questo compito”. “Decido io chi lo popolerà, sono il capo di tutti gli dei, non dimenticarlo”, tuonò Zeus. “Ma io sono la dea dell’amore caro Zeus, non dimenticarlo tu”. Iniziò così la solita lotta tra i due, come accadeva ormai dalla notte dei tempi. “Impertinente che non sei altro, prima o poi ti manderò via dall’Olimpo, sappilo!”. Gli dei assistevano divertiti a questo battibecco, sapendo già chi l’avrebbe spuntata. “Mandami pure via, ma sei consapevole del fatto che l’Olimpo senza di me si riempirà di odio?”. Venere gli si parò di fronte e mentre replicava concitatamente emanava scintille impercettibili d’amore. Zeus era affascinato da quella dea. Era bella, caparbia e coraggiosa, ma doveva salvare le apparenze e non poteva vacillare al cospetto di quella platea così importante. “Siediti!”. La fermezza delle sue parole però, non corrispondeva allo sguardo adorante con cui la guardava. Venere astutamente fece un cenno di riverenza e si accomodò. In cuor suo sapeva che Zeus non l’avrebbe mai mandata via. Il capo di tutti gli dei con fare autoritario e con un’espressione soddisfatta impressa sul viso, riprese il suo discorso.“Siete propensi ad esaminare questa Splendore proposta da Venere?”. Come era prevedibile, gli dei acconsentirono all’unanimità.“Portala al mio cospetto”, ordinò alla dea ribelle. In un attimo Splendore fu ai suoi piedi.“Di quanta bellezza, grazia e amore è intrisa questa donna”, pensò Zeus tra sé e sé. Gli dei alla vista di tale meraviglia, esultarono. Venere raggiante rivolse lo sguardo verso di lui in attesa di una sua risposta. Ci furono attimi di silenzio che fecero temere il peggio. Zeus voleva vendicarsi e prendeva tempo. La tensione di Venere era palpabile, per un attimo iniziò a temere che stavolta non sarebbe riuscita nel suo intento. Finalmente Zeus parlò.“E sia!”. Pose sui capelli dorati della bellissima fanciulla, una coroncina di rose bianche, simbolo di purezza. “Tu Splendore, darai vita al Mondo”. Una miriade di farfalle, volteggiando leggiadre, la circondarono.“Ora necessita trovarti un marito”, esclamò pensoso. Splendore sgranò gli occhi, il suo cuore apparteneva già ad un uomo, si voltò verso Venere che le fece un lieve cenno col capo per rassicurarla.“Grandissimo Zeus, ho pensato di facilitarti il compito, ne ho già selezionato uno per lei”.“E chi sarebbe?”. “Si chiama Lorenzo, è il figlio di Apollo”. “Lorenzo?”. Zeus sembrava furioso. “È il mio allievo migliore, non permetterò che lasci l’Olimpo!”. Splendore impallidì. Venere si alzò di scatto dimenticando ancora una volta la sua supremazia. “Non puoi fare ciò, lui è perfetto per popolare il Mondo”. “Venere, adesso basta!”. Zeus si levò dal suo trono.“Portatemi qui Lorenzo”, ordinò. Lorenzo arrivò, si inchinò a Zeus e si pose accanto a Splendore. Quei giovani amanti erano talmente belli che incantarono tutti, persino Zeus che si intenerì a tal punto da cambiare idea.“Volevo tenerti con me Lorenzo, ma vedo che l’amore ha deciso diversamente”. I due innamorati si guardarono raggianti. Con un cenno li invitò a inginocchiarsi. Le farfalle arrivarono veloci e li avvolsero come in un abbraccio. Zeus pose le mani sui loro capi: “Vi affido il Mondo, fatene tesoro”. Le Papilio ulysses si levarono in volo, l’azzurro delle loro ali si confuse col cielo, un vortice avvolse i prescelti, che furono trasportati nel Mondo. Splendore e Lorenzo iniziarono la loro nuova vita, ogni giorno la natura gli donava qualcosa: un fiore, un frutto, un cinguettio, la salsedine sulle gambe, il vento tra i capelli. Erano molto felici e innamorati. Lorenzo chiamava la sua Splendore, unicamente Amore e costruì per lei e i figli che gli dei avrebbero voluto donargli, una bellissima e grande capanna. Erano distesi sulla sabbia poco distanti ad ammirarla quando il cielo divenne improvvisamente minaccioso, scoppiò un temporale, la pioggia era fittissima, i tuoni assordanti, iniziarono a correre per ripararsi, ma un fulmine si abbatté su di loro. Lorenzo rimase tramortito sulla sabbia, mentre Amore si disintegrò in mille pezzi e si sparpagliò per l’universo. L’amato al suo risveglio la cercò ovunque, ma invano. Era distrutto, non poteva immaginare la sua vita senza Splendore, il suo Amore. Disperato decise di lasciarsi andare, si distese sul letto di bambù che aveva costruito con le sue mani e chiuse gli occhi, perdendo la cognizione del tempo che inesorabilmente passava. Una voce improvvisa lo riportò nel presente. “Se vuoi ritrovare Amore, devi andare in un luogo che nessuno conosce e che si trova molto lontano”. Lorenzo balzò in piedi. Angosciato iniziò a sbirciare in ogni angolo, ma non trovò nessuno.“Chi sei?”, urlò. “Te lo dirò solo quando sarai arrivato a destinazione”, rispose la voce.“Sei disposto ad andare?”. “Farei qualsiasi cosa pur di riabbracciare Amore”.  “Dovrai varcare molti mari, scalare montagne, passare attraverso ghiacciai e deserti. Patirai il freddo, la fame, il gelo, il tuo viaggio sarà un inferno. Sei disposto ad accettare tutto questo per Amore?”. “Ogni cosa”, rispose l’addolorato Lorenzo. “Allora riempi il tuo zaino e parti, avrai bisogno di coraggio, pazienza e perseveranza”. “Ne avrò!”. “Sappi che inizierai a sentirti molto pesante, c’è una forza di gravità diversa in quel luogo”. “La supererò!”.   “Te lo auguro, ma sono dubbioso su ciò”, continuò perplessa la voce. “Superata quella, ti scontrerai con forti venti che cercheranno di spazzarti via”. “Mi aggrapperò ad ogni supporto”. “Te lo auguro, ma sono dubbioso su ciò”. La voce faceva di tutto per scoraggiare il poveretto, ma lui non demordeva.“L’aria è malsana e farai fatica a respirare”. “Ma io resisterò”. “Sappi che improvvisamente la terra inizierà a tremare, i mari diventeranno grossi e le onde toccheranno i cieli”. “Adesso basta!”. Lorenzo stava perdendo la calma. “Io non ho paura di nulla, devo trovare Amore e riportarla a casa!”. La voce decise di smetterla di tergiversare. “Capirai che sei arrivato in base a un solo indizio, lì, non troverai l’amore!”. “Impossibile, l’amore è insito in ognuno di noi”. “Non su quel pianeta”. Lorenzo era sempre più sbigottito e confuso, ma deciso a non farsi condizionare, continuò. “Una volta giunto a destinazione, dove troverò Splendore, il mio Amore?”. “Ogni cosa a suo tempo”, rispose la voce. “Ora parti e che la fortuna ti accompagni”. Lorenzo partì col cuore pieno di speranza e pronto a superare qualsiasi avversità. Fu un viaggio estenuante, incontrò tutto ciò che la voce gli aveva predetto, ma la forza dell’amore lo aveva fatto proseguire. Era ormai stremato quando ebbe la sensazione di essere giunto a destinazione, ora doveva capire se in quel pianeta ci fosse l’amore. Si addentrò e si accorse che quel posto era già popolato, purtroppo di gente malandata che sembrava vagare senza meta. Un anziano gli si avvicinò. “Chi sei?”, gli chiese. “Mi chiamo Lorenzo e sto cercando il mio Amore”. “C’è amore in questo posto?”. Il vecchietto scosse il capo. “Noi anziani siamo abbandonati da tutti, dopo tanto lavoro e sacrifici, veniamo portati via dalle nostre case e molte volte moriamo in solitudine”. “Questo è un indizio”, pensò Lorenzo. Dispiaciuto lo salutò e andò alla ricerca di altre conferme, volle accertarsi che questo non fosse un caso isolato. Arrivò ad un fiume, le sue acque erano scure, le rive imbrattate da sacchetti di plastica e scarti di industrie, un uomo tentava invano di pescare qualcosa. Lorenzo si avvicinò. “C’è amore in questo posto?”. Il pescatore scosse il capo. “Qui la gente inquina tutto, non c’è rispetto per ciò che di più bello ci è stato donato”. Poco distante alcuni bambini trasportavano carretti carichi di ananas, pesantissimi per le loro esili braccia. Con occhi tristi chiese loro: “C’è amore in questo posto?”. I bambini sconsolati scossero il capo. “Qui nessuno ci ama, ci abbandonano per strada e dobbiamo crescere da soli”. Lorenzo aveva il cuore straziato e capì di essere arrivato nel posto designato. Si guardò intorno alla ricerca della voce, ora doveva dirgli dove trovare Splendore, il suo Amore. “Voce, voce, dove sei?”. “Sono qui”, rispose prontamente. “Come si chiama questo pianeta?”. “Si chiama Terra”. “Che posto triste”. “È triste sì, questa gente è sommersa dal dolore”. “Me ne sono accorto, ora però portami da Splendore, il mio Amore”. “Splendore non c’è più, non è più tua”. “Traditore, mi hai ingannato”. “Non ti ho ingannato, ti ho solo detto che l’avresti ritrovata”.“Ho il cuore straziato da tanto dolore, non aggiungerne altro, dimmi chi sei e dove trovare il mio Amore”.“Osserva bene e la vedrai, in quanto a me non posso darti una risposta”.“Mi hai mentito ancora!”.“No, non è così. La risposta non posso dartela io, dovrai trovarla dentro di te”. Lorenzo era frastornato. La voce lo trascinò in una valle gremita di persone.“Osservali!”, gli disse.“Zeus vi aveva incaricato di popolare il Mondo, ma era ignaro del fatto che fosse un inganno. Venere è l’artefice di tutto, voleva che riportaste l’amore in questo luogo ormai distrutto, ma non poteva confidarlo a Zeus, non ti avrebbe mai inviato qui”. Lorenzo sbigottito osservava attentamente quella gente, avevano gli occhi colmi di disperazione, ma trovò in fondo ai loro cuori un piccolo frammento di Splendore il suo Amore. “Ho provocato io l’esplosione, non ne potevo più di vedere tanto dolore, ora con Splendore nei loro cuori, potranno avere una nuova possibilità”. Lorenzo divenne improvvisamente muto e i suoi occhi si riempirono di lacrime.“Ti ho fatto una promessa e la manterrò! Ti ho tolto Splendore il tuo Amore per darlo a loro, ma ti darò la possibilità di riaverla”.“Come?”, chiese pieno di speranza il povero innamorato. “Una volta all’anno, il 10 agosto, sarai trasportato dalle farfalle, le Papilio ulysses nel cielo e di notte ti confonderai tra le stelle. In quella notte, solo in quella, esploderai e ti ricongiungerai con i frammenti di Splendore, il tuo Amore. In questo modo ritornerete ad essere una sola cosa e resterete uniti per sempre”. La notte di San Lorenzo divenne da quel giorno, la notte dell’Amore romantico perché quello vero, fino a pochi decenni fa lo diceva solo la cattedra di Pietro, resta l’atto della procreazione o perpetuazione della specie Homo sapiens come di qualunque altra specie biologica. La nostra specie ha anche l’evoluzione culturale che ci proietta in un habitat sempre più vasto fino all’areale terrestre e a quello universale. Chissà quando incontreremo nostri antenati più avanti di noi nell’universo finito, ma illimitato e curvilineo? Il passato religioso e astronomico non è da snobbare soltanto, ma da analizzare per attualizzare l’attualizzabile. Sulla religiosità ed astronomia dei Daci ad esempio il prof. Matteo Taufer (Università di Trento) in una conferenza ha analizzato le antiche fonti letterarie su Zalmoxis, e cioè le uniche informazioni esistenti sul controverso ‘demone’ getico. La filologia ci fornisce così un ritratto dell’antica divinità dei Daci, mentre spetta all’archeologia tentare di collegare i dati forniti dalla critica testuale con le tracce materiali della religiosità dei Geto-Daci. Taufer ha analizzato le fonti antiche e medievali, e nel corso delle sue indagini ha valutato attentamente l’affidabilità delle loro interpretazioni moderne, facendo all’occorrenza giustizia di letture e spiegazioni fantasiose o parziali sopra la misteriosa figura di Zalmoxis. Le recenti analisi filologiche di Matteo Taufer ci rivelano che Zalmoxis era anzitutto un dio dei misteri. Le sue ricerche vertono in particolare sulla tradizione a stampa di Eschilo. È membro della “Societatea de Studii Clasice” di Romania. I risultati delle sue indagini su Zalmoxis sono stati pubblicati in romeno col titolo Zalmoxis în tradiţia greaca: examinarea şi recitirea surselor, «Biblioteca Crisia» XIX (Oradea 2007). Su questo media pubblicai di un reperto spaziale di 250mila anni rinvenuto ad Aiud in Romania. Mi interessai perchè al reperto sia per promuoverlo ai più, viceversa molti lo snobbano come bufala, sia per l’importanza che il repero ha in Ecologia Umana, scienza anche transdisciplinare oltre che pluri e interdisciplinare. Il reperto risalente al tempo precedente quello dell’Homo sapiens apriva uno scenario nuovo e una sfida sorprendente ai curiosi di ognidove. Chissà perché quella navicella spaziale avrebbe lasciato una sorta di biella-manovella poi sepolta da 10 metri di fango. Tale reperto spaziale è oggi conservato al Museo di Stria di Cluj Napoca. Chissà se l’esplorazione spaziale che ci porterà a breve sul pianeta Marte è più avanzata tra i nostri fratelli interplanetari della Via Lattea o delle exstragalassie. Mi piace pensare all’epoca di Bovianum Vetus capitale dei Sanniti Pentri, attuale Bojano (CB), dove da Sacerdote Pentro ho ammogliato 20 guerrieri vincitori di battaglie contro gli invasori Romani, che avevano come humus culturale il mito di Enea e non delle Primavere Sacre dei Sanniti. Questi in 7 mila abbandonarono la Sabinia per colonizzare le sorgenti del Biferno, guidati dal bue sacro o toro totemico. Fieri di essere Sanniti, ancora oggi dopo tanti secoli di Roma antica e moderna. Sanniti al di qua e al di là della nostra montagna sacra matesina, affrontiamo questi momenti di dopo covid19 o di trapasso verso un nuovo e più saggio ambiente sociale ed economico con rinnovata speranza, difendiamo la dignità del nostro territorio desiderandone la crescita e la valorizzazione. Se altri vogano in senso opposto, noi navighiamo secondo il dettato dell’art. 4 della nostra carta costituzionale, che non è poca cosa per la res publica!

Manda un messaggio WhatsApp
Invia WhatsApp