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L’attuale iconoclastia dei simboli ha l’obiettivo di negare la storia

(on. Vitaliano Gemelli) L’assassinio di Floyd in USA ha scatenato in tutto il mondo una rivolta generalizzata contro la violenza della polizia e di tutte le polizie, affermando ancora una volta l’intangibilità della persona, ancorché colpevole di reato, prevista da tutte le Carte dei Diritti. La componente razziale ha risvegliato passati sentimenti di voglia di riscatto, che sembravano superati con la diffusione della società multirazziale in ogni parte del mondo (o quasi). Le manifestazioni si sono arricchite (si fa per dire) di nuove iniziative e azioni verso le statue di uomini, che erano stati ritenuti meritevoli di memoria per la costruzione politica, civile, sociale del Paese degli Stati Uniti; alcune statue sono state buttate giù, infangate, violate con scritte insultanti, assurte a simboli negativi da rifiutare e cancellare. Sembra tutto giusto, legittimo, giustificato, dovuto; non è così e non perché io non condivida le condanne verso la violenza, il razzismo, la discriminazione sociale, ambientale, territoriale, di genere o altro, ma per motivi più seri che esporrò. I parametri che dovranno guidarci in tale ragionamento sono tre: la storia, la cultura e l’evoluzione della civiltà.

Le prime emigrazioni risalgono a 50.000 anni A.C., quelle in Europa a 40.000 anni A.C. e comunque la scienza dichiara che dal Corno d’Africa l’homo sapiens si diffuse migrando in tutti i continenti, come dichiarano le tracce fossili. Le prime certezze nascono con la scrittura, inventata dai Sumeri 6.000 anno A.C., le prime occupazioni e guerre si registrano con gli Assiri; gli Egiziani conquistano e schiavizzano i popoli vicini sin dal 3.000 A.C.
I Fenici navigano per il Mediterraneo e i Greci, sin dall’VIII secolo A.C. fondano la Magna Graecia, insediandosi talvolta pacificamente, ma spesso occupando territori di altri.
I Romani (discendenti forse da Enea o dal figlio di Odisseo e di Circe) fondano il grande Impero che tutti conosciamo, occupando militarmente territori e soggiogando popoli. Così fecero i Maya nel Centro-America, affermando i loro costumi. I Barbari, Unni, Visigoti, Ostrogoti, Frisi, Sassoni, Franchi, Alemanni, Vandali, Lugi occuparono l’Italia durante e dopo la caduta dell’Impero romano e prevalentemente acquisirono la cultura e i gradi di civiltà che trovarono. I Mori conquistarono parte della Penisola Iberica per 800 anni e la Sicilia per 256 anni, ma unico caso della storia, oltre le vestigia e l’architettura, riuscirono ad imporre molto poco dei loro costumi e della loro religione. Ogni popolo occupante tradusse quasi sempre in schiavitù il popolo occupato e nei Romani vi fu però la possibilità della riconquista della libertà per particolari meriti.
In generale non si può mai fare una distinzione netta tra i costumi degli occupanti e quelli degli occupati, se non all’inizio, anche perché il contatto costante e continuo nel tempo ibridisce i comportamenti reciproci e crea un nuovo costume diverso dai due precedenti; quando vi sono successive occupazioni avviene una stratificazione dei costumi, creando un amalgama che diventa costume per le generazioni successive.
In più possiamo dire che gli Assiri furono sconfitti dai Babilonesi, i Greci e tutti i popoli fino all’Indo furono sconfitti da Alessandro il Macedone, Gli Egiziani furono sconfitti dai Romani, i Romani dai Barbari e via dicendo, perché le guerre di conquista sono state sempre una costante del mondo. Nessuna guerra ha potuto cancellare la cultura e il livello di civiltà a cui si era arrivati, anche perché la Storia registra gli avvenimenti che si succedono e viene scritta prevalentemente dai vincitori (anche se questo non è completamente vero), ma la civiltà viene assunta e stratificata dalla cultura dei popoli, che ne fanno patrimonio complessivo e incancellabile, nonostante le violenze che di volta in volta si verificano. Non si possono negare le conquiste di civiltà dei popoli Assiri, Greci, Egiziani, Romani, Barbari, Moreschi e vorrei dire di tutti, non per apodittica affermazione, ma per le testimonianze che le vestigia lasciate ci mostrano con la eloquenza e la magnificenza che emanano ad indelebile memoria (la Valle dei Templi, il Partenone, le Mura del Tempio, Petra, le rovine di Cartagine, l’architettura moresca, il Vallo di Adriano, la Muraglia Cinese, Paestum, Pompei, gli Scavi Romani, il Colosseo, l’Arena di Verona, il Taj Mahal, i Castelli della Loira, Venezia, le Piramidi azteche, il Rinascimento italiano ed europeo, Versailles, l’Architettura di Vienna e delle Capitali dell’Europa Centrale e tanto altro).
Parimenti si modifica gradualmente la stratificazione sociale di tutti i Paesi in relazione alla concezione del potere e alla consapevolezza dei cittadini per la difesa di se stessi, arrivando fino alla Rivoluzione francese – passando prima dalla Riforma di Lutero e dalla Controriforma Cattolica – che ha segnato profondamente l’evoluzione della cultura dell’epoca, imprimendo una accelerazione nell’acquisizione di coscienza dei cittadini rispetto ai comportamenti personali e ai rapporti interpersonali più rispettosi delle prerogative e dei ruoli di ciascuno rispetto alla posizione sociale, ridimensionando la prassi dell’imposizione del più forte.
Si vuole sottintendere che i popoli sono stati a turno occupanti e occupati, elargitori di cultura e fruitori di cultura altrui, schiavi e schiavisti, amministratori e amministrati e i cittadini hanno seguito le sorti del mondo, introitando le componenti culturali dei ruoli che si sono trovati a svolgere.
Non si vuole dire che non ci sono colpevoli o innocenti e che sono tutti colpevoli e innocenti insieme, ma che non sia possibile valutare le vicende della Storia con il senso etico attuale, perché completamente diversa è la consapevolezza dell’essere persona e dell’essere popolo in periodi culturali diversi.
Ciò che era lecito ai tempi dei Romani può non esser oggi, così come quello che attualmente può essere ritenuto lecito, potrà non esserlo in futuro per effetto di una evoluzione della cultura.
Ovviamente tale affermazione non è valida sempre, perché esiste un limite invalicabile rappresentato dalla Morale insita nel processo di evoluzione naturale, che sancisce il rispetto inalienabile della persona nella sua completezza, condannando in ogni epoca l‘omicidio, l’incesto, l’interruzione della vita, perché esiste il Principio naturale alla difesa della vita in tutti gli esseri viventi, non solo umani, ma anche animali e vegetali.
É la natura che regola i principi fondamentali della vita di tutti gli esseri e tutte le religioni hanno assunto da sempre tali principi come religiosi da rispettare, condannando chi dovesse violarli.
La vita, con tutte le sue implicazioni (e non la morte) è l’obiettivo della natura e con la vita si realizza la conoscenza e l’evoluzione, che ricerca sempre attraverso la stratificazione della cultura le condizioni migliori non solo per gli umani. É l’equilibrio dinamico della natura che scandisce l’evoluzione e quando tale equilibrio viene modificato si verifica una rottura del ciclo della natura, che altera nel profondo il divenire della vita, pertanto ogni abuso e ogni distorsione del percorso dal solco naturale crea conseguentemente danni non sempre rimediabili e quindi è contro l’etica naturale. Attualmente siamo in presenza di un tentativo di negare la storia, di cancellare la cultura e i gradi di civiltà raggiunti, che tracciano un percorso estremamente positivo del processo evolutivo. Se neghiamo la storia, se cancelliamo le culture di riferimento, se non riconosciamo il livello di civiltà raggiunto e viviamo come se la vita cominciasse ora, senza niente prima, la domanda che dovremmo porci sarebbe quella di sapere perché siamo così e non siamo diversi, perché esistono le città, gli strumenti del progresso, l’organizzazione giuridica dei rapporti interpersonali secondo i ruoli assunti e svolti, perché ci impegniamo nella ricerca – la ricerca, sin dalla scoperta del fuoco, ha misurato il grado di intelligenza delle varie epoche per superare gli ostacoli e risolvere i problemi che di volta in volta impedivano l’evoluzione -; se non diamo valore alla ricerca passata, quindi se non ammettiamo il processo evolutivo, perché ci impegniamo ora nella ricerca ? Se disconosciamo la memoria, con tutti gli aspetti negativi e positivi (di gran lunga prevalenti) dobbiamo anche disconoscere i rapporti di natalità e di discendenza, anche razziale, somatica, fisica che sono impressi nel DNA di ciascuno di noi. Bisogna considerare che il nuovo non cancella il passato, ma si aggiunge, alcune volte si sovrappone, potrà anche diventare totalizzante, ma non riuscirà mai a cancellare la memoria né il vissuto e saranno proprio la memoria e il vissuto, che costituiranno termine di paragone rispetto alla valutazione dei gradi di evoluzione o di arretramento temporaneo che registriamo. Da quando Olivetti realizzò il primo computer si aprì un dibattito sull’intelligenza artificiale (peraltro anticipato da George Orwell nel suo romanzo distopico 1984, pubblicato nel 1949) e quindi sui processi di formazione dei pensieri, all’interno della conclamata complessità cerebrale. Gli Americani non solo furono determinanti nel vincere la guerra, ma dopo crearono le condizioni per accentuare la possibilità degli scambi culturali e di tendenza e la moda americana invase l’Europa e fu interpretata giustamente come momento evolutivo, anche dei costumi. Si diffuse la serialità degli oggetti, del vestiario e si constatò che mentre i giovani accoglievano le novità (ovviamente) la restante parte della popolazione le acquisiva lentamente. Alla fine degli anni Sessanta si affermò prepotentemente una idea di relativismo dei Principi, giustificato dalla necessità di soddisfare i desideri individuali e si concretizzò la lotta per l’affermazione dei “diritti civili”, che in linea di principio è positiva, solo se si riesce a definire i termini e i contenuti dei “diritti civili”. Affiorò successivamente la filosofia del “pensiero debole” di Gianni Vattimo, che registrava il tramonto del “pensiero forte” di una certa morale diventata clericale; parallelamente il sociologo Zigmund Bauman definiva la società post-moderna come “società liquida”, in quanto il cittadino perdeva le sue caratteristiche di “civis” per diventare semplicemente “consumatore”, che viene emarginato quando non può assolvere a tale ruolo; diventa lo scarto sociale come qualsiasi altro prodotto non utilizzabile.
Se il relativismo, quindi, tende a ridimensionare le dispute e le differenze ideologiche, portandoci gradualmente al “politically correct”, che diventa una “dittatura del linguaggio” e una “tirannia ideologica”, lo stesso non può assurgere a diventare l’ossimoro “relativismo assoluto”, nel tentativo di azzerare ogni Valore e trasformare in valore assoluto l’affermazione della volontà individuale come unica ragione valida di esistenza, al di fuori del contesto della società e quindi di ogni relazionalità. Una fortissima élite culturale contemporanea è fautrice dell’annientamento di ogni identità, anche con la cancellazione della memoria, della cultura e della storia, per affermare la realizzazione di una omologazione sociale globale, di individui tutti uguali, dove scompare la persona e complessivamente l’”umanesimo integrale”. Il 12 marzo 2001 i Talebani distrussero bombardandole con colpi di cannone le due statue del Buddha nella Valle di Bamiyan, una di 38 e l’altra di 53 metri di 1.800 e 1.500 anni fa; il mondo si sconvolse difronte a tanta inciviltà. In questi giorni nella città di Somerville USA, di circa 80.000 abitanti, il Consiglio Comunale ha approvato una legge per rendere legittimo il “poliamore”, evidentemente facendolo passare per un diritto civile, che consentirà la convivenza di più persone che “si amano liberamente” in promiscuità. Non è specificato se il “poliamore” potrà essere praticato tra genitori, figli, fratelli e consanguinei; se non lo fosse si aprirà la strada per una successiva attribuzione di “legalità”.
A Washington la squadra sportiva che portava il nome e il simbolo “Redskins” è stata costretta a cambiarlo, perché sarebbe razzista; come se noi chiedessimo di cambiare il nome alla squadra “Juventus” perché discriminante nei confronti della “senectus”. Non vogliamo precipitare nel buio della inciviltà, negando la cultura e la storia di cui siamo figli, difendiamo tutte le culture che testimoniano e celebrano la vita in ogni epoca, consapevoli del valore positivo intrinseco che hanno, contro la cultura della negazione che è cultura di morte.
La civiltà è quella dei Valori e del loro rispetto, sancito dalle Carte in ogni Istituzione nazionale e sovranazionale e la Civiltà dei Valori si attua con il rispetto delle Culture e delle Identità.
Difendiamo ogni persona e la sua straordinaria originalità, che muove il divenire della Vita.

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