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Calvi Risorta. Filippo Patroni Griffi porta le ossa di San Casto a Gaeta, nella cattedrale di Sant’Erasmo

(Paolo MESOLELLA) CALVI RISORTA La città di Calvi Risorta e la nobile famiglia Patroni Griffi sono strettamente legate tra di loro, grazie alle reliquie del martire San Casto, patrono della città, decollato il 22 maggio dell’anno 66 d. C.. La nobile famiglia napoletana infatti annovera tra i suoi antenati, i famosi Conti di Calvi, che portarono a Gaeta le reliquie di San Casto, nella cattedrale di Sant’Erasmo, dove sono ancora custodite. Scrive Daniele Iadicicco ne “La chiesa ritrovata di Sen Remigio: ”I Patroni Griffi, essendo Conti di Calvi, oggi Calvi Risorta, portarono a Gaeta le reliquie di San Casto, che sono ancora oggi custodite nella cattedrale di Sant’Erasmo”. Nel 1860 Filippo Patroni Griffi, conte di Calvi, era uno dei decurioni della città di Napoli, e fu rimosso insieme ad altri da Giuseppe Garibaldi. Rimase però fedele al Re Francesco II delle Due Sicilie, che seguì prima a Gaeta e poi in esilio a Roma. In quell’occasione per tutelare le reliquie del santo le portò di nuovo a Gaeta. I Patroni Griffi portarono le reliquie di San Casto a Gaeta, nella cattedrale di Sant’Erasmo, per salvarle dalla reazione francese contro i Borboni che nella cattedrale calena si erano raccolti in preghiera per vincere la Battaglia di Velletri e ringraziare il santo per la vittorie conseguita. Dopo la vittoria di Velletri, infatti, Carlo I si recò a Calvi per ringraziare San Casto ed ancora oggi una lapide, conservata in sacrestia, ricorda quell’avvenimento. La famiglia dei Patroni Griffi, cui apparteneva Filippo, nacque nel XVI secolo dall’unione della famiglia “Patroni” di Trani con la famiglia “Griffi” di Napoli. Il cognome Griffi, infatti, fu aggiunto a quello di Patroni in seguito al matrimonio di Giovanni Patroni con Angiola figlia di Giovan Francesco Griffi, ultimogenita dei Griffi, patrizi, con un proprio seggio a Napoli. L’unione del nome, prevedeva anche l’obbligo di unire le armi ed i titoli nobiliari delle due importanti famiglie. Lo stemma di famiglia è diviso in un due partiti: il primo è di colore rosso, in esso un braccio d’argento (la reliquia di San Casto?) sostiene un’ancora d’argento (Patroni), il secondo è d’argento con un grifone rosso (Griffi). Si legge nella Storia dell’Arcidiocesi di Gaeta che Landone nel 966-972, dona alla Diocesi di Calvi l’omero di san Casto.

Della stessa famiglia è un altro Filippo Patroni Griffi (1769-1831), stimato Redentorista, che per ben quattro volte fu nominato vescovo e lui rifiutò la carica per dedicarsi ad una vita di carità. Altri noti antenati della famiglia sono stati Giuseppe, deputato progressista al parlamento regio e sindaco di Corato e più recentemente il commediografo Giuseppe Patroni Griffi e Filippo Patroni Griffi, ministro del governo Monti e sottosegretario del Consiglio dei Ministri nel governo Letta. Poi c’è il Duca Massimo Patroni Griffi che vive a Formia ed è il proprietario della chiesa di San Remigio, un piccolo gioiello che conserva ancora tracce di affreschi, l’antica tela del santo e la teca con le sue reliquie. Fino al 1849 anche da questa chiesetta del 1400 passava la processione che nella terza domenica di Quaresima dalla parrocchia di Sant’Erasmo a Formia raggiungeva il santuario della SS. Trinità sulla Montagna Spaccata a Gaeta.
Le ossa di San Casto, primo vescovo e Patrono della Diocesi di Calvi e Teano, quindi, sono ancora nella cattedrale di San Erasmo a Gaeta e pochi lo sanno. Sono state portate lì nel 1860 dal conte di Calvi Filippo Patroni Griffi e poi sono state dimenticate mentre la cattedrale calena conserva quelle che provengono da Oppido Mamertina, da dove sonno arrivate una decina di anni fa, il 23 marzo 2012. Queste reliquie di S. Casto, erano accompagnate da una Bolla di autentica dell’anno 1806, che attesta la loro provenienza dalle catacombe di San Callisto. Sono state inserite in un’apposita cappella, in due teche di vetro, alla venerazione dei fedeli. Ma le reliquie del San Casto caleno, si troverebbero ancora nella cattedrale di Sant’Erasmo a Gaeta. Le sue ossa sono state unite a quelle dei santi Secondino e Santa Eupuria. A Gaeta infatti, sotto le arcate di collegamento alle due navate laterali, vi sono due antichi sarcofagi in marmo. Quello di sinistra contiene i resti mortali dei santi Casto, Secondino e di Santa Eupuria: sono separati tramite una parete in legno e la vasca è strigilata su tutti i lati.
Nel 1609 , infatti, vennero demoliti i due altari che custodivano i resti dei santi Casto e Secondino (a destra) e di sant’Eupuria (a sinistra) e furono provvisoriamente collocati nel succorpo all’interno di una cassa in piombo. Le reliquie della santa erano state oggetto di un rinvenimento miracoloso all’interno dell’antica cattedrale di Santa Maria del Parco nel maggio 1918. Ma le ossa di San Casto si trovavano nella cattedrale di Gaeta ancora prima che ce le portasse Filippo Patroni Griffi. Secondo la tradizione, infatti, il Corpo di S. Casto, dopo il martirio del 22 Maggio 66 d. C., a Sinuessa, rimase insepolto 39 giorni, fino a quando il 1° Luglio, alcuni calvesi, non lo presero e lo portarono a Calvi, dove rimase fino a che nel 966 d. C., Landone, Duca di Gaeta, lo rapì nottetempo e lo portò a Gaeta. All’epoca era Vescovo di Calvi Andrea Diacono il quale cercò il corpo del Martire e, dopo due anni, ne ottenne dallo stesso Landone la Reliquia di un braccio che fu posta nella cappella della famiglia Pellecchia, detta anche “cappella delle reliquie”, nella Cattedrale di Calvi. La Reliquia veniva esposta alla pubblica venerazione il 22 Maggio, il giorno della morte, (il “dies natalis”), di S. Casto ed era conservata in una nicchia di marmo posta su un altare della cripta della Cattedrale. Il resto del Corpo del martire rimase nel Duomo di Gaeta.
Poi il 23 maggio 1858, la notte seguente alla festa del Patrono, la teca d’argento contenente la reliquia del braccio fu trafugata da ignoti e il Capitolo della Cattedrale di Calvi si rivolse all’Arcivescovo di Gaeta mons. Filippo Gammarota, per avere un’altra reliquia ed ottenne la reliquia del cranio di S. Casto, che fino ad una decina di anni fa veniva esposta alla venerazione dei fedeli nel giorno della sua festa, il 22 Maggio. Tra i due Martiri di nome Casto, però, vi sono alcune analogie: entrambi risultano primi vescovi martiri delle due città, entrambi discepoli dall’apostolo Pietro, tutti e due sarebbero stati decollati a Sinuessa, Anche la loro Vita e i miracoli appaiono sostanzialmente gli stessi. San Casto di Sessa, infatti, è considerato il primo vescovo di Sessa, ed è diventato martire a Sinuessa nel 292 d. C. San Casto di Calvi invece, sarebbe stato il primo vescovo di Calvi e sarebbe morto a Sinuessa nel 60 d.C. Ma il san Casto sessano, vissuto nel III secolo d.C., non fu il primo vescovo di questa città, perché il Grana, nel suo “Ragguaglio storico della città di Sessa”, afferma che dalle sue ricerche risulta che primo vescovo di Sessa fu San Simisio, consacrato dallo stesso San Pietro e martirizzato durante la persecuzione di Nerone (come il san Casto caleno). Dopo di lui i documenti parlano di un S. Casto, cittadino sessano, vescovo e martire, patrono della città, la cui festa era celebrata il 22 maggio.(la stessa data di Calvi). Quindi il primo vescovo riconosciuto di Sessa è Casto, cittadino sessano, martirizzato a Sinuessa nel 292 (come quello caleno) dal preside Curvo, insieme ad altri santi: S. Secondino vescovo di Sinuessa, Aristone, Crescenza, Eutichiano, Urbano (di Teano), Vitale, Giusto (di Calvi), Felice (di Nola), Marta e Sinforosa.
Anche la diocesi di Trivento nel Molise, come quelle di Calvi e Sessa, vanta come primo vescovo e patrono S. Casto. Inoltre il corpo di S. Casto viene venerato nelle Chiese di Capua, Benevento, Acquaviva (Venafro), Sora e Troia di Apulia. Secondo i Bollandisti il culto di S. Casto si sarebbe diffuso in più città e non ci sarebbero prove che dimostrano il martirio del Santo in Campania, per cui tutte le reliquie che si venerano nei vari posti, apparterrebbero ad un solo S. Casto, il cui corpo sarebbe venuto dall’Africa durante la persecuzione.
Per sostenere questa tesi, i Bollandisti riportano testimonianze storiche riguardanti un Cassio, vescovo di Cedias, e un Secondino, vescovo di Macomedes, uccisi insieme ad un altro martire e celebrati tutti da san Cipriano e sant’Agostino. Una tesi comunque, che può essere smentita da alcune circostanze:
la Biblioteca Sanctorum dimostra che i santi Casto e Secondino erano autoctoni, e li distingue da altre coppie di Martiri: Casto ed Emilio, ricordati da Cipriano nel “De Lapsis”, vittime della persecuzione di Decio in Africa, e Casto e Cassio venerati in Campania e nel Lazio; tra i vescovi africani arrivati nelle nostre zone del resto non si fa mai il nome di S. Casto. Non si dovrebbero confondere San Casto di Sessa con San Casto di Calvi, perché il primo appare come un cittadino sessano martirizzato nel 292 al tempo di Diocleziano insieme al vescovo San Secondino a Sinuessa, mentre il secondo sarebbe stato cittadino e vescovo di Calvi, martirizzato al tempo di Nerone insieme a S. Cassio, anch’egli vescovo di Sinuessa. A Sessa poi ci sono le cosiddette “Catacombe di San Casto” dov’ era la Chiesa di S. Casto, che avrebbe custodiva sia il corpo del santo. Anche a Sinuessa, così come a Calvi e a Sessa, fu avviata al Cristianesimo dall’ apostolo Pietro che vi consacrò il primo vescovo, Cassio, martirizzato sotto Nerone insieme al S. Casto di Calvi. Tra i successori di Cassio poi, viene ricordato solo San Secondino, che sarebbe stato martirizzato con S. Casto di Sessa ed altri, nel 292, dal preside Curvo , nella stessa Sinuessa e poi, sarebbe stato sepolto a Sessa, insieme a S. Casto nelle catacombe dell’ omonima Chiesa. Ed è tradizione che nel sarcofago, ritrovato nella chiesa di San Casto a Sessa, formato da due urne, riposassero appunto i corpi di S. Casto e di S. Secondino. A confermare la storicità di queste notizie, è una lapide collocata nel vescovado edificato a Carinola da S. Bernardo nel 1100 circa. Ricorda il Menna nel suo “Saggio historico intorno alla città di Carinola”: ‘Si entra nel suddetto Atrio salendo due gradi di marmo (… ) e su uno dei detti gradi di marmo pervenuti da Sinuessa esistono incise due iscrizioni che riguardano il Martirio dei due vescovi di detta Sinuessa per nome Cassio e Secondino, e martirizzati, il primo nella persecuzione di Nerone, al riferir di M. Monaco, ed il secondo nella persecuzione di Diocleziano verso il III secolo di Cristo, come riferisce il Baronio”. S. Bernardo quindi con queste due lapidi vuole ricordare due dei vescovi più illustri della Chiesa di Sinuessa, confinante con Carinola.Dal Codice riguardante il processo dei Martiri Casto e Secondino, si scopre che i due vescovi, dopo il martirio, furono prima seppelliti in un luogo chiamato ‘Suti’, dopodiché i loro corpi furono rubati e trasportati a Gaeta nella seconda meta del X secolo, al tempo di Pandolfo Capodiferro, principe di Capua, da parte di cittadini di Gaeta. Il De Masi, invece, ricorda che i corpi dei due Martiri, dopo che riposarono a lungo nella basilica paleocristiana di S. Casto ‘neIl’anno 966 oppure, come vuole Michele Monaco, nell’anno 969, ritrovandosi in Capua il Papa Giovanni XIII e Pandolfo, Principe dei Longobardi, furono trasportati in Gaeta ad istanza di Landone, duca di quella citta, co’ corpi de’ Santi Cassio e Casto, l’uno Vescovo di Sinuessa, l’altro di Calvi, i quali al riferire di Cerbone, costituiti vescovi da San Pietro, furono martirizzati nella prima persecuzione dell’imperatore Nerone, e riposavano in Calvi. E cosi i corpi vennero riposti nel succorpo della Cattedrale di Gaeta insieme a quello di Sant’Erasmo, Vescovo e Martire, dal riferito Sommo Pontefice che vi intervenne’.
Nel libro “Degli antichi Duchi e Consoli Ipati della città di Gaeta”, Giovanni Battista Federici, monaco cassinese del 1791, scrive che nelle pergamene conservate a Montecassino si legge che nel 966 era duca di Gaeta Landone, che aderì alle richieste di Pandolfo I Capodiferro, Principe di Calvi, e concesse un braccio di S. Casto al vescovo di Calvi, Andrea, eletto, nel 944, proprio da Pandolfo. In un primo tempo i corpi di tutti i Martiri furono riposti a destra dell’altare maggiore della Cattedrale, poi verso la fine del XVI secolo, il vescovo di Gaeta Idelfonso Lassodegno, decise di costruire un succorpo per deporvi le reliquie dei Santi e le reliquie furono composte in una terza cassa. II 9 aprile 1620, completati i lavori del succorpo, vi furono traslate tutte le reliquie sotto l’altare insieme a quelle di S. Europia e di altri Santi che sono ricordati nella statua di Sant’Erasmo.
Questa, realizzata nel 1303, in occasione del millenario del suo martirio, grazie a Carlo II d’Angiò e agli argentieri reali di Napoli, reca in mano un prezioso pastorale con raffigurati “l’Annunciazione” nel ricciolo e, sul nodo, i “Santi Innocenzo, Casto, Secondino, Marciano ed Eupuria”. Nel 1695 venne realizzata la statua di San Marciano in argento, nel 1696 la statua di Sant’Innocenzo, mentre nel 1719 quella di San Casto e nel 1721 quella di San Secondino. Le statue originarie di Sant’Albina e di Santa Eupuria erano in legno e furono sostituite nel 1724 con altrettante statue in argento, scolpite su disegno di Domenico Antonio Vaccaro. Le sei statue, tutte a grandezza naturale, erano alloggiate entro altrettante nicchie marmoree poste lungo le pareti del presbiterio del succorpo e ai lati dell’altare. Nel 1676 iniziò anche la realizzazione dell’apparato scultoreo in argento che consiste in sei statue dei santi sepolti nel succorpo ( Erasmo, Marciano, Innocenzo, Casto, Secondino e Eupuria); nel paliotto dell’altare invece, l’intero apparato (ad eccezione delle statue di Sant’Erasmo e di San Marciano) andò perduto in seguito alla requisizione del 1798 da parte del Regno di Napoli che le fuse ricavandone 130 kg di metallo per coniare monete. Durante i recenti restauri che hanno interessato la cattedrale di Gaeta nel 2013 le spoglie mortali dei martiri furono trasferite dal succorpo al presbiterio insieme ai sarcofagi: i due più piccoli sono stati posti sotto le arcate laterali; i due più grandi, dei santi Casto, Secondino ed Eupuria al posto degli altari. Nelle pareti del presbiterio si aprono le sei nicchie ideate per custodire le statue dei santi inumati nel succorpo: da sinistra a destra, le statue di Sant’Albina, San Casto, San Marciano, Sant’Innocenzo, San Secondino, Santa Eupuria. Sulla la volta si trovano tre grandi specchiature. Quella vicina all’ingresso, di forma ottagonale, presenta la Gloria dei santi Albina, Eupuria, Casto, Innocenzo, Marciano, Probo e Secondino ed è l’unico dei tre dipinti centrali a rimanere illeso dal bombardamento nel 1943.
La cripta della chiesa di Sant’Erasmo a Gaeta oggi , conserva sotto l’altare, le reliquie dei martiri: S. Erasmo (vescovo di Antiochia, morto a Formia il 2 giugno 303), S. Marciano (primo vescovo di Siracusa), S. Casto (primo vescovo di Sessa Aurunca), S. Secondino (vescovo di Sinuessa), S. Casto (primo vescovo di Calvi), S. Cassio (vescovo di Sinuessa), S. Probo (vescovo di Formia nel 303), S. Innocenzo (vescovo) e S. Eupuria (martire a Minturno). Oltre a queste, nella cattedrale sono conservate altre reliquie appartenenti a santi dei territori limitrofi, Santo Innocenzo vescovo di Minturno, San Probo, vescovo formiano, San Secondino, vescovo di Sinuessa, Sant’ Albina di Scauri e San Marciano portate a Gaeta perché ritenuta più sicura dalle invasioni straniere.