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MATILDE MAISTO RICORDA I SUOI LIBRI

(Caserta24ore) CANCELLO ARNONE – Matilde Maisto, ultrasettantenne di Cancello ed Arnone, non si arrende per nessuna ragione al Coronavirus, fermo restando il pericoloso contagio con tutte le ansie che inevitabilmente lo accompagnano, nonché la quarantena e la solitudine che può insediare una persona anziana, lei si butta alle spalle tutta la negatività e cerca di trarre ciò che di buono questo turpe periodo ci può dare. Cerca di conservare nel suo malinconico cuore, ricordi belli, soddisfacenti, amorevoli, approfittando del momento, che forzatamente impone un ritmo di vita più lento, diciamo pure di calma apparente. Matilde, quindi, rispolvera le sue avventure letterarie. Innanzitutto si complimenta con se stessa, senza preamboli e senza falsa umiltà del suo giornale on line: cancelloedarnonenews.it, che continua a curare e ad aggiornare instancabilmente con costanza e diligenza sin dal 2007 (anno della prima uscita on line). Cerca di tenere vivo l’interesse per la sua creatura letteraria “Letteratitudini”(Associazione culturale nata nell’Aprile 2009) che al tempo del Coronavirus ha, purtroppo subito una battuta d’arresto, ma lei continua con tenacia a proporre argomenti letterari e a tenere informati i soci del sodalizio culturale perché auspica di poter riprendere gli incontri proprio dal punto in cui sono stati interrotti.

Nella giornata mondiale del libro, desidera ripercorrere il suo percorso di scrittrice, ma con la sua consueta umiltà che la rende unica. Desidera segnalare i suoi lavori effettuati nel corso dei suoi ultimi dieci anni, più o meno da quando non ha dovuto più occuparsi dei suoi figli essendo divenuti adulti ed ha smesso anche di lavorare nella sua attività impiegatizia presso il Comune della sua città in qualità di addetto stampa del sindaco pro-tempore.
Matilde, avendo quindi, parecchio tempo libero ha pensato di impiegarlo secondo le sue aspirazioni: tenere un giornale on line – fondare un’Associazione culturale – scrivere qualche libro, ma il tutto senza grandi pretese, solo per il desiderio di occuparsi di ciò che da sempre le è piaciuto fare: leggere e scrivere!
Il suo primo libro è stato “HO BISOGNO DI SOGNARE” Un insieme di “Racconti brevi”, nella cui prefazione scritta dal professore Raffaele Raimondo si legge: Grande, nella sua semplicità! Così mi appare quest’opera prima della giornalista, ed ora scrittrice, Tilde Maisto. Nel nostro tempo, in cui la “complessità” è nei fenomeni e nelle cose, nelle elaborazioni teoriche come nell’operatività quotidiana, ritrovare un itinerario semplice è una vera fortuna, quasi un rinnovato “battesimo” che appunto purifica, almeno per una volta, dalle scorie del “complesso” che oggi domina, per natura, per necessità e, finanche, per una sorta di diabolica e contraddittoria volontà di autodistruzione e godimento, individuale e collettiva purtroppo largamente diffusa. I “brevi racconti” della Maisto si collocano sulla sponda opposta, rigeneranti, quasi disarmanti. Ed è, per davvero, un piacere leggerli, in quanto ti riportano ad un’atmosfera per certi versi pascoliana, ad una dimensione della mente e dell’animo ora perduta o quantomeno obnubilata dalle tempeste e dalla deriva valoriale dell’epoca in cui ci è dato vivere.
Il sogno, il bisogno indomabile di sognare: questo leitmotiv fa da mastice; lega esplicitamente le “piccole storie” che la Maisto ha saputo inventare, con dominanza di realismo e “cantucci” di amena fantasia.
Buoni sentimenti e talora anche atroci popolano le vicende narrate. Momenti di vita vissuta, aspirazioni, lenti sprofondamenti e balzi trionfanti, ordinarie circostanze ed even-ti singolari ed irripetibili: questi scenari ed altri scenari, queste ed altre emozioni l’Autrice ci propone, riducendo però sempre gli sviluppi a quel canone della semplicità cui s’è fatto sùbito cenno.
L’amore illumina le pagine della raccolta. Giustamente individuato e cantato come il più grande motore positivo dell’esistenza, naturalmente prevale in ampiezza e profondità su tutte le manifestazioni dell’uomo. E c’è, dunque, un felice connubio fra il sogno e l’amore. Un connubio dal quale Tilde è affascinata e ne scandaglia, spesso con stupore, i più diversi toni, i registri che ciascuno di noi può sperimentare nella quotidianità e per la vita intera. Sicché, vigendo tale patto, pure le vicende più drammatiche o perfino tragiche si sciolgono e si sublimano in una visione, diremmo, originaria, da “paradiso terrestre”.
La dimensione familiare torna potente in tante pagine che Tilde ha racchiuso sotto il titolo “…Ho bisogno di sognare”: una scelta di campo ed una prospettiva che risultano, insieme, esigenza profonda del cuore e sfida alla propria ed all’altrui interiorità.
Se è vero, come è vero, che attualmente la “famiglia”, nella nostra civiltà occidentale, attraversa una crisi devastante e senza precedenti, la proposta di questo libro coincide con la riscoperta dei più autentici valori della tradizione familiare consolidatasi per secoli e adesso sfortunatamente esposta a naufragi ricorrenti, oltre ogni immaginabile decadenza rispetto a quel passato in cui la “coesione” della famiglia stessa era addirittura un indiscutibile dogma. Ed allora tutti i racconti compendiano una sorprendente saga familiare, ricca di vissuti concreti, che a tratti si configura quasi come un “modello”, un archetipo di cui, in questa tormentata temperie, è raro trovar traccia, mentre burrasche d’ogni specie abbondano ed infangano identità ed onore, consapevolezza dell’appartenenza e rassicuranti progetti esistenziali.
Un altro terreno elettivo è l’emigrazione: l’andar lontano dalla terra natìa e rimaner per anni là dove gli stili di vita, le ricorrenze, le speranze, le lotte, le sconfitte e le vittorie hanno un valore ed un sapore diverso, nuovo, insospettato. E della condizione dell’emigrato – nella fattispecie in Lombardia, nei dintorni di Milano – la Maisto non esplora le croci di stampo sociologico; si ferma bensì entro i confini delle reazioni personali e delle modificate dinamiche interpersonali. E, trascorso un lungo periodo, il “ritorno a casa”, coltivato per così tanto tempo, si carica di appagamenti a lungo meditati, tenacemente cercati, finalmente avvertiti.
L’universo dei ricordi – dai più dolorosi a quelli segnati da una tenerezza meravigliosa – è la sostanza di cui s’incarna gran parte degli accadimenti raccontati ed emerge tendenzialmente, per chiara opzione di fondo, un ricordare che fa bene all’anima, la addolcisce, la spinge all’ottimismo della ragione, sebbene la navigazione della memoria non sempre si sia mossa sulle rotte della felicità.
L’Autrice racconta tutto questo senza veli, ma con pudicizia, seguendo il nudo svolgersi dei comportamenti e degli àmbiti in cui si esplicano. L’afflato, la ricerca di se stessi e degli altri -sui nervi sensibilissimi dello spirito-, l’urgenza dell’incontro umano in antitesi a qualsiasi scontro possibile, l’infanzia, la giovinezza, l’età matura e la vecchiaia, nei loro più comuni risvolti, tornano di riga in riga, non perdendo mai di vista orizzonti talvolta molto proiettati nel futuro, ma ineludibili per conquistare e difendere la serenità ed il senso della reciproca donazione, dell’accettazione dei propri simili e dell’impegno anche civile, mancando i quali il vivere irrimediabilmente si complica, sovente si avvelena, imbocca – nei casi estremi – oscure gallerie che possono, talvolta, negare definitivamente l’uscita, per rivedere di nuovo il sole, rinascere.
Che altro rappresenterebbero, a volerle considerare a dovere com’è opportuno, certe frequenti storie che purtroppo osserviamo nella realtà o di cui leggiamo, con impressionanti reiterazioni, sui giornali e che infarciscono la cronaca contemporanea? “…Ho bisogno di sognare” si pone, viceversa, nella zona franca di un “modus vivendi” fondato sul buon senso, sulle regole fondamentali della convivenza intra ed extrafamiliare, sulla baldanza dei buoni moti del cuore. Conseguentemente, assume enorme rilievo, nei fatti narrati, la solidarietà, non quella pelosa di alcune “sacrestie” o di un “volontariato di mestiere” facilmente individuabile qui e là. Si tratta, per converso, di un approccio solidale che sorge dal desiderio di testimoniare sincera fratellanza ed amore vero che fanno leva, anzitutto, sulla donazione di sé, più che su saltuari frammenti che sanno d’elemosina. La forma che Tilde Maisto predilige è quella diaristica, benché incurante di una meticolosa cronologia che sembra non interessarle affatto, presa com’è dalla voglia di rievocare episodi che l’hanno veduta protagonista oppure che ha osservato attentamente, fin nei meandri, con l’acume del letterato. Accanto, c’è l’approccio epistolare che agevola il dialogo, che non esita a svelare segreti, emozioni, situazioni caratterizzate per lo più da intime fibrillazioni che non tutti sono disposti a sciorinare con immediatezza, senza riserve. Le trame dei racconti scorrono essenziali, scarne, con sbocchi finali talora a sorpresa che, tuttavia, non stridono al cospetto del candore sostanziale che ha caratterizzato gli antefatti. Sintatticamente predominano frasi brevi, periodi paratattici. Il lessico, per ulteriore coerenza complessiva, non fa incursioni nel coacervo di termini incomprensibili, estranei al linguaggio corrente di media cultura. Il che agevola la comprensione, attrae, gratifica. Leggendo i racconti di Tilde, mi è tornata in mente Liala, pseudonimo di Amalia Liana Cambiasi Negretti Odeschi, una delle più amate scrittrici di romanzi d’appendice del Novecento italiano. Questo per dire che, presentando questo lavoro della Maisto, non vorrei cedere a nessuna esagerazione, né accreditare stupidamente alcun giudizio che trabocchi al di là dell’effettivo valore artistico del libro, né tantomeno affermare che siamo di fronte ad un grande talento della letteratura: la stessa Autrice respingerebbe presto qualunque supervalutazione del suo talento. Tilde ha voluto donarci questi racconti senza soverchie pretese, con la semplicità alla quale – lo ribadiamo – impronta la sua vita di tutti i giorni e che ha inteso trasferire anche in questo suo esordio letterario che, peraltro, fa da pendant all’impostazione palesemente culturale che distingue il visitatissimo giornale on line “Cancello ed Arnone News” (da lei diretto con ammirevole scrupolo e grande passione), nonché alla sua interessante iniziativa che va sotto il nome di “Letteratitudini” (un sorta di amichevole salotto in cui, finalmente, la lettura di testi d’autore è privilegiata; un salotto in qualche modo “unico” ed originale nel nostro comprensorio del Basso Volturno e che merita d’essere frequentato, mentre va aprendosi ad ulteriori affermazioni e fortune). Ebbene, alla lettura delle pagine di Tilde, è la Liala del suo primo romanzo, “Signorsì” (1895), che riemerge dai miei ricordi di scuola: Amalia Liana cominciò a scrivere per su-perare il dolore; Tilde, forse o certamente, ha deciso di scrivere per ridar nuova e verdeggiante linfa alla sua voglia di vivere e di sognare! E, se Gabriele D’Annunzio coniò per Amalia Liana lo pseudonimo che la rese famosa, così motivandolo “Ti chiamerò Liala perché ci sia sempre un’ala nel tuo nome”, nel mio piccolo mi sia permesso di associare il “sogno” di Tilde a quell’ala o, meglio, a quell’incalzante “colpo d’ala” di cui ciascun “sogno” chiede la spinta. Il mondo fantastico di Liala era affollato di “eroine romantiche e trasgressive, di ambientazioni eleganti e sofisticate”; ella fu definita la “regina delle storie d’amore”. Tilde guarda invece alla realtà, alla sua realtà, ma non si priva e non ci priva dei battiti più forti del suo e del nostro cuore. I suoi personaggi sono quelli della propria famiglia e degli amici e dei “conoscenti” che con lei hanno percorso o percorrono un tratto di strada. I contesti che descrive sono assolutamente normali, vicinissimi all’esperienza di tutti noi. Eppure, dalle pieghe di tanta ordinaria dimensione partono i missili che sfrecciano verso il cielo, i sussulti di una spiccata sensibilità, le speranze per un domani veramente migliore. Anche per tali ragioni, raccomandiamo la lettura di questi racconti alle persone di ogni età: agli adulti, per ritrovarsi in un salutare bagno di valori da riscoprire e rivivere ogni giorno; ai giovani, perché possano “semplicemente”, alla maniera di Tilde, imparare a credere nell’uomo, nella comunità sociale e…in Dio. Il suo secondo libro è stato “STORIE…TANTE STORIE” Una raccolta di storie per bambini nella cui prefazione scritta dalla prof.ssa Enrica Romano si legge: “Entrino, entrino, signore e signori, fanciulli e fanciulle nelle tante storie di Matilde che come un abile giocoliere offre a tutti un fiore. Storie come fiori, storie donate con cura per evitare che i teneri bulbi dei nostri cuori . Desideri anche tu vedere cosa c’ è oltre la collina? Cosa aspetti a provare le tue ali! Le storie di Matilde si ergono come fiori raccolti che si sparpagliano intorno a noi, come una corona per festeggiare il ritorno a casa di mattoni rossi della figlia ribelle che si ritrova tra braccia amorevoli. Ti sei mai chiesto come fanno le rondini a tornare sempre nello stesso posto e a non sbagliare mai strada? Questo è un vero mistero. Ci vuole del tempo, sai? Le rondini si orientano con le stelle e con il sole. Provo a farlo anch’io; e tu? Vuoi volare come Luca che papà e mamma tengono per mano facendolo librare sull’onda del mare ogni qualvolta si avvicina? Entra nelle storie di Matilde: in primavera vedrai scivolare giù dallo scivolo un bisonte; in autunno la lumaca con il mal di schiena scorgerai. Incontrerai sogliole con facce intelligenti, in compagnia di gentili tritoni, sul fondale marino oscillerai. Se sulla spiaggia in riva al mare una conchiglia particolare con dentro tutte le voci del mare tu vuoi scovare, sul tappeto volante di Matilde devi balzare. Ma l’animo di Matilde è profondo e conosce tutti i mari. Una sera qualunque, in un luogo qualunque, senza tempo né spazio a chi non è capitato di provare un astio nel cuore reso duro come un sasso per conti in sospeso, rancori, bocconi amari? Di sole Matilde vuole illuminare: come per incanto apre il suo cuore al perdono, alla pace, a Dio con l’immagine di un bellissimo fiore che ancora bagnato dalla rugiada notturna si apre al luminoso sole del mattino. Ancora con Matilde vogliamo viaggiare: piccole nuvole con le mani toccare, a piedi nudi in un prato passeggiare, liberi sulla riva del mare trotterellare per incontrare in un girotondo un bimbo biondo, una bambina dagli occhi di notte, bimbe dalla pelle color miele, bimbi color cioccolato. Dammi la mano: vieni anche tu nel girotondo per il mondo. Per andare dentro, oltre e dietro le cose nella foresta di storie ti devi inoltrare. Nelle storie di Matilde troverai amore nello sguardo amorevole, nel bacio, nella posa della testa sul grembo, nella carezza dei capelli, nell’umiltà della mamma che tesse grano nella danza tra fisico, mente, intelligenza e cuore, per serbare l’amore, per non dimenticare. Nelle sue storie scoprirai che le stelle non sono nate senza un motivo; come un bambino fissato dagli occhioni di un cagnolino infreddolito mai più solo ti sentirai. Un re che fa le capriole per tutte le stanze del castello ti stupirà grazie alla fulgida scia luminosa, a quell’attimo eterno, ai due desideri uguali, alle due figlioline gemelle. Ma avrò anch’io la “pollacchiuria”? Avrò anch’io quella paura? Quell’amore straripante, l’emozione consonante? Altro fare io non so se al tuo posto sto. Grazie Matilde che ci sussurri all’orecchio del cuore ciò che la tua mamma diceva: che non esiste nessuna notte così lunga ed infinita da non conoscere le luci dell’alba. Placa ancora con il tuo entusiasmo l’onda grande del respiro affannoso, la smania, la tristezza che fiacca il respiro. Le tue storie son segnali di fumo: “Perché Signore? Perché anche questo?” quante volte chiediamo. E quando tutto si incendia ecco il fumo che attira la nave, il salto fiducioso nelle braccia del Padre.
Ah Matilde cosa mi combini? Mio figlio Gennaro ha selezionato storie a unico soggetto: il cane. Eh sì. Ci dice di Buck : “di questa storia mi è piaciuto che la padrona del cane gli fa molti complimenti; gli dice che è bravo in molte cose” e si incanta con Nerina e i suoi cuccioli. “Questa storia è stata molto bella soprattutto quando dice che l’arrivo di Nerina è stato un segno di Gesù Bambino; mi è piaciuto il fatto che aveva due cani, poi tre e alla fine sono arrivati altri tre cani: Carbone, Tito e Alice quindi in tutto ha cinque cani (ha sbagliato l’addizione Gennaro …erano sei; troppo emozionato) e la sua padrona ha molto, molto coraggio ad averli. Storie e cani. Sonno e viaggi: che binomi vincenti per Gennaro: “Elena sta con il suo Dodò e sta leggendo le storie con lui; all’improvviso si addormenta rapita dalla storia e Dodò scompare. Elena lo cerca ma non lo trova. Al suo risveglio si accorge che Dodò l’ha vegliata nel sonno. “ E sentite cosa scrive a commento di – Una giornata a pesca con papà- : “ in questa favola mi ha colpito che Luca non vuole andare con il suo papà a pescare e questa cosa è strana perché i figli vogliono uscire con il loro padre” firmato Gennaro. Come dice Matilde “larga la mano stretta la via, dite la vostra che io ho detto la mia.” Radioso viaggio allora, in mille giravolte affaccendati, da un aquilone di emozioni trasportati.
Un affettuoso “glu-glu”.Enrica Romano e Gennaro Dell’Aversana Poi nel Maggio 2008 è stato il momento di una silloge dal titolo: “DAL MIO CUORE AL TUO” Si tratta di una raccolta di poesie nella cui prefazione scritta dallo scrittore ALESSANDRO ZANNINI si legge: Matilde Maisto ha aperto i suoi cassetti, chiusi ma senza una serratura e, in punta di piedi, torna sui propri passi. Lo fa con discrezione, ma anche con coraggio. Non mente, non bara. Il suo intento è quello di esplorare una parte della vasta gamma dei sentimenti umani, fondendo presente e passato, sogno e realtà. In tale spaccato esistenziale, il fruitore potrà specchiarsi e riscoprire almeno un frammento della propria anima.
In questa raccolta di racconti e poesie si intuisce subito, in maniera spontanea e schietta, l’immediatezza con la quale i sentimenti più svariati si susseguono in fasi temporali diverse; emerge una forza interiore che caratterizza il modo di pensare e di osservare la realtà circostante, di cogliere profondamente verità nascoste da negare e difficili da spiegare, assaporando intensamente qualche malinconica nostalgia di remoti ricordi. Una terrestrità, a volte, dolorosa. La voglia di scrivere è una conseguenza del modo di vivere dell’Autrice, è congeniale al suo essere, al suo modo di affrontare la realtà con l’impegno e la tenacia che le appartiene, di vedere oltre la superficie, di riassaporare profumi e sensazioni di luoghi familiari lontani e personali. Nel 2019 è stata la volta di “DIECI ANNI INSIEME”

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