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Caiazzo. Il pastore diocesano condannato dallo stato italiano.

( Giuseppe Pace) Una sentenza esemplare il Magistrato dello Stato Italiano l’ha saputa emettere senza chinarsi allo Stato del Vaticano, che fino ad oggi non aveva preso provvedimenti per allontanare un suo vescovo dal servizio poco esemplare per la morale delle anime alifano-caiatine. Credo che i miei lettori di questo media casertano, e non solo, si siano abituati a scansare equivoci su come, ad esempio, intendere l’Ambiente. Esso non è solo natura e difesa ecologica in senso stretto. L’ambiente è un insieme di Natura e Cultura pertanto non è da confondere con il solo ambiente naturale, come fanno, purtroppo, in tanti, compresi i mass media ad eccezione di quelli specialistici come il TG della scienza, e riviste scientifiche, ma non tutte perché alcune si autodefiniscono tali. Preciso ciò per dire al lettore distratto che l’Ambiente sociale, per la sua complessità, non è solo dominio culturale specialistico dello storico, del sociologo o di altri domini, ma è almeno di interesse di studio multidisciplinare o meglio interdisciplinare. Scrivo ciò perché nell’ampio capitolo dedicato alla Diocesi d’Alife-Caiazzo del mio saggio: ”Piedimonte M. e Letino tra Campania e Sannio” Energie Culturali Contemporanee, Padova 2011, avevo sottolineato, sia pure con molto ma non troppo garbo, le malefatte di non pochi pastori diocesani, soprattutto campani, che hanno retto le sorti diocesane. Un lettore, ex preside, mi disse: gliele hai cantate nel capitolo dedicato alla diocesi, ma ci voleva però”. Evidentemente condivise le critiche non campate in aria anche se poi mi appare ossequioso verso il potere costituito un po’ troppo. Ma non è da solo, purtroppo. Adesso su di un nuovo media campano su cui scrivo, più lunghi articoli con corredo di fotografie, leggo stamane la notizia, da me attesa da tempo emi sono detto: ma allora c’è da sperare che pur si muove! Ed ecco la sentenza esemplare: ”Ex vescovo di Alife, la sua perpetua e il marito condannati per aver depredato di circa 900mila euro un anziano sacerdote. Nella giornata del 16 aprile 2020, il GIP del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha depositato la motivazione della sentenza, emessa a seguito di giudizio abbreviato, con la quale ha condannato l’ex Vescovo della Diocesi di Alife- Caiazzo, nonché la sua perpetua, D’ ABROSCA Rosa Cristina, e il marito di lei, FEVOLA Giovanni, per il delitto di circonvenzione di incapace aggravato dal danno patrimoniale di rilevante gravità e dall’abuso di relazioni domestiche, pepetrato in concorso tra loro ai danni dell’anziano sacerdote LEONE Giuseppe, poi deceduto nel corso del processo. In particolare, il vescovo, abusando della propria autorità derivante dall’essere Vescovo della Diocesi di Alife-Caiazzo, D’ ABROSCA Cristina, abusando della sua qualità di aiutante domestica del Leone e FEVOLA Giovanni, marito della D’ ABROSCA e perfettamente consapevole delle mansioni svolte dalla moglie, al fine di procurarsi un ingente profitto, approfittando dello stato di deficienza psichica dell’anziano sacerdote LEONE Giuseppe, le cui capacità di autodeterminazione e comprensione erano fortemente compromesse a causa della grave lacune mnesiche riscontrate, inducevano il predetto prelato a compiere movimentazioni finanziarie nonché atti traslativi di natura patrimoniale in loro favore, per un importo complessivo di € 894.636,30, ciò avveniva in un breve lasso temporale, tra l’anno 2012 e l’anno 2013. In un giudizio precedente, i due coniugi erano stati assolti dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere dalle accuse mosse nei loro confronti in relazione all’appropriazione di ulteriori somme di denaro ai danni di LEONE Giuseppe, ma le indagini successive relative ad altre condotte di circonvenzione contestate sia ai coniugi D’ABROSCA- FEVOLA che al Vescovo DI CERBO, hanno invece condotto alla condanna per tutti e tre i concorrenti nel reato. Il GIP ha, infatti, ritenuto pienamente convincente il materiale probatorio raccolto durante la fase investigativa dalla Compagnia dei CC di Piedimonte Matese coordinati da questo Ufficio, nonché i risultati delle consulenze tecniche disposte dalla Procura di Santa Maria Capua V etere sulle operazioni economiche poste in essere dagli imputati e sullo stato di salute psicoficico del sacerdote vittima del reato. Il LEONE, infatti, versava in uno stato di demenza senile progressiva che ne aveva compromesso le capacità mnemoniche e ne aveva deteriorato quelle cognitive: le operazioni economiche dismissive del suo patrimonio sono state ritenute non avere altro scopo se non quello di arricchire i tre imputati, in contrasto con le reali volontà del sacerdote che, quando era nel pieno delle sue capacità, come accertato, aveva inteso destinare il proprio ingente patrimonio non agli imputati ma ad istituzioni benefiche (peraltro diverse dalla Diocesi di Alife). Non sono state invece ritenute credibili le dichiarazioni degli imputati e in particolare quelle del Vescovo, secondo cui il LEONE era nel pieno delle proprie facoltà mentali e aveva autonomamente scelto di trasferire parte del denaro sul conto corrente personale del Vescovo affinché poi lo stesso ne disponesse in favore della Diocesi di Alife-Caiazzo. Il PM d’udienza, nell’ambito del giudizio abbreviato, aveva chiesto la condanna di tutti gli imputati alla pena di anni due e mesi otto di reclusione e disporsi la confisca di quanto in sequestro. Il GIP ha dichiarato il vescovo, D’ABROSCA Rosa Cristina e FEVOLA Giovanni colpevoli del delitto loro ascritto e per l’effetto, previo riconoscimento delle attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti al solo DI CERBO Valentino, operata la diminuzione per il rito, ha condannato D’ABROSCA Rosa Cristina e FEVOLA Giovanni alla pena di anni due di reclusione ed €200,00 di multa ciascuno e il verscovo alla pena di anni uno, mesi quattro di reclusione ed €133,00 di multa; tutti e tre al pagamento delle spese processuali con confisca del denaro sequestrato a D’ ABROSCA Rosa Cristina e FEVOLA Giovanni”. Nell’ambiente piedimontese, alifano e dintorni il cittadino da troppo tempo è assuefatto ad essere trattato da suddito e non da cittadino. Ricordo che al concerto di Natale di un paio d’anni fa ero presente nell’auditorium della scuola media G.Vitale, vicino alla Villa comunale di Piedimonte Matese. A parlare in quell’occasione, fu il presidente della Pro Loco Vallata, mio ex compagno di scuola piedimontese, il Vescovo in carica e la Commissaria al Comune di Piedimonte. Quest’ultima fece notare il monito scritto vicino alla parete di quella scuola che riportava il pensiero di Pietro Calamandrei”Solo la scuola può compiere il miracolo di trasformare il suddito in cittadino”. Allora apprezzai in modo speciale il riferimento di quella esponente della Prefettura di Caserta, che era stata nominata dopo l’operazione “Assopigliatutto”, che comportò l’arresto di vari politici tra cui il Sindaco di Piedimonte Matese, Avv. Vincenzo Cappello e indagati alcuni suoi Assessori “signorsi”! Alla presentazione del mio saggio suddetto,patrocinato dalla nuova Amministrazione comunale e dal Sindaco Dr. Luigi Di Lorenzo, il presentatore, Dirigente Scolastico e direttore di un noto media casertano, ci tenne a sottolineare che nel libro c’erano cose d’attualità che anticipavano fenomeni sociali poi verificatesi ed aggiunse”Uno può nascere anche a Letino e poi tesse, bontà sua, alcune lodi”. Scherzosamente lo ripresi:”vada anche per quell’”anche” poiché con il sistema moderno del digitale l’economia e la società cambiano e si può essere aggiornati anche abitando a Letino o in altri comuni ancora più isolati in Italia e nel mondo intero. Il digitale ti permette di comunicare con il mondo intero e leggere svariate notizie di qualunque territorio comunale ad iniziare dalla cronaca, come è capitato a me stamane di leggere la sentenza sopra riportata. Nelle aree periferiche campane una sentenza come questa è esemplare e lascia sperare chiunque alla Democrazia civile della nostra Repubblica, che ha tante pecche e partitocrazia spesso inconcludente, ma di meglio il passato non ne ha avuto. Bisogna migliorarla con il contributo di tutti senza timori dei potenti di turno soprattutto se parlano benissimo, come alla scuola media vitale e razzolano ancora meglio, purtroppo. Nel 1600 alla Diocesi nostrana di Alife c’era il vescovo G. De Lazzara che proveniva da Padova. Egli per difendere gli umili mise sugli attenti i nobili Gaetani, altro esemplare esempio di Democrazia anche se proviene dalla Monarchia dello Stato del Vaticano che ha un potere su di un impero con oltre 1,4 miliardi di persone ed influenza anche gli altri 6 miliardi circa di cittadini planetari. Eppure a Piedimonte, non una strada gli è stata dedicata, mentre non altrettanto a vescovi campani, uno è in vicolo stretto, laterale di via A. Scorciarini Coppola. Si plaude pertanto alla Magistratura casertana, che operando in un territorio più difficile di molti altri del territorio nazionale, sa non piegare la testa e tenere alta la dignità del cittadino italiano.

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