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L’autobiografia del premier albanese sull’ebook di “Kurban / Il sacrificio” di Edi Rama

(La Prefazione di Daria Bignardi) La prima volta che sono stata a Tirana, tre anni fa, sapevo poco della
storia dell’Albania, e quasi nulla di Edi Rama. Avevo letto che il primo ministro albanese era un pittore, che era stato a lungo sindaco della capitale e che aveva fatto ridipingere molti palazzi per colorarla anche
simbolicamente. Non avevo mai visto una sua fotografia e non so perché me lo immaginavo un po’ scapigliato, come certi artisti balcanici. Il mio rapporto più profondo con l’Albania veniva dalla lettura del capolavoro di Ismail Kadarè Il generale dell’armata morta, al quale ogni anno speravo dessero il Nobel per la letteratura. Per il resto sapevo quel che leggevo sui giornali, sempre un po’ approssimativo. A Tirana mi aveva invitato l’editrice Arlinda Dudaj per presentare un mio libro tradotto in albanese, e avevo deciso di andarci coi miei due figli. Uno era adolescente, l’altra ancora bambina, ma non si staccava mai dalla bella macchina fotografica che aveva voluto a tutti i costi come regalo di compleanno. Erano bastate poche ore a Tirana per essere travolti dall’energia delle

persone che incontravamo: era davvero interessante stare in un posto che aveva una storia così particolare e poterne parlare con tutti, dal momento che tutti parlavano l’italiano. Conoscemmo soprattutto scrittori e giornalisti: tutti avevano storie da raccontarci, e soprattutto lo facevano con una vitalità e un entusiasmo ai quali in Italia siamo poco abituati. Ci sembrò che a Tirana tutti fossero attraversati da una grande energia positiva e che la città fosse un luogo giovane, allegro e pieno di speranze. Era così vicina all’Italia, ma nello stesso tempo tanto lontana, e ne fummo molto colpiti. Mio figlio era curioso della cucina e dei racconti sui lunghi anni del comunismo, mia figlia non smetteva di fare fotografie a ogni angolo di strada e io di ascoltare. Il secondo giorno – dovevamo partire la mattina successiva – Arlinda mi chiese se volevo incontrare il primo ministro nel suo ufficio. Non ero mai stata nell’ufficio di un primo ministro, e risposi di sì, se potevo portare con me anche i ragazzi. «Certo», rispose lei, e ci accompagnò in un grande palazzo che ci parve molto grande, vuoto e silenzioso, ma forse soltanto perché era pomeriggio tardi, e a parte la sicurezza non c’era più nessuno. Ci introdussero in una stanza dove mi sembrò ci fosse qualcosa di strano e mi ci volle qualche istante per capire che la stranezza erano le pareti, completamente coperte da disegni colorati. Dopo pochi minuti entrò un uomo altissimo, vestito in modo formale con un completo blu, camicia bianca e cravatta. Era più giovane di quanto avevo immaginato ma aveva un’espressione molto seria e poco
scapigliata: ammetto che in un primo momento mi fece soggezione. Si presentò come Edi Rama e si mise subito a raccontarci la sua storia, rivolgendosi principalmente a mia figlia che aveva la sua macchina fotografica al collo, alludendo al fatto che essendo lei una fotografa e lui un pittore erano colleghi e si capivano al volo. Alcune delle cose che ci raccontò in quella lunghissima e inaspettata chiacchierata nel grande ufficio deserto, le ho ritrovate in Kurban, il libro di Edi Rama che ora viene pubblicato in Italia. Per il lettore italiano può essere difficile capire il significato della parola “Kurban”. Letteralmente è l’agnello che ogni anno, durante la festa religiosa che celebra il sacrificio compiuto da Abramo, viene ritualmente sgozzato e che venne fatto ritrovare ad Edi Rama sulla porta
del municipio di Tirana. Per come venne compiuto quel gesto e per le circostanze del tempo siamo in presenza di un significato molto ampio, quell’agnello voleva significare la fine di un’era. Quello di poter voltare pagina rispetto ad un passato in cui la politica era stata sopraffazione, corruzione, familismo e dove il senso civico era
distillato nella fedeltà ad un capo. Un passato ancestrale che minaccia il futuro e che non può, non deve costituirne il fondamento. Da qui la lotta quotidiana, in uno stillicidio giornaliero di piccoli gesti ed eventi,
per conquistare una nuova legalità, una nuova mentalità che sappia andare “oltre”, insomma una nuova prospettiva esistenziale che dapprima declinata in chiave personale cerca di divenire prassi pubblica e laddove la macerazione intima, personale, diviene materiale politico. In questa chiave la storia intima di Rama rispecchia la storia recente
del paese e di una generazione che ha rifiutato il recente passato ed è ancora al lavoro per trovare una sua direzione: e, si passi il termine che nei tempi recenti risulta piuttosto abusato, una sua identità che prescinda una volta per tutte dai rimasugli – culturali, sociali e politici – della lunga dittatura. È singolare che il destino abbia affidato proprio a Rama, di formazione socialista – benché nella sua giovinezza si sia dedicato all’arte
piuttosto che alla militanza attiva – questo singolare compito di specchio del travaglio politico del paese. Ma si tratta di una contraddizione solo apparente. Non dimentichiamo infatti che Rama prima della sua carriera politica ha lungamente viaggiato all’estero, imparando a comprendere la complessità e la multiformità del mondo moderno: non a
caso è l’uomo della rivoluzione colorata di Tirana, una lotta non solo contro il grigiore della capitale appena risvegliatasi dal comunismo, ma piuttosto una simbolica lotta contro il grigiore esistenziale e squallido
delle vecchie pratiche politiche. Da qui l’energia quasi titanica e il profondo coinvolgimento nel contrastare il vecchio che ad ogni momento tenta di sovrastare il nuovo – tra l’altro, un nuovo ancora in costruzione e quindi di per sé gracile e incerto – e risucchiarlo in una spirale che, qualora venisse imboccata, sarebbe probabilmente di non-ritorno. Ma questo non lo vuole Rama e, traspare chiaramente da queste appassionate pagine, non lo vuole
neanche il popolo. Buona lettura. Daria Bignardi