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Napoli nell’ambiente politico-culturale italiano ed Europeo.

(Giuseppe Pace) NAPOLI – Napoli è Napoli, unica al mondo. Una collega colta romena che suonava bene il pianoforte mi volle far sentire Santa Lucia, che teneva in cassetto e riscritta dalla mamma artista musicale. Una collega di Padova, recitava passi di E. De Filippo a memoria di “Natale in casa Cupiello”. Insomma Napoli è meno provinciale di altre metropoli europee e mondiali, ma nel suo popolo spesso appare un tribale provincialismo di sentirsi al centro dell’Universo. Non sempre il popolo napoletano sa ed apprezza anche altre città, soprattutto italiane, magari meno chiassose, meno narcisiste, ma più efficienti nei servizi sanitari, scolastici, trasportistici, anagrafici, ecc.. Dopo la recentissima nomina a ministro repubblicano dell’Istruzione, il Rettore dell’Università Federico II di Napoli, la memoria mi rimanda a via Mezzocannone, corso Umberto e vico San Marcellino, che frequentavo, nella accattivante metropoli partenopea, inizio anni Settanta del secolo scorso. A fine settimana i miei conterranei di Alife e Piedimonte Matese, ecc., rientravano a casa ( con le due carrozze ferroviarie della linea Napoli- Piedimonte d’Alife, ex Alifana), mentre lo scrivente spesso restava a godersi Napoli, in molte delle sue interessanti miserie e nobiltà oltre a frequentare anche il teatro dell’autore di “Napoli milionaria” E. De Filippo, che in via Foria recitava per noi studenti universitari, con bis richiesti, “Il Monumento”. Dal loggione dell’elegante biblioteca del cortile del Salvatore, dove andava a preparare esami, lo scrivente osservava il chiostro monumentale con le diverse statue e busti di uomini illustri: Giordano Bruno, nativo di Nola (NA), Pier delle Vigne, forse nativo di Caiazzo (CE), Tommaso d’Aquino, Giovan Battista Vico, Giacomo Leopardi, che a Napoli volle morire e dove conserva la sua poesia più nota ”L’Infinito”, Luigi Palmieri, nativo di Faicchio (BN) e studiato dal collega nativo di Caiazzo e colto matematico e fisico, Michele Giugliano, Carlo Troya, L. Settembrini, F. De Sanctis, B. Spaventa, ecc.. Napoli ha rivestito e riveste un forte peso in numerosi campi del sapere, della cultura e dell’immaginario mondiale. Napoli è stata protagonista spesso dell’umanesimo e centrale nell’illuminismo europeo, è stata punto di riferimento globale per la musica classica e l’opera, buffa in particolare. Città dalla grande tradizione nel campo delle arti affonda le proprie radici nell’età classica (greca, sannita, romana, aragonese, borbonica, ecc.) ha dato luogo a movimenti architettonici e pittorici originali, quali il rinascimento napoletano nonché ad arti minori ma di rilevanza internazionale, quali il presepe napoletano e la porcellana di Capodimonte con sezioni, in passato, Cerreto Sannita (BN). Napoli però eccelle anche in campi sociali negativi come l’arte d’imbrogliare, la malavita organizzata o camorra, l’abbandono scolastico, la tradizione imperante che frena l’innovazione, il destino quasi onnipresente, ecc. Ho sempre ribadito comunque, ciò che anche altri rilevavano, che il Mezzogiorno in generale e Napoli in particolare svolge il ruolo di gigante politico e di nano economico, viceversa il Settentrione italiano. Sono di Napoli più presidenti della Repubblica, ma anche della Banca Europea e d’Italia, ecc. Tante personalità si sono formate in un ambiente socioeconomico italiano tra i più difficili. Dunque tali personalità della res publica, nazionale ed extra, hanno forse avuto il tempo, il luogo e le capacità di formarsi gli anticorpi per combattere meglio i problemi e le patologie del tessuto sociale nostrano. Eccoci all’ultima nomina a capo di pezzi significanti della res publica: l’Istruzione italiana, che l’Ocse diagnostica non in buona salute qualitativa. Dopo le dimissioni, per insufficienti soldi assegnati dalla finanziaria alla scuola, dell’ex Ministro del Miur, l’attuale rettore dell’Università Federico II di Napoli, Gaetano Manfredi, è stato nominato ministro dell’Università e della Ricerca. L’annuncio è stato fatto dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella conferenza stampa di fine anno. Il ministero dell’Istruzione sarà diviso in due: ci sarà un nuovo ministro dell’Istruzione con delega alla scuola, e un ministro apposito per la Ricerca e l’Università. La nuova ministra dell’Istruzione (e della Scuola) sarà l’attuale sottosegretaria Lucia Azzolina, che appartiene al Movimento 5 Stelle, mentre il nuovo ministro alla Ricerca sarà appunto Gaetano Manfredi, ingegnere e attuale rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Soddisfazione è stata espressa dal ministro della Cultura, D. Franceschini: “Una scelta giusta separare Scuola da Università e Ricerca. L’accorpamento in questi anni ha rischiato di creare un ministero troppo grande, con difficoltà a seguire al meglio settori centrali come scuola ricerca e università”. L’indicazione a ministro dell’Università e Ricerca di Gaetano Manfredi “deve essere uno dei motivi di onore per Napoli, per la Campania per il Sud”, ha invece sottolineato il governatore attuale della Regione Campania.“Buon lavoro a G. Manfredi –scrive in una nota il M5s – Una nomina che dimostra come quest’esecutivo abbia a cuore l’Università e la ricerca come traino di sviluppo e cultura. Un importante riconoscimento alle università del Sud come avevamo richiesto”. Nato a Ottaviano, in provincia di Napoli, Manfredi è autore o curatore di 9 libri, e ha curato oltre 400 lavori scientifici pubblicati su rivista o presentati a congressi nazionali ed internazionali. Svolge attività di ricerca teorica e sperimentale prevalentemente nel campo dell’Ingegneria sismica: dal comportamento sismico di strutture murarie, strutture in materiale polimerico e composito, al rischio sismico di impianti industriali, sistemi di monitoraggio avanzati, vulnerabilità e riabilitazione dei beni culturali, innovazione tecnologica nell’ingegneria strutturale. Il neo ministro è stato coordinatore e responsabile di numerosi progetti scientifici finanziati dalla Comunità Europea, dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica, dal Ministero delle Attività Produttive, dal CNR, dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e da Aziende e Centri di ricerca Nazionali ed Internazionali. Congratulazioni Sig. Ministro dell’Istruzione anche perché proviene dal Sud e da Napoli, dove frequentai l’Università a fine anni Sessanta. Anche se Università statale è più antica delle più decantate di vetustà di Bologna e di Padova l’Ocse non la pone affatto tra le prime, purtroppo. L’Università degli Studi di Napoli fu fondata dal colto imperatore Federico II di Svevia nel 1224, attraverso un provvedimento statale. Essa pertanto è ritenuta la più antica università laica e statale del mondo. Tuttavia, inizialmente l’ateneo non era pubblico, ma destinato alla formazione dei futuri uomini di governo e sembra che ancora oggi ciò si verifichi più che in altre metropoli italiane. Un amico napoletano a Padova da 45 anni, come lo scrivente, sostiene il detto che un foglio in bianco nelle mani di un milanese resta bianco, in quelle del napoletano si riempie di idee. Nell’animo napoletano c’è un’innata propensione all’essere umano mutevole e tradizionale. La lingua, divenuta dialetto, i modi, la gestualità, sono un continuo porsi e aprirsi verso l’altro. Un atteggiamento che nella quasi totalità dei casi si concretizza per il visitatore dalla mentalità aperta e curiosa in un abbraccio di emozioni ed esperienze memorabili. In “Così parò Bellavista”, Luciano De Crescenzo si trova impegnato in un’insolita lezione sulla napoletanità. Gli uomini, afferma il suo personaggio, si dividono in uomini d’amore e uomini di libertà. Gli uomini d’amore dormono abbracciati e fanno il presepe. Gli uomini di libertà dormono da soli e fanno l’albero di Natale. I milanesi sono uomini di libertà, votati all’efficienza e al pragmatismo. Infatti si lavano sotto la doccia. I napoletani sono uomini d’amore, non hanno bisogno di spazio, vivrebbero sempre abbracciati. E si fanno il bagno, perché “il bagno è napoletano, è un incontro con i pensieri, un appuntamento con la fantasia”. Accanto a tali stereotipi c’è una napoletanità negativa che non permette di fare il cittadino onesto, trasparente ed attivo ad iniziare dall’endemico problema dei rifiuti e della non sufficiente percentuale di riciclaggio. A Napoli forse manca il senso del limite verso gli errori diffusi e frequenti che la res pubblica moderna non tollera più come prima quando il suddito napoletano non era ancora cittadino capace di non seguire la massa del popolo quando sbaglia. Chi amministra e governa la res publica deve sapere che da anni il cittadino chiede di condurre l’Italia fuori dalle secche della tangentopoli diffusa, dall’eccesso di tassazione, da una scuola troppo burocratizzata e impiegatizia con lo scaricabarile di responsabilità, ministro compreso? Manca ancora la scelta del docente da parte del fruitore del servizio scolastico ed universitario. All’Università il sistema baronale dell’assegnazione di cattedre non pare sia del tutto estinto, come la cronaca frequente svela. A Napoli manca non poco dell’efficienza del sistema economico-sociale del settentrione e fa piacere sentire che la Campania è per l’autonomia regionale anche della scuola. Staremo a vedere e se sono rose fioriranno!