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Scuola malata, regionalizziamola in Veneto

(Giuseppe Pace, già prof. e delegato regionale scuola del Veneto del Partito Pensionati). Da qualche decennio si parla di regionalizzare anche la scuola. A chiederlo sono le regioni settentrionale, ma le regioni del centrosud non vogliono. Il nostro partito è per la regionalizzazione come assunzione di maggiori responsabilità decentrate dall’accentramento romano. Ma la diaspora regionale di favorevoli e contrari a regionalizzare la scuola fa riflettere. Chi ha ragione? Entrambe le macroregioni perché se si regionalizzasse, come pare proponga la Regione Veneto, la scuola peggiorerebbe di brutto e da malata grave andrebbe in coma profondo. Perché? Perché la Lega, maggiore partito settentrionale e Veneto, in modo quasi da monopartito dominante, vuole eliminare lo Stato da 23 materie compresa la scuola. Ciò potrebbe significare, se non sappiamo prima come, che la scuola avrà non più docenti imparziali statali, ma docenti di parte e magari leghisti soltanto, oppure che i dirigenti degli uffici scolastici regionali e provinciali devono essere controllati dal potere politico regionale, dunque leghisti anche i capi e senza più Roma tra i piedi ad impedirlo! Da tempo vado scrivendo sui media che il Veneto deve regionalizzare anche la scuola, ma in modo migliorativo della qualità esistente, che non deve solo esultare per gli ultimi dati Ocse per le differenze notevoli tra Nordest migliore e Sud peggiore, della classe! Non è da oggi che l’Ocse-Pisa dà indicazioni statistiche e stime che ribadiscono il crescente divario della qualità del servizio scuola tra il Settentrione ed il Meridione d’Italia. Ma anche in Veneto la scuola soffre di mancanza di diritti elementari dell’utenza del servizio, manca la possibilità di scelta del docente da parte del discente. Mancano borse di studio per tutti discenti capaci e meritevoli, ma di famiglie non particolarmente ricchi. La disoccupazione giovanile liceale non è bassa e i laureati emigrano pur mancando medici ed ingegneri. La soluzione da noi indicata per regionalizzare la scuola in Veneto è nelle scuole libere, finanziate dalla Regione. I quasi 5 milioni di cittadini residenti in Veneto non sono solo Veneti-come dice il venetista Zaia che non apre bocca se non dice”noi Veneti”- ma da molti nati fuori regione come il mezzo milione di stranieri e anche i tantissimi meridionali leghisti e non che non condividono il salviniano-zaiano pensiero, ricco di vuoti slogan ad effetto popolano e popolare. Comunque al settentrione italiano l’abbandono della scuola non raggiunge il 10% mentre al Sud supera il 20% anche se all’Università si iscrivono più al Sud che al Nord come anche la presenza di laureati. Quest’anno il rapporto Ocse-Pisa sulla scuola rileva che solo uno studente su 20 sa distinguere tra fatti e opinioni. L’Invalsi dice che il 35% degli studenti di terza media non capisce un testo d’Italiano. E al Sud 8 su 10 in ritardo sull’Inglese. L’Italia è a livello di Svizzera, Lettonia, Ungheria, Lituania, Islanda e Israele. Le province cinesi di Pechino, Shanghai, Jiangsu, Zhejiang, oltre a Singapore ottengono un punteggio medio superiore a quello di tutti i paesi che hanno partecipato alla rilevazione. La novità è che per la prima volta sono state introdotte letture tratte anche da testi digitali per testare le conoscenze della generazione Z, nata nel 2004, che legge e s’informa sul web. In generale, gli studenti italiani sono più bravi nei processi di comprensione (478) e di valutazione e riflessione (482), se la cavano peggio nell’individuare informazioni (470). Non è una novità, ma sulle capacità di lettura si conferma il divario tra Nord e Sud: gli studenti delle aree del Nord ottengono i risultati migliori, al di sopra della media Ocse (Nord Ovest 498 e Nord Est 501), mentre i loro coetanei delle aree del Sud sono quelli che presentano le maggiori difficoltà (Sud 453 e Sud Isole 439). Il punteggio dell’Italia nella lettura è di 476 contro 487 della media Ocse. Il nostro Paese si colloca tra il 23° e il 29° posto tra i paesi Ocse. Un dato abbastanza stabile dalla rilevazione del 2015 (485) sebbene all’interno dello stesso range ci sia uno scivolamento verso il basso invece che passi in avanti. Se si guarda indietro, inoltre, i nostri ragazzi sono peggiorati: meno 11 punti rispetto al 2000 e meno 10 punti rispetto a dieci anni fa (2009) nelle competenze di lettura. Secondo l’indagine 2018 solo in matematica i quindicenni italiani risultano in media con gli altri Paesi; per il resto l’Italia è abbondantemente sotto e addirittura tra il 23esimo e il 29esimo posto per capacità di lettura. Peggiora la situazione delle competenze in Scienze: il punteggio è di 468 contro la media Ocse di 489. Nel 2015 era di 481. Insomma, siamo in caduta libera e il problema non è sulle competenze in termini di nozioni scientifiche, ma nelle capacità di applicare il metodo scientifico. “Dobbiamo, a partire da questi risultati, ripensare a come si insegnano le scienze – commenta Roberto Ricci, dirigente di ricerca dell’Invalsi – il tema non è tanto che i nostri ragazzi non sanno, per esempio, i principi della termodinamica, sono in difficoltà nel capire perché sono importanti nella comprensione dei fenomeni che la realtà ci pone”. Una difficoltà che si traduce anche nell’incapacità di distinguere dati di realtà, evidenze scientifiche rispetto a false notizie o impressioni. Più in generale, se si guarda a un periodo più lungo, la media dei risultati in scienze nel 2018 è significativamente inferiore a quella osservata nel periodo 2009-15. L’Italia si colloca in linea con Turchia, Slovacchia e Israele e, tra i paesi partner, Croazia, Bielorussia, Ucraina. Si confermano il divario tra Nord e Sud, tra maschi e femmine e tra licei e istituti professionali. Sanno distinguere tra fatti e opinioni quando leggono un testo di un argomento a loro non familiare? Un quindicenne su venti riesce a farlo. La media Ocse è di uno su dieci. Mentre gli studenti che hanno difficoltà con gli aspetti di base della lettura sono uno su quattro: non riescono ad identificare, per esempio, l’idea principale di un testo di media lunghezza. Niente da fare, dunque. I ragazzi italiani non migliorano nella capacità di leggere e comprendere un testo, un’emergenza nota da tempo e che era già emersa anche nell’ultimo rapporto Invalsi sugli studenti di terza media. Se si guarda alle superiori, siamo sempre sotto la media nel confronto internazionale. E peggioriamo rispetto a rilevazioni di dieci anni fa o del 2000. Un campanello di allarme che risuona dalla nuova indagine Ocse-Pisa 2018 che valuta le competenze dei 15enni rispetto alla lettura, la matematica e le scienze. A rappresentare una popolazione totale di 32 milioni di studenti quindicenni di tutti i 79 paesi ed economie partecipanti a questa edizione – presentata oggi – sono circa 600mila studenti che hanno fatto il test, tutti per la prima volta a computer, della durata di due ore. In Italia, 11.785 studenti hanno sostenuto la prova, rappresentativi di una popolazione di circa 521.000 studenti quindicenni. Le differenze nei risultati medi tra macro-aree si confermano molto marcate: gli studenti del Nord Ovest e del Nord Est ottengono i risultati migliori con rispettivamente 491 e 497 punti. Seguono gli studenti del Centro con 473 punti, infine troviamo quelli del Sud e del Sud Isole (rispettivamente 443 e 430 punti). I licei ottengono un risultato medio in scienze significativamente superiore (503) a quello di tutti gli altri tipi di scuola e gli Istituti tecnici conseguono un risultato (460) che supera quello degli Istituti professionali (394) e dei Centri di Formazione professionale (408). Il sistema scolastico non sblocca l’ascensore sociale. Le scuole tendono ad essere frequentate da studenti con lo stesso background socio-economico e culturale, rileva l’indagine. E questo crea un effetto di segregazione. Basti pensare che la varianza dei risultati tra scuole in Italia è del 43% della varianza totale contro il 29% della media Ocse. Saltano agli occhi anche le differenze tra liceali, che ottengono i risultati migliori (521) e i ragazzi degli Istituti tecnici (458) e professionali (395) e della formazione professionale (404). Nei licei troviamo la percentuale più elevata di studenti che raggiungono i livelli più alti, definiti come top performer: sono il 9% contro il 2% dei tecnici. Chi raggiunge il livello minimo di competenza nella lettura è l’8% nei licei, percentuale che sale al 27% nei tecnici. Non raggiunge il livello 2 – quello minimo – almeno il 50% degli studenti degli Istituti professionali e della Formazione professionale. In lettura le ragazze superano i ragazzi di 25 punti; nel Nord-Est e nel Sud Isole il divario arriva a 30 e 35 punti di differenza. Il vantaggio delle ragazze è confermato anche da una presenza maggiore di ragazzi che non raggiungono il livello minimo di competenza: circa il 28% contro il 19%. Dunque nemmeno quando tutto è facilmente gratis la scuola di massa è malata perché non produce qualità da offrire alla formazione dei giovani studenti. Cosa aspettiamo a regionalizzare la scuola, affidandola, non alla burocrazia politica regionale, ma alla scelta libera dell’utenza se adulta e dei genitori se studenti minorenni. Allo Stato la vigilanza oculata e seria, soprattutto sulla scuola dell’obbligo, e alle regioni il resto comprese le università più in simbiosi con i finanziatori privati e con opportune agevolazioni solo agli studenti meritevoli, che hanno diritto di raggiungere i gradi più elevati dell’istruzione come prevede la nostra Costituzione. Nel Veneto sono scomparse le borse di studio degli anni Sessanta e se non ci fosse qualche benefattore, come alcune banche la situazione sarebbe ancora peggiore. Chi non è concorde all’analisi impietosa può continuare a difendere il calderone della scuola pubblica, gratis e facile per svuotare ancora di più giovani, facili prede degli imbonitori politici, di strada e digitali. Tra Nord e Sud non è il singolo docente o il dirigente che forma o non forma meglio, ma è il sistema ambientale più o meno funzionale ai servizi sociali di qualità, scuola compresa. Solo il ripristino dell’antico metodo di scelta del discente del proprio docente potrà porre un freno all’imperante statalismo scolastico con lo scaricabarile delle responsabilità come l’ultima di additare alle tecnologie moderne la responsabilità dei discenti che non sanno più capire ciò che leggono oppure che sanno ancora meno di scienze naturali rispetto alla ostica matematica. Cosa dicono i cattolici sulla scuola di stato che funziona male e a dircelo è l’Ocse, organismo superpartes, altro che autogratificazioni di migliore scuola del mondo, si ma provinciale? L’ascensore sociale si è inceppato anche in Veneto e la scuola è obsoleta ed arrugginita da imperante scaricabarile delle responsabilità istruttive e formative e non meravigliamoci se a dircelo è un organismo superpartes, perdinci!

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