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Prata Sannita. Il Servo di Maria, Filippo Arianna, al Convento Francescano

(di Giuseppe Pace) PRATA SANNITA (CE) Prata Sannita è un antico comune del Sannio Alifano abitato da meno di 1500 residenti, ma negli anni Cinquanta superava i 2.100 abitanti con un alterno calo e crescita fino al 1991 poi fu più forte il calo anche se al vicino comune di Ciorlano lo è stato maggiormente. Il nome Prata sta a significare gli antichi prati utili agli armenti della transumanza verticale che da Letino e Gallo Matese scendevano, il 5 novembre di ogni anno, a pascolare ai prati e più piccoli prati (Pratella) per poi risalire in alta montagna il 5 di maggio. Un reperto dell’antico tratturello lambisce il reperto geomorfologico letinese a forma di V sopra le Ravi di Prata. A Prata ci sono gli Orsi letinesi, famiglie d’origine del piccolo e povero Letino. A Piedimonte Matese, invece, ci sono i Pezzullo d’origine pratese come Giovanni, Alfonso e sorella. A Letino ci sono i Pitocco d’origine ciorlanese e pratese. Il territorio comunale di Prata Sannita lambisce i piccoli fiumi, Lete e Sava, provenienti da Letino entrambi, anche se qualche prof. pratese dice che il Sava proviene da Gallo Matese, sbagliando e facendo sbagliare i suoi studenti. L’errore comunque è facile da fare perché molti credono che il Sava nasce nell’alta valle omonima che è soprattutto di Gallo Matese, ma la località e dolina carsica di Capo la Sava è ubicata nel territorio di Letino. Nell’antica e civilissima Prata Sannita c’è ancora un castello medievale con il suo borgo pittoresco, “Sotto Prata” che lo rende più attraente. Di validi cantori pratesi si ricorda il maresciallo di polizia, Benedetto Pistocco, morto prematuramente a Monfalcone, che tra l’altro, ci ha donato e lasciato in eredità culturale una bellissima lirica, in vernacolo pratese, dal titolo emblematico “Fratumu Lete”. Della bella Prata Sannita ricordo la sonora sconfitta che noi giovanissimi letinesi ricevemmo durante la sfida matesina con una partita di calcio finita con sette punti per i pratesi, tra cui Alfonso La Banca, e zero per i letinesi, con me al centrattacco. Ricordo anche i bagni fatti nel Lete mentre ero ospite di una famiglia locale del fabbro Orazio La Banca nonché la fiera autunnale pratese che era molto frequentata dai letinesi che vi scendevano a piedi lungo la riva destra delle Rave di Prata uscendo per la galleria del lago di Letino. Prata S. aveva una frazione, Valle di Prata, poi divenuta autonoma come comune di Valle Agricola. A Prata Sannita (CE) fino a pochi anni fa era attivo di servizi sociali, culturali e religiosi il Convento di San Francesco. Attualmente ha cessato, forse provvisoriamente per mancanza di vocazioni religiose, la sua attività benemerita di aiuto ai bisognosi e di formazione dei giovani. La costruzione del complesso, voluta dal nobile Carlo Pandone, fu ultimata dal figlio Scipione che la fece consacrare nel 1480. Gli ambienti si sviluppano intorno ad un chiostro coperto da “volte a botte” e a “crociera” sorrette da un robusto colonnato con capitelli riccamente e variamente scolpiti. Anticamente il chiostro viene descritto con lunette affrescate con le storie di San Francesco, affreschi andati perduti intorno agli anni ‘20. La chiesa si presenta attualmente ad una sola navata, il transetto è coperto da tre cupole. La struttura interna ha subito notevoli cambiamenti nel Settecento quando fu innalzato il tetto fino ad allora in capriate di legno; la navata e le pareti furono decorate con gli stucchi e nicchie tutt’ora presenti. In un armadio a muro posto a destra del transetto sono conservate le mummie medioevali dei Conti Pandone (sec. XV). Nel 1983 l’intervento dei soci del Gruppo Archeologico Prata Sannita in collaborazione con la Soprintendenza di Caserta ha riportato alla luce tre affreschi databili tra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento raffiguranti S. Francesco, tre sante martiri (S. Agata, S. Lucia, S. Apollonia) ed una Annunciazione. Un affresco di scuola napoletana del Settecento raffigurante l’Ultima Cena è posto sulla parete di fondo del refettorio. Attualmente il convento è gestito dai monaci dell’Ordine dei Servi di Maria che lo ereditarono dai francescani nel 1909. E’ bene citare l’esistenza e l’attività culturale pratese del Gruppo Archeologico Prata Sannita (G.A.P.S.). Esso ebbe origine nel 1980 dalla necessità di conoscenza del proprio territorio manifestata da alcuni giovani studenti pratesi, incoraggiati dalla competenza degli studiosi locali Benedetto Pistocco e Lucia Daga Scuncio, Direttore fondatore dell’Associazione, ai quali va il merito delle prime ricerche storiche sul territorio di Prata Sannita e dintorni. Iscritto ai Gruppi Archeologici d’Italia dall’08 marzo 1981, il G.A.P.S. ha operato in piena armonia con l’Associazione Nazionale, seguendone le direttive ed approvandone gli scopi e lo statuto. Dell’ordine monastico cattolico denominato i Servi di Maria, nel Sannio, si ricorda Filippo Arianna, che ha un nipote Giuseppe Arianna a Padova, Ingegnere e già Dirigente Scolastico. E’ il nipote che mi dà indicazioni dello zio paterno, Filippo Arianna, dapprima frate e sacerdote parrocchiale dei Servi di Maria ad Alvignano (CE) intorno al 1956 e poi a Prata Sannita (CE) al Convento di San Francesco. Gli elementi essenziali della spiritualità dei Serviti sono: il servizio; la devozione alla Vergine Maria, in particolare con il titolo di Addolorata; la vita fraterna; l’invito alla conversione. I Serviti in genere intendono il servizio come:accoglienza dei fratelli, specialmente dei più bisognosi; impegno apostolico, in particolare quello missionario; studio ed impegno di avere con tutti “solo rapporti di pace, di misericordia, di giustizia e di amore costruttivo. Fu a Prata S. che il frate dei Servi di Maria, Filippo Arianna, si distinse in opere di carità e, con l’aiuto di Caterina Caselli, che regalò delle piastrelle usate, fece rivestire parti obsolete del convento pratese. In particolare si prodigò per rendere più accogliente la palazzina che ospitava i ragazzi di famiglie disagiate. Il nipote andava spesso a fargli visita via Caiazzo, Alvignano o via autostrada e poi da Caianello a Pietravairano o Vairano Patenora fino a Prata Sannita. Nel Convento frequentò i tre anni di scuola media tradizionale, 1955-58, un mio conterraneo letinese, Luigi Stocchetti, morto quest’anno a Caserta, nonché un coetaneo della Basilicata, Giannelli, che frequentava le medie superiori a Piedimonte d’Alife dal 1964 al 1968. L’Ordine dei Servi di Maria (O.S.M.), anche detti Serviti, in latino Ordo Servorum Beatae Virginis Mariae, è un ordine mendicante, fondato, probabilmente nel 1233, da un gruppo di sette persone, poi conosciuto come i sette santi fondatori. Il più antico e autorevole documento narrativo sull’origine dell’Ordine, scritto probabilmente dal priore generale fra Pietro da Todi intorno al 1317 ha per titolo Legenda de origine Ordinis fratrum Servorum Virginis Mariae (Legenda sull’origine dell’Ordine dei Servi della Vergine Maria). Un gruppo di sette laici (guidati da Bonfiglio, del quale si può ammirare una grande statua nella basilica vaticana) abbandonano famiglia, attività e professione per ritirarsi a vita comune in penitenza, povertà e preghiera. Nella città divisa da lotte fratricide, essi intendono dare una testimonianza visibile di comunione fraterna. Luogo del loro ritiro fu Cafaggio, dove attualmente sorge a Firenze la basilica della SS.ma Annunziata. Successivamente, in cerca di maggiore solitudine, si ritirano nell’asperità del Monte Senario, a 800 metri di quota e distante da Firenze 18 chilometri. Ben presto, tuttavia, lasciano il Monte e, grazie al crescente numero di persone che si uniscono a loro, fondano nuove comunità. Sono infatti anteriori al 1256 i conventi di Siena, di Città di Castello e di Borgo Sansepolcro, oltre che di Firenze e di Monte Senario. Dal sito web del GAPS si può leggere la storia del Convento di San Francesco di Prata Sannita. Il Convento venne edificato per volere di Carlo Pandone, figlio di Francesco conte di Venafro. Carlo che era nato nel 1424, soggiornava spesso nel Castello di Prata, feudo del padre, insieme alle sposa Margherita del Balzo ed ai figlioletti Scipione e Camillo. Nel mettere In opera la costruzione del Convento Carlo fu sicuramente ispirato oltre che dalla devozione all’ordine francescano anche dal senso di pace che suggeriva quel luogo da lui cosi a lungo frequentato. Tuttavia egli non vide terminata l’opera, mori infatti nell’anno 1456 a soli trentadue anni. Il primogenito Scipione allora minorenne ed ancora sotto la tutela della madre, continuò l’opera fino a compimento e a testimonianza della volontà paterna fece porre una lapide ne venne distrutta nel maggio 1914 in occasione dl lavori di restauro commissionati dai Padri Servi di Maria che avevano avuto il Convento in enfiteusi dal Comune di Prata il 18 aprile del 1906. Sulla lapide era scritto “Carolus Pandone hoc templum a fundamentis aedificavit A.D.1460”. A lavori ultimati la Chiesa ed il Convento, consacrati nel 1480 da Antonio di Teramo vescovo di Boiano, furono affidati alle cure di otto frati “commorandum ut plurimum in loco 8 fratres”. Anche Scipione, come il padre, fu prodigo di attenzioni verso il Convento e verso gli abitanti dl Prata dove si tratteneva a lungo. Nell’anno 1492 le sue spoglie vestite della veste francescana secondo la sua volontà, furono temporaneamente poste nella seconda cappella a sinistra della chiesa, ricavata in un corpo aggiunto (attualmente adibito a tutt’altra destinazione) per essere poi trasferito nello stesso anno nella cappella definitiva. Nell’anno 1528, quando con la decapitazione di Enrico Pandone per ribellione si estingue il dominio di questa dinastia, la Baronia di Prata viene per breve tempo rimessa al Real Fisco. Poco dopo la metà del 1500 i Principi Rota ricevono la Baronia per merito d’armi. Anche questi feudatari intervengono in maniera munifica: nel 1583 commissionano affreschi nel Refettorio (dove rimane solo un’affresco raffigurante l’Ultima cena di fattura settecentesca) e le pitture nelle 28 lunette del Chiostro che rimangono alla vista fino al primi anni del 1900. Nel 1584 donano alla Chiesa un organo poi sostituito nel 1845. E’ durante la loro permanenza a Prata che ospiteranno presso il Castello il Vescovo della Diocesi di Alife, Angelo Terzo Rosso da Terni, il quale reggerà la Diocesi solo per un anno e morirà proprio nel Castello nel 1568. Una bella lapide in pietra ne ricorda la sepoltura nel pavimento della navata della Chiesa vicino all’Altare Maggiore. Un’altra lapide precede quella del Vescovo, riproduce un fraticello e chiude la sepoltura dei frati. Nell’anno 1640 l’Ordine francescano della Provincia della Nova viene richiamato a Napoli dalla stessa Autorità Apostolica. Nell’andarsene i solerti fraticelli portano via tutte le ricchezze della Chiesa. A cominciare dal 1860 si compie il primo importante intervento sulle strutture murarie della Chiesa che fino a quella data aveva conservato l’aspetto voluto al momento della fondazione “la chiesa era basisima…” Mastri venuti da Alfedena alzano il tetto conferendogli l’aspetto odierno e murano tutte le cappelle ricavate nell’antico corpo aggiunto posto a sinistra della navata e che aveva ospitato temporaneamente le spoglie dei fondatore. Solo nel 1704 i nuovi feudatari, gli Invitti principi di Conca e Marchesi di Prata faranno aprire di nuovo l’unica cappella a sinistra esistente ancora oggi, la dedicheranno a S. Antonio decorandola con affreschi della vita del Santo e ponendovi una lapide a ricordo di alcuni membri della famiglia ivi seppelliti. la Famiglia commissionerà il pavimento della chiesa, come riporta un documento del Notaio Giovanni Cameretti del 1745, al mastro di riggiole Francesco Festa di “San Lorenziello di Cerreto” il quale si obbliga a dipingerle “secondo la matunata che sta fatta e situata a Presbiterio della Chiesa di pp Carmelitani di detta terra di san Lorenziello…” e a porle in opera entro un anno.  La chiesa, che fino a tutto il 1700 era ricca di cappelle poste sul lato destro della navata e appartenenti alle famiglie illustri di Prata, si apriva a crociera con tre cupole sorrette da 16 archi ed un campanile ricoperto da romanelle gialle e verdi. L’Altare Maggiore, sostituito a quello più antico, era in marmi policromi e fu inaugurato nel 1730 alla presenza del Vescovo di Alife, di tutti i monaci e dell’intera famiglia del Principe Invitti. Contemplava l’intero complesso il giardino ricco di alberi da frutto di diverse specie che assicuravano il raccolto per tutto l’anno, aveva due peschiere alimentate da un corso d’acqua che partendo da “Pagliara”- l’odierna Prata Superiore raggiungeva il Convento. Tutto quanto fino ad ora esposto proviene da diversi documenti nei quali tuttavia non sono mai ricordati gli affreschi raffiguranti un’Annunciazione e tre Sante Martiri Agata, Lucia ed Apollonia, oggi visibili ai lati della porta d’ingresso della Chiesa recuperati dai soci del Gruppo Archeologico Prata Sannita nel 1983 sotto la direzione di restauratori nominati dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici, Artistici e Storici di Caserta. Procedendo lungo a navata su lato destro, nascosta dal quadro della Madonna di Pompei è visibile ancora oggi la traccia di un affresco, forse coevo alla fondazione. Quasi al termine della navata ancora sulla destra,  è comparsa una piccola immagine di San Francesco nell’atto di ricevere le stimmate. Da ultimo, nella parete destra del transetto, sono conservati in un armadio, mal protetti, i corpi mummificati di tre personaggi che la tradizione vorrebbe essere quello di Scipione, della moglie e di una loro figlioletta. Non si è comunque certi del loro nome, infatti da quanto suggerito da un vecchio manoscritto sembrerebbe che appartengano al nipote di Scipione, Federico ed alla sua famigliola. Nel corso dell’anno 2015 il Convento è stato chiuso per mancanza di monaci, pertanto la Chiesa viene raramente utilizzata per il Culto, il monumento è visitabile solo contattando il custode locale. Oggi Prata Sannita mi appare sempre ricca-di vigneti, oliveti e frutteti- rispetto al più povero Letino che vi confina a nord. A Prata S. c’e ancora gente vivace, che conosce la creanza e alla parola mischia il sorriso, come scriveva Emilio Spensieri nei suoi saggi dedicati agli ambienti naturali e sociali delle genti a nord del Matese nativo. Quest’articolo è per ricordare soprattutto che a Prata Sannita un Servo di Maria, proveniente dal nolano, che ha fatto del bene ai pratesi e per ribadire anche che “La stampa è l’artiglieria della libertà”.