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Per un’autonomia regionale differenziata non formale.

(Giuseppe Pace (Partito Pensionati Padova e delegato autonomia del Veneto) Regionalizzare subito o aspettare che tutte le regioni concordino? Ma che cosa devono concordare? Se regionalizzare significa solo far diventare regionali gli impiegati statali, della scuola, ad esempio, è meglio aspettare ancora. La scuola non deve essere più solo statale, né regionale pubblica. Perché, nel secondo caso, potrebbe tradursi in una peggiore qualità poichè l’attuale impiegatizzazione dei docenti non cambierebbe la qualità in meglio. Addirittura potrebbe verificarsi un’involuzione dei rapporti tra controllati-docenti ed Ata- e controllori “politicizzati” degli uffici scolastici regionali, provinciali, presidi e ispettori regionali veneti. Sappiamo tutti come i politici si fanno strada nel sottobosco delle nomine degli Enti Locali, molto più difficile è se a farle c’è una competizione non solo locale senza parentele biologiche e politiche e nepotismi connessi possibili. Anche se il docente (idem per il dirigente della scuola, l’ispettore e i dirigenti degli uffici scolastici regionali e provinciali), non locale garantisce maggiore imparzialità bisogna fare i conti con il sistema economico sociale locale di cui la scuola è espressione. In Veneto vi sono quest’anno circa 6mila bambini e ragazzi non vaccinati. Regionalizzare, nel modo che si intravvede, la scuola in Veneto è sbagliato perché non bon basta il solo semplice aumento di salario di docenti ed Ata, quasi 60mila in Veneto su circa 600mila studenti, ma una riforma sostanziale con crescita delle responsabilità e qualità connessa all’aumento dei compensi, se meritati. Il Veneto, avendo avuto il primato nazionale con oltre il 15% di scuole non statali, potrebbe iniziare una regionalizzazione non formale, ma sostanziale con aumentare la presenza di scuole libere, non pubbliche. Bisogna studiare bene i da farsi, ma non si può rimandare, prima di tutto, di soddisfare elementari diritti dell’utenza scolastica ed universitaria: scelta della scuola pubblica o libera, del docente della classe (dopo i 14 anni facoltativa e con risposta scritta ai genitori dell’esito negativo), del dirigente di provenienza non più statale, ma dalle professioni culturali libere con contratti triennali rinnovabili o meno dal comitato genitori, ecc. Invece il Veneto va a Roma con i suoi nuovi rappresentanti leghisti carichi di belle speranze di autonomia subito- senza prima sapere come- e tornano delusi dando la colpa ai Grillini, al Pd meridionale, ecc.. La colpa è anche dell’approssimazione veneta, almeno per la scuola. Ma vediamo la cronaca più nota e godereccia che i media danno in lettura frequente sull’autonomia voluta dal nord e tradita da altri. “Ancora un nulla di fatto sull’Autonomia. Dopo oltre tre ore, il vertice di governo a Palazzo Chigi è terminato senza un’intesa. E’ stato quindi fissato un nuovo tavolo per il pomeriggio di lunedì 8 luglio. “E’ andata bene, ci sono stati dei passi in avanti. Stiamo costruendo una proposta che rispetti tutti i dettami costituzionali. Abbiamo trovato la quadra su alcuni aspetti, su altri no”, ha detto il ministro per il Mezzogiorno Barbara Lezzi. Fa ridere, quindi, vedere Zaia e Fontana che esultano, quando invece dovrebbero essere incazzati come dei tori. Fa ridere che le regioni del Sud piangano miseria nonostante non verrà tolto loro nemmeno un nichelino, anziché tirare un sospiro di sollievo. Fa ridere vedere la Lega e i Cinque Stelle che fanno della partita un motivo di conflitto artatamente costruito per rubarsi elettori. Fa ridere – anzi, fa piangere – il Pd che contemporaneamente sta dalla parte delle regioni autonomiste con l’Emilia – Romagna guidata da Stefano Bonaccini e grida alla fine dell’unità nazionale coi suoi governatori del Sud, Vincenzo De Luca in testa. Con l’Emilia che va al voto tra qualche mese e che rischia di passare al centrodestra, sentiamo aria di capolavoro politico. Il risultato, in ogni caso, è l’ennesimo dibattito surreale. Discutiamo di reddito di cittadinanza come se fossero soldi gettati dall’elicottero ai fannulloni quando invece è una flexecurity tra le più blande d’Europa, per altro finanziata con quattro spiccioli. Discutiamo di Quota 100 come se fosse la rottamazione della legge Fornero quando invece è uno scivolo pensionistico finanziato per tre anni, peraltro con una discreta dose di penalizzazioni. Discutiamo di autonomia regionale come se fosse la fine dell’unità nazionale e una specie di secessione dei ricchi, quando invece saranno i ricchi lombardo-veneti a dover pagare di più per gli stessi servizi di cui già fruiscono. Il giorno in cui la realtà tornerà al centro del dibattito pubblico sarà un un gran giorno, per l’Italia. “Io, del resto, quel che dovevo fare l’ho già fatto, il dossier è pronto da febbraio”, ripete da tempo il ministro per gli Affari regionali. La riunione non è ancora stata fissata, in agenda: la Stefani e il premier si vedranno verosimilmente martedì o mercoledì, senza che al momento la presenza dei due vicepremier, quelli che dovrebbero dettare i tempi della trattativa, sia certa. “Questa autonomia sta diventando un’agonia”, sbuffa Luca Zaia, dando voce all’impazienza del suo Veneto e della Lombardia di Attilio Fontana, pure lui sempre più insofferente ai continui rinvii a data da destinarsi. “Se questo governo non vuole più farla, la farà qualcun altro”, minaccia Zaia. Parlando ai grillini, certo, ma forse sperando che anche Matteo Salvini intenda: quella battaglia, per la Lega, è irrinunciabile. «I meridionali sono portatori di una cultura giuridica che prevede il primato della forma sul contenuto. Il risultato non conta». E si deve aggiungere che numerose cariche ai vertici dello Stato e i vertici della burocrazia romana non sono certo nelle mani del Lombardo-Veneto. In terzo luogo, ci si dimentica di come stanno le cose. La spesa pubblica regionalizzata (lo dice la Ragioneria Generale dello Stato) dimostra che sono fanalini di coda, nella ripartizione delle risorse pro capite, proprio le Regioni Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, in nome del principio costituzionale di solidarietà. Dunque, chi ha di più dà a chi ha di meno. Ma lo fa in nome della spesa storica, che è ritenuta il criterio generatore del massimo livello di inefficienza (Mario Draghi e Alberto Quadrio Curzio). Questo criterio lo si ritrova, nonostante tutto, ribadito – perché voluto da Roma – nelle bozze di accordo. Insomma, continuiamo pure nello sperpero e ricorriamo alla categoria del lineare-orizzontale, che privilegia non l’eguaglianza, ma l’egualitarismo. Ovvie le conseguenze. Fin dalla loro istituzione, le Regioni ordinarie sono apparse tra loro diverse: diseguali (Livio Paladin). Le differenze, invece di ridursi, sono andate aumentando, rendendo in tal modo eterno il rapporto di dipendenza del Sud dal Nord (Mario Draghi). Tutto ciò, con l’avallo sistematico della Corte costituzionale, che ha risolto i giudizi secondo il parametro delle competenze formali, omettendo di considerare l’ottica del risultato, del buongoverno e della buona amministrazione. Il fatto è che, per governare e amministrare bene, è necessaria una classe dirigente almeno decente. Galli della Loggia considera l’elité politica meridionale formata da “gruppi dirigenti inetti”. Chi li elegge? Non credo il Lombardo-Veneto, ma i cittadini del Meridione, i quali debbono trovare al loro interno le energie morali per rigenerare le istituzioni. Sotto questo profilo, gli esempi non mancano. Anzi, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Penso ai giudici Borsellino, Chinnici e Falcone. E, poi, a Peppino Impastato e a Peppe Diana, ecc. La secessione dei ricchi non esiste. È una formula che copre malgoverno e inefficienze addebitabili a chi dovrebbe rendere il conto. Il Paese ha estrema necessita di “federare” le genti migliori del Sud, del Centro e del Nord, lasciando che le une “competano” con le altre: civilmente e responsabilmente. Sarà anche un caso, ma il termine “responsabilità” non compare mai nel fondo di Ernesto Galli della Loggia”. Quando scrivo sui media meridionali non censurano le”rimproverate” al Meridionalismo piagnone (le colpe del mancato sviluppo sono di altri ed in particolare del settentrione) che annovera, purtroppo, la maggioranza degli studiosi del Sud. Ma non bisogna nemmeno sottovalutare il Settentrionalismo piagnone (i ritardi di sviluppo sono da ascrivere allo stato meridionalizzato e al sud sprecone) che sta crescendo al Nord e al Nord-Est in particolare dove i morti sul Grappa e aree limitrofe sono stati anche del centro sud dell’Italia unita. In una rivista straniera, Art-Emis.ro, un esperto di scuola scrive: ”Il carattere delle personalità future comincia a essere modellato dall’ambiente vicino fin dai primissimi momenti. Più tardi a scuola, notiamo che le tendenze comportamentali dei bambini sono influenzate e regolate dal sistema emotivo acquisito principalmente attraverso l’imitazione, il condizionamento e l’apprendimento. “La progressiva riduzione del numero di scuole cattoliche in attività deve preoccupare non solo la comunità cristiana ma tutta la società civile e i responsabili dell’amministrazione scolastica nazionale, perché il pluralismo educativo è un valore irrinunciabile per tutti e ogni volta che chiude una scuola cattolica è tutta l’Italia a rimetterci”, così scrive il card. G. Bassetti: Presidente della CEI. Gli studenti vanno a scuola per lo sviluppo fisico e intellettuale, ma la ricerca scientifica rileva che le conoscenze acquisite a scuola non assicurano automaticamente il successo dell’individuo. Una combinazione di fattori quali pensiero logico, comunicazione efficace, conoscenza e padronanza delle emozioni personali e altro può consigliare per il successo nella lotta contro le difficoltà esistenziali. Il sistema formativo-educativo deve essere laico con diritto ai cattolici di aprire loro scuole. La scuola ha bisogno di essere ripensata e così il rapporto con i beneficiari”. Insegnare significa lasciare il segno: positivo, negativo, insignificante, ecc, come, spesso, accade attualmente. Concludo con una frase di Don Milani che tratta da una lettera a una professoressa: “Solo l’istruzione educa al senso critico, ad una testa propria, che fa a meno delle mode, delle schiavitù intellettuali, dalle idee che non sono fatte proprie” e una del laico Pietro Calamandrei:”Per far divenire cittadino un suddito c’è bisogno di un miracolo che solo la scuola può tentare di compiere”.

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