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Episodi della vita di Maria Cristina Mincione

(Antonella Ricciardi) In occasione della pubblicazione del decimo volume della collana storica “Chi è?”, che tramanda storie di vita quotidiana, è stato pubblicato il questa interessante articolo della prof.ssa Antonella Ricciardi, nostra collaboratrice, che volentieri ripubblichiamo per i nostri lettori. Si tratta della storia vera di una studentessa italiana degli anni ’30 e 40, Maria Cristina Mincione, poi professoressa di Lettere, che, attraverso le sue memorie, rievoca la sua esperienza di studentessa liceale ed universitaria, che si intreccia con eventi della Grande Storia. Traspaiono, in questi ricordi, situazioni che presentano denominatori comuni con  vicende ricorrenti anche oggi: ad esempio, la vivida ed intensa descrizione di vicende “memorabili” di vita scolastica, tra cui l’esperienza con un timido supplente, preso troppo “sottogamba”, il ruolo del “buffone” della classe che sdrammatizzava le situazioni (pur dando del “lei” alle compagne, chiamate “signorine”), la difficile ed esaltante esperienza del salto che anticipava di un anno scolastico l’esame di Maturità, ed altro ancora. Le vicende della scuola, dell’Università, il dramma della guerra totale durante il Secondo Conflitto Mondiale si presentano, così, “vicine e lontane” contemporaneamente, perchè i sentimenti ricorrenti sono quelli universali, ed in un certo senso sono “senza tempo”, ma, a tratti, si avverte anche la grande distanza cronologica, su cui si spalanca l’abisso del tempo: diversi eventi rievocati dalla testimonianza risalgono a circa 80 anni fa, tra cui l’esperienza umana e di studio con il filosofo neo-idealista Benedetto Croce, che seguì Maria Cristina per la sua Tesi di Laurea a Napoli. Tuttavia, lo spirito non invecchia, per cui, queste ed altre vicende, rivivono in modo limpido nella pagine di Maria Cristina Mincione, vedova Ferrari, nata nel 1921: la stesura delle memorie, che trasmettono la storia attraverso i sentimenti, è iniziata nel 2010, ma anche attualmente, nel 2019, Maria Cristina ama rievocare, anche con maggiori particolari, il suo vissuto di quegli anni difficili ma il cui ricordo rimane imperituro.  ALCUNI EPISODI DELLA VITA DI MARIA CRISTINA MINCIONE, TRA STUDIO E GUERRA

IL SALTO
Avevo 17 anni e frequentavo il II anno del liceo classico; studiare mi piaceva e mi interessavano tutte le materie, ma in special modo, quelle letterarie e studiavo , per conto mio, il Tedesco, una lingua difficile , con i suoi costrutti tanto diversi dai nostri, ma molto interessante. Anche la storia mi appassionava: il cammino dell’uomo, le vittorie e le sconfitte dell’umanità dai primordi ai nostri giorni.
Ottenevo ottimi risultati anche nelle materie scientifiche, ma mi sembravano troppo concrete, fredde, logiche, non davano ali alla mia fantasia, non mi facevano sognare; le studiavo perché era mio dovere, e basta. I poeti, invece, parlavano al mio cuore, accendevano la mia fantasia, mi facevano sognare. Anche adesso, che sono così avanti negli anni, ricordo a memoria le più belle poesie dei nostri grandi poeti o i passi più affascinanti della Divina Commedia di Dante, dei poemi Omerici o Virgiliani e la poesia placa i miei dolori e consola i miei affanni.
Frequentavo, dunque, il II anno del Liceo classico a S.Maria Capua Vetere, in una classe di 27 alunni, 20 maschi e 7 ragazze; eravamo insieme dal I° anno del Ginnasio e tra noi c’era molto affiatamento, direi addirittura affetto, anche se i maschi ci chiamavano “signorina” e ci davano del “Lei”.
Ricordo che, quando c’era il tema in classe, io svolgevo il mio direttamente in bella copia, incalzata dalle idee e dai sentimenti che mi spingevano a scrivere, a scrivere, in modo che, molto spesso, la mano non riusciva a tener dietro al pensiero, al tumulto dei sentimenti che l’argomento suscitava in me; poi riponevo il foglio sotto il banco e mi dedicavo ad un secondo svolgimento, quello per la mia vicina di banco, Adele, una pacioccona buona e diligente, ma incapace a commentare una poesia o a dissertare di filosofia. Io dunque, svolgevo il tema per lei, uno svolgimento modesto, sensato, senza voli poetici e parole sofisticate. Lei coscienziosamente lo ricopiava, lo consegnava e meritava la sufficienza. L’insegnante le diceva: “Brava! Hai migliorato!” e lei mi stringeva la mano sotto il banco e mi sussurrava: “Ti sarò grata per tutta la vita!”. Poi la vita ci ha divise e di Adele non ho saputo più niente.
Il migliore dei maschi era Ambrogio, un ragazzone alto e grosso dall’intelligenza lucida e profonda , bravo specialmente in matematica. Eravamo amici non solo perché compagni di classe e gareggiavamo per i primati, affettuosamente, ma perché Ambrogio era figlio di due signori, amici dei miei genitori. Inoltre era fidanzato con Elvira, la mia migliore amica.
All’inizio del 2° quadrimestre, chi sa come, mi venne in mente di presentarmi, a luglio, agli esami di maturità, saltando il 3° anno del liceo; ne parlai con Ambrogio, che si entusiasmò subito e disse che lui accettava la sfida; sarebbe stata indubbiamente una grande “sfacchinata”, ma valeva la pena tentare. Avremmo dovuto fare dei programmi di studio molto pesanti e precisi, calcolando il tempo che avevamo a disposizione e ci saremmo aiutati a vicenda, se avessimo incontrato delle difficoltà.
Il più difficile, per me, fu parlarne con i miei genitori. Quando comunicai loro la mia decisione, mio padre non parlò, ma gli occhi gli brillarono di soddisfazione: ritrovava in me i suoi entusiasmi di liceale, le sue sfide, capace com’era di tradurre una versione di greco direttamente in latino, sbalordendo i suoi professori.
Mia madre, invece, ebbe una reazione molto diversa. Lei si preoccupava per la mia salute: ero così magrina e, secondo lei, mangiavo così poco e stavo già tutto il giorno sui libri. Che fretta avevo di andare all’università? Ma, alla fine, cedette anche lei, a patto, però, che avrei fatto una prova di qualche giorno, per vedere se resistevo a uno sforzo così grande. Dunque, mi buttai a capofitto nello studio, rispettando meticolosamente il programma fatto con Ambrogio, ed ero felice ed entusiasta.
Quando gli presentammo la nostra domanda, il Preside (il terribile professor Sabetti), ci guardò un attimo, stupito, poi accennò ad un sorriso (ma, dunque, sapeva sorridere?!) e ci strinse la mano, dicendo: “In bocca al lupo, ragazzi! Tenete alto il nome del nostro Liceo!”.
Cominciò così la nostra avventura. Con Ambrogio ci scambiavamo i dubbi, i progressi, i risultati, le scoperte; per esempio, io facevo notare la similitudine tra un passo da “I sepolcri” di Foscolo: “…E un incalzar di cavalli accorrenti, scalpitanti sugli elmi ai moribondi, e pianti ed inni e delle Parche il canto…” e i versi dell’Eneide Virgiliana:”…quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum…”. Ed Ambrogio mi svelava i misteri di “seni” e “coseni”, o il modo più rapido per togliere le varie parentesi in un’espressione algebrica o un’astrusa legge di fisica, e così via.
Tutto procedeva bene, dunque, secondo il programma che avevamo prefissato, quando si ammalò il professore di Italiano e fu chiamato un supplente a sostituirlo. Noi ragazzi eravamo molto ansiosi di conoscerlo, ma quando, al mattino, entrammo in classe, sulla cattedra non c’era nessuno e alla lavagna, c’era un ometto che scriveva qualcosa: “Olibett…”era il suo nome e quella era la sua presentazione. Povero Professore! Era partito col piede sbagliato, era un debole, un insicuro, forse alla prima supplenza, e noi ragazzi, lo confesso, fummo crudeli con lui.
In quel periodo dell’anno scolastico, era in programma la lettura di una tragedia dell’Alfieri, il “Saul”, e, così, noi ragazzi decidemmo di rappresentarla, invece di leggerla e commentarla. Il professore non ebbe la forza di impedirlo.
Confesso che non mi sono mai divertita tanto in vita mia!
Assegnammo le parti: io fui Micol, Ambrogio David, e, generosamente, offrimmo la parte dell’eroico re Saul al professore, ma lui rifiutò, allora l’assegnammo al “burlone” della classe, che, alla fine del dramma, dopo la sconfitta sul campo di battaglia, cadde eroicamente, gettandosi sulla sua spada, che era di cartone…, dando una grande spanciata sul pavimento! Scoppiarono fragorosi gli applausi, tanto che accorsero, spaventati, i bidelli ed il Preside venne fuori dal Sancta Sanctorum del suo ufficio, ma poi cambiò idea e ritornò indietro. Del resto, la calma era già tornata nella nostra classe e noi ragazzi eravamo tutti ai nostri posti, mentre il professore si asciugava il sudore, dovuto, evidentemente, allo spavento. Tornato il nostro insegnante di Italiano, la vita scolastica riprese il suo ritmo normale, mentre Ambrogio ed io ci preparavamo, col massimo impegno, alla grande sfida. Affrontammo gli esami con un gran batticuore, sostenuti dal “tifo” di tutti i nostri compagni e anche dei nostri professori.
Il tema di Italiano mi entusiasmò: non sarebbe potuto capitarmene uno migliore: “Ugo Foscolo: maestro di amor di patria a tutti gli italiani”. (Il Foscolo è sempre stato il mio poeta preferito).
Anche le altre prove andarono bene e, agli orali, c’erano tutti i nostri compagni a fare il “tifo” per noi; fummo “licenziati” con la media dell’otto. Ce l’avevamo fatta! A 17 anni, avevamo superato quella prova che giustamente, viene considerata la più importante e difficile nella carriera scolastica: la licenza liceale.

GLI STUDI UNIVERSITARI

Ambrogio ed io ci inscrivemmo, felici, all’Università: Ambrogio a Medicina, con l’intenzione di diventare oncologo, io, a Lettere moderne, all’Università e a Tedesco, all’Istituto Orientale. Certo, a due Facoltà Universitarie, perché, allora, era possibile (solo per Lettere moderne ed una lingua straniera), secondo la convenzione n.17, voluta da Giosuè Carducci, quando era stato Ministro della Pubblica Istruzione.
Ambrogio ed io continuavamo a vederci ed eravamo pieni di entusiasmo.
Io frequentavo assiduamente le lezioni più importanti: mi interessavano molto quelle del prof. di Italiano, il veneto Giuseppe Toffanin, che, poi, sarebbe stato definito dai critici “l’ultimo degli Umanisti”, e quelle di Latino del terribile prof. Arnaldi, terrore della facoltà di Lettere che, nelle lezioni, a dire il vero interessantissime, faceva citazioni in Inglese, Francese e Tedesco, senza darne la traduzione. Pertanto dovetti mettermi d’accordo con due colleghe, una delle quali conosceva bene l’inglese e l’altra il francese (io conoscevo bene il tedesco), con le quali ci incontravamo dopo la lezione ed insieme traducevamo in italiano le citazioni fatte dal Professore, nelle varie lingue.
Frequentavo con molto interesse anche le lezioni di storia, tenute dal Professor Pontieri, che era preside della Facoltà e con lui sostenni anche molti esami complementari (la storia mi ha sempre affascinato) tanto che, alla fine, imparò a riconoscermi e mi accoglieva sorridendo, quando mi sedevo di fronte a lui per l’interrogazione.
Frequentavo il più possibile anche le lezioni di tedesco all’Istituto Orientale, tenute dal terribile, ma bravissimo Prof. Derixweiler ed i primi due trenta e lode, sul libretto universitario, sono proprio di tedesco all’Università e tedesco all’Istituto Orientale. Superai al primo appello la prova più difficile della Facoltà di Lettere: il tema in latino (ora sostituito da una versione dal latino), il cui argomento era: “L’educazione del fanciullo, a Sparta ed a Atene”.
Dunque, tutto procedeva bene, riguardo agli studi, ma i tempi non erano tranquilli.
Sull’Europa soffiavano, sempre più forti, venti di guerra: la Germania di Hitler aveva lanciato la sfida a tutto il mondo, con lo slogan: “Deutchland uber alles”, “la Germania sopra tutti”. L’Italia di Mussolini, per il momento, stava a guardare quello che succedeva, ma poi la Germania cominciò annettendo l’Austria, invase la Cecoslovacchia e la Polonia,…infine attaccò la Francia. E l’Italia era legata alla Germania da un patto che non piaceva a molti: l’Asse Roma-Berlino.
Ricordo che, una mattina, ero all’Università ad assistere ad una lezione di Filosofia Teoretica, quando, improvvisamente, sentimmo un gran vocio ed un accorrere di studenti lungo i corridoi, poi, una voce alta e sonora “ Tutti all’emiciclo!”; uscimmo anche noi dalle aule e corremmo verso la grande balconata che, ancora oggi, dà sull’atrio di ingresso: degli studenti, evidentemente entrati dall’ingresso principale, si stavano dirigendo verso il centro del salone, reggendo una grande trave ben piallata, altri studenti due piedistalli e una grande sega. Giunti al centro del salone e poggiata la trave sui piedistalli, due ragazzi cominciarono a segarla al centro, poi, sempre silenziosamente com’erano venuti e avevano fatto il loro lavoro, se ne andarono, portando con sé i due tronconi della trave ed uscendo, gli uni, dall’ingresso principale e gli altri dall’ingresso di via Mezzo Cannone. Improvvisamente fu chiaro a tutti: “avevamo segato l’Asse Roma-Berlino”. Un fragoroso applauso scoppiò nell’emiciclo, ma si sentirono anche dei fischi. Gli studenti cominciarono a spintonarsi ma, prima che scoppiasse una rissa, la voce del Rettore, da un megafono, ingiungeva a tutti di lasciare immediatamente l’atrio e tornare nelle aule, o avrebbe fatto sgombrare l’Università. Quasi tutti tornammo nelle aule, e solo pochi gruppetti di studenti rimasero a parlare sottovoce tra loro. Ma tutti sentivano che i tempi sereni delle lezioni e degli esami erano finiti per sempre.
Di lì a poco, anche l’Italia sarebbe entrata in guerra ed anche Napoli avrebbe conosciuto l’orrore dei bombardamenti sempre più frequenti e sempre più terribili. Ricordo che sostenni l’ultimo esame, quello di geografia, col prof. Colamonico, nel rifugio allestito sotto il Palazzo Reale, tra un bombardamento e l’altro; passai tutta la notte in un rifugio e mi convinsi che, ormai, non potevo più pensare di rimanere a Napoli per frequentare quelle poche lezioni, che ancora si tenevano all’Università, e preparare la tesi.

L’ESODO

Era cominciato l’esodo dalle città e il trasferimento delle famiglie nei piccoli centri di campagna e di montagna, nella speranza di mettersi al sicuro dai bombardamenti.
Mio padre, che era ufficiale in Sardegna, prima di essere fatto prigioniero dagli Inglesi, ci scriveva di allontanarci al più presto da Santa Maria Capua Vetere, perché troppo vicina al campo di aviazione di Capua, così mia madre, la mia vecchia cameriera ed io decidemmo di accettare l’invito di zia Beatrice, sorella di mia madre, a trasferirci con la sua famiglia a Teano, un paesino dell’Appennino Campano, assolutamente privo di obbiettivi militari; ma, proprio a Teano, subimmo un terribile bombardamento che distrusse la nostra casa, lasciandoci miracolosamente illesi. Cominciò, allora, la nostra fuga verso il nord, incalzati dal fronte bellico che lentamente avanzava, fuga che portò me e la mia famiglia a Modena, dove c’era mia sorella con la sua famiglia e poi a Sestola, sull’Appennino Modenese, dove era destino che incontrassi Silvano e tra noi nascesse il sentimento forte e dolcissimo che ci ha uniti per tutta la vita, Silvano che è stato il mio unico, grande amore, e che ha diviso con me la gioia di avere due bellissimi figli e poi quella di diventare nonni e bisnonni.

LA TESI E L’INCONTRO CON BENEDETTO CROCE

Solo a guerra finita, la mia famiglia si ricompose: mio padre tornò dalla Sardegna, mia madre, la mia cameriera ed io da Sestola. La nostra casa a Santa Maria era intatta: miracolosamente non era stata colpita da alcun bombardamento. Naturalmente, io mi recai subito a Napoli, dove l’Università ricominciava a fatica a funzionare. Contattai il Professore di Italiano “Toffanin” che era un amico di vecchia data dei miei parenti veneti, i Wiell, ed ebbi da lui la tesi su Francesco Gaeta e il Decadentismo: ma le biblioteche erano ancora tutte chiuse, i libri da consultare ancora impacchettati nei rifugi.
Fu allora che a mia madre venne in mente che un suo parente, il Prof. Eugenio della Valle, un membro dell’Accademia dei Lincei, era amico della famiglia del senatore Croce: lo contattammo e lui mi presentò al grande filosofo che, visto il mio libretto universitario, mi aprì le porte della sua straordinaria biblioteche.
In quel periodo, appena dopo la fine della guerra, il senatore riceveva spesso nella sua casa di Napoli i grandi politici dell’epoca, come De Nicola e De Gasperi, perché insieme preparavano la nascita della nuova Italia Repubblicana e Democratica.
Ricordo che Don Benedetto mi accompagnò personalmente in una delle sale che ospitavano la sua straordinaria biblioteca, aprì un armadio e mi disse semplicemente: “Qui troverà tutto quello che le occorre. Buon lavoro!”. Così, tutte le mattine, verso le 8.00 mi recavo a casa Croce; mi apriva la porta Giovanni, il cameriere, senza che io bussassi, mi accompagnava nella sala dove c’erano i libri che mi interessavano ed io lavoravo lì, fino a mezzogiorno.
Non ho mai visto la signora Croce, vedevo spesso, invece, le due figlie del senatore, Elena ed Alda: quest’ultima la conoscevo da prima, perché era mia collega di corso all’Università. Il senatore passava per la sala dove lavoravo verso le 9.00 per recarsi nel suo studio: io mi alzavo per salutarlo, e lui mi faceva cenno di continuare a lavorare; una mattina, invece, si fermò alle mie spalle e si mise a leggere quello che stavo scrivendo…mentre io mi sentivo svenire, al pensiero che il grande filosofo leggesse quello che io stavo scrivendo! Ma egli sorrise, semplicemente, e si allontanò. Quando la tesi fu finita, il senatore scrisse, di suo pugno, un biglietto per il Prof. Battaglia…….di Filologia Romanza, in cui mi presentava e gli chiedeva di farmi da relatore della tesi. Mi recai dal Professore, che, quando ebbe letto il biglietto, mi disse: “Riferisca a Don Benedetto che sono onorato abbia scelto me, per farle da relatore”. Poi mi guardò bene e aggiunse: “ Ma io la conosco, noi ci siamo già visti!”. Infatti, io avevo sostenuto con lui l’esame di Filologia Romanza ed avevo meritato la lode e il “bacio accademico”. Non so se ora esista ancora questa forma di plauso, all’Università, per un esame che sia andato particolarmente bene, ma so che, per me, fu un grande onore ed un’immensa gioia meritarlo.
La discussione della tesi andò benissimo, certo influì molto la presentazione che ne fece il Prof. Battaglia ed ebbi 110 e lode. Finalmente ce l’avevo fatta! Ma dopo anni di fuori corso, io che avevo preso la Licenza Liceale a 17 anni!!
Temendo che mi sarei terribilmente emozionata, non avevo voluto che nessuno ei miei familiari venisse ad assistere all’esame di laurea, nemmeno di Silvano, il mio fidanzato: ma quando, felice e col cuore in tumulto, dopo la proclamazione, uscii dall’Università, sentii il bisogno di dare subito la notizia a qualcuno e allora, di corsa, andai dal Rettifilo, dove c’è l’Università Federico I, a casa del Senatore Croce, per ringraziarlo ancora. Mi accolse sorridendo e mi disse che, col mio libretto universitario, l’esame non sarebbe potuto andare diversamente. Poi aggiunse che, se volevo, potevo rimanere a lavorare lì, presso di lui, cominciando, magari, a tradurgli gli articoli in lingua tedesca che lo riguardavano. “Ma, aggiunse, so che il cuore La chiama altrove”.
Infatti, il Prof. Della Valle gli aveva detto, quando mi aveva presentata, che ero fidanzata e mi sarei sposata presto.
Così, ringraziai ancora, commossa, e venni via da casa Croce, sapendo che non avrei rivisto più il senatore, a cui dovevo tanto. Ma nel mio cuore c’è e ci sarà sempre il ricordo della bontà e della semplicità di lui che, così grande e famoso, ha ospitato nella sua casa e aperto le porte della sua biblioteca ad una ragazza qualunque come me, che avevo solo il merito di amare lo studio ed in particolare la poesia.