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Il Parco Naturale del Matese campano-molisano tra i parchi sperimentatori d’economia circolare?

(Giuseppe Pace (Naturalista, Socio onorario del Circolo Socio-culturale di Bojano). Da tempo vado scrivendo che è un tradizionalista, non aggiornato, colui che resta affezionato e legato al primato della Natura sulla Cultura. Da alcuni secoli, almeno dalla rivoluzione neolitica (dell’uomo stanziale coltivatore e addomesticatore di animali) è la Cultura che ha il primato sulla Natura, ma ciò si è reso più evidenti dopo la rivoluzione industriale. L’uomo oggi è in grado con la sua cultura di modificare, non di poco, la Natura da cui prima dipendeva troppo e viveva alla stregua degli altri animali ad iniziare dai primati. In questo nuovo quadro ambientale l’uomo va in cerca di soluzioni dei problemi odierni postindustriali: inquinamenti, eccesso di produzione di merci, riscaldamento globale probabile, ridistribuzione del benessere, più partecipazione democratica, ecc.. A volte si ha l’impressione, non astratta, che molte sono le schermaglie procedurali per conquistare a gomitate i pochi posti direzionali dei non pochi parchi regionali e nazionali, italianissimi. Poche sono, invece, le novità per riprogrammare l’economia interna ai parchi stessi e ci si limita ad ingabbiare di norme vincolanti lo sviluppo di un’economia locale già povera di suo. Il recente Parco Naturale Nazionale del Matese, ad esempio, cosa è disposto a fare per introdurre l’economia circolare al di qua e al di là dei due versanti del Matese, il versante campano casertano-beneventano e quello molisano campobassano-isernino? I nuovi materiali dell’economia circolare, di cui parlano più spesso i Pentastellati nel panorama partitico nostrano potrebbero essere temi di propaganda anche elettorale dei grilli onorevoli di Molise e Campania anche sulla gestione del Parco del Matese, sono loro i vincitori oppure stentano a mostrarsi attivi in quegli antichi feudi elettorali consolidati da clientele vecchie e nuove? Non mancano saggi che presentano una panoramica aggiornata sui materiali che stanno alla base del nuovo paradigma dell’economia circolare. Essa si basa sui materiali che imitano i cicli naturali del regno vegetale e animale nonché di tutti quei materiali riciclati che sono ormai entrati in svariati processi produttivi, ma anche dei materiali “ex novo”, processi di riciclo e valorizzazione della materia posizionati al termine dei cicli di produzione. Si riesaminano e perfezionano le caratteristiche e i possibili sviluppi delle filiere produttive di acciaio, alluminio, bioplastica, calcestruzzo, carta, legno, plastica, pneumatici e vetro: materiali che appartengono a settori più o meno “tradizionali” ma soggetti a innovazioni sorprendenti, anche grazie a processi e tecnologie che ne hanno esteso le applicazioni, consentendone uno sfruttamento più intelligente e senza sprechi. Non mancano in Italia storie esemplari di aziende e imprenditori che nel nostro paese inventano, producono e commercializzano i materiali della nuova economia. Realizzare nel Parco del Matese qualche esempio di economia circolare non sarebbe errato e sicuramente un tentativo meno burocratico del recente passato che ha visto solo carrozzoni clientelari, espressione dei piccoli feudi elettorali locali sia campani che molisani. Tra economia classica e moderna di natura capitalistica e mista c’è da riflettere su ciò che diceva uno dei padri fondatori dell’economia classica, Adam Smith. Egli illustrava il funzionamento del libero mercato attraverso una convincente metafora di vita quotidiana. In La ricchezza delle nazioni il celebre filosofo scriveva che i nostri pasti non sono preparati e serviti grazie alla “benevolenza” del macellaio, del birraio o del panettiere, ma che queste prestazioni vengono fornite per la cura che i commercianti riservano al loro interesse personale. La celebre citazione è diventata il fondamento di un’idea di mercato capace di autoregolarsi, in cui il perseguimento degli interessi egoistici degli attori economici condurrebbe naturalmente a un giovamento dell’intera società. “Mia madre Angelina, che di macellai probabilmente ne sapeva più di Adam Smith, ragionava diversamente, racconta Edo Ronchi, nella sua introduzione a “La transizione alla Green Economy”. Lei, Angelina, aveva il suo macellaio di fiducia, e si serviva da lui pensando che non cercasse solo il suo interesse egoistico, ma che avesse prezzi onesti, fosse una persona perbene che rispettava le leggi e le norme sanitarie e che scegliesse la carne che vendeva da allevamenti che conosceva e che non riempivano gli animali di sostanze nocive. Probabilmente il macellaio di mia madre cercava di fare bene il suo lavoro, rispettando le leggi non solo per timore delle sanzioni, ma perché teneva alla sua buona reputazione e badava certo ai suoi conti, volendo anche conquistare e fidelizzare i suoi clienti.” L’insostenibilità climatica ed ecologica prodotta dalle attività umane lineari ha reso evidente che il complesso di valori ed etica dietro alle scelte economiche è fondamentale: sono proprio i fattori economici a definire la sostenibilità o l’insostenibilità dello sviluppo. Nel 2008, nel pieno della crisi finanziaria e della recessione che ha travolto le più grandi potenze, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), utilizzava per la prima volta il termine “green economy” in un documento e lanciava una piattaforma globale per la promozione di investimenti verdi in settori strategici. Veniva teorizzato un modello di sviluppo che favorisse soluzioni congiunte alla crisi economica e ambientale, un benessere più inclusivo e sobrio, in grado di preservare anche il capitale naturale e i servizi ecosistemici, attraverso l’utilizzo di energia low carbon e di un sistema di produzione basato sulla circolarità delle risorse. Sono almeno 4 gli elementi che potrebbero accelerare il processo dell’economia circolare: le politiche pubbliche, che stentano a inserire la green economy tra le priorità, potrebbero invece trainare il cambiamento attraverso un sistema di incentivi fiscali; la finanza verde, che a seguito del boom dei green bonds degli ultimi anni potrebbe rappresentare un aiuto significativo; l’eco-innovazione, protagonista di nuove industrie e mercati, potrebbe generare nuova occupazione. Infine, le imprese green: migliorando la capacità di fare squadra e comunicare, con il pubblico e con i decisori politici, avrebbero tutte le caratteristiche per conquistare un ruolo di leadership all’interno del mondo produttivo. L’economia circolare ha le potenzialità dei settori chiave per la transizione: energia, agricoltura, manifattura, costruzioni, rifiuti, trasporti e turismo. La green economy punta su una crescita quantitativamente e qualitativamente selettiva: mentre alcuni settori crescono, altri dovranno essere trasformati o riqualificati attraverso una pianificazione organica e integrata di riqualificazione urbana, riduzione del consumo di suolo, gestione dei rifiuti, mobilità, distribuzione energetica, aree e infrastrutture verdi, le “green cities” potrebbero ottenere un primato nell’innovazione e contribuire al benessere delle generazioni future. Molti sostengono che potremmo essere tra le ultime generazioni a poyer salvare il pianeta che ci ospita. Ora più che mai dobbiamo porre attenzione a quello che facciamo, compriamo, scegliamo. Noi siamo gli ultimi in grado di salvare il pianeta e consegnarlo intatto alle generazioni future. C’è ancora poco tempo, e dobbiamo fare in fretta. Ci sono ancora troppi consumatori abituati a non porsi domande, con l’unico obiettivo di risparmiare a tutti i costi o seguire mode alimentari ecc.. E dall’altra parte c’è chi rifornisce la catena del consumo di robaccia, senza farsi il minimo scrupolo. All’uomo è affidata la responsabilità di specie, il principio di precauzione e la scelta di fare del bene!