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Cina e Italia con Giovanni da Montecorvino nominato da Clemente V Arcivescovo di Pechino

(Giuseppe Pace). Tutti conoscono Marco Polo e Matteo Ricci, che furono due noti italiani in Cina, subcontinente ancora oggi avvolto da un alone misterioso. Pochi, invece conoscono Giovanni da Montecorvino, che visse in Cina tra i veneziani Polo e il maceratese Ricci. Giovanni da Montecorvino nacque a Montecorvino Rovella nwel 1247 e morì a Pechino nel 1328, fu un missionario francescano e arcivescovo cattolico, fondatore della missione cattolica nella lontana Cina. È venerato come beato dalla Chiesa cattolica, inoltre è venerato come santo dai cattolici della Cina. Di montecorvinesi viventi ne ho conosciuti 4 durante gli anni universitari napoletani: uno Giuseppe, studiava lettere, due scienze naturali e uno matematica. Chissà se potranno leggere questo articolo e il mio libro che parla anche di Montecorvino Rovella? Nel Comune campano di Montecorvino Rovella (SA) viene ricordato, adeguatamente e promozionalmente, uno dei suoi figli illustri, che occupò ruoli alti più di Matteo Ricci e M. Polo? Si spera di si, anche se le rare celebrazioni meridionali sono spesso intrise di assemblearismi inconcludenti e soprattutto piene di pompa magna. Il bizantinismo meridionale è noto al più sobrio settentrione che usa ancora l’epiteto Terrone! Che, invece, si rifà all’essere più tradizionalista o “manarchico” come erano i contadini i quali erano essenziali e non bizantini e sibillini come molta parte della borghesia meridionale e della sua classe politica, pardon supercasta! Comunque è bene ricordare che nel 1307, fu eretta l’arcidiocesi di Khān Bālīq, nome con cui era conosciuta in quell’epoca la città di Pechino: in essa esercitò il proprio ministero per 20 anni il francescano montecorvinese di nascita, Giovanni da Montecorvino, ritenuto il fondatore del cristianesimo cinese. Il suo luogo natale lo ha già, in parte, onorato, nel 1984 e nel 1993 a Montecorvino Rovella ed a Paestum, dove si tennero due convegni sulla sua figura di primo evangelizzatore della Cina e nella prima occasione fu inaugurato un altare con immagine in maiolica, opera dello scultore Palumbo di Cava dei Tirreni e nella seconda occasione nacque nel Convento Francescano della Chiesa di Santa Maria della Pace, il Centro Missionario Provinciale OFM “Padre Giovanni da Montecorvino”. L’Amministrazione Comunale di Montecorvino Rovella, con delibera consiliare n. 4 del 16 gennaio 1997, ha fatto voti alla Santa Sede per la Beatificazione di Giovanni da Montecorvino, allegando alla stessa una sottoscrizione popolare con circa tremila firme. Nella sua città natale, Montecorvino Rovella, il 5 gennaio 2000, fu costruito un monumento, inaugurato da Mons. Josè Saraiva Martin, postulatore, proveniente dal Vaticano, opera dello scultore Bruno Gandola , milanese, e detto monumento fu corredato, sempre ad opera dello stesso scultore, di alcuni quadri scolpiti concernenti la vita del missionario, offerti dalle Confraternite locali di San Rocco, Corpo di Cristo e Addolorata, oltre l’ordine francescano secolare locale ” Beato Giovanni da Montecorvino “. Nell’anno 2014, ad opera dell’Amministrazione Comunale di Montecorvino Rovella, fu apposta una lapide, sulla casa natale del missionario, in Via Diaz. Nella Chiesa di Santa Maria della Pace, della suddetta Montecorvino Rovella, si tiene annualmente un triduo dal giorno tre al giorno cinque gennaio , per ricordarne la figura missionaria, con l’intervento di autorevoli relatori provenienti da Assisi e da altre sedi di appartenenza all’OFM. Ma vediamo alcune relazioni italo-cinesi del passato e analogie del presente. Nel 1299 il salernitano fra’ Giovanni costruì la prima chiesa di Khān Bālīq e nel 1305 ne costruì un’altra, con annesse officine e case per 200 persone, proprio davanti al palazzo imperiale. In quegli stessi anni riscattò da famiglie non cristiane circa 150 ragazzini dai 7 agli 11 anni, insegnò loro greco e latino, scrisse appositi salmi ed inni e li educò al servizio liturgico della Messa ed al canto. Nello stesso periodo imparò approfonditamente la lingua cinese, allo scopo di iniziare a pregare in maniera pienamente comprensibile da chi lo ascoltava, e tradusse in cinese il Nuovo Testamento ed il Libro dei Salmi. Tra le 6.000 persone convertite da Giovanni da Montecorvino vi fu un re di credo nestoriano, Giorgio, vassallo del Gran Khan, menzionato dal Marco Polo nel Milione. Nel mio libro ho dato ampio spazio alle relazioni religiose italo cinesi con riferimento alla cultura nestoriana ricca di semi iniziali del cattolicesimo in Cina, che nemmeno la dittatura maoista ha potuto cancellare. Il protettore cinese di Marco Polo, divenuto imperatore, istituì diverse leggi contro i nobili signori della guerra e il divieto di imporre balzelli. L’impero mongolo venne così suddiviso, ma lo era già di fatto, in 4 Khanati, ciascuno governato da un diverso Khan, sotto la supervisione (più teorica che reale) del Gran Khan. Con questa conquista fu raggiunta la massima estensione dell’Impero. Nel 1307 il Papa Clemente V nominò Giovanni da Montecorvino primo Arcivescovo di Khanbaliq e Patriarca dell’Oriente. Nello stesso anno un’ambasciata mongola arrivò a Poitiers per vedere il Papa. Le nazioni europee prepararono una crociata, ma ci furono dei ritardi. Nel frattempo Oljeitu lanciò un’ultima campagna contro i Mamelucchi (1312-13) senza successo. Si arrivò ad una soluzione definitiva con i Mamelucchi solo quando il figlio Oljeitu firmò il Trattato d’Aleppo con i Malemucchi nel 1322. All’inizio del 1300 alcuni contatti diplomatici continuarono tra gli europei ed i mongoli, fino a quando l’Ilkhanato si dissolse dopo il 1330 e le devastazioni della peste nera in Europa causarono l’interruzione dei rapporti con l’Oriente. Nel mio libro La Cina e i cinesi immigrati in Italia, in corso di stampa, scrivo che nel subcontinente cinese la globalizzazione marcia da gigante ad opera del capitalismo decentrante sia pure con una Governance comunista da partito unico e centralista come dimostrano i recenti dissensi di Hong Kong. La Cina ha un PIL in crescita, mentre l’Italia decresce e non solo in economia. Entrambi i Paesi hanno una classe media interessante da esaminare. In Cina essa raggiunge già il 40% della popolazione e cresce il suo potere d’acquisto, in Italia le tasse l’hanno bersagliata e fatta quasi affondare senza pietà. Risultato è che l’Italia, pur godendo ancora del tesoretto del passato del boom economico, stenta a galleggiare sul benessere diffuso, mentre la Cina ha un PIL che ha il primato mondiale e un PIL procapite misero, solo 4mila euro annuo. La Cina dà speranze occupazionali ai giovani con stipendi anche di 800 euro, mentre l’Italia ha un esercito di giovani precari a meno di 800 euro mensili. La Governance italiana, da oltre un decennio, sperpera i soldi pubblici che rimpingua bombardando di tasse la classe media e le sue pensioni con la scure di Monti-Fornero che addirittura blocco la contingenza ai pensionati della middle class. Molti in Italia, non solo i berlusconiani, invocano la tassazione al 15% per tutti, ma il PD al governo è sordo e continua col vecchio principio che le tasse si pagano in base al reddito, che risulta in bianco per i 21 milioni di dipendenti (circa 3 pubblici e quasi 18 privati) ed in nero, in gran parte, gli autonomi. In un recente libro alcuni imprenditori italiani scrivono come non pagare le tasse escogitando mille trucchi per evadere. La Cina, con una bassa tassazione incoraggia gli investimenti e premia la classe media che comincia ad imitare modelli statunitensi per il consumismo. In Italia continua ad allargarsi la forbice del divario economico e sociale tra Sud e Nord Italia. I lavoratori autonomi più ricchi d’Italia esercitano l’attività a Milano, quelli più poveri esercitano l’attività a Vibo Valentia. Il reddito medio è di 38.140 euro: due volte e mezzo più elevato di quanto dichiarano i colleghi del Mezzogiorno con in coda quelli di Vibo Valentia che, invece, occupano l’ultima posizione di questa classifica con soli 15.479 euro. Il dato medio nazionale, invece, è pari a 26.248 euro. L’elaborazione, effettuata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, riguarda i redditi medi dei lavoratori autonomi (liberi professionisti con o senza Ordine e le imprese individuali guidate da artigiani/commercianti in regime di contabilità ordinaria e semplificata) riferiti alla dichiarazione dei redditi 2016 (anno di imposta 2015). Il crollo dei redditi, l’aumento della precarietà, l’elevata intermittenza lavorativa e lo scarso grado di autonomia hanno caratterizzato l’attività lavorativa di centinaia di migliaia di giovani professionisti. Questa situazione, inoltre, ha divaricato le disparità territoriali: in particolar modo tra il Nord e il Sud del Paese». Dall’analisi, inoltre, emerge che il 40% circa dei lavoratori autonomi è concentrato lungo le due principali filiere produttive che si sono imposte economicamente nel Paese: l’asse Milano-Trieste (con forti specializzazioni nella minuteria meccanica, nella produzione di macchinari, nell’agricoltura di qualità, nella moda e nell’arredo-casa) e la via Emilia (con il settore metalmeccanico) che ha dato origine alla cosiddetta dorsale adriatica. Negli ultimi 15 anni in queste aree si è concentrato un terziario immateriale avanzato costituito prevalentemente da giovani con un elevato livello di scolarizzazione e in settori di alta qualità (editoria, media, software, design, servizi finanziari e immobiliare), ma molto fragile che, a differenza delle generazioni precedenti, non ha conosciuto lo status di lavoratore dipendente prima di aprire la partita Iva. L’avvento della crisi, purtroppo, ha colto questi indipendenti del tutto impreparati e solo nei giorni scorsi si è arrivati all’approvazione dello Statuto del lavoro autonomo che finalmente ha introdotto una serie di diritti fortemente richiesti dalla categoria. «E’ importante – conclude il segretario della Cgia, Renato Mason – che siano stati riconosciuti, specie per i lavoratori più mobili, dei vantaggi fiscali per coloro che investono nell’aggiornamento professionale. Senza contare che finalmente sono state ampliate le tutele nelle situazioni di maternità, congedi parentali e malattia grave. Inoltre, è importante che anche per gli autonomi siano stati definiti i tempi di pagamento nelle transazioni commerciali con la pubblica amministrazione e si possano costituire reti di professionisti per partecipare a gare pubbliche. In Cina l’unico problema resta la pretesa del centro di uniformare e non concedere autonomie, nemmeno ad Hong Kong, mentre le regole capitalistiche stanno facendo lievitare l’economia e la società cinese sorprendentemente. La Reppubblica Popolare Cinese, attualmente sembra essere un gigante economico capitalista ed un nano politico comunista dittatoriale o da partito unico, che non ammette il dissenso. Gli Usa informano che l’Italia resta in crisi fino al 2025, ma nessuno gli dà credito. In un dossier riservato dell’ambasciata statunitense predisposto in occasione della visita nell’ottobre scorso dell’allora primo ministro M. Renzi negli Usa, pubblicata dalla stampa italiana in questi giorni, emergono dati interessanti: innanzitutto c’è la conferma di quanto già sostenuto da uno studio della Commissione europea un paio d’anni fa, secondo il quale l’Italia uscirà dalla crisi economica solo dopo il 2025. Anche gli analisti Usa concordano su ciò e confermano anche l’analisi, impietosa, che all’epoca si faceva a Bruxelles: carenze infrastrutturali, scarsa modernizzazione, burocrazia asfissiante, arretratezza della Pubblica amministrazione, sistema bancario traballante. A ciò gli statunitensi aggiungono una nota non marginale: ‘La capacità fiscale dell’Italia resterà severamente limitata per decenni, incluse nuove spese per la difesa’. In altre parole, la leva fiscale è già ai massimi. L’analisi statunitense tace su un aspetto invece messo in luce, a suo tempo, dall’analisi Europea circa il peso della malavita organizzata, che controlla parte del territorio e condiziona pesantemente la vita della stessa città capitale. Unanime, infine, la preoccupazione per l’elevato deficit pubblico ingovernabile. Lo scenario a breve è veramente devastante. Per il Veneto arriva il tempo delle scelte. Il percorso autonomista potrebbe assicurare una certa sicurezza sul fronte delle risorse e quindi sulla possibilità di garantire servizi e fare gli investimenti necessari all’economia e alla società. L’alternativa è continuare a pagare a pié di lista le contraddizioni di uno stato i cui limiti stanno diventando tanto insostenibili quanto insopportabili. La Cina di Marco Polo è cambiata e l’evoluzione dai mandarini mongoli del 1200 ai nostri giorni è stata tramutata ultimamente in middle class. Le nuove vie della seta tra Unione e. e Cina devono anche poter fare aumentare le esportazioni verso la Cina, viceversa, si continua ad importare di tutto dalla Cina dove il basso costo produttivo e di tassazione rende appetibili le imprese. Le nostre esportazioni verso la Cina sono inferiori alle loro esportazioni verso l’Italia, troppo spesso di merci di bassa qualità, ma a prezzi più che bassi e dunque competitivi. La Cina fu resa nota agli europei del XIII e XIV sec. dal veneziano Marco Polo e dal più colto maceratese Matteo Ricci nel XVII sec., ma anche, successivamente, dal un campano, sacrato in un ordine secolare, di Montecorvino Rovella (SA) ha ben seminato, con anni ed anni di pazienza, in Cina i suoi semi di cristianesimo e di dottrina sociale della chiesa universale romana. Non è da sottovalutare o trascurare Venezia al tempo del nostro eroe Marco Polo, che restò 17 anni in Cina. M. Polo riferiva al Gran Khan, della sua Venezia e viceversa riferiva al Doge della Cina, che aveva visto anche alla corte imperiale di nobili d’origine mongola che avevano invaso e assoggettato i cinesi. Venezia di allora aveva a capo un Doge illuminato dalla cultura del suo tempo. Vediamo che era il personaggio e l’ambiente veneziano di quel tempo. Pietro Gradenigo, fu Doge della Repubblica di Venezia dal 25 novembre 1289 al 13 agosto 1311. Egli nacque a Venezia nel 1251 e vi mori nel 1311. Pietro Gradenico ebbe come precedessore il Doge Giovanni Dandolo e come successore il Doge Marino Zorzi. Figlio di Marco Gradenico, fu illustre politico e uomo risoluto e deciso, pronto a mettersi contro il papato e ad imporre i voleri di Venezia alle città più deboli. Nel 1310 in seguito a queste congiure nacque il famoso Consiglio dei Dieci. Sotto di lui la Repubblica rischiò di distruggersi in una logorante guerra civile, ma sconfitti gli avversari più potenti riuscì a placare la situazione e a far vincere la sua fazione che plasmò Venezia in senso oligarchico. Pietro Gradenigo apparteneva ad una famiglia che risaliva a quella cosiddette “apostoliche” (le dodici che secondo la tradizione veneziana elessero il primo doge) e quindi, politicamente, apparteneva al partito “conservatore” che desiderava limitare la possibilità d’accesso al Maggior Consiglio da parte delle nuove famiglie di maggiorenti. Questa collocazione gli permise di fare una buona carriera politica ma gli alienò la simpatia di parte del popolo che lo vedeva come un “uomo del potere”. Alla morte del doge Giovanni Dandolo nel 1289 nonostante la sua giovane età riuscì ad esser eletto doge. Il Gradenigo era sposato con Tommasina Morosini. La figlia Elisabetta sposò in seconde nozze Giacomo I da Carrara, signore di Padova, fondatore della potenza dei Carraresi. Questi fecero di Padova una città bellissima e i nobili chiamarono Giotto a raffrescare la famosa Cappella degli Scrovegni, ammirata dal mondo intero come anche la cattedrale di Sant’Antonio che venne prevalentemente edificata con i Carraresi. Venezia conquista Padova solo nel 1405 e vi impresse il suo stile e la sua cultura più cosmopolita, ma anche tollerante verso le nuove idee di scienziati, artisti e commercianti vari. Come per Venezia al tempo di Marco Polo così bisogna avere un’idea della Cina in quello stesso periodo. Kublai Khan (1215-1294) è stato il V condottiero mongolo, nonché fondatore del I impero cinese della dinastia Yuan. Figlio secondogenito di Tolui e S. Beki, quindi nipote di Gengis Khan e successore del fratello Munke, in quanto Gran Khan dei mongoli, Kublai è anche noto come l’ultimo dei Gran Khan. In Europa, Kublai Khan era noto grazie a M. Polo che visitò il Catai durante il suo regno, divenendo presto un suo favorito e servendo alla sua corte per oltre 17 anni, secondo quanto racconta lui stesso nel Milione. Da giovane, Kublai studiò la cultura cinese e se ne innamorò. Nel 1251, allorché suo fratello maggiore Mongke diventò Khan dell’impero mongolo, fu da lui nominato governatore dei territori meridionali dell’impero. Governò bene, aumentando la produzione agricola dello Henan e, dopo che gli fu assegnata anche Xi’an, migliorò i servizi sociali. Nel 1336 l’ultimo imperatore mongolo in Cina, dinastia Yan, inviò al francese Papa Benedetto XIII, in Avignone, un’ambasciata guidata da un genovese al servizio dell’imperatore mongolo, Andrea di Nascio, ed accompagnata da un altro genovese, Andalò da Savignone. Questi portavano lettere con le quali il sovrano mongolo comunicava che da 8 anni (dalla morte di Giovanni da Montecorvino) era senza una guida spirituale e ne desiderava ardentemente una. Il papa rispose alle lettere e nominò quattro ecclesiastici suoi legati alla corte del Khan. Nel 1338 il Papa inviò a Pechino un totale di 50 ecclesiastici, tra questi Giovanni dè Marignolli. Nel 1353 Giovanni tornò ad Avignone e consegnò una lettera del Gran Khan a Papa Innocenzo VI. Ben presto, i Cinesi si sollevarono e scacciarono i Mongoli dalla Cina, avviando così la dinastia Ming (1368). Dal 1369 tutti i cristiani, sia cattolici sia siro-orientali, furono espulsi dalla dinastia Ming. Il condottiero turco-mongolo Tamerlano (1336-1405) sviluppò un’amichevole relazione, anche se a distanza, con le potenze occidentali, scambiando lettere con i governanti occidentali e invitando ambasciatori e commercianti. Dibattito sull’esistenza di un’alleanza tra Mongoli e Crociati. Giovanni da Montecorvino sicuramente ci ha lasciato, in eredità culturale preziosa, le sue lettere pastorali e ancora di più quelle diplomatiche, che verranno sicuramente conservate e custodite con cura e promozione culturale dal suo Comune d’origine con la Biblioteca civica che se ne farà vanto? Ai montecorvinesi l’onere di controllare ed agire in tal senso, soprattutto d’estate come richiamo turistico della vicina costa marina affollata di vacanzieri desiderosi di conoscere ed assetati sia di liquidi freschi che di cultura locale innestata a quella generale di cui il Mezzogiorno è ricchissimo, ma troppo spesso poco nota e non valorizzata bene!

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