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OSVALDO RUSSO, CANDIDATO SINDACO PER LA LISTA CIVICA GENTE COMUNE

(Gianluca Martone) FLORIDIA Si avvicinano le elezioni amministrative comunali del prossimo 11 giugno 2017, che saranno decisive e di fondamentale importanza in molti comuni. Nel piccolo comune siciliano di Floridia in provincia di Siracusa, Osvaldo Russo si è candidato sindaco per la lista civica Gente Comune, con queste significative affermazioni:”Gente Comune è un gruppo fatto da semplici cittadini, uniti da uno stesso pensiero e da uno stesso sentimento, siamo persone che credono ancora nei valori della vita, solidarietà, altruismo, senso comunitario e questi sono gli elementi che ci contraddistinguono da tutte le altre compagini politiche. Facendo parte anche noi di questa nostra comunità, abbiamo piena consapevolezza dei profondi disagi che oggi le famiglie floridiane vivono ogni giorno e sappiamo anche che sempre più famiglie si trovano in difficoltà. Sono queste le ragioni che ci hanno spinto a scendere in campo ed a partecipare alle prossime elezioni amministrative, per offrire il nostro contributo, per proporre le nostre soluzioni e per dare risposte immediate ai bisogni della gente. Oggi la gente sta male, si vive nell’angoscia del domani, perché purtroppo non ci sono certezze. La disoccupazione ormai ha raggiunto livelli allarmanti e i giovani preparano le valige in cerca di un futuro all’estero, senza sapere che la maggior parte di loro finirà dentro la cucina di qualche ristorante. Il nostro primo pensiero è stato quello di affrontare seriamente il problema della disoccupazione e quello di creare le condizioni per generare nuove economie, cosi da preparare terreno fertile per la nascita di nuove imprese. Abbiamo studiato un progetto produttivo, cioè la realizzazione di due grossi impianti di lavorazione e trasformazione di prodotti ortofrutticoli, un’attività questa mirata per generare tantissima economia ed occupazione contemporaneamente nel settore agricolo, nel settore artigianale e nel settore commerciale. Azienda sociale di proprietà dei cittadini floridiani pubblica servirà da motrice per generare economia ed occupazione e stimolare l’apertura di altre aziende connesse e la finanzieremo con i nostri soldi, rinunciando totalmente alle indennità di mandato e di fine mandato, che per il quinquennio per il Comune di Floridia (22mila ab.) ammontano ad oltre 750mila euro. Sindaco, vice sindaco,assessori e consiglieri rinunceranno ai loro stipendi per finanziare la realizzazione dello stabilimento.Sarà un orgoglio tutto floridiano senza politici e senza partiti. Questo è solo uno dei nostri tanti progetti contenuti nel nostro programma elettorale,  che è stato studiato per servire i cittadini floridiani e per creare economia, occupazione, modernità e solidarietà, attento al benessere sociale. Il tutto sarà collegato all’economia di transizione e resilienza. Nella nostra ottica si realizzeranno tante cooperative all’interno di una green city, dove il concetto di mobilità con l’impiego di energie alternative darà cultura e benessere. Noi siamo gente comune e quello che facciamo lo facciamo anche per noi e i nostri figli. Ovviamente abbiamo un credo sostanziale e vigoroso. Il credo ci insegna che è necessario donarci alla politica rifiutando categoricamente il concetto di ricevere che invece assimilano i politici attuali. Attraverso questo modus operandi abbiamo iniziato a seminare. Adesso aspettiamo il tempo della raccolta. Ci è ben chiaro cosa offrano questi tempi sotto ogni aspetto. Come dei paladini, scendiamo in campo conoscendo i nostri avversari ma non essendo conosciuti. Vincere lo scetticismo delle persone non è facile perché i politici italiani e l’Europa ci hanno diseducato a proporre un progetto valido per le generazioni future. Forse, in modo bizzarro ma esauriente, ci è possibile riproporre quella bellissima frase di don Luigi Sturzo:”La libertà è come l’aria: si vive nell’aria; se l’aria è viziata, si soffre; se l’aria è insufficiente, si soffoca; se l’aria manca si muore” . Il nostro percorso è appena iniziato ma già ha fatto molta strada”. Il candidato sindaco Russo si è rifatto quindi al pensiero di don Luigi Sturzo, menzionato alcuni mesi fa in un interessante articolo dal collega Ruben Razzante sulla Nuova Bussola Quotidiana, che pubblico integralmente:” Statatalismo, partitocrazia, sperpero di denaro pubblico: tre emergenze che sintetizzano la questione morale e che stimolano interrogativi non banali sul futuro dell’Italia. A metterle in fila con acutezza e profondità non è un politico dei nostri tempi, ma don Luigi Sturzo, che già nel 1946 richiamava l’attenzione della politica e delle istituzioni sulle virtù imprescindibili da coltivare nello Stato repubblicano.Tutto questo si ricava da un agile e illuminante volume edito da Rubbettino, Servire, non servirsi. La prima regola del buon politico, che raccoglie in ottanta pagine i testi di un intervento del sacerdote di Caltagirone al Senato, di tre sue lettere e di 12 articoli scritti da lui tra il 1946 e il 1959. La fonte degli articoli è l’Istituto Luigi Sturzo, che ha curato l’Opera Omnia del fondatore del Partito popolare. I testi sono tratti dalla collana “Politica di questi anni”, che contiene le centinaia di articoli scritti da Sturzo tra il 1946 e il 1959. Primo luogo comune che viene sfatato in quelle pagine: a sollevare la questione morale non fu Enrico Berlinguer agli inizi degli anni Ottanta, bensì Sturzo, sul finire del 1946, poche settimane dopo il suo ritorno dall’esilio di 22 anni impostogli dal fascismo. Peccato che la Democrazia cristiana, con molte scelte discutibili, abbia perso l’occasione storica di seguire la grande modernità del pensiero sturziano. Anzitutto Sturzo ha denunciato sempre molto energicamente il dilagare dello Stato imprenditore, un ruolo che egli giudicava pericoloso, per le tante tentazioni che un forte afflusso di denaro in mani politiche avrebbe potuto creare e per la sicura inefficienza della sua gestione. La grande speculazione da questo punto di vista è stata compiuta nel 1994 con il cambiamento del nome della Democrazia cristiana in Partito popolare e, ancora, otto anni più tardi, con la liquidazione del nuovo Ppi. In quelle operazioni di maquillage (nel 1994) e di smobilitazione (2002) i vertici promisero di mantenere vivi i valori del popolarismo sturziano. «La verità», denuncia nella prefazione al volume Giuseppe Palladino, esecutore testamentario di Luigi Sturzo, «è che questi valori non sono mai stati tenuti vivi dal vertice della Dc e in particolare dalla sua ala sinistra, che in coerenza con la sua cultura statalista non ha mai portato il pensiero sturziano alla base del partito, né ha fatto una politica ispirata dal popolarismo». apertura a sinistra da parte della Dc perché temeva i frutti nefasti dello statalismo, «temeva», prosegue Palladino, «la concorrenza costosa e sleale dello Stato imprenditore (costosa per l’Erario e sleale nei confronti del settore privato dell’economia), temeva la diffusione della corruzione politica, lo strapotere dei sindacati (Sturzo coniò la parola “sindacatocrazia”) e la perdita del potere d’acquisto della lira». Più di ogni altra cosa, però, il sacerdote di Caltagirone temeva la scristianizzazione del Paese, con la prevalenza della ragione politica ed economica sulla ragione morale. E la storia si è incaricata di dargli purtroppo ragione. Rispetto al tema della necessaria moralizzazione della vita pubblica, Sturzo avvertiva in un articolo del 1946 che «quanto più è accentrato il potere e quanto più larghi sono gli afflussi del denaro nell’amministrazione pubblica (Stato, enti statali e parastatali, enti locali), tanto più gravi ne sono le tentazioni». E nel 1947, in occasione del ventottesimo anniversario della fondazione del Partito popolare italiano, sul “Popolo” il sacerdote di Caltagirone scriveva: «…gli italiani si sono talmente adagiati all’idea di uno Stato-tutto, che nessuno ha più ritegno di invocare provvedimenti e interventi statali per la più insignificante iniziativa. Quando ho sentito che per nominare un direttore musicale alla Fenice di Venezia si doveva interessare il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio e che per aumentare il capitale a un ente cinematografico in crisi ci volevano gli aiuti del Tesoro, e che ci siano persino sale cinematografiche di Stato, mi sono domandato se gli italiani non abbiano perduto la testa e se lo statalismo non sia diventato una mania (…) Nel vortice dell’accentramento e della statizzazione si perde il senso della realtà e del relativo per una specie di assorbimento nella potenza magica della politica e dell’economia unificate». E sul Giornale d’Italia, in un articolo del 1958, rincarava: «Lo Stato è il potere legittimo; lo statalismo è strapotere; l’infezione statalista sviluppa, non solo nell’ambito dell’organizzazione statale e parastatale, ma anche nelle organizzazioni che informano la vita democratica di un Paese libero, la tendenza a soverchiare i propri associati e ad invadere il campo di altri organismi, compresi gli stessi organi del potere statale». E ne aveva per tutti: «La partitocrazia è il fenomeno più appariscente della malattia dello statalismo; invade lo Stato, perché il partito non rispetta i propri limiti; ma gli organi dello Stato sopportano la partitocrazia e ne divengono succubi, perché lo Stato, passando i propri limiti, viola la libertà individuale. (…) Non è solo il partito infetto di statalismo, lo è anche il sindacato». Profetica si rivelerà questa frase: «L’infezione statalista si è estesa nei partiti, nei sindacati e negli enti pubblici. Come conseguenza il decadimento morale si estende nel Paese. Il potere legittimo si confonde con quello illegittimo. I limiti morali e legali cedono. La libertà non è più garantita e l’arbitrio ne prende il posto». Bersaglio di Sturzo anche il “pauperismo” dei democristiani di sinistra: «Non se la prendano calda», si legge in un altro suo scritto del 1959, «con la loro avversione verso “il capitale”, come se vivessero un secolo addietro. Si persuadano che l’economia moderna non può attuarsi senza capitale: questo esiste ed esisterà, come esiste ed esisterà il capitalista; al plurale, capitalisti saranno i privati; al singolare, invece, unico capitalista sarà lo Stato, non importa se quello di Mosca o di Pechino, di Budapest o di Roma». Moniti e insegnamenti che qualcuno ancora oggi dovrebbe rileggere, compulsare, fare propri. Se l’Italia è immersa in una transizione difficile che dura da decenni è anche perché gli insegnamenti di Sturzo sono caduti nell’oblio e le scelte di chi diceva di ispirarsi a lui non sono state affatto coerenti, né illuminate. Per questo, come scrive Marco Vitale nella postfazione, Sturzo «è un vincente, perché oggi ha ancora tanto da dire a noi e domani ai giovani che verranno», mentre «i suoi avversari nulla ci hanno lasciato, se non i loro errori, le loro distruzioni e, talora, i loro orrori».